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1958 - C'era una volta in Almeria

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Consegna prevista Aprile 2021

Massimo Rinaldi è un editor quarantenne e solitario che lavora alle Edizioni Moderne Internazionali, una casa editrice nella Milano del 1958 che pubblica romanzi popolari. La vita si svolge monotona, le aspirazioni professionali di Rinaldi sono costantemente soffocate dal suo editore, l’arrogante conte Sarfatti.
Fino al giorno in cui, per una serie di circostanze, il nostro protagonista viene assoldato come sceneggiatore da una società romana per scrivere la storia di un western di produzione italo-spagnola. Rinaldi si mette in aspettativa dal suo lavoro editoriale e, insieme ad altri due compagni di avventura (il regista Sergio Cleonte e il critico cinematografico Dario Cristallo), raggiunge Almeria, in Spagna, per seguire le riprese del film.
La vicenda prende un risvolto inaspettato quando un produttore americano che ha costruito una sorta di Hollywood a Madrid, con il sostegno di Francisco Franco in persona, invita Rinaldi a lavorare per lui a quello che ritiene il film del secolo. Un progetto che vede i tre italiani catapultati in una straordinaria avventura professionale: la realizzazione, in Europa, del primo kolossal mai prodotto stracolmo di effetti speciali sulle gesta di un supereroe, American Warrior.
Ma in questa parentesi di vita di Rinaldi fa la sua comparsa anche la misteriosa Silvia, che deve riuscire a lasciare la Spagna per sfuggire alla dittatura franchista.

Perché ho scritto questo libro?

Per il desiderio di cimentarmi liberamente, per la prima volta, in narrativa, canalizzando nella pagina scritta parte delle mie passioni e dei miei interessi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Prima ti fai un drink, poi quel drink si fa un altro drink e alla fine sono i drink a farsi te”.
(Francis Scott Fitzgerald)

A forza di percuoterla, la porta della roulotte si dischiuse. Mi voltai a guardare i miei due compari e decisi di entrare. L’interno era in grande disordine e Bennett giaceva sul letto in stato evidente di alterazione alcolica. Bottiglie erano sparse un po’ ovunque. Il tipo riproduceva alla perfezione il canone del divo “genio e sregolatezza”. Decisi di tenermi un po’ a distanza e di sfoderare il mio inglese rudimentale.
– Buongiorno signor Bennett, mi chiamo Rinaldi e sono lo sceneggiatore del film…
– Bel film di merda!
Si alzò di scatto, era alto almeno due metri. Raccolse qualche bottiglia qua è la per scolarne le ultime gocce. Poi si ributtò sconsolato sul letto. Mi indirizzò uno sguardo tristissimo.
– … sono venuto a disturbarla perché dobbiamo proprio iniziare le riprese.
– Con quello spagnolo non ci lavoro.
– Beh, possiamo trovare una soluzione. La produzione le mette a disposizione un regista italiano…
– Lo sa che Hemingway spilla litri di rum bianco amalgamato con ramoscelli di menta, lime, ghiaccio tritato e zucchero di canna? Ed è un talento.

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Stava incominciando con i sensi di colpa dell’alcolizzato.
– Certo, tutti gli artisti… come dire, alzano un po’ il gomito.
– … Faulkner beveva parecchio giustificandosi col fatto che scriveva soprattutto di notte ed era inevitabile tenersi un whisky accanto? “Non esiste niente che un buon whisky non possa curare”, diceva.
Mi stava facendo la storia degli alcolisti di rango? Già, proprio Faulkner che, a Hollywood, arrivò a una riunione di sceneggiatura in compagnia di un inconfondibile sacchetto di carta marrone. Nell’aprire la bottiglia si tagliò in profondità un dito. Ma nemmeno questo lo frenò: si corazzò con tutta la carta che trovò nel cestino e continuò a bere, tamponando il sangue.
– Signor Bennett, come le dicevo, abbiamo qualche problema…
Si alzò nuovamente e mi abbracciò con vigore, s’incurvò per appoggiare con difficoltà la testa sulla mia spalla e incominciò a piangere. Improvvisando una sorta di lenta coreografia lo feci sedere sulla poltroncina adiacente allo specchio per il trucco. Parlava a ruota libera, era in pieno cortocircuito crisi-depressione-alcol.
– Il pensiero di non poter bere non dà respiro, consuma. Bisogna rimpiazzare questo pensiero, la depressione, l’ansietà che ne deriva, con un altro. Tu non puoi capire…
Non volevo capire, non era il mio compito, non m’interessava entrare nella sua mente compulsiva.
– … il pensiero di bere deve essere sostituito con qualcos’altro. Ormai tutto il mio essere è dominato dal bere. E così, prima monta la rabbia, poi la depressione, per qualche momento la gioia, quindi l’odio e così via. Quel regista è uno stronzo, ma ormai reagisco in maniera esasperata a qualunque cosa. Questa mattina avrei dovuto impostare due battute… preferirei suicidarmi!
Non si rassegnava ad accettare l’inarrestabile tramonto della vita, di essere relegato nell’oblio. Girare un western europeo non era la cura. Mi sembrava di impersonare Joe Gillis, lo scrittore-gigolò di belle speranze in Viale del tramonto, la prima volta che aveva incontrato l’anziana diva in disarmo: “Vi riconosco. Voi siete Norma Desmond. Eravate nel cinema. Un tempo eravate grande”. E la risposta della donna era stata glaciale: “Io sono grande. È il cinema che è diventato piccolo”.
Il titolo originale del film è Sunset Boulevard, ed è incentrato sulla relazione che si instaura tra un cinico giovane scrittore in crisi creativa, Joe Gillis (Holden), e una star del cinema muto, Norma Desmond (Swanson). Gran parte del pathos del film è legato all’incapacità di Norma di accettare che il suo tempo è ormai finito. Si prepara insensatamente a un ritorno sugli schermi che non si materializzerà mai. A nutrire il suo ego delirante è Max von Mayerling (Erich von Stroheim), il regista che l’ha scoperta, e che ora fa da autista e maggiordomo.
Il Sunset Boulevard, la strada, si estende dal centro di Los Angeles fino all’Oceano Pacifico. È associato all’era del cinema muto di Hollywood, un periodo di eccessi e opulenza, oltre a notevoli risultati artistici. La via principale era stata un simbolo dell’industria cinematografica sin dagli anni ’10 del Novecento, ed era la sede del primo studio di produzione della zona (così come di molti palazzi). Il “tramonto” che compare nel titolo, ovviamente, si riferisce anche al crepuscolo di questo mondo del cinema.
Pensieri alti, poi ebbi un’idea.
– Bennett, lei è proprio un mito della mia infanzia. Grazie per aver inventato l’urlo di Tarzan.
Mi buttai ai suoi piedi battendomi il petto e strillai quella specie di yodel.
– Mmmmmmm-annnnngannnnn-eeeeeee.
Bennett s’illuminò in volto, si drizzò in piedi e si denudò il petto.
– Ah, lo sa allora che non è stato quel crucco di Weissmuller. Comunque questo è l’urlo esatto: “Aaaaah-ah-ah-ah-aaaah-ah-ah-ah-aaaah!”.
Già, l’urlo era articolato in cinque fasi distinte: suono sostenuto seguito da modulazione, seguito da suono sostenuto a una frequenza più alta, seguito da modulazione, che riconduce il suono alla frequenza iniziale.
Mentre stavo pensando a tutto questo, la porta della roulotte si spalancò. Cristallo e Cleonte balzarono nella cabina come delle furie. Avevano temuto il peggio, ma trovarono due poveracci che si stavano reciprocamente battendo il torace.
Feci velocemente le presentazioni, anche se l’americano non manifestò grande interessamento. A parte la precisazione che Cleonte lo avrebbe diretto nelle scene.
A quel punto l’attore si trasfigurò, e cambiò portamento. Si guardò accuratamente attraverso lo specchio e lanciò un’occhiata al suo costume da pistolero sulla sedia.
– Bene signori, ora devo congedarvi. Devo prepararmi per le riprese.
Mentre scendevamo dal caravan percepivo, dal silenzio assordante che mi avviluppava, che il credito nei miei confronti era cresciuto moltissimo.

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Massimo Moscati
Massimo Moscati è direttore editoriale di alcune riviste B2B di un Gruppo editoriale italiano. Fra le varie esperienze, è stato script analyst per Reteitalia (riportando direttamente a Carlo Bernasconi). Creatore della serie mondadoriana Nero italiano, ha pubblicato – fra gli altri – Manuale di sceneggiatura (Mondadori), Benignaccio con te la vita è bella (Rizzoli), Ammazza che fusto con Alberto Sordi (Rizzoli), Breve storia del cinema (Bompiani).
Paolo Sorrentino, in un’intervista rilasciata a Barbara Polombelli (in Registi d’Italia, Rizzoli), ha dichiarato: “Avevo iniziato a scrivere storie come autodidatta: ho comprato i manuali di sceneggiatura di Massimo Moscati in libreria”.
Con Western all’italiana (Pan), ha pubblicato la prima intervista a Sergio Leone, più volte citata e ripresa in Italia e all’estero: il grande regista accolse un milanese diciannovenne per narrargli la sua Arte.
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