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5 - 50 racconti da 500 parole

5 - 50 racconti da 500 parole
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Consegna prevista Giugno 2022

In queste storie da 5 minuti da leggere dove/quando vuoi, puoi sorridere, sognare, commuoverti, perderti, arrabbiarti, riflettere o pensare. Tutto è relativo come lo è il tempo. 5 minuti possono non passare mai o non bastare.
5 minuti come il tempo necessario ad attendere l’infusione della tua tisana preferita o a misurare la febbre, a prendere una decisione o a tornare sui tuoi passi, a baciare qualcuno o a lasciarlo andare.
5 minuti possono bastare per sbirciare le cose, le questioni di questa nostra esistenza ma anche… la vita degli altri.
Perché il 5?
5 come le dita delle mani che trattengono i libri.
5 come i giorni lavorativi della settimana, quelli in cui si ha più voglia di evadere.
5 come le decine che servono per fare la summa dei racconti brevi di questa raccolta.
5 come i minuti necessari a leggere ogni singola storia.
5 come le emozioni di base (gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto)
5 come i minuti necessari a decidere se vuoi saperne di più?

Perché ho scritto questo libro?

Dopo aver scritto 6 libri di poesie, il mio romanzo d’esordio era pregno di prosa poetica. Questo ne caratterizzava lo stile, ma a volte la prosa risultava ingombrante per qualcuno. Ho iniziato per gioco a scrivere racconti brevissimi, da 500 parole, e l’ho fatto per allenare il dono della sintesi e per costringermi a condensare la struttura narrativa in così poco spazio. Ho iniziato e non ho smesso più. È stato facile passare dall’amore per la poesia a quello per i racconti brevi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Rette parallele 

 Alle superiori amavo studiare il piano cartesiano per la mia naturale predisposizione ad immaginare figure prodotte dall’unione dei puntini (i punti d’insieme), come se in matematica si potesse parlare del gioco che offrono la settimana enigmistica ed altre riviste sul genere: quello per unire i punti. La mia professoressa di matematica era molto interessata alle mie teorie fantasiose e all’uso che facevo delle rette e dei punti.  

La mia ossessione trovava il suo più grande culmine davanti al mistero delle rette parallele distinte che dovrebbero non incontrarsi mai. Dico dovrebbero perché io riuscivo a farle incontrare sempre. A quel punto, di solito, la mia professoressa, tra l’altro una donna bellissima –occhi neri, capelli neri e un’eleganza che ancora oggi ricordo- mi chiedeva per quale motivo le rette parallele coincidenti non riuscissero –da sole- a soddisfare il mio bisogno di incontro. Io glielo spiegavo ma la verità è che ancora oggi non so bene spiegarlo a me stesso. Quello che so è che avevo una cotta tale per la mia prof… e questo probabilmente era chiaro a tutti (anche a voi, da subito è stato chiaro –così credo-). Per me non era un problema che lo sapesse tutta la scuola, era un problema che lo sapesse lei e che ricambiasse la simpatia, diciamo così. Solo che –io e lei- eravamo destinati ad essere rette distinte anche se per anni ho cercato di unire tutti i puntini che potessero avvicinarci. Di fatto, questa storia, credo abbia segnato la mia esistenza perché ancora oggi sono ossessionato dalle cose che sembrano destinate a non incontrarsi. Dico “sembrano” perché spesso le mie profezie o i miei sforzi di farle incontrare… funzionano.  

Continua a leggere

Continua a leggere

Ho pensato a questa storia dopo essere arrivato davanti alla porta di casa tua, a due minuti e trentasette secondi dalla tua uscita.  

2.37’ è più o meno il tempo che ho impiegato a salire le scale ma anche lo stesso che tu hai utilizzato per uscire e prendere l’ascensore.  

Le sorprese non riescono sempre col buco (proprio come le ciambelle). Tuttavia, fermo e convinto di volerti rivedere ti ho aspettata a lungo per poi andare via cinque minuti prima del tuo ritorno e mancarti per poco…   

C’ho riprovato il giorno dopo, sempre con la stessa modalità: ho chiamato a casa per vedere se c’eri e c’eri. Ho attaccato senza dire nulla e mi sono precipitato davanti alla tua porta in 2.37’, visto che abitiamo nello stesso palazzo. È incredibile che io non sia riuscito a vederti neanche quella seconda volta.  

Invero faccio questi tentativi da anni ma le nostre rette sono ostinate.  

Oggi però è un giorno diverso, è il giorno in cui unisco i puntini del mio piano poco cartesiano.  

Ti chiamo. Mi rispondi. Ti parlo. Esco di casa. 2.37’ di telefonata. Suono il campanello. Mi apri. Volevo solo dire che ti amo. Lo dico al telefono mentre ti guardo negli occhi. Piangi, poi mi abbracci e… abbracciarti vale tutto.  Ecco, è così che ho cambiato il destino di quelle ostinate rette.  

La lettera 

La frase del giorno, postata sul mio profilo social preferito, ha rammentato che tutto ciò che esiste getta un’ombra. Ovviamente citava Neil Gaiman. Leggendo questa frase non ho potuto fare a meno di fermarmi bruscamente, come quando dimentichi qualcosa e t’impali rapita da una manciata d’immobilità. Lo fai per contattare la prontezza che serve ad invertire la rotta, a ricordare, a cercare… Mi sono impalata per fissare la frase in testa.  

Ho riposto il telefono e percorso fino in fondo una lunghissima strada alberata, alla fine della quale ho potuto comprendere il senso della frase appena letta ma… procediamo con ordine.  

Ho sempre avuto una folgorante passione per l’ombra. Certi momenti, lo ricordo bene, io e P. come anche io e V. ammiravamo la bellezza delle nostre ombre. Lo facevamo finché l’estasi (a volte la noia) non fosse insopportabile. L’indefinito contenuto di quella macchia nera dai contorni suadenti, appiccicava per ore la mia vista alle ombre ma questa per adesso è un’altra storia.  

Posso dire che l’ombra non è solo quello spazio oscuro dovuto al mancato passaggio della luce, quanto piuttosto il recondito che abita tutte le cose e che, prima o dopo, ci fa visita.  

Mercato dell’usato: la bancarella numero sette mostrava una grande quantità di giacche e cappotti, per lo più di pelle. Odiando questo tipo di tessuti non c’era motivo di fermarmi, eppure…  

Al principio, l’uomo col turbante m’ha chiamata con un’espressione un po’ sbilenca, mimando un fragile “ehi girl”. Non so perché mi sono voltata ma l’ho fatto. Stavo per continuare a camminare quando l’ho visto: il doppiopetto a scacchi di un colore indefinito. Da lontano avrei giurato che mostrasse la tinta della notte prima dell’alba. Poi mi sono avvicinata ed invece era un po’ violaceo. È stato come un fremito. L’ho afferrato. L’ho indossato. Doveva essere mio. Ho chiesto il prezzo (era elevato). Arrivederci e grazie. Me ne stavo andando quando nel toglierlo ho visto una tasca interna dal cui angolo penzolava un filo rosso. L’ho tirato. Era un cordino per orologio. Ho sorriso.  

La cosa straziante è stata vedere un lembo di carta fare capolino dall’interno della tasca stessa. Surprise!  

Ho esordito con “ehi man”, ho chiesto uno sconto sfacciato, ho insistito (comandato, quasi). Non sembravo io. Alla fine l’ho spuntata.  

Il viale alberato percorso all’indietro, trattenendo il fiato, sembrava sospeso.  

Mi sono fermata sull’ultima panchina, non potevo resistere oltre. Ho aperto la tasca e l’ho ritrovata -la lettera, quel lembo consumato di carta ingiallita-.  

Ho prelevato l’oggetto: una busta affrancata, mai spedita. L’ho aperta chiedendo scusa (non sapevo e ancora non so, a chi). L’ho letta. Ho pianto ed ho pensato alla frase di Neil Gaiman.  

Il mittente era un uomo che scriveva al suo amante confessando d’averlo visto con un altro. Una confessione spudorata, dettagliata, capace di mostrare il dolore eterno mai condiviso con nessuno, prima di me.  

Ho stretto tra le mani la lettera mai spedita, non sapendo nulla della sua storia e tutto del suo peso e della sua ombra.  

Il nodo viola 

Ho sempre pensato che ritrovarsi fosse quanto di più vicino ad un rivolo. E con la parola “rivolo” intendo proprio un piccolo rivo, come anche un rivolo di sudore, di sangue e magari di lacrime.  Poi dall’idea che il ritrovarsi fosse qualcosa di piccolo mi sono spostata alla certezza che fosse qualcosa di veloce. Insomma, ritrovarsi è un attimo, no? Paghi il conto e all’uscita del ristorante… ci si ritrova. Oppure, vai in vacanza e sul bagnasciuga schivi la pallina dei due giocatori di racchettoni ed ecco che -proprio su quell’asciugamano parcheggiato troppo vicino alla riva- ci si ritrova.  Oppure, ancora: dentro al negozio di un centro storico X, non può succedere di ritrovarsi? Succede ed è veloce, molto veloce. Poi un giorno questa certezza, per fortuna, come molte delle mie certezze, si è sgretolata. Perché ritrovarsi non è mai una questione di casuale velocità e se lo è, ci si è persi in un senso diverso. Voglio dire che per perdersi non si deve per forza andare lontano o dividersi “fisicamente”, ci si può perdere in ogni attimo, in ogni momento della quotidianità senza sapere come sia successo. Quando succede, ritrovarsi non è un attimo, non è per caso. È piuttosto un processo, un movimento, qualcosa di molto lento che lavora per farsi spazio. Potrebbe essere che –in questo senso- quell’idea di rivolo possa tornare utile. Sì, perché per ritrovarsi ci vuole qualcosa di piccolo che con sudore possa riportare ossigeno alla stasi.  

Oggi ho avuto un rivolo per pranzo: mangiavo da sola, assorta nei miei pensieri (e non so se è un cliché o una delle abitudini più deleterie del pianeta) quando all’improvviso alzando gli occhi… c’eri! A me veniva da piangere perché i rivoli sono anche di lacrime. Allora questa storia dovevo scriverla per non perderla, perché a mettere insieme i rivoli si arriva al ruscello, al torrente, al fiume e poi magari al mare… fino all’oceano?   

Mi sono appena ricordata di un signore distinto, conosciuto molti anni fa. Era un po’ strambo, invero, però un giorno fece una cosa che marchiò i miei ricordi: tirò fuori dalla tasca un fazzoletto con un nodo. Poi mi guardò e disse: era per non dimenticare quello che dovevo dirti. Dentro di me ho pensato, un po’ timidamente, se per caso lo avesse scritto nella stoffa ed ero io a non vederlo… non l’ho mai capito.  Però questo gesto antico mi ha fatto pensare a mia nonna che per me è sempre una cosa bella. Allora ho cercato un fazzoletto –che fosse del mio colore preferito- per farci un bel nodo, così questo rivolo per pranzo non lo scordo più. Avevo anche pensato di regalartelo, subito dopo averlo annodato ma… sempre a proposito di mia nonna, lei diceva che non si regalano i fazzoletti. Allora se sei d’accordo la risolviamo così: io adesso mi alzo e vengo a chiederti se vuoi conservalo per me nel tuo cassetto più bello –il mio fazzoletto, dico-. Se sì, te lo presto per sempre.  

Bugie in maschera 

 «Datemi una maschera e vi dirò la verità». Questa citazione di Oscar Wilde è molto più antica del suo fautore. Risale alle origini del Carnevale e ci racconta delle attitudini dell’essere umano a celarsi il volto. Attitudini che ci appartengono culturalmente.  

Se è vero che –come tradizione vuole- durante il Carnevale ci si priva della carne (riferendosi all’ultimo banchetto prima della Quaresima), è anche vero che in questa occasione ci si priva della propria falsa identità o, per meglio dire, delle proprie inibizioni. Sì, perché non è vero che ci si maschera da quello che non siamo ma ci si maschera per tornare ad essere quello che siamo e io questo l’ho capito bene. Quando? L’ho capito quando ho conosciuto G. un uomo vuoto quanto affascinante: talmente tanto da essere considerato un vero e proprio Don Giovanni. Non un Casanova, badate bene. Intendo un vero e proprio Don Giovanni!  

Per chi non lo sapesse (cosa insolita, credo) vorrei specificare che seppur usualmente si tenda ad accomunare un Casanova a un Don Giovanni, non c’è niente di più sbagliato. Entrambi hanno avuto molte donne, è vero… solo che Casanova le ha amate tutte; Don Giovanni, nessuna.   

Queste cose, quando le leggi, quando le ascolti, non te le dicono per bene e –anche se lo facessero- probabilmente sarebbe difficile sperare in una sorte diversa.  

Comunque… ho conosciuto G. una notte di molti anni fa, durante il Carnevale di Rio. Sono stata con lui perché non ho potuto fare altrimenti e mi sono aggrappata come una ragazzina alla sua poco innocente promessa. Tornerò -aveva detto vedendo spuntare l’alba-  Tornerò a farti visita durante la parata di rito della tua città.  

Abito a Venezia da sempre e qui il Carnevale ha una certa importanza. Le persone che arrivano e per l’occasione si radunano ovunque, soprattutto in piazza San Marco, sono davvero molte; eppure io -da sei anni ormai- scendo a sfilare, nel cuore della parata, per cercare G. oltre tutte quelle persone. Quest’anno però è un anno diverso, sarebbe il settimo anno e non solo mi sento più sciocca del solito ma ho deciso che per avere più possibilità di trovarlo o almeno di vederlo, avrei dovuto cambiare tattica. Far parte di un carro navale o di una gondola a tema con la scritta “cercasi G. per appassionate frustate” mi è parsa una buona idea e –in effetti- lo era ma… per altri fraintendibili motivi, forse.  

Il problema vero è che spesso la caparbietà viene premiata ma quel premio non sempre è giusto o non sempre dona la ricompensa cercata.  

L’ho visto G. da lassù –o almeno questo è quello che i miei occhi sembrano aver visto-.  

Ancora adesso, mentre mi muovo meccanicamente tra i rumori della folla, non so se sperare in una forma di allucinazione perché di fatto, senza disattendere le mie più grandi ansie, G. c’era davvero… appoggiato alle gonne della sua amante di turno. Era giunto a Venezia solo dopo aver dimenticato –come tutti i bugiardi- la sua infima promessa.   

L’angolo del giardino  

 Il giardino della mia infanzia ha un angolo, un’incurvatura che impedisce la visuale a chi viene dal cancello, dalla strada. Da giorni ormai accarezzo quella curva con il mio corpo, con le gambe -percorro, quindi, la curva intera e lo faccio con l’angoscia nel cuore-.  

Anche oggi sono qui. Mi fermo un attimo nel punto esatto dove la curva termina, prendo fiato e la guardo, la vedo, la donna sulla sedia a dondolo che guarda l’albero di limoni o forse guarda la valle oltre le foglie. Mi avvicino ma… niente da fare. 

Gli occhi grandi mi scrutano come fossero sgomenti. Posso aiutarla, mi chiede la donna. Rispondo che no, non può farlo (lo dico sottovoce). Lei mi invita a ripetere, aggiungendo che è un po’ sorda. Fa un sorriso. Cercavo sua figlia, dico ad alta voce. Mia figlia? Di nuovo gli occhi sgomenti.  

Finalmente sbuca C. (la badante) dalla porta di casa. Saluto la donna e mi dirigo verso di lei. Arrivata ad una distanza abbastanza ravvicinata abbasso gli occhi, perché mi viene da piangere. C. mi appoggia una mano sulla spalla (ha pena di me). Mi chiede notizie e io sospirando le dico che –no- oggi non mi ha riconosciuta.  

Nella fase di declino cognitivo aggravato (cioè quando il morbo di Alzheimer risulta essere moderatamente grave o in fase media…) il paziente dovrebbe non ricordare i nomi ma i volti sì. E invece –di tanto in tanto, seppur raramente- mia madre non mi riconosce. Temo che il lento ma progressivo decadimento delle abilità cognitive, sia ormai giunto alla fase terminale. Lo sapevo, certo, ma come posso abituarmi a questo? Come?  

Prima di entrare in casa guardo mia madre, ha lo sguardo perso oltre il suo amato albero di limoni e… quel peso al centro del petto, quell’angoscia così preminente, torna a prendersi la totalità del mio cuore.   

Stanotte ho fatto un sogno bizzarro, forse… un’intuizione?  

Ho sognato un uomo interamente vestito di bianco, un Guru della meditazione. Mi diceva che dovevo imparare a meditare. Perché? (Gliel’ho chiesto nel sonno). Lui non me l’ha spiegato verbalmente ma, per tutta risposta, mi ha appiccicato un foglio sugli occhi, mettendolo davanti a me ad una distanza infinitamente piccola rispetto alle palpebre.  

Cosa vedi, m’ha chiesto.  

Beh, molto poco… ho risposto.  

E se lo sposto qui? (ha ribadito ancora, allontanando il foglio diversi centimetri più in là). Ecco, così lo vedo e lo leggo, ho aggiunto io.  

Dopo essermi svegliata, questa metafora ha permeato dentro di me: “allontanare le cose per vederle…”. 

 Oggi, ferma davanti al cancello della casa dove sono cresciuta, ho deciso che avrei percorso la curva in modo diverso. Mi sono accovacciata per poi sbucare timidamente dall’incurvatura, facendo capolino. La donna assorta è quasi saltata dalla sedia (questa è una cosa che facevo sempre da piccola e tanto è bastato per strapparle un sorriso).  

Così mia madre, oggi, finalmente, mi ha chiamato per nome allargando le braccia. Forse non è molto ma è qualcosa: qualcosa che adesso mi fa felice.   

Ines 27-01-1914 

Mia nonna si chiamava Ines. Non era spagnola, non era mora, non era magra. A pensarci bene non aveva nemmeno la pelle molto liscia. Aveva i capelli “cacio e pepe”, come li chiama ancora oggi mia mamma, le mani rugose sul dorso, morbidissime all’interno, gli occhi celesti e le braccia grandi che le nonne hanno.  

L’ultima storia che mi ha raccontato era una “faletta” che faceva paura: lupi mannari, lune piene, porte cupe e un mistero fitto di suspense.  

Le mie orecchie, quelle di quando ero piccola, non erano pronte a sentire storie così. Forse per questo li temo: i licantropi, dico.  

Nella parete più piccola della cucina dove vivevamo tutti, anche mia nonna, c’era un calendario fissato al muro con una puntina rosso ruggine.  Un giorno ormai lontano segnava la data dell’otto dicembre 1984. Voi dov’eravate quel giorno? Io ero in casa, non avevo più di otto anni e litigai con mia nonna. Perché? Beh, vi sembra ragionevole che il cartone animato X, a otto anni, abbia una sacrosanta priorità sulla telenovela Y? L’aveva! DOVEVO vedere quel maledetto cartone almeno quanto lei doveva vedere la maledetta puntata della sua serie preferita. Litigammo. Da allora odio la parola “dovere”, le telenovelas e i licantropi.  

Quel giorno, qualcuno bussava alla porta. Non era un licantropo ma mi faceva paura perché, pieno di barba e baffi, si portava via mia nonna senza che potessi scusarmi con lei per quel litigio. Voleva un bacio, me lo ricordo, ma una bambina arrabbiata punta i piedi e si nasconde sotto al tavolo. Così se ne andò in ospedale senza che potessi salutarla. Una settimana dopo non fu più possibile darle quel bacio. Era il quindici dicembre del 1984, il giorno in cui mia nonna smise di raccontarmi le favole. 

Ventisette minuti mi dividono dall’inizio del film che non vedrò perché “per la sala tre è tutto esaurito”.  

Raggiungo la mia amica: “Ehi Ro, sala piena!”.  

E adesso, il popcorn? Mi chiede lei mentre le sue mani pescano il mais appena scoppiato lasciandole l’unto sulle dita (mi ungo le mani anch’io…).  

Decidiamo di vedere un altro film: uno che hanno scelto in pochi. Dopo circa due ore ho gli occhi gonfi per davvero. Il film non era interessante, probabilmente era anche brutto. Non so se ho avuto più paura del licantropo che figurava nella storia o del ricordo che ha portato.  

Si chiamava Ines, mia nonna. Raccontava le storie più belle e paurose che ogni sera le mie orecchie non potevano fare a meno di ascoltare. Il film invece non ricordo come si chiamasse ma per fortuna l’ho visto. 120 minuti di mani unte, occhi gonfi e guance bagnate da tutte le lacrime che non avevo ancora versato per la morte di mia nonna. 

Oggi ricorre il suo compleanno: 27.01.2011. Lo avevo dimenticato, almeno quanto avevo dimenticato dove si nasconde il coraggio di piangere per le persone che ami. Me lo ha ricordato un cine licantropo o chissà che non lo abbia mandato lei per ricordarmelo.  

 –

La madrevite sul cuore 

In un tempo lontano in cui le filiere erano temprate dalla lega d’acciaio per filettare, sagomare superfici esterne, la madrevite a forma di anello che le costituiva mi ha sempre affascinato. Una lega d’acciaio per legare i miei occhi fissi sugli elementi di tipo cilindrico. La verità è che, pur non conoscendone esattamente il motivo, ho una passione per le fedi. Qualcuno dice che io abbia tentato di sposarmi più volte per questo motivo. Come spesso accade, la verità si trova esattamente nel mezzo.  

Ci sono momenti e sentieri sui quali, per diversi motivi, è bene fermare l’obiettivo -o l’occhio- oggi è esattamente quel momento: sto per sposarmi di nuovo (o per non sposarmi) e credo sia l’ennesima volta. Questa giornata non è fatta solo di sentieri, obiettivi e momenti ma è fatta di usci. Voglio dire che ci sono tante porte, tanti passaggi che mi impediscono di raggiungere quella soglia. Vedo già l’altare, lo sposo e puntualmente sembra che io debba passare ancora per quel giro di boa che somiglia ad un dejà vu.  

Ti sposerai stavolta, vero?  

La mia damigella d’onore è sempre la più preoccupata ché lei la verità la conosce davvero.  

Quando ti danno della sgualdrina non considerano la tua fede (non quella al dito ma quella che ti inchioda l’anima al vero amore).  

Quando ero piccola mi raccontavano la storia di una “madame” che per mille vite ha amato una sola anima. Certe storie ti anestetizzano il cervello. Molto più probabilmente certi incontri ti rendono impossibile avere una vita uguale a quella delle altre donne.  

Non si può amare in modo totalizzante più di una volta, ci possono essere tanti amori nella vita ma ce n’è uno che ti sconvolge: ti lega cuore e viscere -e midollo-. Ecco io quell’amore lì l’ho incontrato e quando m’ha lasciata nuda e sola non sono stata più sposabile. Ma questo quando ti forgiano un anello a misura… è difficile da dire. Il mio anulare sinistro è così piccolo che nessuno sposo ha mai trovato la misura disponibile.  

Ogni volta che farfuglio un canto tutto mio o provo a spiegare cosa è accaduto quell’anno, quello del primo matrimonio mancato, succede che mi ritrovo a parlare con la curandera del villaggio…  

Tu credi che sia pazza, vero?  

Guardo la mia damigella d’onore e comprendo che stavolta anche lei ha pena di me. Perché? Beh, lei lo sa che non mi sposerò neanche oggi.  

Andrò via.  

La guardo e le dico che andrò via, sì. Stavolta andrò lontano e succederà tra sette minuti, perché quella soglia non potrà mai più avermi. Il mio anulare sinistro è stato maledetto dalla gitana con gli occhi neri che per gioco ha girato la sua gonna invitandomi a danzare.  

Mi tolgo le scarpe imperlate e non potendo rinunciare alla lega d’oro bianco che mi cinge il dito, porterò con me anche questo anello come se ognuno dei cerchi che mi ha condotto fin qua fosse un disegno preciso della mia mancata vita futura, quella andalusa.  

Attendere 

Attendere.  

Chi dice che nell’immobilità non si fa nulla, mente! L’ho imparato quando ho perso l’uso delle gambe. Non mi è mai importato di spiegare questa prospettiva agli altri, poi sei arrivata tu ed è come quando si sceglie la persona giusta da portare al mare. T’ho scelta perché invece di dirmi il tuo nome m’hai chiesto di che colore era il cielo. Verde (come i tuoi occhi) -ho detto- e da questa risposta hai capito che mi ero innamorato di te, all’istante, come la folgorazione o la morte rapida di un veleno letale.   

Attendere, come fossi il fondo di una clessidra, il primo granello di sabbia che scende fino a toccare la base del vetro. Immaginare cosa significhi quel piccolo tonfo ché il granello che tocca la superfice piana trasparente è per me una forma di estasi tutt’altro che impercettibile. Se lo immagino sento un moto che dentro al petto rimbomba.  

Attendere la nuova luna, cavalcando il tempo, ingoiando la sabbia delle mie stesse clessidre. La verità è che l’ho persa, la luna. L’ho persa nel risvolto tecnologico che mi costringe a stare online (oltre il vetro dello schermo non c’è attesa. Tutto è veloce e costringe i miei occhi a tremare stanchi).  

Quando guardo l’orologio attendo che le due lancette, quella grande e quella piccola, si tocchino, perché questo mi provoca uno spasmo, un moto ondoso. Vago con i pensieri, in una forma d’agitazione costante. Immagino scogli sui quali infrangermi mentre resto inchiodato alla battigia.  

Attendere il cielo che scolora lasciando il posto al buio pesto della notte e viceversa. Attendere il chiarore leggero dell’alba, lo scroscio finale della pioggia e il rumore del tuono dopo il lampo; l’aumento di salivazione che segue l’odore di agrume e le cose nuove che non posso afferrare, fermo in questa prospettiva che da troppo tempo mi fa male.  

Attendere, la grazia di un tuo bacio che mi sfiora le labbra per poi calcarne il perimetro. Le tocco adesso: metto l’indice sulla bocca e chiudo gli occhi, come se quel dito potesse mimare il gesto di spegnere la luce al tatto deciso dell’interruttore. Guardando fisso il tuo letto attendo che tu possa svegliarti dolcemente, come se Dio mi avesse chiesto di vegliare il tuo sonno.  

Attendere che l’odore di mandarino svanisca dalla punta delle dita, che tu voglia sentire una nuova storia, una parola alla volta, come se il tempo fosse denso e lento. Attendere il mercoledì, il giorno in cui il dottore arriva e tu stai meglio.  

Attendere il momento giusto per compiere un miracolo. Questo momento è adesso: hai sete e io so che quel sorso d’acqua non può aspettare o la febbre ti prenderà di nuovo.  

Attendere che l’inerzia coltivata negli anni mi esploda dentro e mi permetta di urlare fino a raggiungere il pavimento con uno scatto di reni. Esplodo: arrancare, strisciare, grugnire, compiere impercettibili movimenti perfino con le gambe “morte”. A costo di morirci, in questo esorbitante sforzo, ti raggiungo perché… adesso basta: non posso più aspettare.  

 –

Yaguar’s perfume 

Quando ho scoperto la tattica di caccia del giaguaro (Panthera Onca) che consiste nel balzare addosso alla preda per frantumargli il cranio con un morso, ho pensato seriamente a quel balzo.  

La sveglia continua a suonare e sembra portare il ritmo dell’acqua che sbatte sul pavimento. Piove.  

Mentre il senso di fame mi preleva dalla voglia di dormire ancora, mi sollevo dal letto. In posizione semi eretta, con tutte e due le orecchie in ascolto, mi accorgo che non è l’acqua a sbattere sulla strada, sulle cose, quanto piuttosto lo scendere del liquido in picchiata verso terra ad emettere un fruscio simile a una nenia. Ne resto sempre impressionato. Quest’ululato è simile a quello che fa la cappa, la mattina, quando cucino le uova. Ecco, giusto, le uova. Ho fame.  

Da molti mesi mi sveglio da solo perché tu sei andata via. Il mio amico G. dice che la verità è un’altra: sono io che t’ho mandata via. Io gli rispondo sempre che essere due è difficile perché non abbiamo imparato ad essere uno e questo di solito è il momento in cui G. mi dice che io e la mia filosofia abbiamo sconfinato la sua dose di pazienza. In realtà lui è molto più filosofico di quello che mostra nella quotidianità, solo che le massime gli danno noia. In effetti annoiano anche me ma oggi è un giorno particolare. Se il tempo fosse trascorso diversamente, se gli eventi fossero stati diversi, oggi avrei dovuto (potuto?) sposarti. Questa data l’avevi scelta tu perché il numero otto, proprio come sempre si dice, ricorda l’infinito e trasforma le date in numeri magici. 

Ad ogni giorno che passa mi accorgo che la doccia è il mio sliding doors per eccellenza. Può lavare via l’effetto dell’onirico rimasto incastrato tra le palpebre degli occhi oppure ovattare la realtà come a farne un bozzolo dove restare rifugiati, al sicuro. Al sicuro da chi? Da che?  

Come fossi il più piccolo degli insetti mangio la mia stessa seta secreta dalle ghiandole labiali o dai tubi malpighiani ponendo fine a questa lunga metamorfosi che mi costringe in casa da giorni. Confesso che… potrebbero anche essere passate settimane.  

Mi accingo ad uscire e sono costretto a rientrare due volte. La prima perché ho dimenticato le chiavi della moto, la seconda perché non ho lavato i denti.  

Lo specchio dell’ascensore dice che ho messo una maglietta verde, la tua preferita invero. All’improvviso, come se il tempo fosse un buco nero all’interno del quale deambulare, mi ritrovo sotto casa tua ma non sono consapevole di come sia accaduto. Ricordo solo l’inserimento del casco che mi ha graffiato la faccia e il rumore del motore. Ora che sono qui mi accorgo di esserci venuto a morire.  

Parcheggio.   

Sento il tuo profumo arrivare da dietro e balzarmi addosso, frantumandomi il cuore con un morso. So bene che quando mi volterò, tra un secondo, il mio cuore frantumato smetterà di battere e io sarò ormai morto.  

Ciao straniero, che ci fai qui?  

 [Tump] *

 

 

* Glossario del fumetto: rumore sordo di qualcuno che cade a terra 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Loretta Sebastianelli
Sono nata una mattina d’estate del 1974, in una cittadina dei Colli Albani. Ho iniziato quindi ad avvicinarmi al mare dove dieci anni fa sono venuta a vivere. Mi ritengo una scrittrice ostinata e prima di tutto una sognatrice. Incoraggio le mie visioni fantastiche e interpreto la realtà, un po’ come tutti.
Percussionista e giocoliera ho una grande passione per il ritmo. Dopo un lungo percorso in poesia che ha portato alla pubblicazione di sei raccolte in versi, ho esordito in narrativa nel 2013.
Art Counselor e Writer Coach, ho scritto 15 libri e da 10 anni aiuto le persone a scrivere… quando tutto è "una lunga storia" ne capisco il motivo.
Loretta Sebastianelli on FacebookLoretta Sebastianelli on InstagramLoretta Sebastianelli on Wordpress
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