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Consegna prevista Marzo 2022
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Attraverso la vivida scoperta del suo essere emozionale, un uomo (senza nome) ritrova una nuova consapevolezza di sé. È un viaggio di rinascita che lo accompagna dal proprio annientamento a un nuovo stato di coscienza.
Il passaggio da un’emozione all’altra è scandito da alcuni momenti di lucidità e da alcuni sogni che tratteggiano altri elementi della vita emotiva e intellettuale del protagonista.
Questi passaggi sono identificati come dei “sopra”, in contrasto con l’esplorazione delle emozioni – i “sotto” – e dei “sogni”, che rappresentano il legame dell’uomo col passato, con i desideri e con l’inesplicabile.
Il titolo del libro, “512411”, rappresenta i contenuti del libro:
5 sopra
12 sotto
4 sogni
1 sottosopra
1 ripensandoci
Il “sottosopra” rappresenta l’inversione della direzione che, dalla morte, conduce alla rinascita.
Il “ripensandoci” è il pensiero finale di chiusura del romanzo.
Non è un romanzo convenzionale; apre ampie porte alla riflessione e all’ascolto di sé.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dalla voglia di esplorare e condividere col lettore il complesso e imperscrutabile mondo delle emozioni: quei misteriosi e tormentati stati dell’animo umano che ci spingono a essere, a fare e a diventare chi siamo e chi saremo.
512411 è la concretizzazione del desiderio di far diventare le emozioni le vere protagoniste di un libro, anziché accompagnare nello sfondo, come succede sempre, le vicende dei personaggi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nota dell’autrice

Il titolo, apparentemente criptico, è in realtà molto semplice. Non è altro che il riassunto dei contenuti del libro:

5 Sopra

12 Sotto

4 Sogni

1 Sottosopra

1 Ripensandoci…

Forse ti chiederai sotto o sopra a cosa.

Non voglio svelarti il senso e il significato del libro; se avrai la curiosità, la voglia, il tempo e l’impulso di andare avanti nella lettura, lo scoprirai. Ma non solo. Avrai la possibilità di decidere tu, secondo la tua sensibilità e i tuoi paradigmi mentali, sopra o sotto cosa ti stai inoltrando.

Buona lettura.

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Vita

Non posso continuare a vivere con questo estraneo. Sono vittima di una suddivisione iniqua della vita che mi passa accanto, mi sfiora accartocciando la pelle e risucchiando le forze; mi imprime nella carne il suo marchio; mi deturpa con le sue cicatrici.

Mi chiede il pagamento di un affitto che diventa sempre più esoso, per poi lasciarmi languire, spossato, tra queste quattro mura, sporche e fetide, in attesa di essere sacrificato.

All’altro invece è destinata la luce, la consapevolezza del suo essere uomo.

Lo odio.

Lui è quel pezzo di me che mi manca, da sempre, strappatomi chirurgicamente dall’inizio dei tempi. E io sono condannato a cercare per sempre quell’osso mancante.

Siamo sempre insieme, anche se mai vicini. Mi segue, mi perseguita. Cosa vuole da me? Io non ho niente, se non questo corpo stanco e annoiato. Lui ha tutto, eppure sembra che ancora non gli basti, come se avesse bisogno di me per vivere.

La cucina emerge a tratti alla mia vista. È in balia dei capricci di questa unica lampadina che sta morendo, e pende,  ondeggiando, spinta da odiose raffiche di vento che irrompono attraverso la finestra sgangherata; sembra divincolarsi dal cappio che la tiene prigioniera, senza pietà.

Una coscia di pollo freddo è appoggiata sul piatto vecchio e scheggiato; mi aspetta con calma, rassegnata al suo inevitabile destino. Forse sarà graziata. Non ho fame. So che devo nutrirmi per mantenere in vita questo corpo. È l’unica cosa che ho.

Un picchiettio, un segnale intermittente e monotono, regolare. Lo sento sempre. Dicono che sono segnali radio con cui trasferiscono messaggi in codice. Ci spiano in continuazione. Chi ci spia? Come? Perché?

Quanto, e in che modo, a qualcuno interessa la mia vita scialba e opaca, inutile e vuota?

No. Le trame assurde non mi seducono. Non credo a queste fiabe per intellettuali inclini alle teorie complottiste.

Questo suono sordo è l’eco del mio cuore stanco che avrebbe voglia di vita. Mi asseconda col suo ritmo nella mia costante follia; e mi sopporta, benevolo, nell’illusione che un giorno io riesca a superare il dolore di esistere. E invece a me il suo suono provoca disagio. Respiro profondamente per cercare ristoro e lui aumenta il volume della sua musica per ricordarmi la sua presenza ingombrante. Tre etti di batteria assordante pronta a cambiare ritmo se solo decidessi di vivere.

Ho ricordi, ma non so se sono i miei.

Infanzia morbida e piena di sole. L’abbraccio tenero di una donna che mi protegge, mi racchiude nel suo corpo e mi accompagna. O forse no. Forse era tempesta.

E poi altri corpi, con più voluttà e meno amore. Hanno chiesto e preso, hanno rubato e finto di donare, hanno segregato e umiliato, e offeso, e poi condannato. E io ho subìto il gioco, pensando di essere un protagonista.

Non è vero. Questi ricordi sono una menzogna cerebrale che gioca a nascondino tra le pieghe del mio cervello.

Guardo la sedia e vedo il mio vestito buono, seduto vuoto, in attesa di essere di nuovo riempito domani, per andare in scena un’altra volta. Lì c’è anche la cartella di pelle consunta, gravida di pezzi di carta che violentano le vite di altre persone. Gioco a fare Dio per decidere con una mia parola la gioia o la disperazione di altri. E poi torno qui, ad ascoltare la mia angoscia che urla senza sosta.

Sono solo. Combatto ogni giorno con una folla inconsistente di comparse che hanno l’unico scopo di intralciare la mia strada; alcune mi guardano e ammiccano, nella speranza di attrarre la mia attenzione e il mio favore. Altre mi sfidano, mi costringono a fare passi falsi. Io ci casco quasi sempre, così posso odiare loro per la spietatezza che li muove, e me per la stupidità che mi accompagna.

Sono solo, e non riesco a capire il significato di questo perpetuo rincorrere il sole nell’attesa che ritorni ancora. E ancora.

E il cuore batte al suo ritmo. Sempre lo stesso. Da sempre, per sempre. Fino a quando non rincorrerò più il sole. E allora sarà luce. O buio.

La coscia di pollo si sta accartocciando su se stessa e io, guardandola, ne provo pena. L’addento. Sa di cartone, ma mi impongo di consentirle una fine dignitosa; la mangio.

E intanto penso con pensieri di pietra che schiacciano il presente, triturano il passato e nascondono il futuro. E i pensieri diventano la vita, perché ciò che penso è ciò che vedo, e ciò che vedo è ciò che vivo. Non esiste altra realtà se non quella che formo, consistente e pesante, nella mia testa. Io sono l’unico che vede la mia vita; e la vedo da dentro, riflessa nel fuori che mi attende e si espone alle vite altrui.

Il ticchettio continua, come il timer di una bomba pigra; una ballerina che conosce i passi, ma non riesce a prendere il tempo per iniziare la danza.

Ascolto con attenzione crescente e mi accorgo che il ritmo è estraneo al mio corpo, sovrasta il mio naturale segnale di vita e ne prende il posto, arrogante eppure discreto.

Diventa un rumore prepotente, assordante. Annienta tutto il resto e rimane solo per poter comandare tutto il mio essere.

Mi alzo e lo seguo, attratto dalla sua magia, schiavo del suo potere. Fino a questo momento non avrei mai sospettato di avere movimenti così agili.

Sono nello scantinato e devo per forza farmi guidare dal rumore che nasce lì, pur con radici acustiche molto più profonde.

Scopro la cantina della mia vita, dimora di ricordi che non riesco a raggiungere; rifugio di legàmi non percepiti; santuario di occasioni perse, di esperienze mai vissute. È tutto qui, in vetrina, su scaffali impolverati dall’abitudine e scheggiati dal cinismo che cresce insieme alla vita.

Odore di marcio, di muffa, di vite accatastate le une sulle altre in modo confuso come legna bagnata, inutile.

Mi guardo attraverso i resti incompleti di uno specchio vecchio che ha perso brillantezza: vedo qualcuno cui so di essere legato dal destino, eppure mi è estraneo. Anche lui mi guarda, curioso. Mi guarda con quei suoi occhi verdi come l’erba fradicia e marcescente; profondi, incavati, cerchiati di cielo. Sono occhi più buoni dei miei; loro nascono dal cristallo, i miei sono conficcati in una carne che ha vissuto; si spengono tra il grigio della barba e le rughe della pelle; occhi che spesso non vorrebbero più vedere.

Il ticchettio sordo continua, inesorabile. Mi chiama.

Bottiglie di vino e olio. Bauli di stoffe. Libri mai letti. Un burattino. Brandelli di me, ma anche di quell’altro che, invisibile, si annida in tutto il passato per farlo brillare più del necessario attraverso storie fasulle.

Quello nello specchio mi sorride compassionevole, abbassa lo sguardo con discrezione, impietosito dal mio disagio e dalla mia inadeguatezza d’uomo di fronte a ciò che, senza vita, è destinato a vivere più di me.

Il suono, ancora. Pare faccia parte del silenzio. Da dove viene? Qui finisce il mondo di questa casa. Eppure lui richiama verso una dimensione più profonda che non so come raggiungere.

Riesco solo a guardarmi intorno, ma non più in giù. Cosa c’è più giù, oltre la terra?

Io sono capace soltanto a cercare ciò che già vedo, alla mia altezza. Ogni giorno.

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Monica Becco
Nasco a Torino, il 4 dicembre 1963. Sono formatrice e coach, lavoro da oltre trent’anni sui temi dello sviluppo e della crescita della Persona; è una professione che amo, così come amo la scrittura.
La prima esperienza letteraria si intitola “Notre Dame de Paris: oltre il palcoscenico”, è datata 2004 ed è un saggio sulla gestione dei gruppi nato da un periodo di lavoro e di studio condotto presso la Compagnia Teatrale dell’omonimo spettacolo; il libro si aggiudica un premio al concorso letterario “Un libro per lo spettacolo”. Al saggio seguono altri tre romanzi; ora è il momento di “512411”, un libro in cui sperimento una forma di comunicazione letteraria diversa dallo stile che, sino a questo momento, mi ha caratterizzata.
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