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Abhaya, la non paura dell'Amore

Abhaya, la non paura dell'Amore
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Consegna prevista Luglio 2021

Luna, figlia del poeta Laurent e della fotografa Margherita, è una donna di quarant’anni e vive a Parigi. Quando aveva vent’anni è fuggita da una famiglia ingombrante, per le teorie poetiche del padre, dopo aver vinto una borsa di studio all’ Ecole des Beaux Arts ed è approdata alla Ville Lumière. Qui vive lavorando presso un negozio di antiquariato dell’amico Lèon, omosessuale. Una coincidenza inaspettata la mette in contatto con l’affascinante battitore d’asta Paul che la riporta al suo passato sempre contestato. Un premio letterario attribuito postumo al padre la costringe a ritornare nella casa di famiglia di Santa Margherita Ligure dove troverà il diario di maman Margherita che la porterà a scoprire il senso della vita e l’amore poetico per l’intero universo.

Perché ho scritto questo libro?

Ad ogni età della vita ci troviamo di fronte ad un bivio che ci obbliga a chiederci se crediamo nei nostri ideali. Mettendoci in ascolto un fatto apparentemente casuale ci può rimettere sulla giusta via intrapresa. L’incontro con un poeta di strada e la domanda: “Lei crede nella poesia?”, mi ha fatto riflettere che la propria esistenza ha un senso se si trasmette un messaggio di innamoramento per la vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mentre una frizzante bomba da bagno, di Lush, si scioglieva nell’acqua fumante di un’austera vasca, issata su quattro piedi di leone dorati, la sorte di Luna si preparava a mutare. Ancora inconsapevole di ciò, intanto che raccoglieva la lunga massa di capelli color della notte in uno chignon, lei  canticchiava la Marsigliese come era solita fare quando c’era una decisione da prendere: «Allons enfants de la patrie le jour de gloire est arrivè!».

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Inquieta e  pensierosa,quasi percepisse che la vita la stesse conducendo verso un rivolgimento interiore, sbottonava la  camicetta di georgette, sotto cui si celava un voluttuoso reggiseno a triangolo, taglia terza marca Brigitte, in pizzo e tulle rosa, la adagiava su una bergère rivestita di vecchio lino bianco e con mossa rapida  procedeva portando le mani dietro la schiena per slacciare i noiosi gancetti di quell’indumento che a Luna piaceva far intravedere lasciando sbottonati i primi tre bottoncini in madreperla dell’elegante camicia dal taglio maschile. «Oh, ce l’ho fatta», esultò sfilando quel reggiseno che faceva sognare con gli occhi chi lo sbirciava quando le stava accanto. Nel silenzio della stanza si udiva solo lo scroscio dell’acqua che, alla velocità di una cascata, scendeva rumorosa riempendo quella specie di tinozza immacolata. Il telefono anni sessanta in bachelite rossa, appoggiato in soggiorno sulla scrivania d’epoca  di legno color miele invasa da carte, foto e post-it, all’improvviso squillò ma lei, come al solito, non se ne curò. Dopo aver massaggiato i tondi seni e i grossi  capezzoli  con un olio al melograno proseguì nel suo lento denudarsi osservando, di tanto in tanto la sua nudità riflessa in un grande specchio argentato, con cornice in fou bambù, affisso a una parete rivestita da una carta in toile de jouy dai poteri calmanti. Rapidamente cercando di non farla inceppare, cosa che spesso accadeva quando era di fretta, tirò verso il basso la cerniera del suo Lewis 405  per poi farlo scivolare lungo i  robusti fianchi e quindi abbandonarlo sul ruvido pavimento di vecchie cementine di quella stanza da bagno adorna  di ampolle dentro cui vagavano olii e profumi che all’apertura scatenavano ricordi ed emozioni.Un brivido improvviso l’avvolse e il desiderio di entrare in quell’acqua tutta sua si intensificò. Fuori pioveva, le gocce che cadevano sul davanzale della finestra oscurata da due tendine su cui erano state ricamate le sue iniziali  ricordavano il suono secco dei tacchi di un ballerino  di  tip- tap. La pendola,  situata all’ingresso, da lontano riempiva coi suoi rintocchi il vuoto della casa e Luna, infilando i pollici a lato del minuscolo slip, impreziosito  da una rosa di brillantini, sollevando le anche prese a farlo scivolare lungo il bacino accompagnandolo con le dita. Mentre nella sua mente il tempo prendeva una forma pacata,  le mutandine, leggere e maliziose, indugiavano lungo  le belle cosce tornite per poi impigliarsi dispettosamente tra le mani, arrotolarsi su di esse, scorrere sulle gambe dalla pelle vellutata, accartocciarsi e infine cadere soffici sui piedi. «Oplà!», aveva esclamato inneggiando alla libertà con lo stesso cipiglio di quando partecipava ai raduni femministi. Di nuovo il telefono squillò ma come se nulla fosse, continuando a canticchiare la Marsigliese, proseguì nello sfilare prima l’uno e poi l’altro, un paio di calzini color carne orlati di pizzo  sotto i quali si trovavano piedi affusolati con unghie curate e laccate di un lucido rosso pompeiano. Ora era interamente nuda e immergendosi in quell’acqua  profumata, che la  Big Blue di Lush aveva reso una promessa di felicità, si lasciò andare con un sospiro di sollievo dentro il suo piccolo oceano. «Che pace, mio Dio, che pace!», pronunciò aprendo la bocca in un sorriso di sollievo illuminato dal candore di denti che somigliavano a una fila di perle. Il tepore dell’acqua la rilassava, socchiuse gli occhi e ondeggiando con il bacino ora avanti, ora indietro si lasciò trasportare tra i ricordi di un passato non molto lontano. Era la fine di settembre dell’anno 2005 e a Parigi l’autunno iniziava a preannunciarsi con qualche improvviso temporale accompagnato da un vento carezzevole e melodioso che con una musica discreta  trascinava in una danza le prime foglie ingiallite. Intorno ai boulvards  i caffè pullulavano di turisti all’apparenza spensierati  e Luna quel giorno, camminando spedita, finalmente era  giunta nella  sua armoniosa alcova con le pareti avvolte da una boiserie verde menta e da oleografie e dipinti di modeste dimensione scovati  tra i brocantes del Marais e i mercatini delle pulci. La sua era stata una giornata movimentata si era recata a un’asta per conto di Lèon, direttore di un prestigioso negozio di antiquariato nel quale lavorava, e  aveva ricevuto da sua madre una telefonata in cui le chiedeva, insistentemente, di tornare a breve in Italia, nella casa di famiglia di Santa Margherita Ligure, uno dei paesi più esclusivi della riviera di Levante dove i suoi occhi lampeggianti di adolescente si erano spesso tuffati nelle meraviglie di albe e tramonti portandone ancora un lucido ricordo. Il motivo era legato al ritiro di un premio letterario, in Sicilia, conferito postumo a suo padre poeta e per via di questo evento le chiedeva  di prendersi cura per una settimana  del giardino della sua villa che dall’alto della prima collina salutava il mare.

Quella dimora d’altri tempi, incastonata come un diamante nel punto più caratteristico del paese, era divenuta la sua ragione di vita.  « Bella, non c’è che dire, lo è veramente» ragionò Luna immergendosi nella fantasia di quel luogo in cui aveva trascorso memorabili estati,  «baciata dal sole com’è!».Gli scuri rossi , la facciata tappezzata d’edera, il glicine dal profumo zuccherino e pungente, il lungo pergolato di uva froimboise  e quella cucina, il confessionale di parenti e amici, da cui si usciva sollevati. Certo non era una cucina senza anima,  era stata il centro della casa fin da quando era bambina : il grande lavandino in marmo di Carrara, la cappa a camino di cemento da cui uscivano fumi di pesci abbrustoliti appena pescati, i fuochi in ghisa, le erbe aromatiche appese ad essicare raccolte da papà sul monte di Portofino, le grosse pentole di rame dove bollivano le marmellate fatte con la frutta del giardino, la piattaia con allineati i barattoli delle farine e gli stampi da budino, la credenza dallo stile conventuale che quando si apriva rilasciava note dolci e speziate, i mazzi di inebriante basilico di quell’ orto felice  che con zinnie e  pomodori rallegrava un pezzo di terra del giardino e quel tavolone in legno di noce, retto da quattro enormi gambe tornite, che non terminava mai, sempre ingombro di cesti intrecciati da artigiani locali ricolmi di albicocche,  fichi e regina Claudia, la prugna che a luglio proprio lei degustava con lo stesso piacere che ora le davano le praline di Godiva. Ogni stanza nascondeva una sorpresa e, come se in quell’istante vi si aggirasse, Luna ne rivide ogni dettaglio: le fotografie  in bianco e nero di albe e tramonti scattate dalla mamma, i  deliziosi cappellini appesi sull’attaccapanni  rétro dell’ingresso, le torri di libri accumulati nel tempo, i mazzi delle  fresche rose giallo e arancio Meilland Bettina, la teatrale scrivania di papà sempre piacevolmente ingombra  di scritti e appunti come se l’ispirazione non avesse tregua, le marine del nonno pittore. «Non è un caso che lei ami quella casa più di me!  Dice  che  ha un suo respiro, leggero come un bisbiglio, che è sentimentale e anche magica.  Tutto vero ma … ». Le emozioni di Luna non riuscivano a placarsi  e continuando a rimuginare un po’ in italiano e un po’ in francese, come le succedeva nei momenti di maggior tensione, proseguì nel suo soliloquio . «Certo lì ci sono le sue radici e un po’ anche le mie ma lei ha dato a quel luogo un valore esagerato. Adoro anch’io quella casetta misteriosa acquistata dai nonni, sopravvissuta a ipoteche e pignoramenti, ma non ho voluto mai confessarglielo e forse non troverò mai il coraggio di farlo poiché so che è nei suoi pensieri di riportarla ai mormorii di un tempo quando lei e papà, giovani e belli, invitavano scrittori e poeti a trascorrervi l’estate loro ospiti». Il  rapporto tra Luna e sua madre anche se si amavano era complesso, erano due caratteri entrambi passionali  ma i progetti dell’una non sempre andavano d’accordo con quelli dell’altra anche se a volte lei ne recepiva l’influenza. Luna  era di una bellezza enigmatica, in famiglia dicevano che aveva una somiglianza sorprendente con sua nonna Fanny la cui bellezza, si raccontava, era capace di rovesciare il mondo.Come lei aveva gli occhi, ombreggiati da ciglia folte ed arcuate e dello stesso giallo cangiante  del foliage che ora iniziava a dare un tocco dorato  alla piazzetta su cui si affacciavano le finestre della sua mansarda. «Toglitelo dalla testa ! C’est ne pas possible!» aveva affermato al cellulare rispondendo   a sua madre prima di rientrare a casa senza neppure chiederle se stesse bene. « Poi figurati una settimana! Non se ne parla neanche. E dimmi, come si chiama questo luogo dove dovresti andare in Sicilia?» «Zafferana Etnea, è sulle pendici dell’Etna e qui tutti gli anni si svolge un importante premio letterario», aveva risposto euforica mamma Margherita cercando di convincerla con la sua  vocina suadente per poi aggiungere «E’ il primo premio che viene assegnato alla memoria di tuo padre. Non puoi infischiartene come al tuo solito. Sei crudele, non hai cuore ! Allora vai tu a ritirarlo , papà ha vissuto per quello in cui credeva. Con me verrebbe un giovane poeta  si chiama Delfino, ma di lui ti parlerò quando ci vedremo. Ti prego vieni, non si può non andare e questa casa non può stare chiusa, quando non ci sono succede sempre qualcosa di indesiderato. Lo sai come la penso in proposito. Le mie rose hanno bisogno di cure e d’amore, non posso abbandonarle nelle mani di persone estranee e neppure Tagore, il mio gatto, .Vieni, ti prego, mancherò pochi giorni. Laurent dopo tutto era tuo padre!». A questo punto, mentre un leggero rossore le imporporava le gote della sua pelle di magnolia, un pensiero malinconico la insidiò. «Lui, Laurent, mio padre! L’uomo brillante , fantastico,  che con versi melodici affascinava un pubblico che si ribellava a un mondo senza valori . E poi chi è questo Delfino? Forse un nuovo pupillo, per l’appunto il Delfino a cui passare lo scettro della poesia ? O uno da manovrare nei meandri della poetica di mio padre come avrebbe voluto fare con me leggendomi i suoi versi prediletti carichi di impegno morale», si domandò ancora Luna nel ricordo di quel papà poeta della natura che aveva  vissuto per la poesia infischiandosene dei soldi, dei critici e delle mode pur di restare fedele alla sua lirica in nome di una  rivolta per cambiare la coscienza delle persone. Dimenticarlo, dimenticare! Quelle parole pronunciate al telefono dalla madre le ronzavano nella testa procurandole un sottile risentimento e mentre assorta passava la spugna gonfia di schiuma sulle braccia e sulle  gambe, si ritrovò a ripensare all’asta a cui aveva partecipato quel giorno, al giovane battitore che sorrideva anche con gli occhi  e al prezioso comò del settecento che si era aggiudicata a un ottima cifra per conto di Lèon. Una severa  candela, a forma di busto di Napoleone, appoggiata su un basso tavolino laccato di nero  si consumava piano piano proiettando lampi di luce tenue sulle pareti e lei, ritornando con la mente  allo sconosciuto battitore   d’aste riprese  a vagheggiare tra il presente e il passato. Cercò, come poteva, di far chiarezza dentro di sé concludendo che avrebbe preso tempo sul da farsi, se andare o non andare a custodire quel luogo  delle meraviglie da cui a  vent’anni era fuggita prendendo un treno per Parigi. Aveva vinto una borsa di studio  per entrare all’Ecole des beaux arts e senza indugio aveva scelto di traslocare nella Ville Lumière ospite di Violette, un’amica del liceo. Quella città era sempre stata la sua meta prediletta, il padre  vi era nato e sua nonna, una  scrittrice di nome Fanny, aveva atteso invano il ritorno del marito ebreo fatto prigioniero dai tedeschi.Parigi era la gioia e il dolore mischiati insieme per via di certi aneddoti raccontati da papà sulla guerra e sugli ebrei ma era anche arte, cultura e trasgressione come raccontavano certi libri che in Italia non sempre arrivavano.  Mentre rifletteva sulla richiesta insistente di maman  a cui doveva dare risposta  fece scorrere nuovamente acqua fumante e come se il vapore dell’acqua calda l’ avesse avvolta in una nuvola di un cielo del passato andò con il pensiero ai suoi vent’anni , alle sue scelte di ragazza  determinata ad essere diversa dai suoi  soprattutto da quella madre  fotografa che oltre al suo lavoro non curava altro che le ideologie di suo marito contemplatore del mondo naturale. Anche lei era uno spirito artistico ma nel suo futuro non si vedeva nè fotografa né,  tanto meno,  poetessa, era lei e basta. Frequentando l’Ecole des beaux arts si era incuriosita dei maestri del passato  in virtù di un corso frequentato per il restauro e la conservazione di opere d’arte. La rapivano i dipinti che maneggiava e spesso se ne innamorava come quando si era imbattuta  in un’ odalisca bisognosa di cure che si supponeva fosse di Matisse. A quel punto aveva scelto che il suo futuro sarebbe stato nel mondo dei periti d’arte e con  tenacia si preparò per diventarlo. Aggrottando le arcuate sopracciglia  proseguì nel ricordare: «Maman, si ripetè, era ed è una sognatrice ed anche papà lo era con quei versi dedicati ai boschi, al mare, allo sbocciare di fiori di campo ma lui ormai se ne è andato lasciandomi col dubbio se la poesia sia una parola di verità. Per carità  ora la sua Margherita con quel premio in ballo torna con la  solita frase: muore il poeta ma non la sua poesia!»  Luna rifiutava quel mondo ma, in cuor suo, era consapevole che questo avveniva perché  temeva di non essere capace di lottare per esso e denigrandolo, con amarezza, proseguì nel suo affannoso soliloquio. «Ma sì , ok fate i poeti , illudete il mondo ma a me la vostra poesia ha fatto solo danni . Mi raccontavate un sacco di bugie con quei discorsi strampalati per convincermi a credere che dietro un verso c’è la gioia del cuore e che la bellezza è il vero segreto della vita. E intanto io non capivo più nulla. E poi quell’amore che papà cantava in tutte le salse, che follia! Ma esiste l’amore? E se esiste come è fatto? Cosa racchiude? Cosa dà e cosa chiede in cambio? Perchè io lo sto ancora aspettando»  Luna giunta a Parigi aveva cercato di ripercorrere le strade che aveva respirato in famiglia recandosi in luoghi di cui aveva sentito parlare come uno studio fotografico suggerito da maman e un salotto letterario dove papà Laurent aveva mosso i primi passi  e  fu proprio in quel periodo che incontrò quello che le sembrava assomogliare a quell’amore che nei versi di suo padre muoveva energie investendo l’intero cosmo. L’incontro con  George  era avvenuto nella prestigiosa libreria Auguste Blaizot, situata nei pressi dei Champs-Elisées, dove , ancora studentessa , si recava per delle ricerche. Era apparso  reggendo tra le mani un prezioso volume su cui  appariva una scritta in oro col nome del pittore che stava cercando. Si trattava dell’artista Henri Rousseau e il libro che intravedeva da lontano era proprio quello che doveva consultare. George  la osservava da qualche minuto con  occhi gioiosi e pieni di fuoco mentre le labbra si atteggiavano a un sorriso ironico. Più o meno sembrava avere la sua età , alto , coi capelli biondi, la fronte alta e ben modellata, gli occhi grigi, un volto dalla carnagione chiara e una barbetta a punta che gli conferiva una particolare sensualità. «Ha mai sfogliato questo testo, è una rarità?  Mi sembra che lei stia curiosando tra gli scaffali che  solo gli appassionati d’arte sanno apprezzare. O sbaglio?». Fu, così con fare un po’ insolente, che George entrò nella sua vita. Non era francese ma inglese come si poteva intuire dal suo abbigliamento decisamente rock e quel giorno era anche lui giunto alla libreria Auguste Blaizot per acquistare un volume richiesto da suo padre. Era  di una bellezza così sfrontata che gli bastò fare una strizzatina d’occhio per dare a Luna la sensazione di aver trovato quell’amore tutto luce che aveva sempre desiderato. Confusa ed emozionata  si ritrovò tra le sue braccia mentre lui, conducendola in un angolo appartato, la baciava sulla  bocca  con un ardore che non aveva mai provato. Quei baci  erano il preludio di quella voglia incontenibile di fare all’amore per la prima volta. George, guardandola con i suoi occhi grigi nei quali si leggeva un’espressione di libertà, con la stessa audacia con cui l’aveva attirata a sè passandole una mano intorno alla vita, le chiese di seguirlo fuori dalla libreria. «Dimmi il tuo nome», domandò curioso dopo aver pronunciato il suo che, con l’accento inglese, pareva essere quello di un aristocratico. «Mi chiamo Luna». «Non potevi che avere un nome così affascinante, hai uno sguardo stupendo». In pochi istanti tra loro divampò la passione e George, indugiando con le labbra tra la curva carezzevole delle sue ciglia,  sussurrò il suo desiderio a Luna che, senza alcuna perplessità, rispose incoraggiandolo a seguirla nella sua mansarda. A passo spedito , chiacchierando ed amoreggiando,  arrivarono a destinazione. Intanto che  salivano le scale che portavano al defilato appartamento continuarono in quel loro infuocato approccio mentre Luna tra le cosce sentiva salire un brivido intenso e quel calore  che mette in subbuglio il cuore e la ragione. Appena giunti in casa, quello stordimento passionale li portò a spogliarsi velocemente e  lui, dopo aver affondato le palme delle mani  tra i suoi seni e tra le natiche, entrò nel suo ventre facendole provare non proprio la felicità, ma un’attesa, un’inquietudine divina che le faceva battere più forte il cuore. Prese avvio un genere d’amore che Luna non aveva ancora scoperto, il rapporto sensuale con George, giunto nella Ville Lumiere per un corso alla Sorbona, per dipingere e soprattutto per spassarsela con i soldi di papà. Figlio di un parvenu, come in Francia si chiamano i nuovi ricchi,con galleria di design contemporaneo nell’esclusivo  quartiere Mayfair di Londra e abitazione in quello di Camden, a nord della città, George incarnava il classico figlio di papà con poca voglia di lavorare e molta invece di divertirsi. Durante alcune conversazioni il carattere superficiale di George iniziò presto a rivelarsi mettendo in crisi i valori che Luna si portava dentro e quando un giorno lei gli raccontò di essere la figlia di un poeta dall’altra parte arrivò una solenne risata seguita da una frase che ancora ricordava : «Povera te, i poeti mi fanno pena. Raccontano solo fandonie. Parlano sempre d’amore rendendosi ridicoli».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    .La nostra vita è governata da una serie di coincidenze che siamo tenuti a scoprire in quanto ci portano al suo significato. Questa è la ricerca dell’Amore dalla quale siamo mossi fin dalla nascita. L’amore umano non è che un riflesso di questo Amore universale che tutto crea e tutto permea, basta lasciarsi andare alla sua canzone. Questo è il messaggio del bellissimo libro della mia amica Gabriella Ledda che consiglio vivamente a chi vuole meraviglirsi.

  2. (proprietario verificato)

    La nostra vita è governata da una serie di coincidenze che siamo tenuti a scoprire in quanto ci portano al suo significato. Questa è la ricerca dell’Amore dalla quale siamo mossi fin dalla nascita. L’amore umano non è che un riflesso di questo Amore universale che tutto crea e tutto permea, basta lasciarsi andare alla sua canzone. Questo è il messaggio del bellissimo libro della mia amica Gabriella Ledda che consiglio vivamente a chi vuole meravigliarsi.

  3. (proprietario verificato)

    … in poche righe lette già si preannuncia un viaggio pieno di colori, sapori, suoni, sensualità, storia ed arte. Dalle pendici dell’Etna alla terra di Liguria, dalla Francia sino ad oltre manica … itinerario denso di poesia attraverso il quale e’ bello riscoprire la bellezza dell’innamoramento …

  4. Ma è giusto così: i poeti raccontano fandonie per alcuni, mentre per altri sono
    indispensabili visionari che hanno toccato delle profondità inarrivabili, e balbettando cercano di descriverle con il mezzo più inadeguato che abbiamo a disposizione, le parole.
    Con le mani si può entrare nell’intimità delle persone, ma si resta lontanissimi dal nostro vero centro, il cuore, che non è nemmeno quell’organo di carne sapientemente descritto dalla scienza medica, bensì qualcosa di labile, aereo, vuoto, collocato non si sa dove, forse in un universo parallelo, o tra i raggi del tramonto, o all’ombra di una panchina, in un parco, dove arriva uno strano personaggio con dei libretti fatti a mano da vendere, e chiede senza preamboli e senza paura: “Lei crede nella poesia?”.
    Lorenzo Mullon

  5. Grazie Gabriella per aver per avermi stimolato: la fame di benessere amore, e nuovi incontri positivi che mi arrivino al cuore grazie sarò una tua grande fan. Liana.

  6. (proprietario verificato)

    Ammiro molto la tua sfida nel voler trasmettere un messaggio di innamoramento della vita soprattutto in questi momenti difficili che l’umanità intera sta vivendo…. è il modo migliore di reagire ! Anche questo tuo nuovo romanzo lo trovo avvincente e non vedo l’ora di leggerlo tutto. Ho ordinato la versione ebook (per me è più adatta poiché ho spesso problemi a ricevere invii tramite corriere non avendo servizio di portineria).

    Ammiro molto la tua sfida nel voler trasmettere un messaggio di innamoramento della vita soprattutto in questi momenti difficili che l’umanità intera sta vivendo…. è il modo migliore di reagire ! Anche questo tuo nuovo romanzo lo trovo avvincente e non vedo l’ora di leggerlo tutto.

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Gabriella Ledda
Gabriella Ledda Spada, giornalista e scrittrice milanese, dopo aver conseguito una laurea in lettere con indirizzo artistico inizia a collaborare per le più prestigiose testate scrivendo di attualità, moda e cultura. Una lunga collaborazione con il Corriere della Sera Milano la porta ad esplorare la città cogliendone il fermento culturale innescato dai molti personaggi della cultura da lei intervistati. Incontri con artisti, critici, poeti, mecenati e uomini di mondo contribuiscono a fare di lei un' " imaginist" avvicinandosi al piacere della narrazione con l'esordio, nel 2017, del suo primo romanzo intitolato "Brando"(ed. L'Erudita) . Attualmente è vicedirettrice dell'Istituto Uomo e Ambiente, scuola di pensiero ecologico. I suoi romanzi sono spesso ambientati in luoghi dove regna l'armonia di una bellezza naturale .Organizzatrice culturale, pratica la meditazione.
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