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Aila e il mito delle valchirie

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Consegna prevista Agosto 2020
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Si può cambiare un destino già segnato? Aila è una ragazza che vive in un piccolo villaggio. Il ruolo di moglie e futura madre le sta stretto. Sogna infatti da sempre di diventare forte e indipendente. La svolta le si presenta con l’incontro di alcune donne guerriere che incarnano il mito delle Valchirie: Aila vivrà con loro incredibili avventure in cui si daranno il cambio di scena figure mitologiche norrene. Non meno importante sarà il ruolo di un guerriero bello e impavido.

Perché ho scritto questo libro?

Premetto che scrivere questo libro mi ha regalato innumerevoli emozioni. Ho scritto questa storia perché ho sempre subito il fascino della mitologia norrena dove mostri e draghi possenti riempiono la scena. Mi piace quando la fantasia stende le ali e vola senza freni trascinandomi con sé in meravigliosi mondi. Più scrivevo, però, e più mi rendevo conto che questa storia poteva essere la metafora della vita di ognuno di noi. Un storia di rivalsa nei confronti degli impedimenti della vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Fai attenzione.” Le stava dicendo Freda. “ Se ti accorgi che le cose non vanno come previsto non esitare a mandare all’aria il piano di rapimento. Pensa a restare in vita, non fare l’eroina!”
Aila stava caricando sul cavallo la borsa con i viveri, l’otre piena di acqua e le armi. “ Porterò qui Ragnarr.” Disse girandosi per guardarla. L’amica scosse la testa. Non si rendeva conto con chi avrebbe avuto a che fare. Era ben addestrata, certo, ma non era sufficiente, non per Ragnarr perlomeno. L’avrebbe ammazzata subito senza pietà e avrebbe brindato con il suo sangue durante i pasti. L’avrebbe smembrata e rimandata a pezzi al villaggio. Era una follia, pura follia! La vide montare sul destriero. Ammirava il suo coraggio o, forse, era solo inconsapevolezza, scelleratezza, non lo sapeva. “Aspetta che sia buio per agire, nell’oscurità ti sarà più facile muoverti velocemente senza farti vedere.” Non poteva fare altro che dispensare buoni consigli, il resto stava a lei.
“Metterò a frutto tutti i tuoi insegnamenti. Farò il possibile per riuscire. Avverti della mia partenza la sorella maggiore e abbiate cura di Liv.” Le fece un cenno di saluto e ordinò al cavallo di muoversi. Con l’arco in spalla le rivolse un ultimo sguardo. “Tornerò.” Urlò. Attraversò al galoppo buona parte del bosco. L’aria era fresca e il percorso ombreggiato. Le fronde altissime degli alberi si chiudevano a cappello sopra la sua testa e solo a tratti riusciva a vedere scorci di cielo azzurro. Era partita all’alba quella mattina e adesso avvertiva una certa stanchezza, anche il cavallo respirava affannosamente. Decise di fermarsi per riposare. Scese dall’animale, lo legò a un ramo e prese dei pezzi di formaggio dalla sacca. Si sedette sull’erba e consumò il suo pasto frugale. Si distese e respirò profondamente.

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Sentiva il profumo degli agrifogli e l’odore fungino tra il muschio umido alla base dei tronchi. Non aveva fretta. Ormai non era molto distante dal villaggio in cui viveva il temibile guerriero e doveva aspettare l’arrivo della sera. La sanguinaria fama di quell’uomo la preoccupava. Stava andando incontro al suo destino e se quella sera stessa sarebbe morta non le importava. Non che volesse morire, anzi la vita che conduceva adesso era quella che aveva sempre desiderato, era riuscita a diventare una donna forte, una guerriera e come tale il modo più dignitoso per morire era combattendo. Chiuse gli occhi portando le mani dietro la nuca. Si appisolò e quando si svegliò era già buio. Si alzò muovendosi con cautela nell’oscurità. Si mise in groppa al cavallo e ripartì. Le avevano detto che il villaggio si trovava in prossimità del fiume. Poco dopo sentì lo scrosciare rapido dell’acqua lungo l’alveo. Rallentò e seguì il suo corso. Quando intravide i tetti delle abitazioni si fermò. Doveva proseguire a piedi, da sola. Prese un coltello e lo infilò nel bustino. Si mise in spalla la faretra e l’arco. Proseguì intrufolandosi tra i cespugli senza fare rumore. Due uomini erano seduti attorno ad un fuoco. Avevano le spalle robuste e lunghe barbe. Mangiavano grossi pezzi di carne arrosto e ridevano orgogliosi dopo ogni rutto. Passò una donna con un pesante cesto e uno di loro l’afferrò strattonandola in malo modo. La giovane urlò e lasciò cadere la frutta che rotolò spargendosi a terra. “Vieni con me donna!” Le ordinò. La prese per un braccio e scomparvero dentro una baracca.
Aila trattenne il respiro. Era accovacciata dietro un folto arbusto nascosta dalle ombre della notte. Avrebbe voluto scoccare una freccia e colpire quell’uomo orrendo diritto in fronte, invece rimase in silenzio ad assistere alla scena. Doveva capire qual era la dimora di Ragnarr, era lui che l’interessava. Si guardò attorno. Sulla sinistra c’era un altro uomo. Beveva ininterrottamente dei boccali di birra riempiendoli direttamente da una botte.
“Basta bere.” Gli urlò uno. “Ragnarr ti vuole sveglio per fare la guardia.” E indicò una struttura robusta di pietre e paglia. Era più grande e solida delle altre e da lì capì che doveva trattarsi dell’abitazione di un guerriero importante, Ragnarr per l’appunto. Ricapitolò velocemente la situazione: un uomo seduto a destra e uno sulla sinistra leggermente ubriaco. Quindi doveva tener conto solo di uno e mezzo. La capanna non era distante, ma abbastanza centrale. Decise di aspettare un momento più favorevole. Si sedette e rimase in allerta. Passarono diverse ore. L’uomo sulla destra si alzò e andò via. Era il momento giusto. Il guerriero ebbro russava, non era un pericolo. Prese il coltello e lo nascose in una mano. Uscì dal cespuglio e si mosse velocemente. Alzò la pelle di animale che ostruiva l’ingresso ed entrò. L’uomo disteso sul giaciglio avvertì un movimento e fingendo di dormire afferrò l’arma nascosta sotto il cuscino. Sentì la presenza di qualcuno alle sue spalle, tuttavia rimase calmo con gli occhi chiusi. Aila aveva il cuore in gola. Le tremavano le mani anche se si imponeva di rimanere fredda e razionale. Si avvicinò all’uomo e gli puntò il pugnale in gola. Ragnarr si girò di scatto , stringeva una lama affilata pronto a conficcarla nel cuore dell’avversario. La guardò. Una donna. Quegli occhi verdi dalle ciglia lunghe pieni di terrore e di orgoglio lo incuriosirono. Rimase a fissare il viso. I lineamenti erano dolci e le labbra perfette a forma di cuore gli fecero sfuggire un mezzo sorriso. Allentò la presa dell’arma e la lasciò sotto il cuscino.
“Alzati.” Lo incitò Aila cercando di usare un tono duro. Lui ubbidì docile.
“Adesso esci con me . Ricordati che ti terrò il coltello dietro la schiena e non esiterò a usarlo. Se incontri qualcuno inventa una scusa o morrai.” Lui annuì. Lo resse per un braccio mentre con l’altro gli spingeva la punta del coltello tra le scapole per ricordargli cosa rischiava.
Uscirono. Un uomo li guardò. Lui fu pronto a parlare. “Vado a divertirmi , non ho sonno.”
“Ancora?” Chiese scoppiando a ridere. “Sei davvero insaziabile.” Poi guardò Aila attentamente. “ E’ proprio bella! Non metterci troppo la voglio anch’ io dopo.”
“Sicuro, ma non ti aspettare che torni presto. Mi conosci.” E gli strizzò l’occhio ridendo.
Si ritrovarono tra gli alberi, lontano da occhi indiscreti.
“Cammina.” Lo incitò la donna. Sentiva tremare la mano femminile che gli teneva stretto il braccio e il battito del cuore accelerato rimbombava nitido nel silenzio notturno. Avvertì la sua paura, ma ubbidì ai sui comandi. Camminarono in silenzio tra gli arbusti per ore. Lei vide il cavallo dove lo aveva lasciato. Si affrettò spingendo il guerriero. Aveva necessità di prendere una corda. Gli legò i polsi dietro la schiena . “Siediti. Passeremo la notte qui.” Lo incatenò a un albero. Si sentiva più tranquilla adesso. Accese il fuoco e solo allora lo vide in faccia. La fiamma gli illuminava il viso. La stava guardando. Aveva la barba, ma non come gli altri, la portava molto corta e i capelli lunghi erano raccolti con una coda. Era molto alto, questo lo aveva notato subito e il fisico asciutto e muscoloso.
“Che vuoi da me?” Chiese. La voce era calda e profonda e lei sussultò a sentirla all’improvviso.
“Sei mio prigioniero e non hai diritto a delle domande.” Rispose dura. Si sedette e cercò di calmare i suoi sensi: ansia, paura e infine soddisfazione. Era riuscita a catturare quell’uomo, stentava ancora a crederci. Non gli era parso così pericoloso e combattivo come gli avevano detto. Era stato piuttosto facile. Due erano le cose: o era sopravvalutato, tutta fama e leggenda e nient’altro , oppure lei era diventata davvero temibile anche agli occhi di un guerriero forte come lui. Rise a quest’ultimo pensiero. Riempì d’aria i polmoni e si rilassò. Prese un ceppo per terrà e lo buttò nel fuoco. Si alzò e rovistò nella sacca. Prese delle fette di carne essiccata.
“Ho fame!” Si lamentò l’uomo. Lei lo guardò solo un attimo, poi riprese a mangiare.
“Anche i prigionieri hanno diritto a un pasto.” Si alzò scocciata e gli si avvicinò. “Prendi.” Gli porse una fetta di carne.
“Sono legato, mi sembra. Mi risulta un tantino difficile usare le mani.” Sorrise sarcastico.
“Non sperare che ti sleghi.” Gli mise il cibo contro le labbra.
“Vorresti imboccarmi? Non sono un bambino!” Sgranò gli occhi fingendosi indignato.
“ Apri. Se vuoi mangiare ebbene , altrimenti resti a digiuno.”
Lui schiuse le labbra e le permise di mettergli il cibo in bocca. Masticò e ne mangiò altri due pezzi.
“Sei una guerriera?” Chiese subito dopo aver esaminato il suo abbigliamento.
“Per maggiore precisione faccio parte di un gruppo di guerriere che incarna le valchirie sulla terra.” Si vantava di questo appellativo, come tutte le altre sorelle.
“Ho sentito parlare di voi.” Sospirò rumorosamente. “Donne!” Scoppiò a ridere di gusto.
Aila si alzò di scatto e impulsivamente gli puntò il coltello in petto. Non permetteva a nessuno di prendersi gioco di lei e delle altre compagne. “Siamo guerriere. Guerriere.” Ripeté con maggiore forza.
“Siamo addestrate a usare le armi esattamente come gli uomini.”
Lui la fissò dritto in faccia. Non rispose. Quanto orgoglio in quegli occhi stupendi! Ce n’era più in quella ragazza che nella maggior parte dei suoi uomini, pensò. Abbassò lo sguardo sull’arma che aveva contro. Lei lo ritrasse e se lo infilò nel corpetto.
“Dormi.” Gli disse. “Domani ripartiremo alle prime luci dell’alba.” Si sedette vicino al fuoco. “Io resterò sveglia tutta la notte per fare la guardia.”
“ Giusto. Potrei anche fuggire!” Appoggiò la testa all’albero e si mise comodo.
“Tu provaci e assaggerai queste .” Indicò le frecce nella faretra poggiata al suo fianco.
“Allora credo che dormirò.” Chiuse gli occhi divertito.
Lo guardò soddisfatta. Era riuscita a spaventarlo a dovere , non avrebbe mai osato tentare la fuga. Si sentiva bene. Si sentiva invincibile.

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Tiziana D'Adamo
Mi chiamo Tiziana D’Adamo e sono nata a Vasto (CH) il 16/06/1970. Da ragazza ho cominciato a scrivere brevi poesie, solo stralci di momenti di riflessione, e ho partecipato a diversi concorsi letterari nazionali. Il desiderio e la passione di raccontare delle storie è arrivata solo in età matura, forse perché adesso è più forte in me la capacità di fondermi con i personaggi che creo e vivere in prima persona le loro emozioni. Mi piace leggere, canticchiare, creare piccoli oggetti e chiacchierare con le amiche, meglio se davanti a un caffè. Attualmente vivo a Montenero di Bisaccia (CB) con mio marito e mia figlia.
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