Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Al capolinea dell'ultimo sogno

Svuota
Quantità

Sebastiano è un ingegnere di ottantaquattro anni in sedia a rotelle, parcheggiato dai figli a Villa Serena, una casa di riposo di lusso. L’uomo passa le giornate a riflettere sulla sua vita, discreta e solitaria, trascorsa all’ombra di una famiglia che l’ha sempre ignorato.
Un giorno a Villa Serena arriva Mario Boduoli, un nuovo ospite con una fisicità imponente e dei modi di fare grossolani che poco si sposano con quelli degli altri. Una volta risolto il mistero della sua identità, viene lanciata una sfida a Sebastiano: se riuscirà entro tre mesi a insegnare le buone maniere al nuovo arrivato, otterrà l’ambita stanza affacciata sul mare.
Inaspettatamente, a cambiare sarà proprio Sebastiano, che grazie al suo nuovo amico si troverà per la prima volta faccia a faccia con se stesso, rea-
lizzerà sogni fino a quel momento neanche immaginati e inizierà a vivere davvero, scoprendo che il suo viaggio ha ancora in serbo molte sorprese…

Capitolo uno

Non ho mai avuto un diario segreto, forse perché non avevo cose interessanti da raccontare. Quel lucchetto e quella chiavetta d’oro mi hanno sempre intimorito: in fondo avrei svilito il loro compito descrivendo le mie giornate.

Fin da bambino ho ragionato molto su ogni mia azione. Credo che anche la scelta di non succhiare il latte da mia mamma sia stata pianificata in forma fetale. Sapevo che non dovevo affezionarmi, non potevo tessere alcun legame con quella donna. Un biberon caldo, infilato in bocca da chiunque fosse nei paraggi, si rivelò un degno surrogato.

Ecco perché dopo poco tempo buttai il diario che mi avevano regalato per la prima comunione. Sulla copertina aveva dei graziosi gattini grigi, accoccolati dentro a un cestino in vimini. Per tre settimane mi misi davanti a quel quaderno blindato coi fogli immacolati, senza righe o quadretti: un invito a lasciar scivolare liberi i pensieri su quella distesa innevata, senza confini che ne frenassero la corsa. Nulla. Non riuscii a partorire nulla, se non qualche insulto a me stesso e alla mia vita insignificante. Guai se me ne fosse scappato uno di bocca.

In casa mia ogni respiro era passato al vaglio: le parolacce non potevi neanche pensarle. Un signore parla da signore, mangia da signore, dorme da signore, scoreggia da signore. Vai a spiegare che ero un bambino. Nella mia famiglia i bambini sono sempre stati “quelle cose insipide e insapori che devono crescere per meritare attenzioni e rispetto”. Così passavo le mie giornate in punta di piedi, provando a non fare rumore. Intorno ai cinque anni ero diventato bravissimo, me ne accorgevo dai balzi che faceva mio padre trovandomi al suo fianco. Era un conte e “contava molto”, glielo diceva sempre mia madre. Io pensavo fosse un banchiere, un matematico, uno che passava le sue ore a risolvere addizioni e sottrazioni per cambiare le sorti del mondo. Più tardi capii che il verbo contare, come molte altre cose nella vita, ha diversi significati. Sta di fatto che lui nella mia esistenza non ha mai contato nulla. L’ho sempre visto poco, e le poche volte che compariva lo faceva per autocompiacimento più che per piacere.

«Figlio mio, sei molto fortunato. Vivi in una famiglia nobile, in una villa antica che ci invidia tutta la città. Chi dei tuoi compagnucci di classe può vantarsi di avere un padre conte e un albero genealogico pieno di duchi, baroni e persino principi?»

Continua a leggere
Continua a leggere

Io immaginavo quanto fosse affollato quell’albero e che, prima o poi, qualche ramo si sarebbe spezzato. Avrei voluto dirgli che il mio compagno di banco, Emilio, aveva un padre che faceva l’idraulico e una madre casalinga. Non aveva un albero pieno di gente sconosciuta con nomi e nasi lunghi, ma in compenso nel suo giardino era cresciuta una grande quercia. Lì sopra il padre gli aveva costruito una casetta in legno, con una scala a pioli lunghissima e una finestra che la mamma aveva abbellito con tendine a righe bianche e nere, in onore della sua squadra del cuore. Avrei voluto dirglielo, ma non potevo. Annuivo e sorridevo, seguendo pedissequamente il copione del figlio perfetto.

Oggi ho ottantasette anni. Sono orfano da parecchio tempo e vivo in una casa di riposo. Per carità, una signora casa di riposo, super lussuosa e confortevole, con piscina, campo da tennis, palestra, sauna, divani total white. Chi ha ideato e arredato questa struttura dev’essere un vero imbecille! L’età media si aggira intorno ai settantacinque anni. Quelli ancora energici di certo non si chiudono qua dentro.

La mia stanza dà sulla piscina e sul campo da tennis, perennemente vuoti. Ogni tanto qualche anziano acciaccato si fa portare dall’inserviente di turno a fare una nuotatina. Vederli in costume mi deprime: sono lo specchio crudele del mio disfacimento. Ma quello che, alla fine, mi ha convinto a farmi rinchiudere qui, ormai da otto anni, è il mare. Il suo borbottio incessante mi fa sentire meno solo, è il mio televisore sempre acceso.

Oggi che sono prossimo ai novant’anni, ho deciso di scrivere un diario. Non ha un lucchetto o una chiavetta d’oro. Chi andrebbe a sbirciare tra i pensieri di un povero vecchio? Inoltre sono protetto dalla scrittura tremula che io stesso fatico a decifrare. Sono successe tante cose in questi ultimi tre anni, cose che mai avrei pensato potessero accadermi. Ma questa è un’altra storia, che racconterò a tempo debito.

Capitolo due

Mi chiamo Sebastiano Mancuso. Sono un ingegnere nucleare, anzi, è meglio dire che ero un ingegnere nucleare. Non faccio il mio lavoro da così tanto tempo che non me lo ricordo più. Tutte quelle formule, quei calcoli chilometrici che risolvevo con una certa facilità, ora mi appaiono come fantasmi di un’epoca remota, mi passano davanti senza che ne intuisca i contorni smagliati. Ma va bene così. È normale, fisiologico.

Sono stato sempre un ragazzo timido e introverso, senza amici, con uno stuolo infinito di complessi. Essere il primo della classe era l’unico modo che avevo per uscire dall’anonimato. Questo non mi classificava tra i più popolari della scuola, ma almeno faceva sì che qualche ragazza mi chiedesse aiuto per la versione di latino o il compito di fisica. È pure capitato che venissero a studiare a casa mia. Immagino cosa avranno pensato le loro testoline ossigenate: Guarda dove vive ’sto secchione rachitico, se non fosse così cesso un pensierino ce lo farei! Ma non veniva mai formulato nessun pensierino che si allontanasse dai logaritmi o dalla legge di Coulomb. Avevo ereditato dal conte la bassa statura, il naso camuso, il mento sporgente. Da mia madre la pelle chiara, quasi trasparente, la bocca sottile e gli occhi piccoli da triglia.

Il massimo sforzo fisico che io abbia mai fatto è stato quello di portare due confezioni di acqua a casa di mia nonna, al terzo piano, fermandomi a ogni pianerottolo per riprendere fiato. Non ho mai preso a calci un pallone, mai accennato un passo di danza, mai rincorso qualcuno per poi gridare: “Fulmine”. Non fare rumore in casa si era trasformato nel non fare rumore nella vita. Tutte le mattine, mentre camminavo per i corridoi della scuola, venivo preso a spallate da qualcuno. Credo che non lo facessero per maleducazione o bullismo, semplicemente non mi vedevano. Neppure sul volto degli insegnanti ho mai intravisto un piccolo barlume di fierezza per quell’alunno tanto disciplinato e metodico. La verità è che non vedevano l’ora di liberarsi di me. Li mettevo in soggezione: sapevano che le loro lezioni dovevano essere perfette in mia presenza o li avrei beccati subito.

Quando mi sono diplomato avranno brindato in sala professori: «Cin cin, per quella blatta, che finalmente si è tolta dai piedi!». Pensare che mia nonna le uccideva schiacciandole con le ciabatte. Scoppiavano come bomboloni caldi, buttando fuori una sostanza viscida e giallognola che non aveva nulla a che fare con la crema.

L’Università è andata meglio. Non avevo compagni fissi, così il fatto che nessuno mi parlasse mi sembrava più naturale. E mentre i miei coetanei scoprivano le gioie del sesso tra le lenzuola stirate dalle madri, io provavo sottili e intensi orgasmi risolvendo intricati enigmi matematici.

L’amore, anziché arrivare per caso, mi fu recapitato direttamente in salotto con un vestitino verde acqua. Si chiamava Donatella Merletto, aveva diciannove anni e una chioma di capelli fulvi che spandevano nell’aria un profumo di noci e miele selvatico. Avevo quattro anni più di lei, una villa a quattro piani ed ero più basso di quattro centimetri. Questo però non sembrava turbarla o darle fastidio. Non le impediva neppure di indossare tacchi vertiginosi che, quando passeggiavamo per il corso, mi facevano sembrare più un figlio che un fidanzato. Ma a chi importava? Una ragazza non era scappata davanti allo scarafaggio chitinoso.

Pochi mesi dopo il nostro fidanzamento ufficiale mi laureai a pieni voti e venni assunto in un laboratorio di ricerca scientifica a trenta chilometri da casa. Ben presto scoprii non solo che la mia adorata fidanzata non si era diplomata, ma anche che la sua più grande aspirazione era diventare la moglie di un facoltoso ingegnere, possibilmente di origine blasonata, e passare le sue giornate a fare l’inventario di tutti i negozi di borse e scarpe firmate della zona. Non mi amava. E come biasimarla? I genitori l’avevano spinta al sacrificio, non intravedendo nulla di buono nel futuro di quella figlia tanto bella quanto indolente. Così la mia mammina, tra un colpo di spazzola e l’altro, aveva pensato bene di origliare le confidenze di una poveretta coi bigodini in testa che singhiozzava affranta: «Paoletta mia, vorrei che mia figlia venisse a imparare il mestiere da te. Ma, quando le ho detto di fare la parrucchiera, ha fatto una faccia schifata e ha urlato che lei non potrebbe mettere le mani nella testa pidocchiosa di nessuno. Questa figlia mi porterà alla tomba!». E mia madre, forse pensando a quel pidocchio di suo figlio, ebbe la geniale idea di farci conoscere. Ci sposammo dopo neanche un anno di fidanzamento. Tutti avevano una gran fretta di vederci accasati.

La prima notte di nozze fu un vero disastro. Indossai il pigiama in seta beige che mi aveva regalato nonna Santa: «Vai, bello di nonna, falle vedere cosa sa fare un Mancuso sotto le coperte! Tuo nonno…» e giù a elencarmi le prodezze di suo marito, che da quello che raccontava avrebbero fatto invidia a un contorsionista del circo.

Altro che piroette e volteggi, l’unica giravolta la fece lei dandomi le spalle. Fu uno dei momenti più umilianti della mia esistenza. Il primo di tanti altri.

Lavoro, lavoro, lavoro. Ecco cosa ricordo di quegli anni. Un giovane ingegnere che invecchia tra formule e ricerche, con il viso stanco e la fronte tempestata di rughe profonde. Donatella, invece, sembrava ringiovanire. A trent’anni era sempre bellissima e i suoi capelli, leggermente più corti, continuavano a emanare dolci effluvi. Neanche i quaranta e i cinquant’anni intaccarono quella bellezza algida e austera, di cui io stesso provavo timore. Subito dopo le nozze aveva gettato la maschera. Era inutile fingere attrazione e ammirazione per quel consorte, stimato ingegnere nucleare. Disgusto. Questa era l’unica espressione che affiorava ogni volta che posava lo sguardo su di me.

«Dai, Sebastiano, porta dentro le valigie! Sei fatto di pasta per la pizza… Mica pesano un quintale!» furono le sue prime parole al ritorno dalla luna di miele.

Da lì in avanti il registro fu più o meno lo stesso, solo che di anno in anno andò arricchendosi di epiteti sempre più coloriti: «Ti dai una svegliata? Sei un tonto! Ma non hai visto che ho passato la cera, ebete? Guarda come sei vestito, sembri uno spaventapasseri in frac! Sebastiano, pure gli scarafaggi si schifano di te».

Eh no, cara, avrei voluto dirle, tra simili ci si capisce. Se avesse interpellato uno scarafaggio, le avrebbe detto che non ero niente male, in fondo ero l’esemplare più grosso e possente della specie.

01 dicembre 2018

Evento

Le foto dell'ultima presentazione del libro Al capolinea dell'ultimo sogno che si è svolta il 1° dicembre presso la Residenza Richelmy.
"Ecco le foto della presentazione che si è tenuta ieri presso il Centro Studio Danza di Denise Zucca a Grugliasco. È stato un pomeriggio bellissimo. Mio figlio Andrea, che fa danza classica contemporanea da sei anni, ha ballato sulle note di due canzoni scritte e cantate da un giovane cantautore, Alessandro Petullá. Il pubblico ha partecipato con entusiasmo, una contaminazione artistica che ha dato i suoi frutti!" Barbara Di Clemente

Commenti

  1. Barbara Di Clemente

    (proprietario verificato)

    Carissima Luigina,grazie di cuore.È stato bello chiacchierare con voi,scoprire il tuo amore per i viaggi e la scrittura!Sono felice che la bozza ti sia piaciuta, una volta revisionato tutto il romanzo, spero che ti emozioni ancora di più. A presto!

  2. (proprietario verificato)

    Ciao Barbara, dopo aver acquistato il libro non ho resistito e ho scaricato e letto la bozza: molto bello, complimenti. Aspetto l’edizione ufficiale! Luigina (biblioteca di Grugliasco)

  3. Barbara Di Clemente

    (proprietario verificato)

    Grazie 1000 Barbara…ora si mira alle stelle! Mi raccomando, non mollare…hai un bel manoscritto tra le mani! In bocca al lupo di vero cuore!

  4. Barbara Villa

    (proprietario verificato)

    Ecco il gol. Grande. Complimenti di cuore. E adesso inizia il bello.

  5. Barbara Di Clemente

    (proprietario verificato)

    Ciao Barbara…grazie anche a te!Io domani acquisteró il tuo…è davvero interessante!Ti auguro che il tuo sogno si realizzi,da quello che ho letto lo meriti molto!Forza!!!!

  6. Barbara Di Clemente

    (proprietario verificato)

    Grazie Maria Teresa,sono felice che il signor Boduoli ti abbia incuriosito…io lo amo molto!E’ un personaggio libero,fresco e pieno di entusiasmo. le tre sedie che guardano sul mare sono per i miei tre protagonisti,ma anche per tutti voi:è come se vi invitassi a stare un attimo fermi e in silenzio ad ascoltare i vostri sogni!Grazie amica mia…per esserti ‘seduta’ accanto a me!

  7. (proprietario verificato)

    Già innamorata dopo aver letto l’anteprima, non vedo l’ora di ricevere la mia copia e le altre da regalare, dalla copertina che mi ispira molto, alla curiosità di scoprire di più sul Sig. Buodoli sono sicura che rimarrò affascinata dalla lettura. Non vedo l’ora di sfogliare le pagine per sentire il profumo della carta e le sensazioni e il profumo che emaneranno le parole!

  8. Barbara Villa

    (proprietario verificato)

    Pre-ordinato. Finalmente nessuna debole connessione si è messa tra di noi. Non vedo l’ora di leggerlo. E speriamo che il nostro sogno si realizzi.

  9. Barbara Di Clemente

    (proprietario verificato)

    Grazie carissima Simonetta,il tuo appoggio e la tua amicizia significano molto per me!Sono molto emozionata anche i o e sono grata a tutti quelli,che come te,stanno credendo in me!

  10. (proprietario verificato)

    pre-ordinata la mia copia …. pre-ordinate le copie destinate ai miei amici…. mi emoziona tantissimo far parte di questo grande sogno perseguito insieme ad una persona speciale quale sei tu Barbara…

  11. Barbara Di Clemente

    Grazie Valentina, non sai come mi abbia colpito il tuo commento. Quello che desideravo arrivasse ai lettori…a te è arrivato in pieno! Scrivendolo mi sono ispirata proprio ai bimbi, al loro entusiasmo e al loro senso innato della meraviglia. Ma ho voluto mettere l’accento anche sul “polo opposto ” della vita: gli anziani, con il loro ritorno alla libertà infantile. Grazie, grazie, grazie! La versione definitiva sarà ripulita di refusi e migliorata in alcuni punti. Ma il tuo appoggio significa molto per me! A presto!

  12. (proprietario verificato)

    Ho letto la versione del download scaricabile dopo aver ordinato le copie cartacee.
    Storia e personaggi mi hanno conquistata da subito, il libro parte immediatamente, merito di una scrittura fluida e piacevolissima.
    Si ride,ci si commuove,si riflette,si sogna.
    A me ha lasciato la voglia di guardare il mondo con l’entusiasmo dei bambini e la libertà degli ottant’anni!
    Bravissima!!!

  13. Barbara Di Clemente

    Grazie Giulia, sono felice che la mia storia ti abbia incuriosito! Un complimento da una persona che scrive bene come te, non può che farmi molto, molto piacere!!!!!!

  14. Giulia Testagrossa

    (proprietario verificato)

    Pre- ordinato!! Idea molto carina e, da quello che ho potuto vedere dall’anteprima, scritta molto ma molto bene!!

    Sono curiosa di conoscere il seguito ma, da incallita lettrice di libri cartacei quale sono, cercherò di non farmi tentare dalle bozze e aspetterò di avere la mia copia a casa… 🙂

  15. Barbara Di Clemente

    Grazie mille Stefania…Boduoli è molto felice di farsi conoscere da persone come te, innamorate dei libri, dei viaggi incredibili che attraverso le loro pagine si possono fare! A presto!

  16. (proprietario verificato)

    Ho ordinato il cartaceo….adoro il profumo della carta….Non vedo l’ora di riceverlo e di immergermi nella lettura!!! A presto signor Boduoli!!!☺

  17. Barbara Di Clemente

    Grazie Barbara, una “pacca sulla spalla” in questo momento mi serve proprio. Una spinta per non demordere e continuare a credere nel mio più grande sogno! Ti seguirò anche io…complimenti anche a te!

  18. Barbara Villa

    Mi sembra davvero carino. Complimenti per l’idea e ti seguo. 😎😎😎

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Barbara Di Clemente
Barbara Di Clemente, nata a Torino nel 1975, vive a Venaria Reale con il compagno e i quattro figli. Ha collaborato con vari giornali locali e un mensile internazionale.
"Al capolinea dell’ultimo sogno" è la sua terza opera letteraria.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie