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Alla fine muoiono tutti (ma il gatto si salva)

alla fine muoiono tutti campagna
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Consegna prevista Novembre 2020

Nove racconti.
Una coppia benestante raccontata dalla vicina pettegola, un amore perduto, una donna alla disperata ricerca della bellezza perduta; dodici vite collegate dallo stesso destino: alla fine muoiono tutti.
Morti accidentali, naturali o quasi; morti violente e con un pizzico di gotico.
Non importa che siano vite straordinarie o comuni: alla fine tocca a tutti…ma il gatto si salva.

Perché ho scritto questo libro?

Non so fare niente, ma dicono che non scrivo così male.
Ho scelto la strada più lunga ma ora so che scrivere è quello che voglio fare.
C’erano queste storie che volevano essere raccontate, questi personaggi che chiedevano di finire su una pagina e io non me la sono sentita di dir loro di no.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Requiem aeternam,
dona eis, Domine,
et lux perpetua luceat eis.
Reuquiescant in pace
Amen.

VISSI D’ARTE, VISSI D’AMORE

Bernardo Oddi saliva ansioso le scale dell’albergo facendo a due a due i gradini coperti da un pesante tappeto rosso fissato con asticelle d’ottone.
Non aveva sue notizie da ben due giorni e un certo timore che in lei si fossero fatti spazio il dubbio e il panico, accompagnava la sua interminabile salita in quello spazio barocco.
Nell’atrio del quarto piano che si diramava in due corridoi tappezzati di velluto dorato, trovò Luciano, arrivato lì prima di lui; era di spalle, guardava fuori dalla grande finestra assorto in mille pensieri.
«Sei qui» ansimò il corpulento scalatore, asciugandosi la fronte. «Allora?»
Luciano si strinse nelle spalle.
«Il concerto è fra due giorni!» tuonò Oddi, subito ripreso dal collega che gli fece cenno di abbassare la voce.
«Il concerto è fra due giorni» ripeté, strozzando la voce.

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«C’è Gaspard con lei adesso.»
«Cosa pensa di fare? Li hai lasciati da soli? Sei impazzito? Di certo non riuscirà a farla ragionare meglio con qualche sua polverina magica.»
Riprese a sudargli la fronte, non riusciva a stare fermo, si sbottonò la camicia per far passare più aria; vedeva i suoi sogni, il successo, i suoi soldi che andavano in fumo e non aveva idea né di cosa fare né di cosa dirle per farla ragionare.
«Aveva ragione Belvedere» bofonchiò. «Lavorare con lei è davvero una follia. Ma cosa ci è saltato in mente?»
Luciano lo guardava contenendo in un’espressione vacua gli stessi sentimenti.
«Seguimi!» esclamò Oddi e si diresse verso la camera seguito dal collega che scrollava la testa.
Dalla suite 421 uscivano le note di un valzer.
Bernardo bussò.
«Avanti, è aperto» rispose da dentro un ragazzo dal marcato accento francese.
I due uomini entrarono cercando di restare composti mentre i loro cuori battevano in maniera irregolare sotto la frusta dell’ansia.
Si aspettavano una scena apocalittica già vista: la camera in disordine, lei buttata per terra in lacrime, con il mascara che le colava fino al mento e bottiglie di vino a terra. Curiosi, furono presi in contropiede dalla camera intatta in cui risuonavano musica e risate.
La suite era inondata di luce che entrava dal finestrone che guardava al teatro; le pareti color crema e il parquet chiaro rendevano la stanza più grande di quello che era e gli ori illuminati delle cornici e dei suppellettili si sposavano con il prezioso verde smeraldo delle piante rigogliose.
Sul tavolino da tè un secchiello con una bottiglia di champagne aperta e immersa nel ghiaccio; a fianco due flute perlati di gocce diamantine.
Al centro della stanza, due eleganti figure piroettavano sulle note del Waltz n° 2 di Shostakovich: Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden sbalordirono i due visitatori, calmandone i cuori agitati.
Lei rideva, abbandonata fra le braccia di lui, alto e forte, un giovane dai capelli neri che indossava un elegante completo da giorno, scarpe stringate, baffetti sopra al labbro carnoso.
La faceva volteggiare leggera, lei teneva la testa reclinata e rideva amorosa, abbandonandosi ai suoi baci fugaci.
«Ah, Gaspard» sospirò. «Tu me fais tourner la tête.»
Lui sorrise.
«Ah, basta ti prego. Devo fermarmi un attimo» lo pregò. Lui esaudì il desiderio della sua signora e la scortò alla poltrona vicino al tavolo da tè.
«Bernardo, mio caro» salutò la bella signora mentre il suo cavaliere le versava dello champagne. «Luciano, ci sei anche tu. Che fate lì sulla porta?»
«Mia cara, tutto bene?» domandò Bernardo, ridestandosi dallo stupore.
«Tutto a meraviglia» rispose lei, e fece versare del vino per i suoi ospiti. «Che splendida mattinata.»
Mentre Bernardo si avvicinava alla donna, Luciano colse l’occasione di accettare il vino offerto dal ragazzo per prenderlo in disparte.
«Cosa le hai dato?» bisbigliò con fare minaccioso. «Cos’avete preso?»
Gaspard lo fissava, gli occhi che brillavano del verde dell’erba bagnata, una smorfia soddisfatta sul volto.
«Rien» rispose. «Stai tranquillo. Le ho dato solo un po’ d’amore.»
«Te lo chiedo per l’ultima volta ragazzo: che cosa le hai dato?»
Il ragazzo sorrise malizioso e abbassò lo sguardo verso la patta dei suoi pantaloni.
«Provate a trattarla bene, come la principessa che è. Trattatela come una donna, datele un po’ d’amore vero ogni tanto. Non servono droghe per renderla felice. Lei è la mia dea, non la vostra macchina per fare soldi.»
Il giovane se ne andò scocciato, lasciando l’impresario nel suo angolino a rimuginare.
«Champagne?» chiese lei.
«Certo, mon petit oiseau» rispose il francese.
«Mia cara» cominciò Bernardo. «Mia cara, mi avevano detto che volevi rinunciare al tuo spettacolo: è vero?»
«Bernardo, mio caro Bernardo. È stato un attimo, un momento di dubbio, un’insicurezza passeggera. Non ti farei mai questo, non annullerei mai il tuo spettacolo. E poi ci sono i miei ammiratori, cosa direbbero?»
«Dolcissima, sono felice che tu stia bene e voglia ritornare sul palco. Il mio cuore trabocca nel sentirti pronta all’evento.»
«Lo credo. Con quello che ti costerebbe» scherzò lei, scoppiando in una risata subito condivisa dagli uomini nella stanza.
«Ma io penso a te, alla tua gloriosa rinascita» si giustificò Bernardo, con fare accondiscendente.
«Penserai pure alla mia retrée ma con una mano sul cuore e una sul portafoglio.»
Risero di nuovo e bevvero.
«Ho appuntamento con Jean-Pierre questo pomeriggio» informò lei.
«L’abito non va bene?»
«Solo l’ultima prova, gli ultimi accorgimenti.»
I due impresari uscirono dalla stanza un’ora dopo, un po’ offuscati dallo champagne ma con il cuore calmo o, per lo meno, messo a tacere momentaneamente.
Andarono a pranzo e passarono davanti a uno dei manifesti che tappezzavano la città; si guardarono fieri della loro impresa: la leggendaria Antonia Battisti di nuovo sul palco dopo vent’anni di esilio.

«Sarai magnifica sul palco» l’adulava Gaspard, seduto su una poltrona in broccato rosso pompeiano. «Tutti resteranno di sasso quando arriverai in scena.»
«Voglio vestire di verde. Verde come i tuoi occhi mon amour.»
«Farai meglio a cambiarli con degli occhi azzurri, giovanotto» intervenne Jean-Pierre. «Sarebbe più semplice del trasformare questo abito celeste in un abito verde.»
«Jean-Pierre, non oserei cambiare questo meraviglioso abito, tranquillo.»
Si specchiava vanitosa mentre il sarto sistemava uno sbafo sull’orlo dell’abito stile impero in seta celeste ricamato con perline blu cobalto e jais.
«Incantevole» commentò il giovane alzandosi dalla poltrona. «Incantevole mon oiseau» ripeté e la baciò.
«Cantami qualcosa mon cœur.»
Lei sorrise.
Volse lo sguardo allo specchio e chiuse gli occhi; Jean-Pierre smise di lavorare e riprese la postura eretta, i suoi collaboratori accorsero intorno alla diva e un sorriso comparve spontaneo sul volto di Gaspard.
Come inghiottito dal vuoto che annuncia la tempesta, nella stanza svanì ogni fiato, ogni spiffero; il tempo si fermò, l’attesa durò trenta lunghissimi secondi in cui tutti guardavano ad Antonia come ad una Madonna dei Miracoli.
Nulla si mosse fino a che il suo petto si gonfiò leggermente e arrivò la tempesta, l’uragano.
La sua voce spazzò via ogni pensiero si annidasse nelle menti dei suoi spettatori e vi piantò il seme della bellezza; come una primavera fece germogliare lo stupore e la meraviglia nei corpi dei privilegiati che la stavano ascoltando ammutoliti.
Intonò Vissi d’arte, nella sua voce tutto il dolore della preghiera di Tosca.
Quando l’aria terminò e riaprì gli occhi, vide che stavano piangendo; anche gli occhi bellissimi di Gaspard erano lucidi e lei lo consolò con una carezza.
«Ti amo» le disse.
Lei sorrise benevolmente.

Il teatro era gremito, gli spettatori in abito da sera trattenevano il fiato, il maestro cominciò a suonare il pianoforte; la Celeste Diva entrò e camminò leggera verso il proscenio, prendendo posto al centro del palco.
Una voce poco fa
Qui nel cor mi risuonò;
Il mio cor ferito è già,
E lindor fu che il piagò.
Sì, lindoro mio sarà;
Lo giurai, la vincerò.
Il tutor ricuserà,
Io l’ingegno aguzzerò.
Alla fin s’accheterà
E contenta io resterò.
Sì, lindoro mio sarà;
Lo giurai, la vincerò.

Dopo l’aria de Il Barbiere di Siviglia seguirono le grandi donne della tragedia, e lei era ognuna di loro: il loro dolore era il suo, i loro amori erano i suoi amori, la loro voce usciva dal corpo della diva; era Tosca, Violetta, Cho Cho San.
In quel teatro, come in tutti gli spettacoli che aveva tenuto, Antonia diventava la personificazione dell’Opera Lirica.

Il pubblico piangeva, applaudiva, era in estasi per ogni nota che fuoriusciva dalle labbra color pesca della diva.
Dopo un’ora e mezza, il commiato con un’impressionante esibizione di Vissi d’arte che fu seguita da un’ovazione e da un applauso lungo dieci minuti. Era estasi.
La diva era ancora lì.
Li salutava delicata, quasi a benedirli uno ad uno, raccolse una delle rose che le gettarono sul palco e l’annusò; s’inchinò al maestro e ricevette un fascio di fiori da una giovane allieva dell’accademia di canto lirico.
Visse ogni singolo istante di quel tributo, e le scappò una lacrima di commozione.
Senza parlare, ringraziò i suoi due impresari seduti in prima fila e guardò in alto, verso il tetto del teatro.
Dalla galleria una voce di donna chiese il bis e così fecero tutti.
Dopo un timido imbarazzo, si avvicinò al maestro e gli sussurrò qualcosa all’orecchio, riprese il suo posto e attese il silenzio in sala.
Cominciò senza accompagnamento
È strano! è strano! in core
Scolpiti ho quegli accenti!
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null’uomo ancora t’accendeva O gioia
Ch’io non conobbi, essere amata amando!
E sdegnarla poss’io
Per l’aride follie del viver mio?

Fece l’amore con Gaspard quella notte e il mattino dopo si svegliò contenta e ansiosa di leggere le recensioni dei giornali.
Verso le nove e mezza, mentre Gaspard era sceso a comprare una rivista e un mazzo di fiori, si infilò sotto la doccia canticchiando allegra.
Erano passati tredici anni dalla sera della débâcle all’Olympia; tredici anni di rimorsi e vergogna per quell’assurdo calo di voce imprevisto.
LA DIVA SENZA VOCE.
LA TOSCA MUORE.
INCIDENTE SUL PALCO: LA BATTISTA SI RITIRA DALLE SCENE.
I giornali che avevano gridato a gran voce la sconfitta, ora ne tessevano lodi accorate e piene d’amore:
GRANDE RITORNO DELLA DIVA: LA BATTISTI C’È.
LA FENICE DELLA LIRICA RISORGE.
LA DIVINA BATTISTI INCANTA SULLE NOTE DE LA TRAVIATA.
Sotto il getto d’acqua calda sognava altre esibizioni, dei dischi e un tour.
«Devo chiamare Bernardo» rifletteva uscendo dalla doccia. «Deve sapere che sono tornata e può contare su di me!»
«Amore, sei tornato?» urlò uscendo dal bagno. Non ebbe risposta.
«Mah» bofonchiò aprendo il finestrone.
Un dispettoso sbuffo di aria fresca le si insinuò dentro all’asciugamano e la fece rabbrividire. Rimase a farsi baciare dal sole per qualche istante, come una pianta che cattura i raggi per rinvigorirsi; non si sentiva così leggera da anni, forse non si era mai sentita felice davvero come in quel momento.
Inspirò, rise, canticchiò un motivetto inventato sul momento per salutare il sole, chiuse gli occhi, alzò le mani al cielo e fece una piroetta.
Se solo i suoi capelli non fossero stati bagnati e gocciolanti. Se solo non avesse avuto i piedi nudi. Se solo il parapetto fosse stato più alto.

21 febbraio 2020

Aggiornamento

Dopo averne fatto parte come opinionista, torno da ospite nel programma Divanati su RadioStonata. Sì sì, bello tutto, la musica e le risata ma lo sappiamo... Alla fine muoiono tutti (ma il gatto si salva). Grazie a Marcello e Andrea per l'ospitalità. Riascolta la puntata qui: https://www.mixcloud.com/radiostonata/divanati-puntata-4x15-21022020/

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Mario Faustini Ronchin
Diplomato in Fashion Design, a 30 anni ho ripreso gli studi presso l'Università di Verona frequentando Lingue e Culture per l'Editoria.
Ho cominciato a scrivere (seriamente) dal gennaio 2018, ma scrivo da sempre: racconti, storie, poesie.
Nell'era dei social, il racconto breve (o addirittura brevissimo) credo veda una rinascita. Così ho cominciato a scrivere brevi racconti, esplorando diversi stili.
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