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Alla ricerca di Diana Incantalupi

Alla ricerca di Diana Incantalupi
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Consegna prevista Settembre 2022

Diana Incantalupi è una ragazza di ventotto anni, precaria e alla ricerca di un sogno da realizzare nella vita, una missione non semplice dal momento che lei, di sogni, non ne ha mai avuti. Passa il suo tempo a cercare un lavoro, prepara centinaia di curricula e lettere di motivazione, attività che lei considera ormai un ottimo esercizio di scrittura creativa, invia la propria candidatura per qualsiasi impiego e aspetta il momento del colloquio con un misto di speranza e amarezza. È nata in un piccolo paese circondato dai monti e proviene da una famiglia singolare, dove la nonna crede di essere una strega. Tra vicissitudini lavorative rocambolesche, aiuti e consigli della sua migliore amica e del suo insegnante di giapponese e la folle magia che impregna la famiglia, Diana si perde e soffoca tra sensi di colpa e incapacità di realizzarsi. Per ritrovare se stessa, saranno necessari un pizzico di coraggio e magia per ricercarsi dove non avrebbe mai pensato di essersi nascosta.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivo storie nella mia testa da quando sono piccola e credevo di essere Simba del Re Leone. Da allora raccontarmi delle storie è diventato un modo per vivere il tempo, farlo scorrere più velocemente, senza mai dimenticare il passato. Crescendo, scrivere si è trasformato anche in un modo per capire la realtà e decifrare le bizzarrie della vita. Questo libro è nato proprio dalla necessità di raccontare la mia generazione, alle prese con un mercato del lavoro distopico e alla ricerca di un domani.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1° Capitolo

Erano le 17.30 di un martedì invaso da nuvole grigie e dall’aria di una pioggia che non si decideva a scendere, quando la segretaria dagli occhiali color cannella mi fece accomodare nello studio del Presidente. Non feci in tempo a girarmi per ringraziarla che aveva già richiuso la porta. Respirai profondamente, nel tentativo di buttare fuori non solo lo stress di quella giornata ma di una vita intera e diedi un’occhiata in giro. La stanza era arredata con mobili di legno massiccio e scuro, il pavimento era ricoperto da un tappeto tigrato, fatto di un materiale che sembrava essere vera pelle di tigre, e l’aria era appesantita da una musica classica di sottofondo. In altre circostanze avrei trovato quella musica rilassante, ma in quel momento non faceva altro che aumentare la mia agitazione.

Feci un altro respiro profondo, questa volta senza l’arroganza di svuotarmi dello stress accumulato in una vita intera. Solo lo stress di quella giornata sarebbe stato più che sufficiente. Mi sedetti di fronte la scrivania del Presidente, su una sedia scomoda e fatta anch’essa di legno massiccio. Ai lati due sedie leggermente più grandi circondavano la mia.

Stavo per posare il mio zaino per terra, quando sentii la porta dietro di me aprirsi. Era di nuovo la segretaria con gli occhiali color cannella, ma questa volta in compagnia di tre uomini, tutti vestiti impeccabilmente, un’aria indaffarata sul volto. Il più elegante tra tutti fu il primo a salutarmi e si sedette davanti a me. Anche gli altri due mi salutarono e poi si sedettero sulle sedie accanto alla mia, uno a destra e uno a sinistra. La segretaria, invece, svanì come la prima volta, senza che potessi ringraziarla o salutarla.

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-Allora signorina Diana come andiamo? chiese l’uomo davanti a me, il Presidente.

-Molto bene, grazie. Ci tengo veramente a ringraziare lei e i suoi colleghi per questo colloquio.

-Ma si figuri. Gradisce un po’ d’acqua?

Mentre feci segno di no con la testa, il Presidente aprì una piccola dispensa dietro di lui, tirò fuori un bicchiere di cristallo e si versò un liquido marroncino.. whisky, rum? Le mie scarse conoscenze in materia alcolica non mi permettevano di capirlo. Nel frattempo, gli uomini alla mia destra e alla mia sinistra non smettevano di lanciarmi delle occhiate, a metà tra disperazione e supplica. Una parte di me sapeva che cosa stavano cercando di dirmi con i loro sguardi. Lo stesso messaggio che la ragazza responsabile delle risorse umane, con cui avevo svolto ben due colloqui la settimana scorsa, non aveva mai smesso di ripetermi: non lasciarti intimidire dal Presidente.

Più facile a dirsi che a farsi, dal momento che tutto in quella stanza, dall’arredo alla musica, all’atteggiamento del Presidente, un uomo sulla cinquantina scolpito dalla severità e il rigore, sembrava volesse schiacciarmi con il suo peso fatto di superiorità e ricchezza. Pensai che, date le circostanze, forse avrei fatto meglio a indossare anche io un tailleur o un abito più elegante ma quando mi preparai dopo pranzo, le uniche cose che riuscii ad abbinare sono state un pantalone nero e una maglietta grigia. 

Mentre stavo cercando di dare una risposta alle mie discutibili scelte vestimentarie di quella mattina, il Presidente mi scrutò con più attenzione e fermò il suo sguardo per qualche secondo sul mio viso. L’uomo alla mia destra e l’uomo alla mia sinistra tossicchiarono e si schiarirono la voce all’unisono, cercando di nascondere uno stato di forte disagio, forse peggiore del mio.

-Signor Presidente, disse l’uomo alla mia destra, la signorina Diana ha superato con successo le prime due fasi preliminari del colloquio. Dopo aver esaminato diverse candidate, ci sembra la più adatta a svolgere il lavoro da lei richiesto.

-Esatto, disse l’uomo alla mia sinistra, manca soltanto la sua verifica finale, Signore. Ma entrambi riteniamo che la signorina Diana sia perfetta.

Mentre parlavano, il Presidente aveva deciso di accendersi un sigaro. Pensai che la situazione stesse diventando sempre più ridicola. Avevo passato diversi colloqui nella mia vita, ma mai mi era capitato un datore di lavoro che beveva e fumava durante una fase di selezione.

L’uomo alla mia sinistra e alla mia destra, dei colleghi della responsabile delle risorse umane, supponevo, dal momento che non li avevo mai visti prima, non smettevano di spostare lo sguardo da me al Presidente. Quest’ultimo, dopo aver sorseggiato con estrema lentezza il suo drink, iniziò a pormi alcune domande, da quelle generali (che cosa hai studiato, che lavori hai svolto prima) a quelle più tecniche, e mentre rispondevo con una voce monocorde per mascherare l’agitazione, cercai di non strappare troppe pellicine lungo le mie unghie, un gesto che facevo sempre quando ero nervosa. Dopo circa un quarto d’ora ci avvicinammo, infine, alla parte finale del colloquio, la mia preferita e non perché finiva il flusso di domande e di risposte con cui si sarebbe poi definita la mia idoneità o meno a lavorare, ma perché era il momento che, da quando avevo iniziato a lavorare qualche anno prima, non smetteva mai di stupirmi.

Poco importava la serietà o l’impegno del lavoro per cui mi candidavo e altrettanto superflua era la difficoltà delle prove e dei colloqui a cui mi sottomettevo per la selezione. Alla fine, i colloqui a cui partecipavo finivano sempre, più o meno, allo stesso modo.

L’uomo alla mia destra e alla mia sinistra si alzarono improvvisamente, dicendo che, per quest’ultima parte, ci avrebbero lasciati soli. Quando la porta si richiuse dietro di loro e mi ritrovai da sola davanti a quell’uomo singolare, la mia agitazione aumentò e dovetti respirare ancora una volta molto profondamente, questa volta con l’obiettivo di buttare fuori solo lo stress accumulato negli ultimi cinque minuti. L’espressione granitica del Presidente non invitava di certo alla tranquillità.

-Veniamo al dunque, signorina Diana. Dal momento che ha superato le due prove precedenti e che anche in questo colloquio siete andata abbastanza bene, le spiego nel dettaglio il da farsi.

Deglutii e cercai di raddrizzarmi su quella sedia scomoda.

-Come già le hanno spiegato, questa è una Fondazione molto seria. Quando i miei genitori la fondarono, trent’anni fa, era considerata la punta di diamante dell’alta cultura. Inutile dirle che il mio desiderio è far sì che la Fondazione continui ad avere successo. Il suo compito, viste le sue conoscenze della lingua giapponese, sarà quello di aiutare i suoi colleghi ad organizzare gli eventi e le attività culturali e artistiche con le associazioni, organizzazioni o fondazioni nipponiche, assicurandosi che la comunicazione sia fluida e comprensibile, che gli ospiti e i clienti siano soddisfatti…insomma ha capito no? Aiuterà anche con l’organizzazione di eventi che coinvolgono altri partner e clienti, che siano essi italiani o inglesi. I suoi colleghi le spiegheranno nel dettaglio i compiti da svolgere.

Fece una pausa per assaporare l’ultima goccia di alcolico nel suo bicchiere e inghiottire un’altra folata di sigaro. Se questo per lui significava spiegarmi nel dettaglio il da farsi, il risultato che ottenne fu soltanto quello di aumentare la confusione e il panico nella mia testa.

-Ah, dimenticavo. Dovrà aiutare anche con le pulizie dei luoghi, spazzare, lavare per terra…insomma ha capito no?

Annuii con il capo senza parlare, con il solo desiderio di dire che non stavo capendo nulla, ma capivo invece che ci stavamo avvicinando alla parte che preferivo di più. La mia parte preferita.

-Ovviamente, proseguì il Presidente, si tratta di uno stage e non assumiamo alla fine del contratto. Lo stipendio è di trecento euro al mese, per cinque mesi, e lavorerà dalle 9.00 del mattino alle 18.00 del pomeriggio. È un’opportunità unica per lei, signorina Diana, me lo lasci dire. Potrà lavorare con noi e imparare tantissime cose, gettare le basi per la sua futura carriera. La nostra segretaria le farà firmare i moduli e il contratto e potrà rivolgere a lei qualsiasi domanda se ha dubbi. Ad essere onesto, preferirei che rivolgesse soprattutto a lei le domande e non a me, se possibile. Bene, mi sembra di averle detto tutto…Ha delle domande? 

Deglutii di nuovo e con vigore feci no con la testa, forse con troppa forza e troppo di scatto, perché sentii subito i muscoli del collo protestare. Eccolo il momento che preferivo. Il felice momento odioso perché da una parte ricevevo le informazioni sul lavoro e la conferma dell’assunzione, dall’altro la coltre di mistero che avvolgeva sempre la cifra dello stipendio veniva infine levata lasciandomi, invariabilmente, con un sapore amaro sulla bocca dello stomaco. Avevo appena accettato uno stage, pagato trecento euro al mese e senza possibilità di assunzione, ma come diceva il Presidente era un’opportunità unica per la mia carriera. E, ingenuamente, lo pensavo anche io.

Uscii dalla stanza del Presidente ancora più nervosa e confusa di quando vi ero entrata, cercando con lo sguardo la segretaria dagli occhiali color cannella. La trovai dietro il bancone, nella sala d’accoglienza, intenta a leggere dei documenti e a firmare dei moduli. Le ci volle un po’ per uscire fuori da quel turbinio di carta e fogli e accorgersi della mia presenza. Non potevo biasimarla, anche io facevo fatica ad accorgermi della mia stessa presenza in quel momento.

Le dissi che il colloquio era andato bene e che il Presidente mi aveva detto di rivolgermi a lei per qualsiasi dubbio e per firmare i documenti necessari all’assunzione. La segretaria, senza perdere tempo, stampò dei moduli, me li fece riempire e mi indicò con la punta dell’indice lo spazio bianco in cui avrei dovuto apporre la mia firma. Il contratto di stage vero e proprio era costituito da una pagina scritta solo fino alla sua metà. Provai a concentrarmi e a leggere la mezza pagina di contratto, ma l’agitazione mi impediva di memorizzare o capire quello che leggevo, quindi, dopo due tentativi andati a vuoto, rinunciai. Anche se era un solo foglio riempito a metà era pur sempre un contratto, pensai, dovevo essere contenta e grata di essere stata assunta in regola e non in nero. Stavo per lasciare la sala d’accoglienza per andarmi a rifugiare nel torpore dell’aria di luglio, quando mi accorsi che mi mancava un’informazione estremamente importante.

-Mi scusi, sa quando dovrei iniziare a lavorare?

La segretaria, senza alzare lo sguardo dai documenti su cui si era immersa di nuovo disse:

– A partire da martedì prossimo. Alle 9.00. Puntuale.

Estratti del 3° capitolo

Mi chiamo Diana Incantalupi e sono nata nel 1993 a cavallo tra la fine di un lungo secolo, che ormai scorreva nelle vene della gente che, nel bene o nel male, gli era sopravvissuta e l’inizio di un altro, portatore di promesse e grandi cambiamenti. Di cognome faccio Incantalupi perché gli uomini da parte di mio padre erano soliti addomesticare i cani e, quando serviva, anche i lupi, che nei dintorni del paese in cui sono nata perlustravano i boschi e facevano sentire i loro canti durante le mattine gelide o le sere troppo silenziose. Ma il cognome non è la sola cosa strana che ho ereditato, perché anche la mia famiglia è una strana accozzaglia di fenomeni umani e molecole di vita che per capirli e inquadrarli tutti assieme bisogna avere la mente libera e profonda. Almeno così ripeteva sempre mia nonna quando mi raccontava le varie storie di famiglia, le storie grazie alle quali capivo che la mia stranezza non era venuta fuori dal nulla, ma era un gene ereditario.

***

Nacqui il primo giorno di primavera del 1993, durante una notte di luna piena, e il giorno dopo mio nonno morì, per quelle strane coincidenze cosmiche che a capirle si diventerebbe pazzi. Morì senza dolori, senza preavviso, come se non ci fosse nulla di più naturale di lasciare il mondo a quel modo. Una nascita e una morte, un inizio e una fine abbracciati per sempre in un inizio di primavera che portava in sé già i semi della morte invernale. Forse fu a causa di questo strano inizio della mia vita, di questa amputazione prematura dovuta alla perdita di una persona che avrei voluto conoscere, che crebbi con una malinconia e una nostalgia cronica, ma mia nonna mi diceva sempre che non era un problema, perché come aveva detto mio nonno alla mia nascita, ero venuta al mondo con delle schegge di cometa nel cuore.   

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Leggere l’anteprima mi ha interessato e divertito molto! Spero di potermi gustare il resto del libro il prima possibile!!!

  2. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere il primo romanzo di questa promettente scrittrice! Per non sbagliare, io ho preso sia il cartaceo che l’eBook e attendo il film, ma solo per dire che comunque era meglio il libro.

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Giulia Putzolu
Sono nata a Roma il 17 gennaio del 1993, di domenica pomeriggio, stravolgendo la giornata di riposo dei miei genitori, ma nonostante questo dirompente inizio, ho sviluppato un carattere tranquillo. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche, mi trasferisco nella cittadina francese di Montpellier per completare un Master in Studi Europei e Internazionali. Ho svolto diversi lavori nel corso degli anni, da cameriera a hostess, da traduttrice ad addetta alla sicurezza museale, fino a svolgere uno stage di ricerca presso l’Istituto IRIAD, ed essere assunta per alcuni mesi come Policy Analyst dall’Istituto Eurispes. Adoro viaggiare, divoro libri dall’età di nove anni e film dall’età di quindici e amo la lingua giapponese che ho iniziato a studiare un anno fa. Da piccola volevo fare la paleontologa, come Alan Grant di Jurassic Park; ora, coltivo la mia passione per la scrittura.
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