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ÁLPHA E BĒ̂TA

ÁLPHA E BĒ̂TA
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Consegna prevista Settembre 2021
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Le storie della vita sono multiformi, raccontarle impone registri diversi: quello della nonna ha il ritmo delle fiabe, anche se di quelle moderne più interlocutorie che assertive; l’attesa di una visita all’ospedale diventa un’esperienza interiore che segue il flusso dei pensieri e coglie gli aspetti ironici della situazione oppure le eterne domande sul senso della vita che richiamano le dispute medievali nella forma e nel linguaggio o ancora il malinconico procedere del racconto di Una con il suo lasciarsi vivere.
Situazioni ordinarie o insolite che vengono proposte al lettore seguendo un filo conduttore: le lettere dell’alfabeto. Ogni racconto ha, nel suo titolo, un nome proprio o una situazione che inizia con una lettera diversa.
Racconti brevi, che si possono leggere tutto d’un fiato, possono essere la compagnia di un attesa, di un viaggio in treno o il passaggio verso il sonno. Nello stesso tempo, però, sono storie in cui ci si può ritrovare o da cui si può partire per pensare.

Perché ho scritto questo libro?

Osservare, annotare, riflettere, scrivere: potrebbe essere condensata in queste quattro parole il senso di questo libro.
Ogni esperienza di vita, anche piccola, merita di essere annotata. In questo modo l’incontro con gli altri diventa “relazione”, porta qualcosa al nostro vissuto. L’occhio che guarda, però, non perde mai il suo senso critico che lo porta a trovare, anche nelle situazioni di disagio, l’ironia che sempre c’è e ci permette di camminare con leggerezza.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A

ALFIO

Era uno che si adoperava a star male di continuo: se non era il raffreddore che lo colpiva ad ogni cambio di stagione era il mal di stomaco perché aveva mangiato troppo; se qualcuno inavvertitamente lo urtava diceva che gli aveva lussato una spalla e ad ogni giro d’aria si lamentava per la cervicale.

Quel giorno lo vidi arrivare con una fasciatura fino all’omero, se l’era fatta fare da suo fratello, che aveva seguito alcune lezioni di primo soccorso in azienda, perché si era slogato il pollice della mano destra.

“Ti si riflette sulla gamba?”, gli chiesi vedendolo zoppicare.

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Mi rispose con la solita aria svagata: “Cosa?”

“La slogatura del pollice, intendo. Vedo che stai zoppicando.”

Alfio, così si chiama quel mio amico, è spesso vittima del sarcasmo dei più malevoli e qualche volta mi fa anche pena ma quel giorno le cose erano andate storte anche a me e non ero ben disposto nei suoi confronti.

“Ma non si chiama alluce?”, ribatté senza cogliere l’ironia della domanda.

“Pensavo che la slogatura del pollice della mano ti si ripercuotesse sul piede dato che cammini in quel modo”, tentai di spiegare.

“Ah!”, fece lui senza aver ancora capito la battuta, “Certo, l’altro è quello del piede…”

“E come è stato?”

“Doloroso.”

“Lo immagino ma come te lo sei slogato?”. Cercai di dimostrarmi premuroso per smussare il mio sarcasmo. Ma anche questo non fu capito. Mi saltò su con un’osservazione poco pertinente: “Non sopporto quando ci si riferisce alle parti del corpo in modo impreciso, e non è solo una questione lessicale. Un alluce non è un pollice.”

Mi infastidì quell’allusione al fraintendimento che solo lui aveva creato e per il quale adesso mi prendevo dell’ignorante. Per vendicarmi rincarai la dose senza mezze misure: “Ma è mai possibile che capitino tutte a te?”

“Purtroppo”, mi rispose tornando piagnucoloso, “ma non me le vado mica a cercare, sai?”

“Ah, lo immagino, ma sta di fatto che se non è un giorno è un altro e tu sei sempre infortunato.” E la cosa per me poteva finire lì, non mi interessava sapere perché era entrato zoppicando, né come si era slogato quel pollice ma Alfio, toccato nella cosa che aveva più cara, il senso del dolore, mi rispose in malo modo, cosa che di solito non faceva. Mi prese una gran rabbia perché non me lo sarei mai aspettato da lui e lo mandai a quel paese. Incominciò a battere i pugni sul tavolo – mi pare di non averlo ancora detto ma tutto accadde nel solito bar in cui alla sera, dopo il lavoro, ci ritroviamo tra amici -. Fece il finimondo: urlando proclamava il suo dolore, accusava me e anche

quelli che per caso si trovavano nel locale di non credergli, di non considerare la sua pena. Continuava a ripetere che era stato proprio un caso che quel tizio passasse e lo urtasse mentre lui teneva la mano sul fianco, proprio così, con il pollice appoggiato sulla parte dietro e le altre quattro dita davanti, e mimava con l’altro braccio la posizione, si accaniva a ripetere il gesto girandomi intorno con saltelli veloci – non più zoppo ma perfettamente in forma – si fermava, mi fissava negli occhi e di nuovo ripeteva il gesto: “Così, così, lo vedi? La mano la tenevo così.”

Ne avevo veramente abbastanza delle sue mosse isteriche e stavo per andarmene lasciandolo a zampettare per il locale. Qualcuno disposto ad assecondarlo per un poco l’avrebbe trovato e io me ne sarei liberato. In quel momento entrarono due dei soliti amici; invece di calmarsi Alfio incominciò ad inveire anche contro di loro. Ma quelli sono due tipi che non se le mandano a dire, forse quel giorno anche a loro le cose erano andate storte e senza dire né a né ba gli si avventarono contro. Insomma, a farla breve, si dovette lavorare parecchio per fermarli perché quelli erano in due e anche piuttosto robusti. Alfio si agitava nervoso, tirava calci e pugni dappertutto ma con il suo fisico non poteva competere. Il risultato fu che anche l’altro suo pollice si lussò, ebbe tre punti sul sopracciglio sinistro e due costole fratturate.

Lo andammo a trovare all’ospedale con i due energumeni, che nel frattempo si erano anche pentiti della reazione spropositata e provavano una certa pena per lui anche perché Alfio non sporse denuncia e tutto fu messo a tacere. Lo trovammo a letto circondato da flaconi, deflussori, carrucole e altri strumenti ospedalieri. Fu insolitamente ciarliero soprattutto con quei due, anzi solo con quei due, a me quasi non rivolse parola. Mi dimostrai piccato ma lui non fece caso a me, era felice così. Finalmente qualcuno lo aveva preso sul serio e adesso era ammalato davvero.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Alessandra Nardon
Giunta al mondo con gioia e fatica
attraversato ho i casi della vita
ho lavorato
con solerzia ed impegno
quel che non so studio
e quel che so insegno.
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