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Ammazza, Mussolini!

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Consegna prevista Agosto 2020

Un pilota da caccia, una giovane donna sicuramente più intelligente di lui, una squadriglia fantasma, ingenui cospiratori nei salotti di una Roma in guerra. Riusciranno a uccidere Mussolini? con l’aiuto di leggende, divinità dimenticate e molto vino dei Castelli sì, anche se non come ci si sarebbe aspettato. Il Mussolini da uccidere è il personaggio storico, o piuttosto un duce che ognuno di noi si porta dentro per fare le cose più sbagliate? Ammazza, Mussolini! inizia in Africa per approdare a Roma, attraversando le ultime fasi della Seconda Guerra. Francesco Stella, svagato aviatore con la testa tra le nuvole, credendo di essere il predestinato riuscirà solo a innamorarsi. Elvira Mancini, determinata almeno quanto sentimentale, tiene le fila del complotto, ma sarà il potere della magica duna che corre sul litorale di Roma a compierlo al posto degli umani. Ammazza, Mussolini! è il “manoscritto ritrovato” più originale e divertente su uno degli eventi più tragici della storia d’Italia.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per divertire con il piacere dell’esperienza letteraria, quella che da sempre cerco nelle mie letture. Sono partito dalla scoperta di un libro dimenticato, che racconta la passione politica di eroi dimenticati ma realmente esistiti. Poi sono arrivati i personaggi: dopo anni di ricerche e diverse stesure il risultato è un labirinto di strane coincidenze e buffi colpi di scena dove mi sono perso e ritrovato più volte con stupore, sperando che lo stesso accada al lettore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

– Era l’11 di luglio del ’30. Arrivammo su Milano poco dopo il mezzogiorno, e alla mezza già potemmo rimettere prua al Nord. Bassanesi non è certo un tipo loquace, ma finito di lanciare i manifestini si mise a parlare, forse per lo sciogliersi della tensione. Nella carlinga c’era un frastuono… lo sapete. Io avevo il cuore pieno dell’impresa, capite? C’era orgoglio. L’ebbrezza della riuscita. Il cielo era sgombro, nessuno a inseguirci. Mi venne in mente ancora il Duce… D’Annunzio, voglio dire!
Stella annuì, falsamente complice.
– Non ho mai sentito tanto profondo l’orgoglio di essere italiano! Dopo tutti quegli anni di menzogne, di bassezze… avevamo in pugno perfino il cielo!
– Bassanesi, dicevate? – L’infame Stella sorrise.
– Dopo qualche commento pertinente al volo si mise di colpo a spiegarmi come la donatio Constantini sia in realtà un falso. Lo avrebbe pubblicamente provato, una volta tornati a Parigi. Capite? In un momento come quello!
– De che?
Come a ogni italiano che si rispetti, nel momento del bisogno a Stella scappava il dialetto. Del resto, la materia era ostica. Stella sarebbe diventato poi più istruito, data la sua vicenda, ma della donatio in quel momento non sapeva ancora una mazza. Dolci sorrise all’esclamazione, pure lui romano.Continua a leggere
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– La Donazione di Costantino, un documento con il quale è in pratica sancito il potere temporale della chiesa. Costantino, in sostanza, con quel documento avrebbe trasferito al pontefice autorità su Roma e l’Impero d’Occidente. È un falso, ma alla chiesa è servito.
– Che c’entra con il fascismo, e Mussolini?
– Speravo me lo diceste voi, – Disse sornione Dolci. – In verità, qualcosa ci entrerà pure, e Bassanesi aveva per giunta iniziato il discorso parlando di un’illiceità dei Patti Lateranensi, dipendente appunto dalla falsità della donatio, sapete cosa sono i Patti Lateranensi?
– Questi, sì, – Poté affermare il pilota, rinfrancato da quella occasione favorevole.
– Eravamo lì, di ritorno da quell’impresa, senza tra l’altro essere sicuri se qualcuno ci avrebbe abbattuto oppure no, e l’autore del bel gesto si mette a sciorinare qualcosa di davvero lontano come storie di donatio e cazzi, invece di cantare, che so, canzoni da caserma o dite voi cosa. Cosa cantate, voi aviatori, quando siete contenti per una vittoria o per scaricare la tensione?
– Non so, – Rispose confuso Stella. Poi gli venne in mente. In realtà, finché non si mettevano le ruote sulla pista, non si poteva gioire, anche se qualcuno cantava, certo. E anche lì…
– La canzone dell’aviatore! La conoscete?
– Quella che fa: Gira e rigira l’elica…?
– Quella.
– Bene. Invece lui si mette a dire della donatio.
– Già. Ben strano.
A Stella venne in mente che Bassanesi non era mica un aviatore. Sarebbero infine usciti, oppure no? Come fu per la sedia, Elvira entrò di colpo a prendere in mano la situazione.
– Cosa fate?
I due si fermarono sul posto, la testa incassata nelle spalle, come dovesse piovergli qualcosa addosso. Stella prese coraggio.
– Cosa…
– Siete vestiti. Cosa pensavate di fare?
– Il signor Dolci, qui, mi porterebbe a fare un giro.
– Certo! Volete anche i soldi per la bevuta?
– Ma…
Stella era allibito. La sua dolce Elvira, tramutatasi improvvisamente in qualcos’altro. Stava al suo modo, da sembrare roccia di banco. Stringeva i pugni, le braccia lungo i fianchi.
– Non capite. Siamo certamente sott’occhio della polizia, anche se non sa esattamente chi siamo e cosa facciamo. La riunione di stasera – Diede un gesto, verso la porta – Serve a nascondere il vostro incontro, e quello di qualche altra persona. Se uscite, sarete certamente seguiti, se non peggio. Mi meraviglio di voi, Dolci!
– Va bene, va bene, – Fece Dolci, togliendosi la giacca e rimettendosi a sedere. – E, dite… quando finiremo, rimarrà qualcosa da mangiare, di là?
– C’è il pesce, qualcuno lo sta cucinando. Dirò di mettere da parte qualcosa. C’è del pane. Prendete ancora del vino. Di quello, ce n’è sempre. Fresco, anche. Bevete fresco, se potete! – Fece, improvvisamente allegra.
Stella smise di guardarsi le scarpe. C’era una sporcatura di polvere che lo impensieriva, ma l’eco a quella frase di Rabelais che conosceva così bene lo scosse. Anche questo, sapeva? Elvira se ne accorse.
– Bravo, tenente. Venite di là, vi darò una bottiglia.
Stella trotterellò obbediente dietro Elvira. Oltre alle solite voci che discorrevano, il corridoio era animato da un robusto odore di pesce. Elvira si fermò, girando sui tacchi. Stella cercò di avere la migliore espressione che poté.
– Come sta andando, con Dolci?
– Bene, grazie. Mi pare.
– E poi?
– Mi ha raccontato tante cose…
Era incerto se dire o afferrarla. Il modo in cui continuava a scuotere quei suoi capelli non gli dava però molta scelta. Si avvicinò impercettibilmente, lei se ne accorse. Stella continuò.
– Parla delle sue esperienze, ancora non mi ha detto nulla di preciso. Salvo il fatto che in questo momento più o meno chiunque complotti contro il Duce. O il fascismo. O tutte e due le cose. Non so se arriveremo al sodo. Per adesso mi ha raccontato di un pazzo, un certo…
– Non era pazzo. Era solo troppo patriota.
– Certo.
– Quale dei due?
– Quello del volo su Milano. Ce n’è un altro?
– Diversi altri. L’antifascismo è più grande del fascismo. Meno forte, forse; certamente più grande. Vedo che siete ancora indietro.
– Sentite…
La prese per un braccio. Sorprendentemente, lei diede in un sospiro. Stella era forse stato un po’ brusco allungando la mano, ma lei non dava a vedere di soffrirne. Nella stretta, Elvira aveva messo un piede davanti all’altro, per meglio saggiare la forza che la teneva. Stella allentò leggermente la presa e la guardò, finché lei non socchiuse gli occhi. Stella strinse di nuovo. Lei aprì leggermente le labbra.
Stella sentì venire meno quella presa con il suolo che la ragazza sembrava avere in ogni momento.
– Badate… – Provò a dire Elvira.
– No.
Fu così che Stella baciò la sua prima ragazza. Fu breve, una brevità dettata dalla situazione. Avevano alle spalle Dolci, che poteva sbucare nel corridoio da un momento all’altro; davanti, una cucina piena di gente. Stella prese dunque anche l’altro braccio, e la trasse a sé. Dovette chinarsi, alto com’era. Appena le labbra si toccarono lei alzò la testa a prendere meglio il bacio. Si aprirono leggermente l’uno contro l’altra e spinsero dov’era più tenero. Sentirono i loro respiri uscire forte dalle narici. Poi lei premette una mano contro il petto di Stella.
– Basta, adesso. – Riuscì a dire.
Stella si raddrizzò. Aveva il cuore che batteva forte. Lei lo sentì, sotto la mano che si ritraeva.
– State bene? – Aveva la voce un po’ strozzata. Ascoltarono ancora un momento i loro respiri.
– Sarà meglio che andiamo.
Anche Stella dovette schiarirsi la gola.
– Sì.
Stella sentiva la testa girare come in uno sbalzo di pressione. Non aveva mai mostrato interesse per le ragazze. Almeno, per ciò che avrebbero potuto dire gli altri. Si era anche fatto dare del ricchione perché si era rifiutato di andare al bordello, quando per tutti venne il momento. Da come parlava con i suoi compagni di scuola, si capiva però che quel momento non era semplicemente ancora arrivato e doveva essere atteso, non provocato. Ebbe una grande amicizia con una ragazza della sezione femminile, che viveva il suo stesso indugio. Furono molto vicini, anche se nessuno seppe mai cosa si dissero, e chi davvero fosse la ragazza. Di lei si persero le tracce quando il padre fu improvvisamente trasferito in provincia. Motivi politici, si disse.
I pochi passi verso la cucina furono un’odissea. Entrambi erano tentati di riavvicinarsi, ma non osavano. Il risultato fu uno strano modo di camminare, ondeggiante. Precedendo, lei voltava lo sguardo ora di là da una spalla, ora dall’altra, per evitare di essere presa ancora. Accendeva quel suo sorriso a ogni passo. Lui scarrocciava di qua e di là provando a sembrare indifferente, al tempo stesso brancolando verso di lei. In questi ondeggiamenti, per poco non fracassò uno dei vasi del corridoio. Mentre si aggrappava alla colonnina per non far cadere tutto, lei rise. Era notevolmente cambiata anche la percezione delle cose, notò il tenente. Lei appariva circonfusa di un’aura violetta. Perfino il pavimento non sembrava tanto a posto. Elastico, si sarebbe detto. Era come venire giù in vite piatta. La testa non aveva smesso di girare, e ora fischiavano anche le orecchie. Neanche in volo gli era mai successo.
Furono finalmente alla porta. Il frastuono servì a smaltire un po’ della confusione propria dell’eros. All’interno aveva luogo una grottesca messa in scena. Sopra la cucina economica il pesce cuoceva lentamente in una grossa pesciera di alluminio, una cosa da ricchi. Elvira s’infilò in mezzo al capannello di esaltati che stava seguendo i lazzi di Eva e sparì dietro le quinte. La sorella di Giovanni aveva sciolto i capelli a nascondere il viso, brandendo selvaggiamente un forchettone con su infilata la testa del grosso pesce, alla quale era stato legato un fazzoletto a mo’ di pirata, e messa una sigaretta accesa tra i denti. Stella pensò che forse il povero pesce non fosse entrato tutto intero nella pesciera, ma la realtà era che avevano bevuto un po’ e avevano voglia di ridere. Meno male, pensò.
Eva avvicinava minacciosamente la testa del pesce alla faccia degli invitati, obbligati a confessare qualcosa a “Ben”. Era il turno di una giovane donna con due grandi occhi languidi e bistrati, che forse guadagnava per la prima volta l’attenzione della compagnia. C’erano almeno una dozzina di persone.
– Allora! – Faceva dire Eva al pesce Ben, con voce strozzata e accento tedesco, – Siete stata voi ad avermi rifiutato? Parlate, ve lo ordino! Parla, scema che non sei altro! Sei o non sei una vera fascista? Ah, taci? Adesso ti faccio vedere io!
Mentre quella faceva cenni come di non saperne nulla, Eva abbassò il pesce all’altezza del sesso della malcapitata, tirando rumorosamente su col naso. Il pesce aveva un ghigno terribile almeno quanto ridicolo, continuando per di più a fumare.
– Ecco, lo sapevo! Il pesce puzza dalla testa! Sento odore di qualcun altro, qui!
L’altra, visibilmente in imbarazzo, per trarsi d’impaccio decise di esagerare. Si girò e offrì il sedere al pesce, che fece finta di svenire. La testa si sfilò dal forchettone e cadde in terra. Eva non si fece sorprendere.
– Lo sapevo, – Mugolava Ben, – Siete tutte uguali.
Gli altri si sbellicavano. Stella vide che c’era qualcuno che non si divertiva, anzi, parlava fitto poco discosto. Dovevano essere gli altri due di cui aveva parlato Elvira. C’era Giovanni a guardarli poco discosto.
Si sentì toccare la schiena.
– Da bravo, tornate in classe.
Stella prese i due bicchieri e la bottiglia che Elvira gli porgeva. Era davvero fredda. C’era un grande frigidaire di quelli moderni, accanto alla finestra. Bevete fresco, se potete! – Pensò Stella.
Si sentì chiamare ancora. Tornò indietro qualche passo. Elvira tendeva qualcosa. Era un grosso cartoccio di una spessa carta giallastra, con dentro dei lupini lessi cosparsi di sale grosso. Aggiunse un tozzo di pane.
– Vedete di non sporcare.

07 novembre 2019

Aggiornamento

L'evento di lancio della campagna a Milano, con Alberto Saibene e Manfredi Perrone.

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Federico Del Prete
Sono nato e cresciuto a Roma, vivo a Milano. Ho una formazione umanistica, ho fatto e faccio diversi mestieri, tutti in ambito creativo. Scrivo per vivere e vivo per scrivere; vado in bicicletta, ascolto molta radio, sono spesso in giro per l’Italia. Nel tempo che rimane lavoro per la tutela dell’ambiente. Ho pubblicato diversi titoli in volume e scrivo per testate web. Ammazza, Mussolini! è la mia prima esperienza di narrativa.
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