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Anche le stelle muoiono

Anche le stelle muoiono
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Consegna prevista Agosto 2021

F. è un brillante professore di lettere in un liceo di provincia, nelle sue riflessioni incarna palesemente dei valori anticonformisti. Decide per motivi misteriosi di lasciare momentaneamente l’insegnamento. F. è anche un uomo intrappolato nel passato: si manifestano in lui ricordi improvvisi, in modo molto vivido, accompagnati da emozioni dolorose. A volte l’esperienza è talmente forte da far sembrare al malcapitato che l’Evento si stia ripetendo. Il professore passa i suoi giorni inutili e gonfi di tristezza a rimuginare sulla sua esistenza faticosa. C’è una storia d’amore ad alimentare i tormenti di F. Quella con Elisa: una vicenda colma d’ombre, senza scampo, senza rifugio. A un presente angosciante, caratterizzato da notti insonni, si affianca così un passato doloroso, denso di rimpianti. F. ci racconta tutto questo, con i suoi lampi poetici, mentre accanto ci siete voi, lettori, e c’è il narratore esterno, che cerca di colmare i vuoti lasciati dalla memoria del sognatore.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere mi ha sempre aiutato a confrontarmi con gli ostacoli della vita, ho provato in questi anni a costruirmi un piccolo rifugio dove poter esperire in pieno il mio mondo emozionale.
In particolare ho scritto questo libro perché sentivo questa storia vivere dentro di me e avevo bisogno di testimoniarla e condividerla. Con questo libro ho voluto fare un esperimento :unire la poesia alla narrativa.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ero immerso nel buio della notte ,perfino le stelle non illuminavano  il mio cammino. Mi ero perso osservando quel cielo plumbeo, non vedevo le sue stelle eppure la sua visione mi rapiva, volevo toccarlo, volevo conoscerlo. “Chissà se il cielo ha mai voluto toccarmi” pensai beffardo. Continuavo a passeggiare, la strada era deserta, c’erano solamente delle auto parcheggiate e qualche gatto randagio che mi scrutava con diffidenza. Decisi di prendere una strada in salita in mezzo alla collina, lì c’erano distese di prati e dei begli ulivi che visti lontano nello scuro totale sembravano giganti. Decisi di avventurarmi per i verdi prati, vidi una ragazza, era sola a quell’ora della notte, era china, ma non sapevo cosa stesse facendo. Così, incuriosito, mi avvicinai cautamente per evitare di spaventarla. Aveva un viso delicatissimo, sembrava come un segno di risposta alla mia precedente domanda, una parte della mia anima ne fu subito rapita. Non avevo parole per iniziare un discorso, forse dovevo semplicemente tacere e ammirare la sua bellezza angelica, ma la parte più razionale di me esordì:

– Cosa ci fai qui a quest’ora? – Avrebbe potuto farmi la stessa domanda, eccome se avrebbe potuto farmela…

– Sono in cerca di stelle, sai, quando sono addolorata e stufa di guardare per terra o quando semplicemente vorrei sognare, cerco di mettermi in contatto con esse – mi rispose con carattere e per niente intimorita, come invece sospettavo.

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– Anche io le stavo cercando, ma oggi sono morte, non ci rimane che guardare questo cielo vuoto, ma  meglio che continuare a guardare per terra… Ma sei sicura di star cercando solo le stelle? – La guardai con sfida. La sua espressione si scompose per un attimo, e per un attimo ancora sembrò aver paura della domanda, o meglio che la spaventasse la risposta. Dopo pochi istanti la sua espressione angelica tornò e mi rispose:

– Ti importa veramente di cosa cerco?

– Certo, altrimenti non mi sarei avvicinato, rischiando di passare per un malintenzionato.

– Stavo cercando la mia anima, avevo bisogno di fuggire da tutto e di fermarmi ad ammirare un cielo stellato, forse nella mia fuga avevo anche la speranza di incontrare qualche vagabondo come me che mi compatisse, come hai potuto notare non ho difficoltà ad aprirmi con gli sconosciuti. Ma chi sei tu?Quella domanda mi gelò, come se per un attimo tutte le mie certezze fossero cadute, una semplice domanda che ne aprì infinite. Ero un vagabondo? Cosa ci facevo lì? Stavo cercando anche io la mia anima? Non avevo forse la sua stessa speranza? Chi ero io? Chi era quella donna?

Preso un po’ del mio coraggio mi rivolsi così:

– Sono un professore, sognatore, vengo spesso qui per ammirare il cielo, le stelle mi cullano, ma, a volte anche loro mi abbandonano. Passeggiando, speravo di incontrare qualche storia da conoscere, qualcosa che non mi faccia rimpiangere le stelle insomma. Tu chi sei?

– Onestamente non so risponderti, non so se sono una sognatrice, o una donna cinica, non so se credo in qualcosa o meno, sono Elisa, forse posso sembrare una donna semplice, ma mi sembra di scoprire un giorno una parte nuova di me e la cosa mi confonde, forse tu mi puoi aiutare… Perché sei un sognatore? – mi chiese. Quest’altra domanda mi fulminò, effettivamente non c’era una risposta giusta o meno, lo ero e basta, ma non potevo deluderla con una risposta così banale – ammesso che avessi la sua fiducia.

– Credo che a volte vivere nei sogni sia più bello della vita reale, per un momento ho l’illusione di essere felice, ma è solo un modo estremo per distrarmi da questo mondo così malato. Sono solo e non ho nessuno con cui condividere i miei sogni. Insegno lettere e ho provato diverse volte a far sognare I miei alunni, a farli credere a un altro mondo possibile, ma crescono tutti rassegnati dalla vita… Li vedi a quattordici anni che già hanno pianificato il loro futuro, sanno già quello che faranno a quarant’anni. Così mi abbandono alla scrittura e al mondo della poesia, entro in un mondo in cui nessuno può ferirmi.

– Perché il mondo ti addolora?

– Perché non trovo qualche persona profonda con cui mostrarmi, qualche anima che ascolti la mia.

– Io sono qui ti ascolto, ti va di raccontarmi?

– Certo, solo se mi racconterai anche tu – accettai senza nemmeno pensarci, avrebbe potuto essere la notte più bella della mia vita o una semplice illusione come tante altre, ma alla fine ci ero abituato, non avevo nulla da perdere.

Passeggiavamo con un silenzio assordante, non sapevo proprio come romperlo, ero troppo titubante per proferire parola, aspettavo con ansia di sentirla parlare. A un certo punto indicò un ulivo e mi fece cenno di sederci sotto di esso. Eravamo uno affianco all’altra, forse troppo vicini vista la nostra poca confidenza, mi guardò imbarazzata da quel silenzio e mi disse:

– Allora, cos’hai da raccontarmi?

– Sono un semplice professore, insegno al Liceo della città. Sono un uomo solo, proprio per scelta. Ho conosciuto tante donne sai, ma trovo sempre una forte incomprensione. Nessuno sembra vedermi per come sono realmente e faccio fatica a fidarmi di qualcuno.

Mi guardò come se capisse quello di cui stavo parlando, le sue labbra si mossero:

Ti è mai capitato di desiderare di essere diverso, di essere altro?

– Sì , ho tanti rimpianti, ma ho già parlato abbastanza di me, voglio ascoltare la tua storia! – Forse ero stato scortese, ma ero troppo curioso di sentirla parlare dei suoi drammi. La guardai bene, i suoi occhi non riuscivano a nascondere una certa sofferenza passata, le sue guance arrossirono un poco, non facevo a meno di notare lo stravolgimento che stava avvenendo dentro di me, era come se mi fossi smarrito nel suo sguardo. Ma qualcosa dentro di lei si illuminò e iniziò a parlare:

– A me è successo troppe volte, ho tale disprezzo per me stessa e la mia vita. Ogni giorno fatico a trovare un motivo per alzarmi dal  letto, il passato mi sta logorando.

– Passato! Che brutta parola…Cosa sarà mai successo di così doloroso?

I suoi occhi si riempirono di sconforto, la sua espressione si fece più inquieta, non aveva nulla a che fare con l’angelo che avevo incontrato prima. Era come se per un attimo si fosse pentita della proposta fatta. Dopo qualche istante di esitazione inizio a parlare così:

– Provengo da una famiglia molto all’antica, una famiglia facoltosa se così si può dire. A me piaceva tanto il violino, sarei voluta andare fino in fondo, entrando in conservatorio, e provare a fare carriera.

– Dicono che le persone che suonano il violino siano le più nobili. A modo tuo piace anche a te raccontare storie.

– Piaceva… I miei genitori mi hanno convinta a lasciar perdere la musica con le sue infinite storie… Beh, diciamo che hanno deciso loro la mia vita per me. Mi hanno detto che sarei stata una fallita se non avessi fatto medicina, me lo hanno inculcato talmente bene che quando iniziai l’università ero persino felice di seguire le loro orme. Non potevo deluderli, ero l’unica figlia, e adesso mi ritrovo con una professione che non mi piace fare. Mi hanno influenzata tanto anche nella vita sentimentale, mi hanno spinto a sposare il mio ragazzo, perché di buona famiglia nonostante non fossi pienamente convinta. Con il passare del tempo mi sono resa conto di non amarlo più, o forse di non averlo mai amato. Ma alla mia famiglia non importava della mia sofferenza, mi hanno sempre trattata come un investimento da far fruttare. Oggi sono scappata perché mio marito ha iniziato a parlarmi di bambini e per quanto sia stato il mio sogno da sempre quello di diventare madre, mi sono resa conto che darei alla luce un bambino con uomo che non amo. Non potevo essere un’altra volta indifferente alla mia vita per crearne una nuova destinata alla sofferenza. Non so come uscire da questo supplizio, forse l’unico modo è cancellare questa vita, alla fine nessuno la rimpiangerà, come lo sto facendo io in questo momento.

Le sue parole furono soffocate dal pianto, ero addolorato anche io dalla sua storia… Non sapendo cosa fare le strinsi di istinto le mani, poi, senza badare a quello che avrei dovuto dire, iniziai a parlare così:

– Ascolta, per quanto possa essere brutto il tuo passato, non devi arrenderti, la tua situazione è tragica e può sembrarti irrisolvibile. Eppure pensa che tutto questo dolore che stai provando non è vano, oggi stesso tu hai iniziato a vivere, hai rifiutato quella vita che hanno scelto per te, ti sei resa conto di quanto sia sola. Vorresti davvero morire senza aver vissuto la meraviglia della vita, davvero non vorresti prima provare a costruire un mondo diverso?

– Io ho tanta paura della morte, se penso al fatto che prima o poi morirò, vengo invasa da un’angoscia tremenda. Non esisterò più, svanirò, ci sarà vuoto.

– È così , non possiamo vivere in eterno ,possiamo trovare un modo per essere ricordati.

– Tutti dicono che se sei soddisfatto della tua vita, muori tranquillo. Ma che ne sarà se non riuscirò a essere soddisfatta? Avrò perso l’unica occasione e il mio tempo a disposizione sarà finito.

– Io non so dirti come sarà il vuoto dopo la morte, non posso neanche negarti che ci sarà una reincarnazione o la vita eterna… Ma io sono sicuro che non finiamo – le dissi, guardando come mai avevo fatto in una donna, e aggiunsi: – Come cercare di non morire di rimpianto? Circondandosi di amore. Inizia con l’amare te stessa; dire a tuo marito che non lo ami potrebbe essere un primo passo. Ti piaceva suonare il violino? Riempi di musica la tua vita, continua ad aggiungere note. Prima della morte c’è la vita, non ignoriamola.

– Le tue parole sono confortanti, ma sarò rinnegata dalla mia famiglia, cosa farò? Dove vivrò ? Chi si prenderà cura di me quando rimarrò sola e ci sarà il deserto dentro di me?

– Preoccupati di essere felice, e non sbaglierai. I nostri sogni non si scontrano con la realtà, ma con la nostra incapacità di sognare abbastanza.

– Che cosa vuol dire essere felici? Cos’ è la felicità?

– Mi fai una domanda difficile, cara, la felicità è un qualcosa di talmente soggettivo che sarebbe davvero difficile mettere tutti d’accordo. C’è chi la ricollega direttamente all’amore, chi ai soldi, agli amici, ma comunque la vedono come un qualcosa che viene dall’esterno. Troppi illusi cercano la felicità all’esterno , come se fosse qualcosa da conquistare, toccando i tasti giusti. Ma la felicità viene da dentro, quando la tua anima non è più ottenebrata. Una persona è felice quando non ha turbamenti, non ha più nulla da reclamare al passato. Forse quello che sto dicendo è utopia perché l’esistenza umana è pervasa dai turbamenti e dalle incertezze. Ma è il come ci si pone ai problemi ed alle angosce che ti fa capire se sei veramente felice. A volte mi accorgo di essere vicino a raggiungere la felicità, la pace, e lei si allontana sempre di più… Perché continuarla a inseguire? Mi chiederai. Beh ,affinché non smetta mai di camminare. – Quelle parole mi uscirono tutte di getto, probabilmente stavo delirando, ma lei mi guardava affascinata, come se le avessi mostrato un quadro che non aveva mai visto e mi si rivolse così:

– Sono davvero incantata dal modo in cui parli, vorrei che questa notte non finisse mai, ma ora è meglio che torni a casa. Vorrei rivederti e farti vedere l’alba, ci vediamo tra due giorni sotto quest’ulivo, ci vediamo alle 5:30.

Si alzò, e dopo avermi accarezzato il viso, si dileguò nelle ombre della notte. Quel senso di insofferenza che avevo prima di incontrarla era svanito, adesso avevo una persona con cui mostrarmi e condividere i miei sogni. Mi accorsi che in quel preciso momento la mia anima stava esultando, in Elisa avevo trovato una luce misteriosa. Quell’attimo di gioia fu presto gelato da una domanda terrificante: “E se lei non presentasse?”. Dopo la nostra conversazione sarebbe stato un oltraggio da parte sua; lo era anche da parte mia dubitare di lei, ma era la vita che me lo aveva insegnato, inoltre ero una persona molto ansiosa, non lo facevo con cattiveria.

Il buon vecchio Gotthold Ephraim Lessing diceva: “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, beh, allora mi spieghi la profonda noia che provai in quei fottuti giorni, la mia mente continuava a immaginare e sognare come sarebbe trascorso quel secondo incontro, e io rimanevo incollato a quella viscida realtà deforme. Il cuore mi palpitava, non riusciva più a trattenersi nello stanco petto, i miei occhi, abituati a vedere bugie e contraddizioni, erano curiosi di vedere emozioni.

Arrivò finalmente quel giorno, fui colto da un’intensa sensazione di leggerezza. Il mio corpo vibrava dall’ansia e non aspettava altro che acquietarsi difronte ad Elisa. Mi diressi come prestabilito sotto il famoso ulivo, forse ero tanto in anticipo, però non resistevo più alla voglia di incontrarla, volevo essere lì con lei. Mi sedetti e colsi con piacere l’umido della rugiada sul prato, era quasi rilassante, iniziai ad accarezzare l’erba. Passò un istante o forse un’ora e vidi un’ombra avvicinarsi, era proprio lei, Elisa. Mi iniziò a sorridere da lontano, agitando timidamente la mano. Mi fece cenno di seguirla, la assecondai senza fare troppe storie, non sapevo dove volesse andare, ma volevo lasciarmi trasportare completamente. Dopo pochi passi di silenzio iniziai a scorgere le luci della città e le chiesi:

– Ma stiamo andando…

– Silenzio, seguimi, un po’ di pazienza – mi rispose quasi seccata. Trovavo conforto nell’obbedire ai suoi ordini, in quel momento la mia ansia mi abbandonò per far spazio a delle vibrazioni più nobili. Stavamo andando verso il mare, era lì che voleva andare, ma non capivo tutta quell’aria di mistero, presto avrei trovato sollievo. Mi strinse la mano e accelerò il passo, dopo pochi metri si voltò verso di me, si tolse le scarpe e mi disse:

– Dai forza, ancora non le togli?! – Eseguii nuovamente i suoi ordini e ci dirigemmo verso la riva.

La sabbia era dannatamente fredda, quasi mi tremavano le gambe, e dopo poco il freddo assalì tutto il corpo, mi era venuta voglia di attaccarmi ad Elisa per riscaldarmi, ma il suo tono aggressivo mi suggeriva il contrario. Arrivati sulla riva si voltò indietro verso le luci della città ed esordì:

– Guarda la città che dorme, presto tutte quelle luci faranno spazio al bagliore solare, e una nuova giornata inizierà.

Le tende del cielo si stavano aprendo, per un momento la luce restò sospesa, il mare era piatto e a un tratto una sfera giallognola vi si era affacciata, tracciando le linee dell’orizzonte. Era tutto così rilassante, quello sfavillio mi trasmetteva qualcosa che mi apparteneva, sentivo come un senso di partecipazione a quell’evento. Era la nascita di un giorno qualunque, ma anche dentro di me stava prendendo vita una nuova luce

– È bello – esordii.

– Solo bello? – mi sorrise.

– È speciale, davvero.

– Anche il sole è una stella. A volte vengo qui per rilassarmi prima di andare a lavoro, per iniziare al meglio la giornata.

– Ci verrò più spesso, è una pace.

Ero emozionato, quel sole che si stava alzando sempre di più mi fece rivivere la meraviglia della vita, per anni ero rimasto indifferente a quello spettacolo, come se non ne fossi meritevole. Eravamo lì indaffarati a raccontarci dei nostri peccati, quando lei all’improvviso riprese il discorso di qualche sera prima:

– L’altra sera parlavi di vita prima della morte, di felicità… Ma come si arriva a quello stato di quiete che dici tu?

– Credi che lo sappia? – risi amaramente. – Forse circondandoci di persone che ci comprendano, sfruttare questa caducità senza renderla monotona, riempiendosi di momenti ed emozioni significative… Dobbiamo uscire fuori dall’ordinario, è la normalità che uccide.

Mi guardava come presa da una forte energia, alla luce del sole i suoi occhi si colorarono di verde con sfumature di ambra, era ancora più incantevole dell’altra sera, mi studiava divertita giocando con i miei occhi e dopo qualche secondo di silenzio mi chiese:

– Sei felice in questo momento?

– Forse – le sorrisi. Lo ero, in quel momento qualcosa ci stava avvolgendo, qualcosa di incomunicabile e ineludibile.

– Cosa scriveresti di questo? – mi chiese ancora, e io risposi in maniera esitante:

– Non saprei… Ho sempre scritto per alleviare il dolore nel mio mare di precarietà. Mi hai aperto gli occhi, cara, avevo perso la fiducia negli esseri umani, ma adesso, dopo tanti anni, sento vere emozioni-

– Così mi fai sentire importante. – E arrossì un poco .

– È da tempo, immerso in quel mare di precarietà, che galleggiavo su una zattera dal legno logorato. Ero in attesa di qualcosa, non so bene cosa, la chiamerei una grande nave che mi riuscisse a salvare dalla furia delle onde. Quell’imbarcazione pronta a prestare soccorso e che ti lancia un salvagente proprio mentre i tuoi polmoni si stanno riempiendo d’acqua. Una nave che per molto tempo cerchi disperatamente tra le increspature dell’orizzonte, ma che per molto tempo hai solo atteso, dimenticando persino di stare annegando.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Jacopo Iaconi
Jacopo Iaconi nasce a Giulianova il 4 settembre 2000. Studente di lettere moderne. Ha sin da giovanissimo una forte passione per il mondo della poesia, inizia infatti a scrivere i primi componimenti all'età di undici anni. Si interessa anche al mondo della musica che alimenta i suoi stimoli emotivi. Durante il quarto anno di liceo scientifico inizia a prendere forma nella sua mente l'idea di scrivere un romanzo che potesse unire la sua indole poetica e la tradizione narrativa novecentesca. Con il passare degli anni si delinea una storia viva di sentimenti che si trasformerà poi in "Anche le stelle muoiono".
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