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Anna cammina scalza

Anna cammina scalza
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Consegna prevista Dicembre 2021
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Anna è una ragazza che studia in una delle città più belle del mondo, l’improvvisa fuga d’amore della sua migliore amica e coinquilina, con un “Dio vichingo della fertilità”, abituato a girare per casa mezzo nudo bevendo tè alla pesca iraniano, è la doccia fredda che segna l’inizio del cambiamento. Anche il vecchio quartiere sta cambiando e la scomparsa del povero Zobì , il pesciolino rosso che le è stato affidato in custodia dalla sua amica, è il gong d’inizio. Lascerà il “manichino con le braccia morte cucite addosso”? Partirà con Philippe, l’uomo dal cervello semplice come quello di un Panda (e il corpo scolpito da ore di piscina e palestra) verso una delle spiagge più belle del sud della Francia?
Tra strade di campagna e muri a secco infestati da pericolosissimi tafani, dispersi, assetati, arriveranno davanti a un cancello che sembra la porta arrugginita del Paradiso. E chi è l’angelo luminoso che sta innaffiando il giardino?

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questa storia in un campeggio selvaggio della Corsica. Un luogo bellissimo, posto all’incrocio dei venti, dove Anna è apparsa e si è seduta davanti a me, come se ci conoscessimo da tempo. Ancora non ho capito cosa sia successo perché questa storia è lontana milioni di anni luce da quello che leggo io. Sul tavolino sfoggiavo un libro di Álvaro Mutis, uno di Paul Auster e uno del grande Cormac McCarthy che stavo rileggendo, cosa c’entrava questa ragazza secca come un chiodo?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Parigi.

Era da poco iniziata l’estate e da tutte le finestre spalancate di Rue de Lancry, si ascoltava un’unica canzone: “Voilà l’été”, dalla voce di Sylvie.

Ecco l’estate / finalmente è arrivata / Parigi non ti sembra diventata più bella?

La mugolavo anch’io, distesa sul divano, malgrado avessi trascorso una delle peggiori giornate della mia vita. Ero già al terzo barattolino di tè alla pesca, un tè orribile che Peter si ostina a comprare a casse intere, e che sto bevendo unicamente perché mi sembra la bevanda più giusta nella quale affondare.

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Peter è un bellissimo dio vichingo che ha rapito la mia amica e coinquilina Christine. Ovviamente lei è innamorata persa di lui e ora sono entrambi in viaggio verso Amsterdam, dove lei conoscerà i genitori di lui, appena trasferitisi lì da Bergen, in Norvegia. Ma ben altri stravolgimenti ben più sostanziosi s’intuiscono all’orizzonte! E il mio cervello, proprio quando mi serve, che fa? Si gingilla con questa stupida canzoncina: Lo senti il canarino riccioluto come canta?/ e il profumo dei croissants?/ Rue Pierre Hermé è in festa!/ E la famiglia Ganachaud impasta e inforna!

Guardo l’acquario dal quale il nostro piccolo Zobì è schizzato fuori suicidandosi e penso che questa morte improvvisa e terribile, sancisca in modo irreversibile la fine di un’epoca.

Al rientro dal mio ultimo giorno di lavoro, dopo essere stata licenziata dal Signor Marat con grandi abbracci e tanta commozione, sono entrata in casa e ho trovato il povero Zobì disteso sul pavimento. Morto stecchito. Non sapendo bene cosa fare l’ho subito rimesso in acqua, ma inutilmente. Il poverino ha ondeggiato per qualche istante poi s’è ribaltato su un lato, cominciando ad affondare. A quel punto, presa dalla disperazione, ho fatto la prima cosa che mi è venuta in mente: mi sono concentrata e ho cercato di richiamarlo in vita con la forza del pensiero, sperando in un mio superpotere ancora sconosciuto.

“…glob…”

“Zobì! Ma tu stai respirando!”

“…sì, Annette. Mi hai salvato! Grazie mille!”

“Non c’è di che mio piccolo Lazzaro… ricomincia pure a nuotare tranquillo”

“Sei la mia eroina! Ti voglio tanto bene! Ma… perché mi hai chiamato Lazzaro?”

Da un veterinario rintracciato in rete, ho saputo che i pesci rossi a volte fanno di queste cazzate: schizzano fuori dall’acquario come se davvero volessero suicidarsi! E questo succede quando l’acqua diventa povera d’ossigeno ma soprattutto troppo calda!

Il Dottor Blanchot, con voce profonda, come se mi stesse rispondendo da dentro una caverna, mi ha chiesto dove tenessi l’acquario ed io – ovviamente – ho mentito spudoratamente: “Nella parte più fresca del nostro appartamento” gli ho risposto, candida come un giglio, quando invece stamattina avevo spostato l’acquario sul davanzale della finestra con l’intenzione di far prendere un po’ di bella luce mattutina, a quel povero pesce segregato, mentre finivo di far colazione. Il mio intento era Nobile. Rallegrare la sua triste vita di pesce rosso, specie adesso che non c’è Léon, la nostra gatta obesa, anche lei in viaggio verso Amsterdam. Loro due hanno sempre giocato fin da quando erano piccoli. Lei che all’improvviso schiacciava il suo musetto contro il vetro e lui, timido, che schizzava via intimorito da tanta intraprendenza femminile!

Lei che si metteva a girargli intorno, miagolando e leccandosi i baffi, e lui che se ne restava rimpiattato e vigile, tra i sassi, non fidandosi troppo di quest’amicizia assolutamente contro natura.

Stamani, quando mi sono accorta che erano già le otto, ho mollato lì la colazione e ho cercato il telefonino dimenticato chissà dove, e poi mi sono precipitata giù per le scale correndo alla fermata del metrò.

Ovvio che mi sia dimenticata del povero Zobì sul davanzale della finestra!

Ma la cosa più atroce è che in due anni di duro lavoro alla cartoleria del Signor Marat sono sempre rientrata per il pranzo: mangio quel poco che mangio e poi studio (quel poco che studio) fino alle quattro e mezza di pomeriggio e poi me ne ritorno in cartoleria. Invece oggi no. Oggi che avrei potuto salvare la vita a Zobì, dimenticato sotto il sole cocente! Sono rimasta con il vecchio Signor Marat a imballare le ultime cose prima del trasloco e della chiusura definitiva del suo negozio.

“Oggi non va a pranzo Signorina Annette?”

“No, Signor Marat, preferisco darle una mano e finire di chiudere queste scatole…”

“Dovrebbe mangiare di più, signorina! È così magra! E poi oggi ha dimenticato sul davanzale il suo povero pesciolino rosso e a quest’ora sarà già lesso!”

“Accidenti! È vero! Grazie Signor Marat, corro subito via! Grazie ancora. Tornerò nel pomeriggio. Magari le porto a far conoscere Zobì, non parla ma è un pesciolino molto simpatico!“

Invece sono rimasta lì, a imballare oggetti che al Signor Marat non serviranno mai più, mentre il povero Zobì si stava lessando!

“Mi raccomando, signorina, metta la cucitrice a pinza nella parte superiore della scatola… non si sa mai, magari dovessi appuntare qualche foglio…” ma dubito che a casa di sua figlia, a Saint Moren, vicino Bordeaux, potrà far qualcosa. Gli hanno già comprato una bella poltrona reclinabile per guardare la televisione in camera, tutto il giorno. Comodamente seduto. Senza rompere le palle.

“Le confesso, signorina Annette, che la tv mi annoia… preferisco di gran lunga osservare i miei bengalini… Specie quando saltellano da una parte all’altra delle gabbie!”

Ma sua figlia non sopporta i suoi uccellini. Dice che fanno troppo rumore, specie al mattino, e che puzzano e che portano malattie.

“Sono falsità. Mi creda. È vero che i bengalini non hanno un bel canto ma basta fischiettare che subito ti rispondono! E le giuro che è bellissimo svegliarsi con loro!”

In negozio tiene soltanto quattro gabbie ma a casa mi ha detto di possederne altre venti. In primavera le mette appese a una parete del terrazzo sul retro, proprio di fronte a un grosso albero di magnolia che, con la bella stagione, diventa la casa di migliaia di altri uccelli.

“Fanno tanta compagnia ai miei bengalini! Quanto torno dal negozio, metto una sedia in terrazzo e resto lì, a leggermi un libro o ad ascoltarli, e tutto quel frastuono le giuro che mi rilassa! ”

A me, quei cosini morbidi e piumosi, ricordano delle piccole trombette colorate. Vien voglia di premerli dolcemente col dito e far uscire quel loro beep beep così buffo e simpatico!

Il signor Marat mi ha insegnato come vanno nutriti: una miscela di semi da comprare in un negozio vicino a Place des Voges, che però varia a seconda del periodo dell’anno e in base alla loro vivacità.

“E si ricordi che i bengalini amano molto la verdura! Meglio usare però quella poco acquosa… come la cicoria, e un bel pezzetto di mela o una spiga di panico appesi dentro la gabbia, li farà sempre saltellare felici!”

A me il Signor Marat resta simpatico, soprattutto perché non fa mai domande fastidiose. Cose del tipo: “Allora Signorina Annette, si è già fidanzata? Ha già deciso quando vi sposerete?”. Domande che non sopporto e che mi mettono subito di malumore, delle quali la Regina indiscussa è la Signora Henriette, che abita sotto di noi.

“Buongiorno Signorina! Ieri ho visto scendere il suo fidanzato! È proprio un bel ragazzo alto, elegante! Mi ha detto che è un musicista! Complimenti! Davvero una bellissima coppia!”

Il Signor Marat invece non chiede mai nulla. È molto gentile, riservato, e sorridente. Gli è morta la moglie tanti anni fa ma non ne parla mai e malgrado sia stato sposato per circa vent’anni, sembra uno che abbia vissuto solo.

Oggi sono restata con lui, in negozio, perché speravo in un lieto fine. Lo ammetto. Sono convinta di essere stata geneticamente programmata solo per il lieto fine. Non mi aspetto mai che le cose finiscano male! Fino all’ultimo secondo aspetto lo squillo di tromba improvviso, il raggio di

sole che squarcia le nuvole, e quando questo non succede rimango sconcertata, com’è possibile? Com’è potuto succedere? Eppure…

E così, mentre me ne stavo a capo basso cercando d’infilare una vecchia squadra di legno in una scatola, evidentemente troppo lunga, le mie orecchie erano in attesa dello squillo di tromba: di lui che, benché vecchio e malandato -proprio quando sembra che non ci sia più speranza alcuna- si volta e guardandomi in faccia grida: “…’affanculo la Dumas & Dumas! Preferirei morire che dargliela vinta!”. Ritrovando dignità e coraggio.

Perché la potente Dumas & Dumas, la grande piovra che bottega dopo bottega sta arraffando tutto il quartiere, si è già comprata il forno del Signor Blanchard, l’erboristeria della Signora Girard, e la rosticceria cinese del Signor Liang. Ora tocca alla vecchia cartoleria Marat e poi sarà proprietaria di tutta la strada! Decine di vecchi negozi pagati in contanti e subito sventrati e uniti tra di loro.

Sospetto che oscuri emissari della Dumas & Dumas si siano spinti fino a Saint Moren per “consigliare” alla Signora Colette –la figlia del Signor Marat–, di prendere con sé il vecchio padre ormai bisognoso di cure. Sganciandole magari qualche migliaio di euro in più per il disturbo: “Così potrà comprargli una di quelle bellissime poltrone-relax… Con il poggia-testa e il solleva-gambe, e due motori facilmente controllabili col telecomando… Una poltrona ottima per stare tutto il giorno immobile (e senza dar fastidio) davanti alla tv!”

Offrendosi loro di pensare a quei poveri uccellini tanto rumorosi, sempre rinchiusi in gabbia: “Gli uccelli sono stati creati da nostro Signore perché volino liberi nel cielo! E non per star lì ad ammonticchiare cacca su vecchie pagine di quotidiano, diffondendo così chissà quali malattie!”

La stessa cosa è successa con la sartoria della famiglia Vivés. Perfino uno sgabuzzino insignificante come quello, dove la Signora Josette cuciva le sue meravigliose camicie da notte, ha fatto gola a quei vampiri!

Si dice che mentre lei si trovava in ospedale sospesa tra la vita e la morte, un diavolo della Dumas & Dumas si sia materializzato accanto alla figlia Denise per farle un’offerta di quelle che non si possono rifiutare, e lei, ovviamente, è caduta nella trappola.

Quando una settimana dopo la Signora Josette è morta, Denise ha venduto in quattro e quattr’otto quel bugigattolo e si è trasferita col marito in Provenza, per inseguire un suo vecchio sogno: aprire un piccolo laboratorio di ceramica artistica. All’inizio di gennaio è arrivato un biglietto invito per la sua prima mostra ufficiale. C’erano tante foto delle sue ceramiche: piatti, teiere, vasi, tazze e portamatite, tutte colorate e dalle forme davvero strambe che, almeno a sentire la signora Henriette, l’inquilina del piano di sotto, stanno piacendo moltissimo ai turisti.

Alla Dumas & Dumas adesso manca solo di comprare la cartoleria del povero signor Marat e il vecchio quartiere sarà tutto loro!

Dal posto tranquillo di pochi anni fa, giorno dopo giorno, è diventato un’autentica bolgia. Con migliaia di persone provenienti da tutta Parigi e dalle periferie, che si riversano qui in metropolitana, o dopo aver collassato l’immenso garage sotterraneo di Place Berthelot. Una fiumana interminabile di uomini donne e bambini che s’infilano in quel dedalo di cunicoli, scavati dalla Dumas & Dumas, stanze, cantine, magazzini e cunicoli, dove puoi trovare mille cianfrusaglie vendute a soli 99 centesimi! Ora scendendo, ora risalendo, vagando tra sale piene di foulard, androni stracolmi di sciarpe e cappelli di paglia, per garage stivati di portacenere, bicchieri, cornici di legno, tende, e migliaia di lampade. Un autentico bazar di paccottiglie importate da tutto il mondo, dove trascorrere l’intero sabato mattina o una lunga e piovosa domenica pomeriggio, o anche tutta la vita intera!

La mia amica Christine dice che una può entrare da Avenue Tanguy, mentre fuori è giorno e dopo tazzine, sandali di gomma, cavatappi a forma di pavone, forbici colorate, secchi di latta con su dipinte orribili farfalle, piatti rossi verdi e gialli, con roselline o con sottili fili in finto oro, ritrovarsi fuori con il buio. A metà di Rue del Château, davanti alla libreria Matisse ormai chiusa, con in mano un inutile paio di forbici gialle per trinciare il pollo o un bruttissimo portacenere di bambù guarnito da tante roselline di plastica rosa!

Molti clienti, lì sul marciapiede, appena rivista la luce dei lampioni, si guardano intorno come spaesati, appena risaliti dal centro della terra.

Nicolas, un nostro amico dell’università, che abita proprio in Rue del Château (accanto alla famosa Tipografia Bussière venduta il mese scorso) giura che i sotterranei della Dumas & Dumas sono stati uniti segretamente ai vecchi sotterranei di Parigi, quelli della rive gauche. Per lui che ama e studia i misteri, l’intento è molto chiaro: intercettare la rete di tunnel scavati 12.000 anni fa da un popolo primitivo e misterioso che arrivano dalla Scozia e passano sotto la Cattedrale della città di Reims e proseguono poi verso la Baviera, l’Austria, arrivando nella Turchia sud-orientale. Precisamente in un luogo chiamato Göbekli Tepe. E se non vi basta ancora, Nicolas può mostrarvi foto, mappe, e centinaia di articoli apparsi sul web che, oltre a dimostrare l’esistenza reale di questi tunnel neolitici che una volta giunti in Turchia, proseguono ancora, raggiungendo l’altopiano del Tibet e spingendosi poi fino in Cina!

Ho chiesto a Nicolas: “Non sarà che la potente Dumas & Dumas si stia preparando a invadere il mondo con i suoi portachiavi a forma di ortaggi, le collane di sassi di plastica, e gli insetti colorati da appiccicare sul frigo?”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sauro Ciantini
Sauro Ciantini è autore di strisce umoristiche pubblicate sulla rivista Comix e sull’agenda scolastica. Dopo notti trascorse a disegnare, folgorato sulla via di Damasco, ha dilapidato tutti i suoi zecchini d’oro in una montagna di libri, che poi ha letto, durante la sua triste vita di pendolare. Da tempo cerca di appendere al chiodo il suo pennarello preferito (e la fine di un amore è sempre straziante!) per iniziare a scrivere. Negli anni ha lavorato in pubblicità, per l’editoria, per giornali e riviste. Col suo personaggio “Palmiro, l’idolo delle fidanzate lontane” ha realizzato cartoon e alcuni spot pubblicitari. Dipinge quando è una bella giornata e se piove e tira vento, s’ingegna in opere tessili con fili, corde e corde e spaghi ed altre diavolerie, intorno alle quali mette poi delle cornici e chiama “Telai”. Ma in 900 caratteri si può riassumere la vita di un uomo?
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