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Anno Domini 1367

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Consegna prevista Agosto 2022

Pietro Nocentini è un girovago senza fissa dimora. Il fabbro e il sellaio della cittadina di Montalpoggio gli offrono lavoro e un posto asciutto dove dormire. Purtroppo però, Pietro non riesce a tenersi lontano da certe tentazioni ed inizia a frequentare la dama di compagnia della contessa Bianca, finendo poi nel letto della nobildonna stessa.
Un giorno Pietro viene arrestato con l’accusa di furto, processato sommariamente è condannato a morte ma un malore lo uccide prima dell’esecuzione. Sarà Frate Elia, il religioso del castello incontrato durante la prigionia, che per amore di verità inizierà a indagare per scoprire cosa si cela dietro la morte del giovane, aiutato dal giovane cerusico del paese.

Perché ho scritto questo libro?

Una spinta a concretizzare le idee che mi giravano in testa arrivò dal mio carissimo amico Andrea, mi disse: facile compiere un delitto di notte, quando il buio nasconde, fammi un delitto sotto la luce del sole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dentro la cella il tintinnio delle catene risuonava debole e ad ogni movimento pareva sottolineare la sua condizione. Con un rumore secco lo spioncino della porta si aprì:

«Pietro sei sveglio?»

«Sono sveglio, che c’è?»

«Ho portato il mangiare, scostati che apro»

«Son lontano»

Il soldato aprì la porta, subito dietro un altro soldato sorvegliava che tutto si svolgesse correttamente.

Pietro, pensieroso, si rivolse al soldato sulla porta.

«Martino, amico mio, abbisognerei di un piacere»

Il soldato si fece avanti fino a fronteggiare il prigioniero seduto sul pagliericcio, si rivolse all’altro soldato rimasto sull’uscio «Matteo bada a che non arrivi nessuno» quindi si volse nuovamente verso Pietro in attesa.

«Conosci il notaro? Potresti portargli una mia ambasciata?»

«Conosco il notaro Salutati, lo vediamo abbastanza spesso, posso chiedere al capitano se ha qualche documento da fargli avere oppure se deve venire al corpo di guardia. Di cosa abbisogni?»

«Digli solo che ho bisogno di vederlo»

Martino restò un attimo sorpreso «Sicuro che acconsentirà? Al processo il notaro t’era apertamente contro, sicuramente a favore della condanna.»

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«Lo so, ma forse ho qualche cosa da dirgli che lo potrebbe interessare»

«Come vuoi, appena mi sarà possibile proverò a fare due parole con lui, dopo ti farò sapere»

«Grazie Martino, sei un amico»

«Mi dispiace Pietro, potessi fare qualche cosa di più lo farei. Chiudi Matteo»

Il soldato uscì dalla cella, l’altro soldato chiuse, sbattendo, la pesante porta ferrata; il rumore sembrò sentenziare qualcosa di definitivo ma Pietro scosse la testa, preferiva non pensarci. “Fai ben chiaro quanto vuoi chiedere al notaro” si disse. Magari non si fosse mai accorto di lui, anzi, magari non avesse mai conosciuto nessuna di quelle persone.

Arrivando a Montalpoggio Pietro era andato a salutare il suo vecchio amico, il mastro sellaio Jacopo Lippi.

«Guardate la tramontana chi portò! Ancora in giro a far guai messer Pietro? Bada bene che un giorno tu potresti trovare qualcuno che ti spacca quella testa dura come sasso»

«E tu ancora riesci a vendere questi pezzi di cuoiaccio spacciandoli per finimenti sopraffini? Mi par che, tra i due, nel pericolo maggiore ci sei te che vivi qui nella tua bottega, mentre io son sempre ucel di bosco»

«Si, ma bada che dietro agli ucelli c’è sempre tanti cacciatori»

«Va bene» tagliò corto Pietro «ora che m’hai offeso come si conviene, ti farò l’onore di accettar da bere. C’è ancora quella buona osteria in paese?»

«Ecco che ora l’è diventato anche di bocca fina» lo prese in giro l’amico «certo che l’osteria c’è sempre» precisò Jacopo «in questi giorni ci s’ha il vino nostrale, quello di Morrona ed anche il vino di Sicilia; oggi avrai tutta la scelta che vuoi. Orsù, andiamo»

Tolto il grembiule da lavoro Jacopo chiuse la porta di bottega e, prendendo Pietro sottobraccio, si avviarono assieme verso l’osteria; durante il tragitto Pietro chiese notizie della gente di paese.

«Che ti devo dire» rispose Jacopo «qualcuno c’è ancora e qualcun altro no, mastro Grosso, il fabbro, adesso è sindaco e si dà tanto daffare. A proposito: in questo periodo s’è ritrovato parecchio lavoro, siamo a fine stagione ed i contadini hanno portato zappe, vanghegge e aratri a sistemare; credo che una mano gli farebbe proprio comodo, se vuoi ci parlo stasera stessa e domani ti dico»

«Proprio a pennello! Se voglio rimanere qualche giorno in paese» rispose Pietro «due soldi in tasca mi farebbero comodo. A proposito: per stanotte posso dormire nella tua stalla? È asciutta e calda e non mi dispiacerebbe»

«La mia stalla è disposta per te, quando vuoi, però devi compatire il tuo vecchio amico curioso: perché arrivasti proprio ora all’inizio dell’inverno? Aspetta, non lo dire, una donna?»

Pietro guardò l’amico sorridendo senza offrire altra spiegazione, Jacopo capì ed accettò quel silenzio.

Arrivati all’osteria i due amici passarono assieme qualche tempo continuando a chiacchierare e scherzare tranquillamente fino all’ora di rientrare. La mattina successiva Pietro si svegliò di buon’ora, rassettò il suo semplice bagaglio, andò alla vasca dell’acqua e si rinfrescò un poco: la sera prima avevano bevuto parecchio e si sentiva ancora un po’ intontito; affacciandosi alla porta di bottega Jacopo lo apostrofò «Buongiorno Pietro, dormito bene? Meno male ieri sera eri stanco altrimenti si sarebbe asciugato la cantina, l’oste è rimasto sbalordito, mi ha detto che non aveva mai incontrato nessuno che bevesse così tanto»

«Buongiorno a te, è chiaro che te tu vai in un’altra osteria» rintuzzò Pietro «altrimenti il tuo oste si sarebbe accorto della sete che ti ritrovi. Sai cosa? visto che stamane ti sei levato con la voglia di ruzzare, io vado a far visita a mastro Grosso, gli dico che mi mandi te»

«Alla grazia della voglia di lavorare! Un dì mi spiegherai come fa, uno zingano come te, ad esser tanto volonteroso. Vai pure, tanto Giuseppe lo conosci anche te, diglielo che te l’ho detto io»

Pietro si incamminò verso la bottega del fabbro, guardandosi intorno, cercava di cogliere eventuali cambiamenti avvenuti dall’ultima sua visita. La bottega di mastro Grosso si trovava dall’altra parte del paese, se non ricordava male era sopra un piccolo corso d’acqua ed aveva la ruota che azionava il mantice della fucina. Arrivato nei pressi della bottega non sentì il solito martellare del fabbro, sentì piuttosto una risata argentina ed il vocione tonante di Giuseppe. Affacciandosi sull’uscio della bottega sbirciò all’interno ed approfittando di una pausa nella conversazione salutò l’amico.

«Buongiorno mastro Grosso, reco disturbo?»

«Buongiorno messere, entrate pure e fatevi riconoscere, la vostra voce non m’è nuova» Pietro si fece più vicino e Giuseppe riconobbe subito l’amico.

«Caro Pietro, ti prego di pazientare un poco mentre termino la commissione della dama»

Pietro guardò più attentamente e scorse due donne all’interno, dall’abbigliamento delle due comprese subito trattarsi di una dama e di una serva, poi si ritirò all’esterno ed attese il tempo necessario. All’uscita delle donne entrò e, salutato il fabbro scambiandosi i convenevoli di rito, chiarì subito la ragione della propria presenza raccontando quanto riportato dal mastro sellaio «ed ecco che sono qui a chiederti se hai un poco di lavoro per un poverello qual sono»

Giuseppe lo scrutò un poco e, sogghignando, lo prese benevolmente in giro.

«Dici bene, un poverello vagabondo che vaga per le campagne a cercar donzelle curiose» precisò mastro Giuseppe «se non ricordo male le tue grandi passioni erano il vino e le giovani donne, ma mi sembri un pochetto invecchiato caro amico e se, come dici, vai girovagando da lungo tempo per le campagne forse dovremo provare se hai ancora dimestichezza in questa arte…» concluse Giuseppe guardandolo con cipiglio, per poi scoppiare in una grassa risata.

Esauriti i convenevoli gli mostrò i lavori da fare, volle vedere come Pietro impugnava il martello per valutarne l’eventuale imperizia data dalla mancanza di pratica.

«Vedo che non hai perduto la mano. Dopo tutto questo tempo immaginavo tu fossi arrivato chissà dove, forse anche dall’altra parte del mondo»

«Giuseppe, mio buon amico» ribatté Pietro «sai anche da te che io non sono avvezzo a sognare chissà quale vita. Mi basta pochino per vivere e mi piace stare coi miei amici, dove potrei trovare meglio che nella nostra repubblica? Faccio qualche mestiere e tiro a campare, cosa posso volere di più?»

«Tante belle donzelle a tua disposizione, ecco cosa potresti volere di più!» Esclamò il fabbro, scoppiando nuovamente in una risata fragorosa.

«…e chi sarebbe questo giovane appassionato di donzelle?»
I due amici si voltarono e videro affacciarsi una figura vestita di saio con il volto coperto dal cappuccio alzato.

«Reverendo Padre buongiorno, si faceva del chiasso con il mio buon amico Pietro, un amico che ogni tanto torna a trovarci e ci diletta con i suoi lazzi. Pietro, questi è il reverendo padre Elia, cappellano di palazzo e riferimento per le pie anime di Montalpoggio a cui, con la sua sapienza, riesce anche a lenire la sofferenza dell’anima e del corpo»

«Caro sindaco, mi attribuisci meriti che non ho» rispose il frate «e la mia sapienza consiste molto nel sapere ciò che non conosco, che è ben più grande di quel che potrò mai conoscere nella mia umile e breve vita»

Giuseppe lo squadrò un poco di traverso e riprese.

«Vedi Pietro, il reverendo padre va dicendo di non sapere ma la sua sapienza è molta e sicuramente più solida di quanto va raccontando» indi Giuseppe si rivolse al frate «Cosa posso fare per voi Reverendo Padre?»

«Ero passato solo per un saluto, da fuori ho sentito chiasso di lazzi e mi sono affacciato. Adesso proseguo per il mio cammino e vi benedico, che la vostra giornata possa esser lieta e proficua»

Detto questo frate Elia li benedisse ed uscì lasciando i due ai loro impegni. Giuseppe cominciò a dividere i lavori, a Pietro indicò alcune vanghegge da ribattere e degli aratri da raddrizzare e riaffilare. Quindi iniziarono a lavorare salvo interrompere in tarda mattinata per consumare una robusta colazione, poi proseguirono le fatiche fino al tramonto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Bruno Bongi
Nato nel 1962 a Fucecchio (FI), risiedo nel comune di San Miniato (PI) dal 2012.
Svolgo la professione di Agente di commercio fin dal 1991.
Ho debuttato in teatro nel 1999 come attore ma fin da subito mi sono interessato alla stesura di copioni ed alla realizzazione delle sceneggiature, sempre a livello amatoriale. Nel 2007 realizzo la prima “Cena con Delitto” con la collaborazione di altre tre persone, nel 2009 finiamo la stesura del secondo giallo, sempre adattato a Cena con Delitto.
Durante gli anni successivi sono costretto ad occuparmi esclusivamente della mia vita professionale ritornando ad occuparmi di spettacoli solo in tempi più recenti e, durante lo scorso anno, riesco a ultimare una sceneggiatura da cui prendo lo spunto per un racconto giallo ambientato nella Toscana centrale dell’anno 1367.
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