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Anno Zero - La Redenzione del Rinnegato

Anno Zero - La Redenzione del Rinnegato
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Consegna prevista Febbraio 2022

I personaggi che fanno parte di questa storia sono sopravvissuti in un mondo dimenticato da Dio, dove vige la legge del più forte e dove non ci sono più regole, ideali o umanità.
Durante l’Anno Zero la natura ha preso il sopravvento, ribellandosi alla crudeltà dell’uomo e vendicandosi scagliandogli contro i suoi figli: gli animali, colpiti da mutazioni genetiche del tutto naturali che li hanno resi rabbiosi e pericolosi. Le mutazioni hanno colpito anche alcuni sopravvissuti, donandogli particolari abilità diverse per ogni individuo.
Red è un sopravvissuto, tormentato dal suo passato e da continui incubi che sembrano presagi di morte. Dodici anni dopo l’inizio del nuovo mondo, una notte salva un bambino nel bosco e lo porta con sé, tra la sua famiglia, nella città sotterranea chiamata Myrin. Un evento inaspettato lo costringerà a partire per le terre della Norvegia, uno degli ultimi posti vivibili sul pianeta. Il popolo di Myrin cercherà di conquistare la libertà, ma a quale costo?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché ho sempre desiderato dare vita alle mie fantasie. Sono sempre stato appassionato di narrativa e di storie, perciò ho pensato: perché no? Proviamoci! E sono felice di averlo fatto, perché è stata l’esperienza più bella della mia vita. E adesso non potrò più farne a meno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO UNO

Era notte. La pioggia batteva forte sul terreno ghiaioso di un vecchio laghetto sportivo di pesca. Le nuvole coprivano parzialmente lo spicchio di luna che illuminava labisso nero del cielo. Un bambino correva, scappando da qualcosa che tra non molto, inevitabilmente, lo avrebbe raggiunto. Inciampò.

Erano ormai due giorni che vagava da solo in cerca di cibo, non aveva trovato nulla di commestibile da troppo tempo, i crampi della fame gli attanagliavano lo stomaco, perciò aveva deciso di avventurarsi tra i boschi, sperando di trovare qualcosa da mettere sotto i denti.

Meglio morire velocemente ucciso da queste bestie, che morire di fame in una lenta agonia, pensò, prima di mettersi in cammino nella boscaglia. Nessuno si avventurava mai nella natura selvaggia da quando ebbe inizio lanno zero. Il bambino era nato sei mesi dopo gli eventi che causarono la più grossa estinzione di massa dai tempi dei dinosauri. E lui sapeva poco o niente dei motivi di tale catastrofe, se non quello che gli avevano raccontato i suoi genitori: erano rimasti in pochi a sopravvivere, il cibo iniziava a finire e dovevano stare attenti a non farsi divorare dai demoni. Ma le origini di tutto questo, la nascita di questi mostri, gli erano sconosciute. 

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Erano passati diciassette giorni da quando quelle bestie avevano ucciso la sua famiglia. Il bimbo aveva resistito da solo come poteva, ma ora non ce la faceva più, doveva mangiare o tanto valeva farsi mangiare a sua volta da quel demone che lo stava inseguendo, almeno questi interminabili giorni avrebbero trovato la parola fine. Che sembrò arrivare, quando una pietra troppo grande su un terreno troppo instabile si frappose tra la scarpa del ragazzino e la sua fuga disperata. La torcia che portava nella mano destra cadde a due metri da lui, oscurandogli lambiente circostante. Nella caduta il ginocchio strusciò sulla ghiaia, che in quel momento gli sembrò una quantità smisurata di lamette che gli tranciavano la pelle. Il pantalone si strappò, in modo tale da permettergli di scorgere lo squarcio sul ginocchio, che inevitabilmente, sanguinava.

Alzò gli occhi alla ricerca della sua mietitrice, la bestia che avrebbe posto fine a questo supplizio. Non trovò risposta. Il rumore del galoppo tra i sassi che sentiva fino a un minuto prima era cessato, calò un silenzio profondo, interrotto solo dal rumore della pioggia che batteva sul lago e dal fruscio delle foglie degli alberi che lo circondavano. Latmosfera gli ricordò molto i racconti di suo padre, che gli descriveva le sue prime battute di caccia. Ricordare la sua voce, calda e fiera, lo rassicurò, ma solo per un istante.

Allimprovviso, il silenzio venne interrotto bruscamente da un movimento fulmineo e dal rumore della ghiaia che si alzava da terra. E fu allora che si palesò di fronte a lui. Aveva le sembianze di un comune cervo dalle grandi corna ramificate, quegli stessi cervi che un tempo si nutrivano di erbe fresche, germogli e ramoscelli. Non erano cambiati questi animali dallanno zero, se non per tre cose: gli occhi, pupilla minuscola e una grande iride rossa del colore del fuoco, un rosso vivo acceso dalle sfumature arancioni che nemmeno il buio pesto di quella notte poteva spegnere. I denti, una dentatura da squalo che avrebbe sradicato con un solo morso perfino il Salice piangente o lOntano che si trovavano accanto a loro. E la fame, una fame di carne umana e sangue, che gli aveva fatto dimenticare completamente lavena, le carote e il grano duro.

Il bambino si pietrificò. La vista di quellorrenda creatura era agghiacciante. Avrebbe voluto alzarsi, provare ancora una volta a scappare, oppure raccogliere quei sassi taglienti e tirarglieli su quel maledetto muso da mostro. Ma non ce la fece, rimase fermo e inerme in mezzo al fango e alla ghiaia, immobilizzato dal terrore.

Dunque era arrivata lora, il demone avanzava a piccoli passi verso di lui e gli avrebbe dato la stessa fine che avevano avuto i suoi genitori. Aveva paura e in quel momento desiderava essere nel suo bunker sotterraneo, nel posto dove aveva vissuto tutti i suoi dodici anni di vita, a pochi chilometri da dove si trovava. Avrebbe preferito restare a guardare i barattoli di pesche sciroppate vuoti sul tavolo, le cartacce di merendine sul letto, un vecchio libro di storie di fantasmi che il padre gli leggeva la sera, poco prima di lasciarlo da solo, per sempre. Avrebbe preferito restare ad aspettare che la morte sopraggiungesse piano, con meno paura e imminenza, senza quello sguardo demoniaco che lo fissava, con quella schifosa bava che scendeva a grosse gocce dai denti aguzzi di quellorrendo demone.

Il grosso cappuccio del mantello verde che portava sulla testa impediva alla pioggia di bagnargli il viso. Il bambino chiuse lo stesso gli occhi, forte, sperando di morire il più velocemente possibile senza provare troppo dolore. Ne aveva provato abbastanza nella sua breve vita, sarebbe stato un sollievo farla finita.

Mentre aspettava di sentire il bramito della bestia e il rumore delle zampe che balzavano verso di lui, ecco che, allimprovviso, sentì un sibilo, poi un tonfo.

Aspettò qualche secondo prima di riaprire gli occhi, forse aveva immaginato tutto, quel rumore lo aveva creato il suo cervello per sconfiggere la paura. La bestia non poteva essere caduta a terra, stava per divorarlo.

Aprì gli occhi. Il demone era lì sulla ghiaia, inerme. Una freccia nera dallimpennaggio rosso aveva centrato locchio del cervo: quellocchio demoniaco, che poco prima ardeva di fuoco vivo, ora era nero, vitreo, morto.

Il bimbo strusciando tra i sassi taglienti raggiunse la torcia e la puntò verso la carcassa ormai innocua. Quello che illuminò non poteva essere tanto macabro quanto meraviglioso e rassicurante per il ragazzo. La freccia era passata da parte a parte, il cuspide si era conficcato nel terreno, lasta grigio antracite trapassava la testa del demone, una cocca bianca faceva spiccare limpennaggio rosso. Per il bambino non ci fu oggetto più bello di quella freccia, che gli aveva salvato la vita. Alzò di nuovo lo sguardo tra i salici e pioppi che lo circondavano alla ricerca del suo salvatore, colui che aveva scoccato quella freccia donandogli un barlume di speranza. Unemozione che non provava da tanto e che forse non aveva mai provato veramente fino a quel momento.

La pioggia continuava a battere incessantemente sul suo cappuccio. Il fruscio delle foglie era cessato, così come il vento.

Sentì un rumore leggero, quasi impercettibile. Vide una sagoma nera che era appena saltata giù dal grosso salice bianco che si trovava ad una ventina di metri da lui. Puntò la torcia verso la figura che si avvicinava con passo deciso. Aveva una giacca a vento nera lunga fino alle ginocchia, le maniche strappate allaltezza delle spalle e un cappuccio che gli copriva la testa dalla pioggia. Nella mano sinistra un arco compound nero con inserti arancioni e sulle spalle uno zaino scuro con allinterno una decina di frecce dalle penne rosse che si intravedevano sopra la sua spalla destra.

«Ehi ragazzino! Cosa diavolo ci fai qui da solo? Volevi forse farti ammazzare?! E smettila di puntarmi addosso quella merda di luce, mi stai accecando!» Esordì il ragazzo misterioso.

Il bambino abbassò immediatamente la torcia che aveva inavvertitamente puntato sul suo viso. Poi disse: «S-scusami, non volevo accecarti… e-ero qui in cerca di cibo … non mangio da non so più quanti giorni, ho fame».

La sagoma nera si avvicinò sempre di più al bambino, abbastanza vicino da fargli scorgere sotto al cappuccio lo sguardo del suo salvatore. E fu lì che il terrore riuscì fuori e invase nuovamente ogni fibra del suo piccolo corpo. Aveva gli occhi rossi, dalle sfumature arancioni, luminosi come un fuoco acceso su una pila nelloscurità. Sembrava come se il demone, che adesso giaceva inerme a pochi passi da loro, si fosse impossessato di quel ragazzo.

Il bambino era paonazzo, la vista di quelle iridi incandescenti che fino a poco prima aveva associato alla morte lo avevano pietrificato.

«Sei salvo ora ragazzino, ce la fai a camminare?» Fece il giovane dagli occhi rossi mentre tendeva una mano al bimbo per aiutarlo ad alzarsi. Aveva dei guanti neri a mezze dita.

Superata la paura lacerante che gli era esplosa nelle viscere alla vista di quegli occhi, il ragazzino ragionò e capì che non poteva aver timore della persona che gli aveva appena salvato la vita. Quindi afferrò quella mano e si alzò con fatica.

Continuava a fissarlo, senza riuscire a dire una parola, ma voleva assolutamente sapere da dove spuntava fuori quello sguardo demoniaco e perché lo possedeva un comune ragazzo. Luomo misterioso non si fece attendere: «Coshai da fissarmi ? Ah giusto, i miei occhi eh? Fanno tutti la stessa identica faccia quando li vedono per la prima volta… non preoccuparti, non ti sbranerò. Come ti chiami ragazzino?»

«M-mi chiamo Nico».

Il ragazzo dagli occhi scarlatti mise una mano sulla sua spalla. «Molto piacere Nico, io direi di andarcene di qui, che ne dici? Prima che arrivi lalba o prima che spunti fuori qualche altro animaletto affamato? Ti darò io qualcosa da mangiare appena arriviamo a Myrin. Vuoi venire con me?» Chiese, mentre strappava via la freccia dalla carcassa ai suoi piedi. Un rivolo di sangue schizzò sulla sua giacca scura.

Nico non si impressionò, aveva visto di peggio. E la speranza che aveva sentito pochi attimi prima crebbe ancora di più in lui, a tal punto che credette si trasformasse in felicità.

«Ok, verrò… G-grazie, per avermi salvato.» Disse con un accenno di sorriso sulle labbra.

Larciere abbozzò un sorriso di risposta: «Non c’è bisogno di ringraziarmi, sei al sicuro adesso, penserò io a te dora in poi… Comunque il mio nome è Tom, ma puoi chiamarmi Red».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Edoardo Baldassari
Edoardo Baldassari nasce a Roma il 6 Dicembre 1994. Frequenta il liceo artistico prima di iniziare a lavorare come barbiere, mestiere che pratica tutt’oggi. Dover iniziare a lavorare presto non ferma però la sua passione per la narrativa e l’amore per le storie, trasmessogli da sua madre fin da bambino.
Oggi gestisce la sua attività professionale e nel tempo libero dà sfogo alla sua creatività facendo ciò che ama di più: scrivere.
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