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Apnea

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Febbraio 2022
Bozze disponibili

1984. Mentre a Milano, a dispetto dell’apparente spensieratezza sociale, l’eroina dilaga ovunque e la città si popola di giovani spettri, l’individualista Arianna contraddice con un’intimità oscura il perbenismo apparente. La vita è brutta anche solo perché finisce, e perché darle senso è un’impresa. Per vincere il dolore ricorrere alle droghe è una strada. Anche l’amore, però, se è acuta passione, può far dimenticare, proprio come fa l’eroina. E se l’eroina se la fa quello che ami, è un po’ come a fartela fossi tu. Lo guardi mentre si buca le vene del braccio e svanisce dai suoi stessi occhi. Ti chini su di lui e assapori il sapore di chimica dolce dalle sue labbra. Solo quando senti che l’orlo del baratro è troppo vicino, perché guardare non basta più, scappi. L’amore tra Arianna e Flaviano sta in una parentesi netta, che resta intrappolata nella vita di lei. Nulla potrà soppiantare il ricordo di questo amore sbagliato e furibondo, durato per il tempo che si può trattenere il fiato.

Perché ho scritto questo libro?

Quanto a lungo può rimanere incastrata in noi un’età precisa della vita?
Decenni mi separano dai fatti di quei primi anni Ottanta. Eppure, quei ricordi, hanno ancora il potere di rinvenire, sotto tutte queste pelli che mi ricoprono, la ragazza di allora.
È attraverso la parola scritta, esponendo agli sguardi degli altri la mia vecchia pelle, che sono riuscita, finalmente, a lasciarla alle spalle.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Apnea

Amo il sapore di eroina che si confonde nella sua saliva. Quel sentore di cloroformio che emana. Il flash che vive al mio posto quando steso su un prato del Parco Sempione si pianta un ago nel braccio e gli vedo l’anima svanire dagli occhi. Fa quello che vorrei fare io. È l’uomo che io vorrei essere.

1 – 1987

Non sapevo fossi già ammalato quando ti incontro di nuovo, d’inverno. La città sta nascosta sotto una pioggerellina fitta, fredda e sottile, che sembra nebbia.

È un po’ che ho smesso di sognarti.

Siamo sulla 96, il bus che percorre da est a ovest la circonvallazione interna milanese. Non è stato magico magnetismo, ma per caso, che i miei occhi distratti si sono fermati su di te. Laggiù, tra i sedili dell’ultima fila stai seduto, coperto da strati di stoffa che rendono più grande, meno riconoscibile il tuo corpo nervoso. Il tuo viso esce piccolo da quell’accozzaglia di stoffe, e mi dice che sei ancora magro. Tra tutti i colori dei tuoi vestiti, sui toni del grigio, del beige, del marrone e del bruno, i tuoi occhi verdi, meno brillanti che nei miei ricordi, risaltano ancora. Specchi imbruniti nelle pupille di uno senza età. Un barbone dall’aria assente, con l’espressione distante. Sei drogato, fatto, stravolto, magari ubriaco?

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Oppure no, sei sobrio, pulito, e la caduta, il precipitare in basso, ha toccato un fondo che ti ha fermato? Non so, non posso fissarti, e non è questa domanda che mi faccio davvero impellente. Sei abbastanza vicino, però, perché io veda che i tuoi occhi sono bui, non quei laghi verdi che conoscevo, con la minuscola isola affondata nell’iride, ma dilatati, tutto verde scuro e fondo, come le montagne si fossero chiuse su quei laghi, come fosse autunno e si riflettesse su di loro un cielo grigio, e il verde dei sempreverdi avesse sostituito i colori succosi dell’estate.

Il mio Flaviano.2 – 1984

Mi chiamo Arianna, ho diciassette anni, vivo a Milano e sono al quarto anno delle superiori. Con la mia famiglia abitiamo in centro città, nella bella e rumorosa piazza Cavour, adiacente ai giardini di Porta Venezia. Per una questione di vicinanza, e per un certo retaggio di famiglia – nonno e papà hanno fatto lì la maturità -, dopo le medie sono finita al Parini, quel liceo che milioni di anni fa fu oggetto di scandalo per via del giornalino degli studenti, la Zanzara, che osava toccare argomenti per allora scabrosi come l’educazione sessuale e i rapporti prematrimoniali. Preistoria.

Come sono fatta? Be’, fisicamente lasciamo stare. Di carattere, posso dirlo, sono nervosa e irrequieta. Quando studio alla scrivania, mi ballano le ginocchia, i miei piedi battono e ticchettano finché non mi alzo. Poi di sedermi di nuovo non se ne parla, pure quando proprio dovrei. È l’agitazione che in pomeriggi come questo mi porta fuori a camminare per le vie, senza meta, senza scopo, solo per scaricare energia. Oggi però non mi perdo per strade traverse, ma procedo dritta verso l’obiettivo. Ho in testa uccellacci virtuali e asteroidi, che, pum, pum, sparano e colpiscono bersagli a distanze stellari. È inseguendo loro che approdo al baretto vicino a scuola, dove, insieme all’odore di vecchio, al mobilio vintage, al bancone di formica, la tecnologia avanza prepotente e prende la forma di quattro imponenti videogiochi cabinati.

E tu mi arrivi da dietro. Mentre ho gli occhi incollati al monitor, le mani al joystick. Mentre non sono Arianna, ma il triangolino al centro dello schermo, navicella spaziale minacciata da una tempesta di asteroidi.

Alle spalle, mi parli, la bocca vicina al mio orecchio, troppo vicina. «Te la stai proprio spassando», dici. Voce arrochita, parole arrotolate una sull’altra, strafottente e petulante insieme. Un tossico. Uno dei tanti.

Mi giro a mezzo, e mi incastro nei tuoi occhi (col corpo mi sei quasi addosso, rubi spazio mentre guardi vacuo altrove). Verdi occhi assurdi. Specchi incassati nelle orbite. Laghi chiari all’alba passata da poco, di un verde crudo.

«Bevi un caffè, piuttosto che perderti l’anima al gioco?»

“Bere un caffè, invece, è mistica pura”, ironizzo tra me, ma taccio e t’ignoro, e mi rigiro verso lo schermo, e ostentatamente infilo nel mostro un’altra monetina.

Tengo gli occhi nascosti dietro i capelli – massa scura che sembra ancora più voluminosa sulla mia faccia minuta – ma tu, se anche non mi vedi in faccia, non ti sposti. Taci, e respiri sui miei capelli, il tuo fiato invadente che mi scalda la guancia e la base del collo.

Poco prima che io debba andare, sei ancora nel bar, appoggiato al bancone. E io accetto il caffè – è solo un caffè. Quasi gradasso, al mio gesto verso la borsa – i tossici non hanno soldi che per la roba – mi fermi. «Offro io».

«Allora, grazie».

Voglio tagliare corto. Cortissimo. Li conosco i tossici. Torre, per esempio, fidanzato di Nora, la sorella di Agostino, il mio ragazzo.

Di nome in realtà fa Ludovico, ma tutti lo chiamano Torre, dal cognome, Torriani. Ogni volta che lo guardo, mi vengono in mente gli schizzi del Piccolo Principe. Lineamenti soavi, eleganza dei gesti, del portamento, eppure quando si fa è cattivo. Ruba e picchia. Ruba in casa dei suoi genitori, e in casa d’altri. Anche agli amici, ci giurerei. E picchia Nora. È ridotto ad uno straccio, ma abbastanza forte per picchiare lei.

Io non lo sopporterei. Se solo Agostino osasse… Il pensiero di lui mi rende subito nervosa. Agostino, che è forte e impositivo, ma mai apertamente. Che mi estorce sesso facendo leva sui sensi di colpa, perché il nostro desiderio è impari, e di non desiderare io m’incolpo. Scambia per timidezza la mia inerzia, la mia ritrosia per moralismo. «Gatta selvatica, non ti vergognare», mi dice, se mi contraggo e il viso arrossisce ai suoi pizzichi sul sedere o su un capezzolo. E quando piango, mentre facciamo l’amore, per il male e per la rabbia, fa come non se ne accorgesse, e va avanti finché gli serve.

«Mi posso presentare?», interrompi il mio brusio interno. «Flaviano. Andavo anch’io al Parini».

Ti dico chi sono: sono tornata Arianna.

3 – 1984

Finito il caffè, nonostante tutto, accetto di farmi accompagnare a casa. Sono quattro passi, e dire di no mi riesce male sempre. Fuori dal bar, camminiamo di fianco. Non sono nemmeno le sei e fa già buio, ma Milano si offre piena di grazia, anche se il grigio del cielo e quello dell’asfalto dominano sulle luci delle auto, sull’arancione degli autobus e dei tram, sul giallo dei taxi.

Appena sotto casa mia, ti irrigidisci, e mi saluti rapido, con un gesto della mano e un mezzo sorriso, senza chiedermi il numero di telefono, né di rivedermi. Io mi meraviglio – dopo tutte quelle manfrine – ma, mentre salgo in ascensore, sono fiera di me perché non mi sono innamorata all’istante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Elizabeth Cappa

    Grazie Giuliano ❤️🙏

  2. (proprietario verificato)

    Quando ho cominciato a leggere questo libro, l’ho fatto con occhio critico, come si conviene con un lavoro ancora in bozza. Ma il mio distacco è durato lo spazio di poche pagine.

    – Un diario segreto
    Si stenta un po’ all’inizio, com’è normale, a entrare nel mondo della Zingara. Anche se la porta è spalancata, c’è quell’imbarazzo che ti ferma sulla soglia, un piede dentro, uno fuori. Quel disagio nell’entrare nell’intimità più profonda di una donna, nonostante l’invito. Nonostante quel diario volutamente lasciato aperto sul suo letto, senza il piccolo lucchetto dorato a proteggerlo dallo sguardo del mondo.

    – La Roba
    Scopre che gli uomini sono innamorati solo dopo il coito. Dopo. Prima c’è lo “sbattimento” e la ricerca della gratificazione, dolente, ossessiva. Ma a volte è tutta lì la tensione e l’appagamento lascia posto ad una deludente intimità, fino al ritorno della “scimmia”.
    Ecco, se estraiamo la vicenda apparentemente centrale della “Roba”, Apnea resta un racconto di straordinaria intensità. Un viaggio appassionato, solo apparentemente lucido, nella mente di una adolescente ossessionata dalla ricerca dell’eterno innamoramento.

    – Sono fiera di me perché non mi sono innamorata all’istante.
    Un’adolescente come tante, dicevamo. E all’inizio sei combattuto tra un moto di irritazione per quella stupida crocerossina (Come stai?) infatuata di un tossico, e uno di sincero affetto per la ragazzina che poco ancora sa della vita.
    Perché questa è la storia di un amore tutto rivolto all’interno e proiettato – come gioventù impone – su un uomo qualunque, un uomo-specchio senza alcun merito particolare. Un uomo che, come sempre accade, diventa nel tempo opaco e non più riflettente. E nulla riesce ad aggiungere di sé quando lei smette di splendere.

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Elizabeth Cappa
Elizabeth Cappa è nata a Londra e vive fin dall’infanzia a Milano. Lavora da molti anni nel mondo del libro, ma è al suo primo tentativo come autrice.
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