Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Ariosto al Narragansett - In viaggio verso casa

Ariosto al Narragansett - In viaggio verso casa
74%
53 copie
all´obiettivo
73
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2022

Pietro, detto Pier, ripensa ai racconti della mamma. Una volta a casa, affacciato alla finestra sul giardino di aranci trova l’ispirazione per ricordare la storia della sua famiglia. Un cammino della mente con il quale ripercorre un secolo mentre realmente viaggia verso Losanna. Ariosto fa il manovale nella provincia pontina, si muove tra l’imponente castello di pianura, dimora rinascimentale della contessa Giulia Gonzaga e il lago costiero a forma di semiluna. Nel 1910 emigra in America. In seguito alla crisi finanziaria del 1929 approfitta per tornare più spesso in patria. Fa il pendolare attraverso l’oceano. Sposa Maria. Con lo scoppio della seconda guerra resta a Providence mentre la moglie e i figli affrontano, in patria, i bombardamenti alleati, le rappresaglie naziste, il freddo, la fame. Dopo il conflitto la famiglia si riunisce ma le cose non andranno proprio come Ariosto l’americano aveva immaginato.

 

Perché ho scritto questo libro?

Per mettere ordine agli aneddoti ascoltati nel corso degli anni riannodando i fili della memoria. L’occasione l’ho avuta grazie al tempo concessomi dagli ultimi avvenimenti. L’input dal ritrovamento di una vecchia foto in bianco e nero. Grazie a questo racconto nonno Ariosto prima figura mitica e sfuggente mi appare ora concreto e reale.

Ho avuto anche modo di scrivere della mia terra, di fatti storici, paesaggi e architetture lontani. Scorci di prospettive per chi desidera approfondire.

 

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il vento, proveniente dal mare non lontano, muove le foglie degli aranci spargendo nell’aria il dolce e amaro profumo di zagara.

Un bambino, all’ombra delle verdi fronde tempestate di bianco, è inginocchiato a terra, con calma e precisione chirurgica si accinge, con una siringa, ad iniettare un arbusto verde. La pianta ha bisogno di acqua, pensa, e spera con quella manovra di salvarla. Troppo difficile trasportare il tubo di irrigazione dal pozzo distante quaranta metri.

Pier è affacciato ad una finestra del terzo piano, guarda trasognato dall’alto il giardino i cui confini si perdono nei ricordi d’infanzia, si rivede solo tra gli alberi con i merli dal becco giallo e le lucertole a cui certi ragazzi al fiume strappano la coda.

Se i denti potessero ricrescere come la coda delle lucertole?

Come allora il ponente, tra i capelli, agita l’agrumeto e le palme di un enorme banano cresciuto negli ultimi tempi, mentre, al margine, alti cipressi rimangono immobili.Gli arbusti del sottobosco hanno ceduto il posto ad un manto di dichondra.

Continua a leggere

Continua a leggere

Dal capitolo Pensione del porto

C’è un grosso brusio, ognuno parla, per lo più maschi, molti sono giovani.

«Silenzio! Ascoltate!»

Urla l’incaricato della compagnia, sventolando il foglio dei nominativi con la mano sinistra, mentre con l’altra batte il palmo aperto sul tavolino di legno all’ingresso della stanza.

Poi, appoggiando la mano con il foglio sulla spalla dell’uomo che ha affianco sulla sua sinistra, dice:«Quando vi chiamo venite uno alla volta, il dottore, qui presente, vi esaminerà.»

Il medico fa un’ispezione molto veloce dalla testa ai piedi, guarda la pelle, all’interno della bocca, gli occhi rivoltando all’indietro la palpebra superiore.

Cerca malattie infettive che sicuramente avrebbero impedito lo sbarco.

Quella mattina qualcuno è stato respinto a causa del morbillo, qualcun altro ha dovuto rinunciare per colpa di una diagnosi sbagliata, tracoma invece di una banale congiuntivite.

Ariosto e Aldo non hanno problemi.

«Vai!»

«Anche tu puoi andare.»

L’ostacolo è superato, sarebbero sicuramente partiti, sicuramente sarebbero arrivati, non pensano ad una pericolosa traversata, non hanno paure.

L’oceano pareva loro forse un puledro da cavalcare, non certo un toro imbufalito con la bava alla bocca pronto a caricare. Il viaggio solo un contrattempo, già mentre salgono sulla nave bramano di scendere all’altro capo del mondo, due settimane un mese, la sua durata un dettaglio.

Ariosto pensa che andare da foce Canneto al canale Sant’ Anastasia, attraversando il lago da nord a sud con il nonno, sia più difficile che andare, attraversando tutto il mare, sull’altra sponda del mondo con un barchino grosso quanto il castello Caetani. Dall’alto dei suoi trentatré metri si domina tutto l’orizzonte, non è mica come trovarsi tra le steppe palustri. Già il castello. Quando c’era la bella Giulia il castello era sempre in festa, ora, invece, è ridotto a triste prigione di briganti vari. Sono secoli che la contessa è salita al cielo da cui, come diceva Ariosto, l’originale, “ne era discesa come una dea”.

Poi vi era sicuramente risalita, non si era fatta spettro. Ma quella volta che scappò nuda, pallida come il lenzuolo che l’avvolgeva, sul monte Vago attraverso un passaggio segreto da sotto il torrione, sembrò proprio un fantasma. Il Corsaro Barbarossa, brutto come nessuno può immaginare, così non la trovò e mancò il ratto della bella Gonzaga. Questa storia tutto il paese la conosceva e anche Aldo che una volta si era messo in testa di andare in cerca di quel leggendario passaggio. Ariosto, posato e con i piedi per terra, glielo aveva detto che non era il caso di andare, c’erano le guardie, c’erano i carcerati ma sicuramente non i fantasmi, al massimo il diavolo da qualche parte, in qualche buco sotto terra, però certo non si sarebbe scomodato per lui.

Aldo, quella notte di luna piena, è passato dal lato del maschio abbandonato.Ha bussato, poi è entrato, infilandosi di nascosto dal vecchio custode che, uscito fuori, diversi metri avanti al portone, con il bastone, ha pensato al solito scherzo dei soliti ragazzacci fannulloni perditempo. Si muove a tentoni nel semi buio, portando le mani avanti, svolta a destra poi scende dei gradini, il passaggio diviene stretto e basso, sente un rumore di catene poi qualcuno o qualcosa lo prende per i capelli ed emette un suono acuto, tanto stridulo che gli fischiano le orecchie. Scappa a gambe levante però ora sa, ne ha la prova, al castello c’è il fantasma.

Dal capitolo Marea

Ad un certo punto, in quei giorni di reclusione, mi sono ritrovato immerso nella storia della mia famiglia, tra aneddoti di mia madre, miei ricordi e documenti cercati usando i motori della rete, consultando ebook e registri online come quello del sito della Statue of Liberty – Ellis Island Foundation. Ma è solo tre mesi dopo, tornato a casa e trovato il diario, quel passato vago e lontano si è palesato nitido, reale, denso di particolari come un affresco dai colori vivi sull’intonaco ancora umido dell’intera parete difronte a me.

Annota Pier sul suo diario, mentre viaggia verso Losanna.

Digita su Google Earth l’indirizzo che Antonino ha dichiarato agli ispettori Ellis Island al suo arrivo il 19/03/1906, come riportato dai registri portuali originali compilati in corsivo, Richmond Street 151, Boston. I tetti, dopo solo un attimo aver inserito le coordinate, iniziano ad allontanarsi, diventano sempre più piccoli, poi velocemente scompaiono, la vista dal satellite mostra macchie verdi e blu, nomi di città si sovrappongono, il Colosseo pieno di gente, non ci sono i gladiatori ma due navi nel mezzo, Napoleone, in testa al suo esercito, conduce la carica a cavallo con la spada sguainata, poi la terra ruota ancora verso occidente, ora le caravelle sono ormeggiate in Spagna, lo stivale è ormai lontano, l’Atlantico, il Celtic naviga in acque calme seguito dai delfini, poi giù in picchiata verso il Nord America, lo sguardo adesso punta dritto su Boston, ecco il North End, compare un segnaposto rosso con la scritta 151 Richmond Street. È arrivato! Ora Google Heart ondeggia leggermente, fermo in attesa della sua prossima mossa.

In alto, sulla schermata, si vede il blu del mare, c’è l’indicazione di due siti storici l’Old North Church e più giù il Paul Revere House, casa coloniale in legno costruita nel 1680.

Questo è il quartiere degli italiani, la Little Italy di Boston.

Pier preme su Street View, il North End si sposta, gli viene incontro velocemente o è lui a scendere giù in picchiata verso gli edifici sempre più grandi, distingue bene i tetti le finestre. È in strada. Difronte un palazzo di mattoncini rossi con tante finestre, senza persiane, tutte allineate su quattro piani, al numero civico 151 c’è una salumeria Italiana, così riporta l’insegna con una scritta verde. Cheeses, olives, coffee dice un adesivo bianco sulla vetrata.

A pochi metri più avanti, all’angolo con Hanover Street, un cartello sul muro come ad indicare il nome della strada, in stampatello tutto maiuscolo, segnala un DENTAL OFFICE.

Gira intorno, dall’altra parte del marciapiede una scala antincendio in metallo scende giù disegnando una s, ritorna sulla via, dritta e stretta di palazzine scarlatte, solo una distanza di circa 150 metri prima di arrivare al mare, dopo aver incrociato Commercial Street.

A Commercial Street i fratelli, Antonino e Fernando, aiutano Rosario, il più anziano, di 38 anni, arrivato pure lui in America nel 1906, a gestire l’impresa commerciale. Rosario aveva iniziato come venditore ambulante, al principio usava uno scantinato come deposito, poi, grazie ad un socio finanziatore, aveva aperto un banco sulla Commercial.

Riscattata l’attività si era ingrandito e aveva aggiunto il commercio all’ingrosso. Acquista partite di frutta e verdura, le lavora, come ha raccontato ad Antonino per spiegargli il ‘’bisinisse’’, e la rivende ai dettaglianti. Antonino ha un vago senso artistico, comunque ha stile e un certo gusto, va in giro sempre con papillon colorati.

«Tu Antonì mi devi aiutà yhe, ti do anche una percentuale su tutta il venduto a fine mese. Questo bottega deve essere a più nice di tutto il North End, le mele le più colorate, gli ortaggi devono essere come vivi, ok?»

Antonino da ragazzino, in patria, era già scalpellino, arrivato in America si è adattato al legno per creare oggetti, ha preso poi a fare schizzi su carta e nel quartiere è diventato noto, con i gessetti può disegnare di tutto, pure le ceste fashion per la frutta di Rosario.

Ha l’incarico di tirare a lucido l’attività abbellendo con un tocco elegante il negozio e rendendo più attraente la merce. Fernando invece è arruolato come contabile anche se la sua passione è la viola, note o numeri, registi o spartiti la musica in fondo non è mai sempre la stessa.

«E’ arrivata!»

Dice serio, con un mezzo sorriso accennato, agitando una lettera con la mano destra, Ariosto ad Antonino.

«Cosa? Di che parli?»

«Della lettera che aspettavo, me l’ha recapitata questa mattina il garzone di Rocco.»

Rocco vive sempre a Prince Street sugli uffici del giornale e quando può da una mano ad Ariosto con le sue conoscenze a farsi strada tra le cucine di convitti, residenze, pensionati e ristoranti.

Il destino di Ariosto è cambiato nel momento stesso in cui il viaggio era iniziato a bordo della Celtic, il giorno in cui aveva accettato il lavoro in cambusa aveva precocemente imboccato la strada che avrebbe seguito per il resto della sua vita. Quando lavorava per la pasticceria di Rohan, un irlandese rimasto nel quartiere, ormai a netta maggioranza italiana, ricevette i complimenti per le ciambelle preparate in occasione della festa di San Patrizio. Aggiunse alla birra il suo ingrediente segreto, una goccia di rum.

Cristin la figlia di Rhon non perdeva occasione per andare in pasticceria per poter veder Ariosto. Ma Ariosto era serio, non si lasciava distrarre, sapeva che il padre di Cristin non lo vedeva di buon occhio. Così Cristin ad un certo punto dovette mollare.

Sono passati anni dallo sbarco, Ariosto pensa solo a faticà, come Aldo gli rimprovera quando si vedono, una parte dei soldi li spedisce in Italia alla mamma Lena.

La grande guerra è terminata da un anno.

«Oh my God! È scoppiata una bomba!»

Esclama qualcuno, dopo che un boato spaventoso si è propagato per tutto il North End. Il braccio di Ariosto è ancora alzato a sventolare la lettera mentre Antonino come una saetta si arrampica sul pilone in ferro della ferrovia sopraelevata.

Perde una scarpa nella foga.

«Saranno stati gli anarchici che dici?»

«Non mi è sembrato un esplosivo»

«Che vedi?»

«Oh Signore, per tutti i Santi!»

«Sali sali presto!»

I due fratelli per un soffio si mettono in salvo.

Vedono dall’alto dei binari della ferrovia un’onda gigantesca di melma densa e scura trascinare via, dopo averlo fatto impannare come una scatola di cartone spinta verso l’alto da un colpo di cuneo, il negozio di Rosario.

I due sono avvinghiati uno difronte all’altro, alla maniera di due marinai aggrappati al palo del veliero sotto la coffa di avvistamento.

«Cos’è ?»

«Non so, sembra …buona da mangiare?»

L’enorme serbatoio in prossimità del molo, usato per lo stoccaggio di milioni di litri di melassa è andato letteralmente in frantumi. La marea vischiosa si è lanciata sul quartiere devastando e inglobando ogni cosa al suo passaggio.

Il fatto accadde il 19 Gennaio. L’onda iniziale di melassa ha raggiunto sette metri di altezza, ha imboccato Commercial Street percorrendola per centinaia di metri.

I due si aggirano tra ammassi di detriti di ogni genere, travi di legno, lamiere, macerie ricoperte di liquido nero dall’odore penetrante.

Le scarpe affondano nella massa appiccicaticcia, si sentono in lontananza le sirene dei vigili del fuoco. Una ragazza davanti a loro è distesa a faccia in giù, completamente ricoperta di melassa, è viva, si muove.

Dal capitolo la Casa di Providence

Salgono a bordo di una fiammante Studebaker Champion rossa dall’aspetto futurista, il frontale sembra quello di un jet spaziale, il lunotto avvolgente. Percorrono la U.S. Ruote1 in direzione Nord verso Boston. Questa strada parallela alla costa orientale dalla Florida giunge fino al confine con il Canada. Per arrivare a Providence devono percorrere circa 189 ml. destinazione Nelson street, nel nuovo quartiere residenziale nella zona Nord Ovest. Qui Ariosto, che prima viveva sulla Broadway nel mezzo di Federal Hill, subito a ridosso del centro città, ha acquistato una tipica villetta in legno stile americano per

accogliere la famiglia. Quando Ariosto ritornerà in Italia per rimanervi definitivamente ne farà costruire una nel mezzo del vigneto, in muratura, che sarà l’esatta replica di quella americana. Poi le vigne saranno sostituite dagli aranci.

La casa di Providence ha un viale diritto centrale nel mezzo di un prato all’inglese, percorso il quale si arriva ad una scalinata con meno di dieci scalini bassi e larghi che porta alla veranda sul piano rialzato difronte al portone di ingresso. Dietro l’abitazione c’è un terreno adibito ad orto, un’altra scala per l’ingresso sul retro nel garage per l’auto. Nel seminterrato, la “sel”, così sembra capire Liliana quando il padre la manda nella dispensa in cantina. La strada attraversa, dal Connecticut fino al Rhode Island, fiabesche foreste costiere decidue. Lo spettacolo lascia a bocca aperte le tre donne. Le grandi foglie palmate e a punta di acero, ma anche quelle del noce americano e quercia, colorate di rosso, giallo, arancio e marrone, dipingono un incantevole quadro autunnale. Liliana si gira a guardare dietro, gli alberi del bosco variopinto scorrono e si allontano senza soluzione di continuità mentre le foglie a terra sulla strada si alzano e fanno mulinello spinte dal vortice dell’auto che avanza spedita verso Providence.

La casa è colorata come mai prima avevano visto.

Le pareti sono verde smeraldo, il pavimento in parquet Canaletto, affianco ad un finestrone bianco, stretto e alto, un tavolino tondo con una lampada dal paralume vinaccia come il divano. Al centro della sala un tavolo inglese ovale. La cucina in legno, verniciata di bianco lucido, ha numerosi pensili, ognuno con una funzione specifica. C’è quello per le tazzine, quello per i piatti, le pentole invece sono sotto i fornelli, il lavandino ha due rubinetti, davanti una finestra ad apertura scorrevole. Il frigorifero bombato, incastonato tra il piano e i pensili, con un grande maniglione. Il pavimento di piastrelle come una scacchiera. Ben diversa da quella a tinte tristi della casa di via Cavour, nel centro storico ancora malandato per i bombardamenti, dove c’è una stufa a legna per cucinare.

2021-09-15

Aggiornamento

Ariosto fa il manovale nella provincia pontina, si muove tra l’imponente castello di pianura, dimora rinascimentale della contessa Giulia Gonzaga e il lago costiero a forma di semiluna.
2021-09-08

Aggiornamento

Il Celtic fu la prima concepita delle 4 " Big Four". Costruita a Belfast, al momento del suo varo era la nave più grande al mondo. Normalmente viaggiava tra Liverpool e New York. Per qualche tempo collegò anche Napoli a New York.
2021-09-03

Aggiornamento

Un po' del romanzo attraverso le immagini. L'autunno nel Rhode Island.

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Ariosto al Narragansett – In viaggio verso casa”

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Giovanni Mastrobattista
Giovanni Mastrobattista è nato a Roma. Maturità al Liceo Classico Piero Gobetti di Fondi (LT) dove ha vissuto fino a trent’anni. Laurea all’ Università di Roma ‘’La Sapienza’’ e Master all'Università di Firenze. Medico Odontoiatra a Merano(BZ) per vent’anni, ora vive a Rovereto (TN).
Appassionato di siti archeologici e musei, ama l’arte, gli animali e la natura in genere.
Questo è il suo primo romanzo.
Giovanni Mastrobattista on FacebookGiovanni Mastrobattista on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie