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Aritmie
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Consegna prevista Agosto 2021

Le aritmie sono fondamentali affinché ci si spaventi e ci si interroghi. L’evoluzione non si muove mai per movimenti lineari. Sono sempre eventi forti, violenti, dolorosi quelli che permettono di saltare su piani differenti di coscienza. Coscienza di sé e quindi anche del proprio ruolo all’interno del proprio tempo. Ma soprattutto il proprio ruolo all’interno dello spartito delle persone che ci circondano.

Perché ho scritto questo libro?

Perché è sempre un colpo violento del cuore, uno in più, che dà il via a qualcosa di nuovo. Sia che uno ne sia l’artefice o sia che lo subisca, è sempre uno sfasamento. Una rottura del ritmo dei giorni che chiamano altri giorni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Fiume nero d’ombra

Il fiume è troppo lontano per sentirne la voce. Eppure la chiama. Le barre di ferro saldate e bullonate cominciano a scuotersi. Il semaforo è verde. La ruggine dei binari trema sotto i suoi piedi: «Quanto sarà fredda l’acqua?»

Tutto vibra. Ogni cosa pulsa seguendo un ritmo che non si sa chi abbia deciso.

Le ombre camminano alla stessa velocità della notte. I pensieri e i ricordi della ragazza corrono alla stessa velocità del treno che sta per giungere. Il ponte trema al contatto con le sue mani che si stanno sporcando di un colore ruvido. Il nero del fiume si confonde con quello della notte. Il suono del ferro sul ferro del treno a pochi passi da lei è assordante. Tutto trema come se stesse per crollare.

È lì che da bambini andavano per sfidare la paura che correva su rotaie lucide sulle quali il sole si specchiava abbagliandoli. È lì che lei parlava al treno e alle scintille che sapevano accendere l’immaginazione e il desiderio di correre senza binari.

Ora quella ragazza è immobile su quegli stessi binari sospesi a venti metri d’altezza sopra un fiume dove strisce di nero si allungano, si toccano, si mischiano e si parlano. Per le ombre è lì il loro esistere. Non sanno il perché. Non sanno nemmeno che la luce è ciò che permette loro di esistere e anche ciò che le cancellerà. No, non lo capirebbero. Sono solo ombre. 

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Tutto trema ancora di più. Dio, sembra la fine del mondo. Sarà così la fine del mondo? Come un ponte che trema? Come guardare una locomotrice che ti sta correndo addosso e che sai non si fermerà? Sarebbe solo un attimo. Basta fare due passi indietro. Il rumore è assordante. Le vibrazioni si propagano dai binari, sulle transenne, poi giù nei piloni di cemento armato cilindrici, immobili nella loro statica potenza. La loro forza è resistere. Sembrano essere in grado di tenere sollevato l’intero mondo. E ora lo stanno facendo. Quel ponte sostiene ancora per qualche attimo il suo di mondo. Ecco, arriva! È qui! Dio, ho paura. Mi fa paura questo salto. È troppo lontana l’acqua. Quanto sarà fredda?

Il treno è alle sue spalle e fischia con un fiato artificiale. Copre ogni rumore. Copre la voce del fiume nero che continua a chiamarla. Lo sente. Vieni, le dice. Non sentirai freddo. Dai finestrini illuminati, rettangoli di luce illuminano le sue mani sporche di ruggine ruvida. Rumore ritmico. Inarrestabile. Il treno si allontana. Il semaforo è un occhio verde che la osserva e che si dimenticherà di lei nel momento stesso in cui diverrà rosso.

La vista cerca di abituarsi alla notte. Lei lo sa. Lo sa che ci sono solo ombre. Sono lì. Non vanno più via. Non si riescono a cancellare le ombre. Sono sempre lì. Cristo, le ombre sono sempre lì. Si nascondono sotto le cose, ma poi escono. Ogni dannata notte non fanno che uscire e soffocare il mondo. Se non ci riesce nemmeno il fiume a portarsele via, come posso riuscirci io che sono solo… sono solo… che sono sola.

Sarà fredda l’acqua? Dicono che entri in fretta nei polmoni. Non avrò freddo. Non farò in tempo ad avere freddo. Con cosa si cancellano le ombre? Dio, non c’è nessuno che mi aiuti? Non c’è nessuno? No, non c’è più nessuno. C’è solo il fiume nero che la chiama e che le dice: ti aiuto io, vieni.

Nessun suono per venti metri di caduta. Solo un pensiero: non posso tornare indietro. È come essere saliti su un treno. Non si può più scendere. Nessun rumore fino all’impatto con un buio freddo e umido che la assorbe. La ragazza annaspa. Si agita. L’acqua entra in bocca. È dolce. Quello non è il mare. Annaspa ancora, si sbraccia. I vestiti sono pesanti. I capelli sono fradici e si muovono come fanno le alghe. Gli occhi che escono ed entrano dall’acqua. Sulla riva delle luci. Sono flash di fotografie.

Lei vorrebbe chiedere aiuto. Aprire la bocca serve solo per riempirla di quell’acqua dolce di un fiume nero nel quale si sta per sciogliere e confondere per sempre. Lasciati andare, le dice il fiume. Vorrebbe piangere, ma non c’è tempo di essere tristi. È proprio la fine. È proprio la fine. Non so nuotare. Non so nuotare in fiume nero di ombre. Non so nuotare. Aiutatemi, vi prego aiutatemi non so nuotare. Gli occhi dentro e fuori dall’acqua. Flash intermittenti. Dentro e fuori dall’acqua.

La voce e la mano del fiume la tirano verso il fondo. Vieni, lasciati andare. Sarà come sognare. Ma nemmeno nei sogni si può controllare il proprio destino.

Sarà come se fosse il sogno di qualcun altro? Di chi? Il mio, le risponde il fiume che scorre senza sapere il perché. Il semaforo è rosso. Lei, dimenticata da tutto, scompare nel buio.

«Abel, perché? Dimmi il perché?»

Il Vecchio esce a fatica dall’acqua. La sponda del fiume è un fango che rallenta e impedisce i movimenti. Lui trascina la ragazza per la giacca creando un solco di fango. Annaspa. Cade e si rialza. Affanno.

«Vattene Kàyna, lei è mia! MIA!»

Kàyna punta l’obiettivo. E scatta.

Il Vecchio si rialza. I piedi sono completamente immersi nella melma. Le scarpe vi rimangono incastrate dentro.

In ginocchio trascina la ragazza. Il fiume non chiama più: muto li osserva.

Abel cerca di rianimarla. Lei vomita il nero. Tossisce. Semi incosciente, apre a fatica gli occhi. Sopra di sé, un vecchio e una donna che le tengono le mani. Si guardano e la guardono.

Kàyna le sorride. Il Vecchio, fradicio e sporco, sembra un demone nato da una palude pronto a nutrirsi delle carcasse che il fiume getta sulla riva.

Poi è solo buio.

L’ospedale in cui si trova la ragazza è circondato da un giardino dove gli ospiti vestiti con camici grigi come i loro pensieri si trascinano a fatica. Sono immersi in qualcosa che forse sono sogni, o forse incubi. Solo i più fortunati riescono a raccontarli ai dottori che riempiono pagine di  taccuini neri. Appunti di vite frammentate e che lì cercano un filo che le possa ricucire.

All’interno, due infermieri commentano la scena. «C’è né una nuova… » dice Torbiscal grattandosi il ventre gonfio con una mano infilata dentro il camice bianco.

«Già… è pure carina… l’hanno ripescata quei due… » risponde Gloucester.

«Che donna, quella Kàyna. È davvero incredibile la pazienza che ha con quel vecchio pazzo.»

«Sì, davvero una santa. Se non c’era lei anche quella ragazza sarebbe diventata cibo per i pesci.»

«Già…»

I due si alzano e camminano immersi nell’eco dei loro passi all’interno del lungo corridoio bianco. Arrivano fino alla stanza della ragazza nella quale Kàyna le tiene una mano.

«Guardala, nemmeno la conosce ed è lì ad accudirla. »

«Non si è ancora risvegliata? »

«No, sta delirando da giorni.»

«VIA, FATEMI PASSARE, VIA HO DETTO! »

Il vecchio Abel arriva di fretta alle loro spalle. Per raggiungere il capezzale della ragazza travolge malamente Kàyna che, non facendo in tempo a reagire, cade dalla sedia.

«Kàyna, smettila! Lei è mia! Lasciala stare! Devi lasciarla stare! » urla trascinandola per un braccio lungo il pavimento della stanza.

I due infermieri guardano ammutoliti la scena e poi si precipitano dentro e lo immobilizzano.

«Vecchio pazzo! Adesso ti sistemiamo noi.»

«LASCIATEMI! HO DETTO LASCIATEMI!» urla il Vecchio cercando di liberarsi dalle loro grosse braccia che lo sollevano di peso portandolo lontano lungo il corridoio.

Kàyna si alza, si ricompone i lunghi capelli neri, guarda la ragazza attentamente: «Ormai è fuori pericolo… qui non servo più….» e poi esce dalla stanza seguendo i due infermieri.

__________

«Me ne vuole parlare?»

La ragazza non risponde. Seduta sulla poltrona di velluto grigio, si rannicchia e stringe gli occhi.

«Non sono pazza.»

«Lo so.»

«Davvero, non sono pazza.»

«Un pazzo è solo qualcuno che patisce.»

«Sto bene. Non sono pazza come tutti quegli altri di quel cazzo di ospedale. »

«E allora perché sei qui?»

«Non lo so, me lo dica lei. O lo chieda ai miei genitori… sono loro che la pagano, no?»

Il dottore non risponde.

«Quella stronza che non so neanche chi sia veramente e che mi ha tirato su dal fiume… è lei che ha mandato una lettera anonima ai miei consigliandoli di mandarmi qui da lei. Che cazzo vuole quella?»

«Ha solo fatto quello che riteneva necessario.»

«Necessario per chi? C’è sempre qualcuno che sa cosa è meglio per me. E di quello che penso io? Come si chiama quella donna? non me l’hanno nemmeno voluto dire…»

«E perché crede l’abbiano tenuto segreto?»

«Avranno paura che vada a farle una scenata. Non lo so. Comunque non me ne frega un cazzo. Certo non la vorrei ringraziare» dice la ragazza agitando freneticamente una gamba.

«Sì, non importa, è vero. Siamo qui solo per parlare. Solo per quello. Le cose quando le si raccontano poi si ridimensionano, si capiscono.»

Il suo umore cambia velocemente e crolla senza un perché. Come una lampada alla quale arrivi uno sbalzo incontrollato di tensione, esplode.

«Dottore… io… io… non volevo… non so… io.» Pianto. Singhiozzi.

Lui gira la pagina del suo taccuino nero e con la penna prende alcuni appunti.

«Mi aiuterà lei? Mi aiuterai?» gli chiede.

Il dottore si alza, si dirige verso la scrivania e prende un pacchetto. Torna indietro e lo appoggia vicino a lei che vedendolo, interrompe le lacrime per lasciare dentro agli occhi una domanda.

Lui risponde a quello sguardo: «Sì, è per te.»

Lei sorride per quel regalo inaspettato. Lo scarta. Dentro un diario. Lo sfoglia. Lo annusa.

«Beatrice, se non vuole raccontarlo a me, può farlo con lui se le va…»

Lei gli sorride.

«Si alzi un attimo.»

Lei lo guarda confusa.

«Venga, si fidi, venga qui.»

La mano calda e sicura del dottore conduce Beatrice fino alla finestra dell’ultimo piano dello studio. Apre le tende con un movimento deciso. Davanti i tetti della città. Cielo azzurro. Qualche nuvola. Di quelle che non si sa bene che forma abbiano. Di quelle con le quali non potresti mai giocare a indovinare cosa rappresentino. Non sono mai nulla. Solo una sbavatura bianca. Quasi una cancellatura nell’azzurro.

In basso il traffico della città. Fitto. Veloce. Da quassù non se ne sente la voce eppure la chiama.

«Cosa vede?» chiede lui.

«Cosa vedo?»

«Sì, cosa vede?»

«Non so… i tetti… il traffico… persone che si muovono… »

Il dottore non risponde.

«E lei?» chiede Beatrice, «lei cosa vede?»

«Un mondo di pazzi.»

Lei lo guarda stringendo forte il diario tra le mani. Sorride.

Poi lui dice ancora: «Ma sono anche possibilità da dare al destino.»

Accadeva cinque mesi fa. 

2020-11-02

Aggiornamento

Ascolta il primo capitolo https://www.spreaker.com/show/aritmie

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Alessio Ravani
Ferrarese di nascita
Milanese per scelta
Ingegnere per vocazione (nessuno è perfetto)
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