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Consegna prevista febbraio 2020

Ascoltare è una raccolta di racconti. I protagonisti di questi mondi sono colti nell’intersezione tra universo interiore e realtà circostante.
Vi troverete a passeggiare per le strade della cittadina immaginaria di Sequoia, accorgendovi di esserci già stati. Incontrerete gli attacchi di panico di Laura, musicista, e il calcio come visione del mondo nel piccolo Javi. L’erba moli dell’Odissea divenuta un blues capace di scacciare l’inferno, le soluzioni a enigmi racchiuse in titoli di canzoni, la capacità di trovare una primavera fuori stagione. La nuova dea Armonia che, in pausa dal dovere di perfezionismo, fuma una sigaretta a piedi scalzi, una cittadina di mare in cui vige la sola regola del sogno. L’incontro tra un giovane e Ondria negli anni del rock, la forza e la delicatezza di respirare secondo il proprio ritmo naturale.
Il titolo rimanda all’origine orale del racconto breve, alla musica, all’ascolto tra esseri umani.

Perché ho scritto questo libro?

Senza scrittura sarei un altro. Sentire il mondo e raccogliere storie è la mia natura, la letteratura il sogno. Ho iniziato a scrivere a diciassette anni annotando impressioni. Ho cercato la mia strada tra musica e classici. L’ho trovata grazie al racconto. Scrivere è diventato un modo per trattenere bellezza e un antidoto contro i fantasmi dell’ansia. Ascoltare è la mia prima raccolta. All’origine di ogni racconto c’è un ritmo. Senza il lettore che legge e ascolta non c’è racconto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sequoia

All’intrecciarsi dei rami degli alberi si sovrappongono profili e vicende di anni passati. Così come da una vecchia cartolina un soffio fa volar via la polvere, un raggio di sole o un tuffo in fresche acque può riportare alla memoria immagini mai dimenticate. Riaffiora la storia del vecchio Billy, nel capitolo in cui, da giovane, aveva lasciato il deserto per approdare nella grande città. Un racconto che vive di slanci e inciampi, cresciuto seguendo il respiro e il ritmo del legno degli alberi che abitano il principale parco cittadino. È la poesia della sua terra, lasciata a metà su un foglietto, poco levigata a suo tempo per troppo ardore di giovinezza. Ho sentito di Billy poco fa, per questo mi ritrovo a scrivere a macchina la sua storia al tavolo di un porticato affacciato sull’orizzonte. Solo qualche abbaiare canino e il ronzio di un tagliaerba lontano rompono, ora più ora meno regolarmente, l’andare perpetuo del silenzio di questo angolo di mondo. Scrivo questa storia perché ho qui una fotografia, un’istantanea del tempo della vita urbana. Uno scorcio arboreo, focalizzato su quei rami da cui trae linfa questo racconto semplice. Allo stesso modo nasce la pagina bianca su cui l’inchiostro nero allinea e dirige il suo corso e la sua direzione. Tra i rigagnoli della corteccia si vedono due file di alberi. La conformazione dei rami è regolare, come prodotta in serie, i più sono stretti e nervosi, spesso intrecciati. Nessuno, in scuole e luoghi da lui frequentati, aveva spiegato a Billy qualcosa a riguardo di quella vecchia frase che dice delle virtù che possono derivare dalla capacità di tenere insieme due idee antitetiche nella mente. Non aveva mai letto Fitzgerald, Bob Dylan era un ologramma di cui poteva giurare di non aver mai sentito la voce. Metteva all’opera, in compenso, cenni di buonsenso di cui aveva appreso tra  le  mura  domestiche.  Come  tutti   un   giorno  s’innamorò   di   una   ragazza impossibile. Due strade le loro, non destinate a incontrarsi. La delusione per il giovane fu un duro colpo. La sua timidezza raddoppiò. Per quell’estate dedicò la maggior parte del suo tempo a un ozio produttivo e ricco di nuovi studi in una fattoria di famiglia.

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Un giorno, molti mesi dopo, una vicina di casa portò con sé, oltre alla compagnia per un the, una fotografia che lasciò tutti senza fiato. La protagonista era quella ragazza, un sorriso raggiante in un abito alieno e un grattacielo illuminato alle sue spalle. Un fulmine nel mezzo delle ore pomeridiane. Billy scoprì l’esistenza delle grandi città del paese o, meglio, si rese realmente conto della loro consistenza. New York, Los Angeles, Chicago erano soltanto nomi sentiti alla radio, in qualche motivo in una canzone della Top 40 oppure ricamate su una felpa o qualche neon pubblicitario. La contrapposizione tra quelle due realtà prese corpo. Roy Orbison cantava per le anime tormentate ma la radio della casa di Billy non raggiungeva quelle frequenze e la superficie del mondo per lui poteva spiegarsi con poche parole. Chiese notizie di quella ragazza che aveva lasciato la cittadina e scoprì che era riuscita ad andare a ballare tra le luci scintillanti della città grazie all’iscrizione a una specie di università. Passarono giorni, per molti di questi dimenticò tali pensieri e la vita di sempre riprese la sua marcia senza grandi destabilizzazioni. In una pausa dalla storia – come in marmoreo movimento, scolpiti su un bassorilievo – si riescono a scorgere alberi dal legno di sequoia. Tra le intersezioni e i percorsi dei  rami  si distende l’azzurro del cielo,  limpido nel bacio del sole che irradia le prime gelide giornate di passaggio verso l’inverno. Le dita grinzose di un vecchio zio giravano le stazioni della radio e le frequenze miglioravano col passare dei giorni, laggiù. Il suo Parkinson gli permetteva di comunicare  a  stento  ma  era dagli occhi che si potevano intravedere l’amore e il sollievo che, a cadenza irregolare, l’ascolto gli regalava. Una sera, poco prima del tramonto, il giovane tornò a casa e sentì un insolito brusio proveniente dalla cucina. Lasciò la sacca in anticamera e vide facce nuove scherzare con tutti i suoi familiari. Si trattava di parenti alla lontana, ritornati sulle tracce delle loro origini. Vivevano in città, dissero che sarebbero stati lieti di ospitare qualcuno di loro in futuro. Dissero di avere delle figlie che fumavano tabacco e che ballavano tutti i balli moderni più in voga. La notte portò al ragazzo la possibilità di una fuga e un mal di testa da liquori mai assaggiati prima con tanto di capogiro. In estate sarebbe andato alla scoperta della vita metropolitana. Così il vecchio Billy conobbe New York e tutte le sue meraviglie. Si trovava abbastanza bene con cugine e cugini conosciuti da poco. Restò inizialmente inebriato dal ritmo pulsante della città. Si tenne in disparte dalle luci che, in apparenza, abbagliano più di altre e che, nel profondo, contengono poco o nulla. Scattò la foto che è giunta a me a Central Park, in una giornata di sole. Ho saputo che in autunno è tornato alla sua cittadina, grato per la nuova esperienza, sempre più saggio nelle sue vedute. Chissà se in quei giorni ha visto, seduto a qualche tavolino di un caffè, un uomo non molto più grande di lui per età, con una giacca nera di jeans e un paio d’ occhiali da vista nel taschino della camicia. Non so se gli sarebbe stato possibile notare l’articolo che stava scrivendo su un noto musicista locale, la cui madre  viveva  nella stessa via della sua villetta. Per questo è un racconto che nasce da cellulosa e rami sgangherati, ricchi di pulsioni vitali. La signora mi parlò senza motivo di tutta la popolazione del vicinato. Ascoltai incuriosito, confidando che, di lì a poco, sarebbe tornata sul binario originario della conversazione.

Venni  a  scoprire  che, fino a pochi anni prima, era stata la maestra elementare del quartiere. Lo scenario iniziava a prendere colore e ad animarsi. Le luci delle lampadine promettevano di accendersi al calare del sole dietro le montagne e la vita tra i ristoranti e attorno alle cucine delle case iniziava a brulicare con più intensità. Il giorno dopo, come da promessa, sarei andato con lei a visitare la scuola in cui andò anche suo figlio. Fui scosso dalla sua gentilezza, mi sembrava di non meritarla. Intanto, stagliati nella loro corsa sotto ai profili di montagne lontane, al balenio ocra dei raggi che picchiettavano sui vetri delle case, rimbalzando sulle staccionate e carezzando il viso della ragazza che si stava scostando i capelli per andare a salutare il pomeriggio di aria e libere escursioni, sereni i cavalli correvano nei dintorni del ranch e i loro zoccoli sembravano compassi atti a disegnare figure geometriche nell’erba passa e nei rimasugli di grano scalpicciato e già mietuto, ora anche raccolto dal contadino, diretto a casa. Senza nitrire, ritmiche per nuove parole da allineare, nell’aria limpida e frizzantina, come nel campo d’ intarsi tra grafite e cellulosa, o qualsivoglia incontro. Seduto in questo porticato così lontano da quel mondo, ritorno ancora al centro di questa scena per scorgere, tra i rami e i brani di cielo che si lasciano intravedere, la continuazione di questa storia. La maestra mi raccontò di tutti. Nessuno escluso. Vidi la vecchia insegna del saloon aggrappata in malo modo alla sua catena e le montagne del  Pennino  dalla prospettiva “migliore sulla faccia della Terra”: si chiamavano così in onore di un alpinista o esploratore italiano del XIX secolo giunto fin lì dal Piemonte. Così dicevano. Mi portò nel negozio in cui suo figlio comprò la prima chitarra, tra polvere, sassi, cicche di sigarette spente sotto il tacco dello stivale e donne che ricamano sedute davanti alle porte di casa il battito del tempo creduto fermo. Una Gibson stava appesa al muro dietro al bancone della cassa, autografata. Mi raccontò di tutti e quei volti, a poco a poco, assumevano una forma sempre più delineata, come se lineamenti e vicende narrate non  fossero altro che incisioni sui tronchi di sequoie che si trovavano ai lati della strada principale appena fuori dal centro che tagliava come una ferrovia tutto il paese in due metà simmetriche. Stava per nascere una nuova luna e il suo chiarore nobilitava sempre di più tutta questa materia. Ora qui, seduto in questo porticato, distante  da quegli orizzonti, di nuovo vedo rinnovarsi il fiorire di vicende da qualsivoglia punto di vista, come linfa e vita dagli alberi, come acqua nei torrenti, come sole che scalda i visi e la pelle degli umani. Potessi ricoprire queste parole di sabbia e polvere non esiterei a farlo, per ancorarle di più al terreno, senza mai dimenticare la lezione degli alberi secolari: radici ben piantate e un solletico al cielo e all’eternità. Quante miglia di distanza con quelle strade, eppure dappertutto miriadi di narrazioni non aspettano altro che di essere ascoltate. Le storie umane mutarsi nella stessa natura del legno degli alberi. Questa cartolina ha riproposto questi scenari del tutto casualmente, caduta da un Meridiano o da un McCarthy della libreria di casa. Ricordo come fosse ora un istante in cui si fece più assorta. Guardò la porta di una classe e mi disse che tutto andava bene, che non c’era niente da raccontare. Non potevo scuotere quel silenzio, chiuso negli interstizi del suo cappello da cowgirl. Fu lei a scrollarselo dalla camicia di jeans che portava sulle spalle, facendo cenno di prendere una via adiacente. Mi portò al teatro, indicandone l’ingresso con un’apertura delle braccia. Un palchetto in legno con una piccola platea intorno e un siparione rosso come un vino antiquato che sa di tappo. Qui suo figlio cantò per la prima volta in pubblico: una canzone di Elvis e una di Johnny. E, intanto, nell’immaginare quelle note davanti a noi, per strade e strade si stendevano le storie degli abitanti di questo mondo, uguale e diverso a così tanti altri. Come lo sferragliare dei  treni  di  notte  e  all’alba  sue   giù  per  il paese e gli sguardi attaccati al finestrino, sfilavano tutti quei volti stranieri e così simili a chi sta guardando, come portassero inscritto negli occhi e sulla fronte lo stesso albero genealogico. È vero quello che mi disse una chitarrista timida e nascosta nel suo mistero a proposito di questa sensazione: in quello spazio di tempo, è come se ricordassi in un istante tutte le canzoni o le storie che conosci. E ti sembrano tutte lì, cariche di futuro, a portata di mano. La sua ribellione consisteva nel costruire attorno a quell’eterno illusorio sfiorarsi una canzone, come un prisma capace di rievocarle una ad una. Mi avrebbe raccontato sicuramente anche di lei la mia guida, se la ragazza dagli occhi neri e ampi fosse nata lì nei dintorni. Mi parlò di una ragazza che era andata lontano per studiare scrittura, o qualcosa del genere. Come dopo un tuffo nell’acqua del mare riemersero i lineamenti di Alia, preludio al suo sorriso eterno che ora ho la fortuna di ammirare. Si fece un nome in un’altra città ma al paese pareva non fosse giunta tutta una serie di informazioni. Un giorno la vidi, dalle sue parti, a un concerto. Portava i suoi capelli color castagna in una coda molto alta sulla nuca, stretta in un nastro robusto. Era di corporatura minuta, vestiva una maglietta bianca sopra dei jeans neri che slanciavano la sua figura. Sembrava scherzare con delle amiche, teneva un drink in mano e dalla tasca dei pantaloni spuntava, su sfondo inconfondibile arancio nero e panna, un dettaglio del logo della Penguin, riprodotto sulla cover del suo telefonino come sulla copertina di un libro.

Sembrava  una  donna  degli  anni  ’60,  nel pieno fiorire della sua femminilità ma con qualche tratto d’infanzia che, ogni tanto, smascherando l’obbligo di mostrarsi sempre sicuri, risplendeva nelle sue espressioni o in qualche gesto sincero. Di sicuro la rividi, lo assicuro. Con Bryan, suo amico rockstar, oppure aggirarsi tra qualche scaffale in libreria come una libellula. Riuscì pure a pubblicare un libro, con discreto successo. Tutto il paese mi sembrava ricoperto di rami intrecciati tra loro. Non c’era acqua da quelle parti, realizzai. Bisognava percorrere qualche sentiero o prendere e guidare un pezzo per la statale. Un contrasto rispetto al quel poco di azzurro limpido che balena nel cielo scorto tra i rami. Ma, talvolta, la sera, pareva proprio di sentire il respiro cheto e profondo dell’Atlantico. Qui è da  un  po’ che  non  abbaiano cani. È piena notte, poche stelle riescono a fare luce nella volta del cielo. Solo qualche grillo sostiene il ritmo della scrittura. Non giunge nuovo il loro canto: il loro gracchiare, ascoltato da sotto alla finestra dell’albergo in cui dormivo in quei giorni laggiù, si modulava allo stesso modo nelle notti in cui quel mistero che si andava a creare sembrava  dovesse sempre aprire la strada a un blues antico o alle confessioni di una chitarra. Ogni cosa può ricordare quel profumo che scegliamo di portare nel cassetto dei nostri pensieri preziosi, ogni nota o tocco di colore può nascondere una storia, muta come una partitura o una pagina di un libro, in attesa di chi sappia riconoscerla e suonarla. Ripongo la fotografia del vecchio Billy in un altro libro, con lei una storia partita da un andirivieni tra due realtà, poi incastonata in una vista ancora più ampia. Ogni città e ogni campagna centro e satellite di uno stesso mondo, ogni centimetro possibile serbatoio di racconto. Lo stesso di una nuova foto che mi ha inviato Billy, quella del suo matrimonio, così come due foto che mi ha recapitato da chissà dove Alia, entrambe di una festa in maschera: in tutte e due dei baffi da gatto sono dipinti di nero sulle sue guancie, l’espressione è la stessa,  in un’immagine  ha  quattro  anni,  nell’ altra  una ventina di più.

“ Vecchie  cartoline ”  si  sarebbe  anche  potuto  chiamare  questo  racconto. Tassello dopo tassello si rafforzano e spariscono le diverse nature dei legni, il materiale e l’anima delle storie, le parole si confondono, si arricchiscono, s’intrecciano come i rami della stessa pianta o di due piante affini. Germogliano o si continuano calligrafie  a loro modo uniche e complementari. Trovano un’esistenza. Angel Olsen canta per chi si stringe alla vita e per i solitari e le radio dell’epoca sono, più che altro, pezzi da collezione. La sempre giovane corteccia là di fronte prende nota, scrive storie per sé intagliate nel suo ligneo ammanto o si affida alle pagine dei suoi ambasciatori per farle rivivere nel tempo, così che quell’intreccio di legni si faccia parola, carta e inchiostro, e rinnovi la sua presa sul mondo e quel solletico al cielo di cui le cime degli alberi, solitamente, non raccontano mai a nessuno.

A meno che non ci si metta comodi in una bella serata nel portico, le mani dietro la nuca, le gambe stirate, i sensi pronti ad ascoltare. Così mi ha consigliato qualcuno, un giorno. In un posto chiamato Sequoia.

14 giugno 2019

Aggiornamento

L'edicola è sempre stato un punto di riferimento della mia passione per la scrittura. Vedere in vendita e poter sfogliare un giornale con all'interno un articolo su "Ascoltare" e sulla mia passione per la scrittura è un'emozione grandissima. Grazie a Ordine e Libertà! La carica migliore per affrontare le prossime sfide della campagna di crowdfunding ora al 71%, l'obiettivo si avvicina! Un abbraccio, Filippo.
 

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Filippo Redaelli
Mi chiamo Filippo Redaelli e scrivo racconti brevi.
Sono nato a Milano nel 1991 e vivo in provincia, passando dalla natura della campagna ai ritmi e alle occasioni della grande città.
Il richiamo della Letteratura, oltre che a scrivere, mi ha portato alla Laurea (triennale e magistrale) in Lettere Moderne e a due tesi di Critica e teoria della letteratura:
"L'atlante delle città invisibili di Calvino: il racconto di un'idea di letteratura" un po' più di Critica, "Il racconto breve" un po' più di Teoria.
Non a caso, in entrambe è presente la parola "racconto".
Questi racconti non sarebbero nati senza il Joyce dei "Dubliners", John Cheever e la musica rock n roll, country e folk americana.
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