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Awry Village

Awry Village
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Consegna prevista Gennaio 2022
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Primo Assioma di Awry Village: viviamo reclusi, dietro un cancello che non si può aprire.
Il cielo, sopra le nostre teste, è mille colori diversi, il cielo sopra le nostre teste è sfumature di stelle, ma oltre la Foresta, là dove i nostri sguardi non possono spingersi, il cielo diventa soltanto grigio, diventa soltanto fumo. Quindi ne vale veramente la pena, anche solo chiedersi che cosa possa esserci oltre?
Io e Tommy, ogni mattina, rischiamo l’insicurezza, e ci spingiamo fino alla Finestra sul Cielo, per guardare l’alba sorgere ed allontanare la notte, per scappare dai sogni che diventano realtà, per respirare la libertà che ci separa dalle 5.20 dal giorno successivo.
Il cancello, in qualche modo, ci protegge, ci protegge dalla paura, ci protegge dalla follia, ci protegge dal grigio delle illusioni. Ma Tommy guarda quel cancello, e in ogni motivo che io trovo per restare, lui ne trova uno per andarsene.

Perché ho scritto questo libro?

Ero stanca. Stanca di cercare lavoro, stanca di non trovarlo, stanca di sentire la gente parlare quando non avrebbe dovuto farlo e fare silenzio quando non sarebbero bastate mille parole, ero stanca e forse non volevo più niente. Anzi, una cosa la volevo. Volevo chiudere il mondo fuori, dalla mia casa, dalla mia testa, dalla mia vita. E ci ho provato. Ho sbattuto la porta della mia stanza, ho battuto le palpebre, e volevo parlare d’altro e invece ho scritto di tutto questo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Apro gli occhi. Oh, wow, sembra un laboratorio.

Per un po’ rimango semplicemente stesa, ferma-immobile, sul lettino da ospedale sopra il quale mi sono ritrovata.

Studio la stanza: un tavolino bianco in legno, mura bianche, tende bianche che filtrano la luce bianca proveniente dall’esterno. Questo bianco è come quello della neve: accecante e per farlo brillare basta sfiorarlo con lo sguardo, ma per scappare da esso non sembra abbastanza nemmeno chiudere gli occhi, provare a contrastare con quel nero così opaco che si nasconde dietro le palpebre.

Quando il mio mal di testa sfuma, mi porto seduta e appoggio i piedi per terra. Sono scalza, il pavimento freddo mi gela il sangue che scorre nelle vene, rallentando il suo circolo. Pure l’aria è così fottutamente fredda, e più passo le mani sulle mie braccia per scaldarmi la pelle più mi pare il mio calore corporeo si stia disperdendo attorno a me.

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Riapro gli occhi e il bianco è ancora troppo bianco, la mia testa riinizia a pulsare, e provo a sbuffare via l’emicrania ad ogni respiro, ma finisco a formare soltanto nuvole di vapore che restano sospese in aria, che restano comunque troppo bianche. Le guardo galleggiare e sparire, galleggiare e sparire, uniformarsi al mondo sullo sfondo fino ad esserne assorbite da esso. Gioco a questa cosa per un po’, poi mi decido ad alzarmi in piedi.

Anche i miei vestiti sono bianchi, e la mia pelle in confronto risalta, e mi concentro soltanto su questo, finché non noto una boccetta, l’unica colorata, appoggiata al centro di un tavolino che il freddo sembra rendere così lontano. Scivolo velocemente verso di esso e la prendo in mano. Contiene un liquido verde, ed è così colorato e vivace che vorrei poterlo portare con me. Sono sicura che io e Tommy potremmo disegnare un sacco di cose belle: dipingeremmo le foglie sugli alberi quando d’autunno cadono, così da avere sempre la primavera tra le mani. Sorrido. Sì, sarebbe magico. E poi il verde è il nostro colore preferito.

“No, Evelin. Mettila giù. Lasciala lì” sussurra il Grillo dentro la mia testa.

Lo ignoro, anche se so che sto sbagliando. In posti come questo il controllo, la Ragione, non esistono. E questo è un motivo in più per allontanarmi dalla sua fastidiosa vocina che in posti dove la Ragione esiste, non fa altro che parlare.

Faccio per infilare la boccetta in tasca, ma mi cade per terra. Si rompe prima che io riesca a riprenderla, lanciando il vetro di cui è composta in mille direzioni diverse, disegnando schizzi di immagini che non voglio vedere.

Chiudo gli occhi di nuovo, stringendoli fortissimo. Anche se non la vedo, posso sentire la morte continuare a correre sul pavimento mentre la stanza si capovolge.

Precipito nel vuoto.

Scoppio a piangere e le mie lacrime cadono verso quella terra lontana come pioggia, come grandine, come neve. Bruciano come il polline per gli allergici, come il sale per le lumache. E quella terra sarà sale anche per me.

“Evelin, Evelin, resta con me, resta con me.”

Spalanco gli occhi e Tommy fa un respiro profondo almeno quanto lo spazio che ho percorso in questo sogno. Ancora sconvolta lo abbraccio.

“Stavo per morire, Tommy. Stavo per morire.”

Voglio bene a Tommy. Davvero tanto. So che non se ne andrà mai, perché siamo arrivati qui assieme: per questo potremmo essere fratelli, oppure anime legate dal destino, oppure assolutamente nulla. Ma, in realtà, noi siamo tutto questo, perché abbiamo deciso che chi ci ha abbandonati qui non ha alcun diritto di scegliere per noi: visto che non abbiamo idea di chi sia, questo è l’unico modo che abbiamo per punirlo.

Le sue dita giocano con i miei capelli, come ogni volta che è nervoso.

“Come… come facevi a saperlo?” gli chiedo.

“Mi hai chiamato. Quando succedono cose brutte mi chiami sempre. Così sono corso qui. Non voglio un mondo senza di te. Sarebbe noioso. O forse non sarebbe e basta.”

Ci penso per un po’, in silenzio. Ha ragione. Non posso immaginare un mondo dove lui non esiste visto che è parte di me, visto che c’è sempre stato.

“Non voglio che tu muoia.”

“Ma io non morirò così presto. Credo.”

“Muori ogni giorno dalle cinque e un quarto fino alle cinque e ventuno.”

“Non è vero. Ho solo paura. Ma sono ancora qui, no?”

“La tua anima si ferma. Ma il tempo no. Aspettiamo per sei minuti fissando l’orologio. Aspettiamo senza fare niente. E chi non fa niente è morto… quindi, quindi noi moriamo tutti i giorni per sei minuti.”

Mi fissa, gli occhi rossi e lucidi, riflesso del fuoco nella rugiada. Non voglio che quel fuoco si spenga, non voglio che anche Tommy faccia lo stesso. Lo abbraccio di nuovo.

“Non lascerò che il tempo ti porti via.”

“Nessuno può fermare il tempo.”

Restiamo a guardare la finestra della mia camera spalancata, l’aria calda che nemmeno di notte ci dà tregua. La tenda ondeggia disegnando ombre fluttuanti sul pavimento, facendo sparire le strisce che separano le piastrelle tra di loro. La notte ha il potere di rendere macabro qualsiasi posto, anche un parco divertimenti pieno di unicorni fucsia che vomitano arcobaleno. La notte capovolge le situazioni, la notte è un treno che viaggia da un estremo all’altro. La notte è quel posto, dove i miei sogni, dove i miei incubi, diventano realtà, prendendo il suo posto.

“Che… che cosa stava succedendo stavolta?” mi chiede Tommy.

“Trovavo un colore bellissimo: il nostro preferito. Volevo portarlo con me, volevo portarlo a te, così avremmo potuto rendere Awry Village migliore, colorare la neve quando precipita dal cielo. Però poi l’ho rotto: ho rotto il suo valore. Ed era veleno. Avrei ucciso tutti e due. Era un veleno infido, uccide quando lo respiri per tanto tempo. Uccide lentamente, così quasi non te ne accorgi che è colpa sua. È Verde di Parigi. È arsenico che vola come volano le api, ma non attacca solo quando è in pericolo.”

“Come fai a saperlo?”

“Me l’ha detto il Grillo.”

“Forse domattina dovremmo chiedere a Iris che cosa vuol dire, parlare con lei fa sempre bene.”

Annuisco e mi lascio cadere sul pavimento.

“Posso restare qui con te?”

“Tanto non dormo più.”

Il soffitto ci schiaccia, mentre contiamo i secondi.

Stringo forte la sua mano, e penso solo a questo, alle lancette che corrono, a noi che forse non saremo mai abbastanza veloci per scappargli.

Ancora 59, 58, 57…

Finalmente torna il cielo sopra le nostre teste. La sua mano è ancora calda, è ancora a fianco alla mia. Sospiro di sollievo. È ancora vivo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Agnese Xompero
Da poco ho sfumato la mia stabilità, fino a dimenticare la linea di confine tra la mia mente e il mondo esterno. Avevo passato la mia vita a correre, credevo di voler superare il tempo, scappavo dal rumore delle lancette che tagliavano i secondi sugli orologi.
Volevo soltanto correre e quando il tempo si è fermato, le mie gambe hanno fatto lo stesso, e il silenzio ha coperto qualsiasi altro fremito. Ho scoperto che più della voce del tempo temevo la mia, ho scoperto che più del rumore delle lancette sugli orologi temevo un immagine immobile.
E avevo sempre voluto correre, e quando il tempo ha ripreso a muoversi, mi sono trovata sconvolta dall'idea di dover camminare. Così ho perso tempo, ho perso la testa, ho perso il senso. Ho oscillato tra la ragione e la follia, ho lasciato che le storie di entrambe bruciassero assieme alla mia. Sto ancora cercando l'acqua per spegnere il tutto.
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