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Il bambino senza tempo

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Il romanzo prende lo spunto da un fatto di cronaca: la morte di un bambino in un paese del Medio Oriente.
Alfredo Bonafede, un uomo di mezza età dalla vita anonima, leggendo la notizia rimane profondamente colpito dalla frase pronunciata dal bimbo in punto di morte: “Lo dirò a Dio”. Da quel momento il protagonista rimane intrappolato in una sorta di sogno tra le strade del centro storico della città di Palermo, senza poterne uscire. Crede, o si illude, di poter salvare realmente il bambino da quella morte orribile, tornando indietro nel tempo, a un attimo prima che la bomba esplodesse.

Ad accompagnarlo in quest’avventura ci sono strani personaggi che incontra tra una piazza e l’altra di Palermo. In questo microcosmo di umanità, che si dibatte tra le assurdità e la realtà dell’esistenza, si sviluppano i temi del rapporto tra Dio e l’uomo, della moralità e delle illusioni che la cultura si è costruita. Il tempo della narrazione è dettato da un orologio particolare che ha la caratteristica di far ricominciare ogni volta la storia da capo.

 

Capitolo 1

Ero seduto al tavolino di un bar nella discesa dei Maccheronai, all’angolo di quella bella piazza di San Domenico e dell’omonima chiesa barocca, il Pantheon di Palermo, dove ogni anno, dal mercoledì delle Ceneri all’ora nona del Giovedì Santo, per quaranta giorni è montato un tessuto di canapa alto trenta metri detto a tila, istoriato con pitture della morte e deposizione di Cristo, che durante le celebrazioni pasquali è fatto cadere a liberare l’altare maggiore, annunciando al mondo il Cristo risorto. Al riparo dal sole guardavo la gente indaffarata che andava su e giù per la piazza, illuminata da una luce che disegnava in maniera netta le ombre della chiesa e della maestosa colonna centrale. Accanto a me, nel tavolino a destra, un muratore dai vestiti sudici di lavoro e guarniti di piccole macchie di calce allineate secondo un ordine casuale fumava una sigaretta, forse in attesa di riprendere a lavorare.

Bevevo il caffè quando gli occhi si soffermarono su una notizia che riportava di un bambino ucciso in un paese in guerra: i testimoni riferivano che prima di morire il bambino aveva detto qualcosa di importante su Dio.

Cosa c’era di così interessante nell’articolo? I bambini catturano l’attenzione più degli adulti? Eppure ogni giorno ne muoiono chissà quanti, in paesi sperduti di cui si ignora persino il nome; tornano alla terra polverosa che li ha generati. E allora? Può darsi che la mia attenzione fosse rivolta alla divinità, perché in fondo un bambino di quattro anni non ne sa niente né di Dio né della religione. Del resto, a chi importa di queste cose? Il muratore lì accanto sarebbe stato d’accordo; magari un sorriso beffardo sarebbe apparso sulla sua bocca, in segno di scherno, pensando: ma chi è che crede ancora in Dio? Giusto un bambino… Tuttavia, chissà, in un sogno, in un altro mondo, forse, cose del genere non sarebbero mai accadute. Sarebbe stato bello, mi dissi, fermare il tempo e salvare il bambino. Ma non si poteva cambiare il destino, ognuno di noi l’aveva scritto da qualche parte nel cosmo; ora e data erano segnate e niente avrebbe potuto modificare l’evento.

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Guardando attentamente la foto in bianco e nero notai lo sguardo impaurito del bimbo, seduto su un lettino imbrattato di sangue; nella didascalia erano state riportate le sue ultime parole: lo dirò a Dio. Era una foto triste, pensai, e chissà perché, tra le tante che distrattamente osservavo, proprio quella mi aveva colpito. Mi pareva che il fotografo fosse riuscito a cogliere la bestialità della guerra, racchiudendo in quell’istantanea quanto di più crudele poteva esserci. La figura del bambino s’impose con forza e s’impresse nei miei occhi, provocando pian piano uno stato d’animo di coinvolgimento. Reagii con un moto di stupore e fastidio, tentando di allontanare dagli occhi ciò che avevo appena visto. Ma per quanto opponevo resistenza alla fine vi tornavo e mi ritrovavo a guardare la foto senza colore: variazioni di grigi che lo sguardo trasformava senza indugio nella corrispondente sensazione di disorientamento.

Mi venne da pensare alla nostra grande capacità di aggirare lo sconforto con frasi a effetto. È morto un bambino? Ecco subito, bello e pronto, un frasario adeguato: Strappato alla vita un fiore innocente, agli affetti dei suoi cari. Il suo sorriso era contagioso e dava allegrezza all’anima, ma resterà sempre vivo nei nostri ricordi. Prego che Dio vi dia la forza per superare questo triste momento. È con animo mesto che vi siamo vicini in questo terribile giorno. La morte non ci porta via completamente la persona amata, rimane sempre il suo ricordo che ci incita a continuare. Coraggio.

Ma i morti restano morti, bambini o adulti, maschi o femmine; a noi, invece, resta la consolazione che forse vi è un aldilà, un altro mondo, dove si può vivere felici un’altra vita. Quel bambino aveva pronunciato una frase terribile: voleva raccontare a Dio in persona le circostanze in cui era avvenuta la sua dipartita dalla terra. Si prendeva la briga di conferire direttamente con il Signore. Chissà che non si possa parlare sul serio con Dio, mi dissi. Se uno ha fede, il Signore deve ascoltarlo, non può non intervenire.

Mi sorpresi a pensare queste cose mentre osservavo il via vai nella piccola stradina. Notai che il negoziante di una bancarella di fronte al bar cercava di vendere un vecchio orologio a un cliente, e per farglielo comprare gli raccontava una storiella antica dei tempi della guerra.

«Un orologio importante,» diceva «con una particolarità: non bisogna mai aprire il coperchio e guardare l’ora».

Sorrisi pensando ai tanti imbrogli giornalieri in cui cadiamo e che spesso ricerchiamo, con la segreta speranza che qualcosa cambi nella nostra vita. Scommisi che il cliente – m’incuriosì la somiglianza con me stesso – l’avrebbe comprato. E così fu. Sorrisi di nuovo mentre tra me e me ragionavo: è come il gioco delle tre carte, sappiamo che c’è il trucco ma ci caschiamo lo stesso. Vidi il cliente salutare e procedere verso piazza Caracciolo. Decisi di andargli dietro, giacché percorreva la mia strada; lo avrei seguito per un poco, per poi lasciarlo al suo destino. Pagai il conto, tre euro e cinquanta, e m’incamminai.

Il tizio si fermò davanti a una bancarella, chiacchierò amabilmente con il padrone, poi comprò pesche e albicocche; stava per riprendere la via, quando venne investito da due trans.

Gli cadde la frutta, che si sparpagliò in terra. Facendomi pena, mi avvicinai. L’uomo si lamentò e fu aggredito dalla signora più anziana, che sbraitava non si sapeva bene contro cosa. Poi, forse a causa dell’emozione, la signora improvvisamente svenne. Si può immaginare in un mercato una scena del genere: l’uomo imbarazzato, le urla della sua compagna, le risate e le volgarità di quanti si erano fermati a curiosare. Qualcuno gridava di chiamare l’ambulanza, ma alcuni dicevano che la signora si stava riprendendo, così, alla fine, l’uomo e l’amica decisero di portarla a casa, lì a due passi. La presero per le spalle e i piedi e la trascinarono verso un portoncino marrone nascosto tra due bancarelle. Mentre l’uomo la teneva per le braccia in attesa che l’amica aprisse il portoncino, un giovane, con fare lesto, gli rubò l’orologio appena acquistato, dandosi poi alla fuga con il suo compare tra i vicoli della città bassa.

Quando l’uomo si rese conto del furto, gridò, lasciò cadere la signora e iniziò a inseguire i ladri, che nel frattempo si erano dileguati. Anche la folla si disperse, mentre la sua amica, chiedendo soccorso ai passanti, riuscì a scomparire dietro il piccolo portoncino.

Tra il divertito e lo sbigottito ripresi la strada; avvicinandomi alla piazza, notai un altro piccolo assembramento. Dovetti alzarmi sulle punte delle scarpe per vedere oltre le teste: una bella signora paffuta, dai capelli rossi e un coloratissimo foulard attorno alle spalle, una miriade di collane al collo e braccialetti ai polsi, leggeva i tarocchi a uno sprovveduto cliente. Uscirono la Ruota, il Giudizio e la Luna, e la signora urlò delle meraviglie, della fortuna, del grande amore e delle ricchezze che avrebbe incontrato l’uomo. Una lunga vita felice lo avrebbe accompagnato con la benedizione di Carlotta la maga. Ripresosi da quelle belle notizie, il cliente, sorridente, pagò ben felice dieci euro, ringraziò mille volte e se ne andò commosso.

«Prego, signore, si accomodi. Carlotta le recherà in dono tre vite. Leggo futuro, passato e presente.» m’invitò a sedere la maga quando le passai accanto.

«Lei è chiamato a grandi cose, lo leggo negli occhi. Dieci euro sono niente se paragonati a una vita migliore, non crede?»

Sorridendo, rifiutai cortesemente: stavo solo curiosando e andava bene così.

Mi allontanai e poco oltre sentii una voce distinta, in un buon italiano senza inflessioni, chiedere al fruttivendolo di scegliere personalmente la frutta appena colta. Lo notai poiché, nel muoversi, quell’uomo distinto ed elegante aveva un che di lezioso, e in particolare il suo mignolo che rimaneva alzato rispetto alle altre dita. Chissà, magari un giorno avrei saputo dire che si trattava di un pedofilo. Mi pentii subito del cattivo pensiero. Poteva essere una delle persone più buone al mondo e non meritava quelle malignità. Mentre osservavo il gentiluomo, mi venne a sbattere contro una ragazzina magra come uno stecchino, con i capelli corti, neri e un vestito verde pistacchio; teneva nella mano destra un involto. Si scusò con gli occhi bassi. Per un attimo la guardai e mi sorpresi a immaginarla con un paio di ali alle spalle: un angelo sofferto e malinconico. Chissà quali pensieri aveva in testa. Ci salutammo imbarazzati e ognuno riprese la sua strada.

Avevo fatto appena pochi passi quando incrociai due giovani, e sentii che uno diceva all’altro: «Tommaso, hai fatto un gran lavoro in questi giorni, ho visto gli articoli che hai scritto, veramente notevoli, complimenti!». L’amico, un tipo dai capelli arruffati e dalla barba riccia, molti giornali sottobraccio, lo ringraziò: «Sapessi quante storie incredibili succedono ogni giorno, se te le raccontassi… nemmeno mi crederesti!» E l’altro: «Allora anche tu…».

Ero arrivato nei pressi della piazza quando sentii forte e chiaro una voce roca gridare: «È uscito il dodici, controllate i vostri numeri, il vincitore avrà duecento euro, controllate, Tano vi porta fortuna!». Un ometto piccolo, con una bella gobba a sinistra, gridava i numeri della lotteria popolare e incitava i negozianti e i clienti a guardare se avessero vinto il premio.

«Controlli i numeri» mi disse l’ometto.

«Non ho numeri, non ne ho comprati» risposi meravigliato.

«Strano, mi sembrava di averle dato il dodici, proprio a lei.»

Mi guardò fisso negli occhi, spostò in avanti gli occhiali scuri, li rimise a posto. «Sì, l’ho scambiata per un altro. Curioso però, lei ha un’aria così familiare. Forse il tempo sta per cambiare, sento odore di scirocco, niente di buono.» Annusò l’aria alzando lo sguardo al cielo. «Incredibile, c’è qualcosa di strano.» E senza aggiungere altro se ne andò, continuando a gridare e scuotendo la testa: «Numeri, controllate i numeri, è uscito il dodici, chi ce l’ha, vince duecento euro».

Improvvisamente ripensai all’immagine del giornale e mi ritrovai a borbottare: «Lo puoi dire a mamma, a papà, al fratellino, anche alla maestra… ma a Dio no!».

Il bambino immaginava davvero di morire? E cosa avrebbe riferito della guerra al Signore? Mi tornò in mente il paesaggio della foto: brullo, desertico, arso dal sole; carcasse, uomini armati; un paese mediorientale, forse la Siria; una bomba esplosa nel mercato di una piccola cittadina; un proiettile vagante sparato da un cecchino che per caso aveva colpito il bimbo… Insomma, che aveva da dire a Dio? La frase m’inquietava, era assurda. I media l’avevano usata in modo pietistico, per colpire il lettore. Eppure non era la notizia di un bambino morto in un modo tanto atroce a sconvolgermi, poiché ogni giorno ve n’erano di simili sui giornali e alla tv. Pensavo che se le parole feriscono più delle spade, la frase lo dirò a Dio mi lasciava perplesso, anzi sconcertato, per l’incredibile credulità di un esserino che cercava una risposta a una domanda senza senso. Che ne poteva sapere un bambino dei fatti della vita e della trascendenza? Del bene e del male? Povero bimbo: la bomba poteva scoppiare prima o dopo, ammazzare qualcun altro, magari un ragazzo che non avrebbe detto niente a nessuno. Oppure una donna con la sua sporta, un vecchio vicino alla morte o un giovane innamorato che tardava a rientrare per guardare la sua bella affacciata al balcone. Anche qui, in questa piazza centrale illuminata da un sole infuocato sarebbe potuta scoppiare una bomba. Non sarebbe stata neanche una novità in quest’isola pazza, e forse sarei saltato in aria nell’ora del mezzogiorno senza pensare al Signore, ma solo imprecando e bestemmiando. Del resto non avevo nessuna verità da raccontare, né scopo nella vita, né motivo di chiedere il perché delle cose del mondo. Morire in silenzio?

Quante ciance, mi dicevo, avanzando per la discesa dei Maccheronai verso A Vucciria, nella stretta viuzza semicurva pavimentata da pietre squadrate e scivolose, che la luce non illuminava a causa dei tendaggi delle bancarelle che s’affastellavano di lato, una dopo l’altra. Un tizio, seduto nei pressi di una taverna su una sedia pieghevole in legno, con le gambe accavallate e la sigaretta in mano, canticchiava un motivetto napoletano, mentre tutt’intorno si spandeva odore di frittura di pesce, salsa estiva e basilico, melanzane, panelle fritte e molte altre golosità. Nello stretto budello della discesa si alternavano banchi di frutta e verdura con altri di vestiario. Un’immensa teoria di frutti estivi, sapientemente organizzata dai venditori, si mostrava in tutta la sua bellezza: pesche rosate, albicocche dal tenue colore ocra paglierino, susine dorate e viola, uva bianca, verde oro e nero perlaceo, pere ocra sbiadita, mele porpora e gialle, banane; e ancora ortaggi dai mille colori, pomodori rossi, melanzane, zucchine, peperoni giallo cadmio e vermiglio, lattughe di un pallido verde. Enormi pentoloni pieni di fumanti patate, cipolle e peperoni già cotti stavano in terra; quarti di carne, teste di maiali e capretti erano stati appesi a ganci d’acciaio sull’uscio delle macellerie, riparati da ombrelloni arancioni che magnificavano la freschezza dei prodotti offerti, e l’artificio era reso vivo dalla millenaria capacità dei venditori, che insistevano sulla gradazione solare per ingannare i sensi.

D’improvviso si udì un forte boato.

E urla di uomini e donne.

Un fragore che rintronava le orecchie, schiacciava il petto, accresceva il battito cardiaco. Una miriade di oggetti erano stati scagliati lontano, vetri in frantumi, muri crollati e un forte odore di bruciato, polvere e fuoco. Il tratto di cielo quadrato della piazza si era riempito di coriandoli variopinti che sembravano galleggiare in mezzo al denso fumo che ne rallentava la discesa.

Mi ritrovai a terra dietro alcune casse da frutta. Sopra di me calcinacci, polvere e diversi ortaggi, e poi le mani a protezione della testa. Alzandomi, corsi verso il centro dell’esplosione; ovunque corpi straziati, facce tumefatte, odore di carne bruciata, che feriva narici e stomaco; c’era chi gridava e chi inveiva; poco più in là giaceva un bambino, strano a dirsi: in bianco e nero; piangeva, e accanto aveva una donna riversa con il capo reclinato verso destra, la mano che cercava di proteggerlo. Avvicinandomi, mi accorsi che era ancora vivo, sebbene avesse ferite su tutto il corpo. Lo strinsi tra le braccia. Poi arrivarono i primi soccorsi. Con gesto brusco il medico s’impossessò del bambino e lo adagiò su una lettiga, gli pulì la faccina in bianco e nero, cercando di tamponare il sangue che fuoriusciva dal petto. Poi si girò e mi fece cenno con la testa: «Non c’è più nulla da fare». Guardandomi fisso, il medico magro e occhialuto aggiunse: «Gli stia accanto, ne ha per poco. Io ho ancora molto da fare».

«Allora, piccolo, qual è il tuo nome?» chiesi.

Il bambino respirava a fatica. Lo aiutai ad alzare metà del corpo, lui mi guardò coi suoi occhi neri e le labbra spente, gli mancava un ciuffo di capelli e le povere gambe erano coperte di sangue. Mi chiese un po’ d’acqua toccandomi la guancia. Gli feci bere alcuni sorsi dalla bottiglietta che avevo con me e sembrò ringraziarmi con gli occhi.

«Allora, come ti chiami giovanotto?»

«La mamma…»

«Sta riposando… è meglio non svegliarla.»

«Lo dirò a Dio» mormorò con la flebile voce, poi chiuse gli occhi per sempre.

Io rabbrividii.

Strinsi forte al petto il piccolo di cui non sapevo neanche il nome e maledissi con tutto il cuore chi aveva potuto concepire e realizzare una cosa simile. Ricordai di aver letto un passo del Libro dei Sogni in cui Enoc aveva sognato l’intera storia umana, e che questa era già presente nel mondo divino, una storia che non lasciava scampo ai pii, poiché essi nascono già degenerati. Ricordai che anche il Libro dell’Astronomia segnava il destino dell’uomo: su tavolette celesti erano scritte le sorti di ciascuno di noi e solo il Creatore poteva decidere di salvare un’anima. Ma quel bambino, che peccato poteva aver commesso perché la sua vita fosse stroncata così presto? No, mi dissi, doveva esserci un rimedio, un modo per riscrivere quelle tavolette celesti e cambiare il destino del bambino innocente.

Bisognava trovarlo.

30 Settembre 2016
Ieri, presso il circolo Auser di Termini Imerese, si è svolta la presentazione de "Il bambino senza tempo". Qui di seguito alcune immagini:
presentazioneiacono
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07 Febbraio 2018
Venerdì 9 febbraio alle ore 18 Michele Iacono sarà ospite dell'Auditorium Rai di Palermo per la presentazione del suo libro “ Il bambino senza tempo" Ne parlerà con Nino Cangemi, Rosaria Minà, Loredana Bellavia e Fernardo Ianeselli, musicista e compositore.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Io sogno ancora!
    Tra vita e morte, realtà e sogno tuona quella frase semplice ma crudele: “lo dirò a Dio!”. L’ossessione del protagonista investe tutti, persone con un vissuto al limite tra cultura e natura, civiltà e barbarie. Un ritmo incalzante avvolge il lettore in un vortice di azioni, personaggi, vie e rumori: scene di vita quotidiana dominate dalla dura lotta per la sopravvivenza, dove tutto sembra preordinato e procede a passi lenti. Niente può sconvolgere la vita a piazza San Domenico o alla Vucciria, se non la morte di un bambino, vicino o lontano non è dato sapere, e quel diavolo che sembra insinuarsi nella vita delle persone tramite un oggetto di poco conto, un orologio. Il vero dramma è il rapporto con il tempo: si può fermare o tornare indietro o andare oltre? Neanche in un sogno il protagonista riesce a cambiare la realtà, ma tutti lo seguono, sono ammaliati dalle sue storie e sperano in quel “lo dirò a Dio” perché proprio Dio possa liberarli da una vita fatta di stenti, miseria, crudeltà. Nessuno dice di non credere in Dio, ma nessuno osa immaginare la risposta: cosa farà Dio quando il bambino morto tra gli spari in Siria gli rivelerà cosa sta succedendo sulla terra? Qualcuno, come il boss, grida vendetta perché la legge della giungla domina nel quartiere. Quartiere che nel sogno del protagonista, che più volte non sa quale dimensione stia attraversando (ho sognato?), risponde alle sue richieste e incredulo rimane incastrato nella favola contro il tempo. Neanche il diavolo riesce a vincere la sua partita: nessuno ha la soluzione al problema, né buono né cattivo. Gente di strada violentata dalla vita e abituata a raggirare il prossimo si comporta “onestamente” per salvare un bambino, di cui non sa nulla neanche se esista veramente, creando un’atmosfera magica quasi fiabesca al di fuori dal tempo, come se non aprire un orologio potesse fermare il tempo…Eppure la realtà ritorna a dominare su tutto e la speranza di poter far qualcosa contro il male, contro la morte, contro la guerra è l’ultima parola della storia perché ciascuno di noi vuole continuare a credere che qualcosa cambierà. Questo è il sogno che viviamo ogni giorno quando pensiamo che la morte di un bambino possa far riflettere sugli orrori della guerra e giuriamo che faremo di tutto perché non succeda mai più! Il sogno del protagonista non si è mai interrotto e continuerà per sempre: perché è l’unico modo per confrontarsi con una realtà piena di barbarie, dove homo homini lupus est e la guerra con le sue morti e le sue distruzioni invade tutto il mondo che di civiltà ha solo il nome. Noi possiamo difenderci solo sognando

  2. (proprietario verificato)

    “Lo dirò a Dio”
    “Ma chi è che crede ancora in Dio? Giusto un bambino”
    “Sarebbe stato bello, mi dissi, fermare il tempo e salvare il bambino”
    Queste tre frasi, nelle prime pagine del romanzo, attribuite a parole e pensieri di un bambino, di un muratore e del protagonista ci precipitano prestissimo in un racconto agile e spedito e ci forniscono diversi punti di vista dai quali guardare al coacervo umanitario che si affolla nei vicoli del centro storico di Palermo, ma anche in quelli delle nostre vite. Il senso di giustizia deluso e vanificato dall’avvicendarsi dei dolori nella vita degli esseri umani, il disinganno verso tutto ciò che non è concretamente e immediatamente tangibile, ma anche il bisogno e l’urgenza di sottrarsi al conforto e alla lusinga di un fato irrevocabile, talvolta reso credibile da luoghi e persone che ci circondano “No, mi dissi, doveva esserci un rimedio, un modo per riscrivere quelle tavolette celesti e cambiare il destino del bambino innocente; bisognava trovarlo, decisi”. Le vicende di Alfredo Bonafede ci accompagnano dentro un contesto che conosciamo bene ma che diviene presto irreale quando le vicende assumono una condizione di inverosimiglianza e si fanno assurde. Nell’ellissi del racconto l’autore ha il merito di portare il nostro sguardo a fermarsi su temi universali quali il rapporto tra l’esistere del male e l’esistenza di Dio o il valore del tempo e la sua relatività. Un romanzo la cui particolarità conferma, anche in questo caso, come diceva il premio Nobel Doris Lessing, che “la narrativa fa un lavoro migliore della realtà”.

    ottobre 2016, Valentina Sauro

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Michele Iacono
È nato a Termini Imerese nel 1954. Pittore e fotografo, è laureato in Pedagogia e lavora per l'ASP di Palermo, Dipartimento di Salute Mentale. Nel 2012 ha pubblicato il saggio Il silenzio, il segno e la parola con la casa editrice L'Espos. Il bambino senza tempo è il suo primo romanzo.
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