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Il bambino senza tempo

La follia dell'impossibile era ciò che cercavamo di compiere ritrovare in quello spazio ontologico, in cui tutto era presente, il frangente minuscolo di un attimo, per penetrarlo, rapirlo all'oblio del nulla e restituirlo alla luce.
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Il romanzo prende lo spunto da un fatto di cronaca: la morte di un bambino in un paese del Medio Oriente.
Alfredo Bonafede, un uomo di mezza età dalla vita anonima, leggendo la notizia rimane profondamente colpito dalla frase pronunciata dal bimbo in punto di morte: “Lo dirò a Dio”. Da quel momento il protagonista rimane intrappolato in una sorta di sogno tra le strade del centro storico della città di Palermo, senza poterne uscire. Crede, o si illude, di poter salvare realmente il bambino da quella morte orribile, tornando indietro nel tempo, a un attimo prima che la bomba esplodesse.

Ad accompagnarlo in quest’avventura ci sono strani personaggi che incontra tra una piazza e l’altra di Palermo. In questo microcosmo di umanità, che si dibatte tra le assurdità e la realtà dell’esistenza, si sviluppano i temi del rapporto tra Dio e l’uomo, della moralità e delle illusioni che la cultura si è costruita. Il tempo della narrazione è dettato da un orologio particolare che ha la caratteristica di far ricominciare ogni volta la storia da capo.

 

30/9/2016
Ieri, presso il circolo Auser di Termini Imerese, si è svolta la presentazione de "Il bambino senza tempo". Qui di seguito alcune immagini:
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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Io sogno ancora!
    Tra vita e morte, realtà e sogno tuona quella frase semplice ma crudele: “lo dirò a Dio!”. L’ossessione del protagonista investe tutti, persone con un vissuto al limite tra cultura e natura, civiltà e barbarie. Un ritmo incalzante avvolge il lettore in un vortice di azioni, personaggi, vie e rumori: scene di vita quotidiana dominate dalla dura lotta per la sopravvivenza, dove tutto sembra preordinato e procede a passi lenti. Niente può sconvolgere la vita a piazza San Domenico o alla Vucciria, se non la morte di un bambino, vicino o lontano non è dato sapere, e quel diavolo che sembra insinuarsi nella vita delle persone tramite un oggetto di poco conto, un orologio. Il vero dramma è il rapporto con il tempo: si può fermare o tornare indietro o andare oltre? Neanche in un sogno il protagonista riesce a cambiare la realtà, ma tutti lo seguono, sono ammaliati dalle sue storie e sperano in quel “lo dirò a Dio” perché proprio Dio possa liberarli da una vita fatta di stenti, miseria, crudeltà. Nessuno dice di non credere in Dio, ma nessuno osa immaginare la risposta: cosa farà Dio quando il bambino morto tra gli spari in Siria gli rivelerà cosa sta succedendo sulla terra? Qualcuno, come il boss, grida vendetta perché la legge della giungla domina nel quartiere. Quartiere che nel sogno del protagonista, che più volte non sa quale dimensione stia attraversando (ho sognato?), risponde alle sue richieste e incredulo rimane incastrato nella favola contro il tempo. Neanche il diavolo riesce a vincere la sua partita: nessuno ha la soluzione al problema, né buono né cattivo. Gente di strada violentata dalla vita e abituata a raggirare il prossimo si comporta “onestamente” per salvare un bambino, di cui non sa nulla neanche se esista veramente, creando un’atmosfera magica quasi fiabesca al di fuori dal tempo, come se non aprire un orologio potesse fermare il tempo…Eppure la realtà ritorna a dominare su tutto e la speranza di poter far qualcosa contro il male, contro la morte, contro la guerra è l’ultima parola della storia perché ciascuno di noi vuole continuare a credere che qualcosa cambierà. Questo è il sogno che viviamo ogni giorno quando pensiamo che la morte di un bambino possa far riflettere sugli orrori della guerra e giuriamo che faremo di tutto perché non succeda mai più! Il sogno del protagonista non si è mai interrotto e continuerà per sempre: perché è l’unico modo per confrontarsi con una realtà piena di barbarie, dove homo homini lupus est e la guerra con le sue morti e le sue distruzioni invade tutto il mondo che di civiltà ha solo il nome. Noi possiamo difenderci solo sognando

  2. (proprietario verificato)

    “Lo dirò a Dio”
    “Ma chi è che crede ancora in Dio? Giusto un bambino”
    “Sarebbe stato bello, mi dissi, fermare il tempo e salvare il bambino”
    Queste tre frasi, nelle prime pagine del romanzo, attribuite a parole e pensieri di un bambino, di un muratore e del protagonista ci precipitano prestissimo in un racconto agile e spedito e ci forniscono diversi punti di vista dai quali guardare al coacervo umanitario che si affolla nei vicoli del centro storico di Palermo, ma anche in quelli delle nostre vite. Il senso di giustizia deluso e vanificato dall’avvicendarsi dei dolori nella vita degli esseri umani, il disinganno verso tutto ciò che non è concretamente e immediatamente tangibile, ma anche il bisogno e l’urgenza di sottrarsi al conforto e alla lusinga di un fato irrevocabile, talvolta reso credibile da luoghi e persone che ci circondano “No, mi dissi, doveva esserci un rimedio, un modo per riscrivere quelle tavolette celesti e cambiare il destino del bambino innocente; bisognava trovarlo, decisi”. Le vicende di Alfredo Bonafede ci accompagnano dentro un contesto che conosciamo bene ma che diviene presto irreale quando le vicende assumono una condizione di inverosimiglianza e si fanno assurde. Nell’ellissi del racconto l’autore ha il merito di portare il nostro sguardo a fermarsi su temi universali quali il rapporto tra l’esistere del male e l’esistenza di Dio o il valore del tempo e la sua relatività. Un romanzo la cui particolarità conferma, anche in questo caso, come diceva il premio Nobel Doris Lessing, che “la narrativa fa un lavoro migliore della realtà”.

    ottobre 2016, Valentina Sauro

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Michele Iacono
È nato a Termini Imerese nel 1954. Pittore e fotografo, è laureato in Pedagogia e lavora per l'ASP di Palermo, Dipartimento di Salute Mentale. Nel 2012 ha pubblicato il saggio Il silenzio, il segno e la parola con la casa editrice L'Espos. Il bambino senza tempo è il suo primo romanzo.
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