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Quello sguardo, quegli occhi scuri e profondi entrarono nei pensieri di Giulio, nel profondo dell’anima, da subito, e da subito capì che non ne sarebbero usciti mai più.
Elisa e Giulio si incontrano in una giornata di tarda primavera e si perdono prima di conoscersi, per poi ritrovarsi nuovamente.
Ma il destino, a volte, è beffardo, non sappiamo cos’abbia in serbo per noi finché non lo viviamo, finché non lo affrontiamo con le nostre forze e con tutte le debolezze dell’essere umano.
Siamo pronti a scegliere tra le ragioni irrazionali del cuore e quelle della mente razionale, tra la certezza e l’incerto futuro?

Perché ho scritto questo libro?

L’ho scritto per la voglia di scrivere che ho dall’età di 16 anni. L’ho scritto perché, amando leggere e perdermi nei personaggi dei libri che leggo, volevo perdermi nei miei e volevo che vi si perdessero anche i lettori. L’ho scritto perché la fanciulla del prologo è realmente esistita e realmente ci siamo perduti prima di conoscerci. Ci siamo ritrovati davvero due anni dopo, ma per il resto la storia, sin dal primo capitolo, è pura fantasia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

PROLOGO

 

Torino, 8 giugno 2005

Quello sguardo, quegli occhi scuri e profondi entrarono nei suoi pensieri, nel profondo dell’anima da subito, e da subito capì che non ne sarebbero usciti mai più.

Era una mattina di tarda primavera, ai giardini Giulio giocava col suo cane Nik prima di andare al lavoro, lei, la giovane fanciulla passava come tutte le mattine, non sapeva cosa facesse allora, sapeva solo che da quel mattino di giugno pensò fosse l’altra parte di lui, la donna che avrebbe completato la sua vita, la sua esistenza ormai vuota.

«È troppo giovane per me», valutò la sua età apparente in circa vent’anni, la metà dei suoi e si sentì un folle al solo pensiero che lei potesse mai accorgersi della sua esistenza.

Allegra, nel suo passo svelto e leggero, gli dava l’impressione del movimento di una coccinella, non poteva definirla una bellezza di quelle che fanno voltare un uomo al loro passaggio, capelli neri,  pelle chiara che vi contrastava, quasi diafana, un aspetto misto di selvaggia dolcezza.

Sempre vestita in  jeans, t-shirt e scarpe da tennis e sempre di corsa per non fare tardi, piccola di statura, forse un metro e sessanta e non troppo magra, con le giuste forme e proporzioni.

Una bruna e allegra farfalla, come l’avrebbe descritta Pablo Neruda, per lui era la ragazza più bella che avesse mai incrociato.

Andò in studio, come tutte le mattine, ma con in più una sensazione di gioia e vitalità che non provava da tempo. Giulio era un fotografo, si occupava soprattutto di servizi per matrimoni, ritratti, book  per modelle e fotografia di danza; quest’ultima per sua ricerca personale. Negli ultimi tempi aveva iniziato a viaggiare e quindi ad occuparsi di street photography, avendo trovato una galleria che oltre a trattare le sue opere sulla danza ed il corpo, gli chiese  immagini più strettamente commerciali e nello specifico paesaggi moderni, luoghi di vita quotidiana.

L’allegra coccinella, come la definiva Giulio, era sempre lì, come fosse davanti ai suoi occhi, come fosse presente nella sua vita e lo portava a fantasticare sul futuro. Da quando due anni prima si era separato, non aveva avuto relazioni stabili, non aveva voglia di innamorarsi, si era gettato anima e corpo nel lavoro e quindi solo amicizie ed amori sfuggenti, di poche settimane. Adesso tutto stava per cambiare, da quella mattina viveva per incontrarla, si sentiva come quando da ragazzino perdeva la testa per qualche fanciulla, anche se l’abisso di anni che lo separava da lei non gli faceva trovare il coraggio di salutarla e di fare la sua conoscenza. Aveva paura di spaventarla, che lo prendesse per un maniaco, eppure si accorse che lei non si tirava indietro ai suoi sguardi, anzi gli era sembrato che in qualche modo ricambiasse; probabilmente si era già resa conto di aver colpito l’attenzione di Giulio, e dopo qualche tempo, anche senza sapere i nomi l’uno dell’altra, senza presentazioni iniziarono a salutarsi ed il suo sorriso lo riempiva di gioia ogni volta.

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CAPITOLO 1

 

Torino, 8 giugno 2008

Quella mattina di giugno, Giulio, era stato chiamato per fare delle fototessere ad un infermo ricoverato nella clinica Villa Chiara, una struttura privata nel verde della collina torinese; poiché anche nei casi di ricoveri permanenti, la carta d’identità va comunque rinnovata e l’infermiera, quando i parenti le chiedevano la cortesia di occuparsene, chiamava lui, passando tutti i giorni davanti al suo studio le veniva comodo.

Arrivando nel parcheggio della clinica, un parco di ippocastani, Giulio assaporò subito l’aria più fresca ed al posto dell’odore di smog, il profumo umido muschiato di sottobosco. Pensò quanto fosse quasi in città, ma come quel luogo desse un senso di pace e tranquillità, come essere a decine e decine di chilometri da essa, bastava invece affacciarsi dalla terrazza ed ecco Torino, la Mole Antonelliana,  Palazzo Reale , la cupola del Guarini, ancora con le ferite dell’incendio di alcuni anni prima, che indicava il Duomo e tutti i palazzi storici, incorniciata dalle alpi, tra le quali svettava il Monviso, nelle mattine in cui non c’era foschia o la cappa grigia di smog, perché di notte c’era stato il vento, il panorama era incantevole, l’occhio si perdeva dalle alpi liguri fino alle montagne della valle d’Aosta dove risaltavano il Lyskamm orientale ed occidentale sempre innevati.

All’ingresso chiese della stanza 206 e spiegò il motivo della sua visita, gli venne indicato lo scalone centrale dicendogli di salire al primo piano e prendere il corridoio alla sua sinistra, quasi fino in fondo. Salì e si avviò tra l’odore di disinfettante lasciato dagli inservienti che pulivano le stanze ed il viavai di infermiere che assolvevano i loro compiti giornalieri, incontrò la signora Maria, l’infermiera che l’aveva contattato e lo accompagnò nella stanza dell’uomo da fotografare. Gli raccontò che quell’uomo aveva passato in quella clinica la maggior parte della sua vita, viveva in un miniappartamento con infermiere fisse tutto il giorno, che gli tenevano compagnia, cucinavano per lui e si occupavano di tutto, poteva avere circa cinquant’anni, ma era rimasto un bambino di cinque.

Avviandosi verso lo scalone, passò davanti alla stanza 208, la porta era aperta, dall’interno arrivava un intenso profumo di rose ed una musica a basso volume, riconobbe un notturno di Chopin; si affacciò curioso.

Sul letto una ragazza, sembrava dormisse, le si avvicinò e rimase senza parole, lo stomaco gli si chiuse ed il cuore cominciò a battergli forte. Non credeva ai suoi occhi, quella donna, era lei, la fanciulla dei suoi sogni, cercata con la mente ovunque, desiderata, aveva pregato di rivederla e per i due anni precedenti visse con la sensazione forte che si sarebbero incontrati nuovamente. Non smise mai di pensare a lei e adesso era lì, ricoverata in quella clinica, sembrava la bella addormentata nel bosco; immobile, ancora più diafana di come la ricordasse, probabilmente, pensò, era ricoverata da tempo e la sua pelle non prendeva aria e sole forse da mesi.

In quel momento, davanti al letto, davanti a quella figura esile

la mente di Giulio cominciò a correre ai ricordi, tornò a sognare, pensò al destino che li aveva fatti incontrare di nuovo, ma in quella situazione, in quella stanza d’ospedale, e lei; cos’era successo, perché era lì, perché “dormiva” così serenamente?

Una mano gli toccò la spalla «è bella vero?» gli disse la signora Maria. Gli occhi di Giulio erano lucidi, in quel  momento  la sua mente valutò che forse quella serenità era dovuta a qualcosa di tetro. Maria gli disse «è così da due anni, un incidente, un camion l’ha travolta, non ha quasi subito danni esterni, ma ha battuto la testa e da allora è in coma».

Gli spiegò che dopo il ricovero in ospedale, durato circa sei mesi, l’avevano ricoverata in clinica perché fosse sempre con qualcuno, da sola a casa non poteva stare. Veniva ogni sera la madre a trovarla, sempre da quando un anno e mezzo prima era stata ricoverata da loro. Era dicembre quasi nel periodo di natale ricordò Maria, per un po’ di settimane venne a trovarla anche il fidanzato, poi la sue visite si fecero più rade ed era da almeno un anno che non si faceva vedere. E poi c’era suo fratello, non abitava a Torino, ma circa una volta al mese la veniva a trovare.

Tra le infermiere era scattata da subito una corsa ad occuparsi di lei, così giovane, un corpo che vegetava forse senza più riprendersi. Ma per la madre era sempre viva, era pronta a scommettere che sarebbe tornata quella di un tempo, con tanto amore ed andandola a trovare sempre, facendole sentire la propria presenza costante, coccolandola e raccontandole tutto ciò che era nella sua quotidianità; «perché lei mi ascolta» diceva sempre e quando si risveglierà ricorderà questi momenti. Non si era arresa in quei due anni e non si sarebbe mai arresa.

Giulio tornò allo studio triste per ciò che era accaduto, per  Elisa, adesso sapeva il suo nome, era scritto sulla cartella clinica, ma che colpo quella giornata.

Gli tornò in mente in quante occasioni aveva avuto la sensazione che l’avrebbe rivista, in quei due anni aveva pensato di tutto dal momento in cui non la incrociò più sotto casa, ma mai e poi mai si sarebbe immaginato di ritrovarla in coma nel letto di una clinica.

Quella giornata fu lunghissima, i pensieri si rincorrevano nella sua mente, i ricordi di quegli incontri casuali alle ore più strambe e per cui lui pensava sempre che fosse il destino a fargliela incontrare. Pensava spesso che con quella donna, anche se giovane, prima o poi avrebbe condiviso qualcosa di magico che sarebbe durato per sempre.

Prese il moleskine, dove appuntava i suoi pensieri, le sensazioni di alcuni momenti e lesse la prima cosa banale scritta per lei: …mi sono perduto nelle tue linee di mela, bruna fanciulla della porta accanto…, era datata 8 giugno 2005.

Nuovamente il destino l’aveva portato da lei, esattamente lo stesso giorno, tre anni dopo.

Quella notte non riuscì quasi a dormire, alle quattro era ancora sveglio cercava di capire cosa avrebbe potuto fare adesso, dopo averla ritrovata non voleva perderla nuovamente, certo la situazione gli lasciava molti dubbi e  perplessità.

Prese infine la decisione che l’indomani, anzi ormai quella mattina stessa sarebbe tornato alla clinica per chiedere all’infermiera se avesse potuto farle visita qualche volta, si addormentò quindi pensando  a lei.

Al risveglio si sentiva strano, si chiese se avesse solo sognato o ciò che era accaduto il giorno prima fosse vero, fece qualche grattino alla pancia di Nik, che sentendolo sveglio si sdraiò sulla schiena per ricevere il saluto del suo amico, e si alzò.  Aveva vissuto troppo tempo nell’illusione di quell’incontro e adesso aveva ritrovato la voglia d’amare, qualcosa per cui vivere intensamente, con una nuova sensazione però; che Elisa sarebbe uscita dal coma, presto o tardi e pregò che non fosse solo una vana illusione.

Se ci fosse stato qualcosa che poteva fare, l’avrebbe fatto a qualsiasi costo, si disse ed uscì col cane per andare in studio con una nuova ritrovata vitalità.

Incontrò Maria, l’infermiera, al bar vicino allo studio e le chiese se avesse dovuto avere un permesso per fare visita ad Elisa o poteva andare liberamente e quindi in quali orari. Maria gli disse che non c’erano problemi di nessun genere, anzi era convinta che la presenza di amici o parenti potesse solo farle bene, e che comunque avrebbe avvisato la madre  delle sue visite, per correttezza. Per gli orari, dalle 8,30 alle 21,30 non serviva alcun permesso, lei avrebbe avvisato in portineria delle sue visite, dopo le prime volte, lo avrebbero riconosciuto e fatto salire senza problemi.

Quella mattina, alle 10 era alla clinica, si soffermò nuovamente ad osservare il panorama, era una giornata fresca, il cielo nuvoloso, un cielo basso, da pioggia che metteva in risalto i colori senza che fossero bruciati o alterati come nelle giornate limpide, ne sarebbe uscita una fotografia d’impatto, ma aveva altro per la testa.

In portineria erano già al corrente e quindi lo fecero salire. Si sentiva un po’ invadente, andare a far visita ad una sconosciuta o quasi, lo faceva sentire come un intruso. Entrò nella stanza ed il profumo di rose gli riempì i polmoni, sentiva il cuore battere velocemente e lo stomaco stringerglisi, non sapeva bene come comportarsi, lei si sarebbe accorta della presenza di quell’estraneo o non sentiva nulla? Si poneva mille domande e la osservò immobile, in silenzio, per qualche istante. Poi si avvicinò al letto e la salutò con un ciao quasi sussurrato, quasi avesse paura di svegliarla; «Dio com’è  giovane e bella, perché a lei tutto ciò ? » pensò, «aveva una vita intera davanti, un futuro che l’attendeva ed il destino le ha negato tutto due anni fa.»

Era sempre assolutamente immobile come se anche il sangue che scorreva in lei fosse fermo, come se l’aria che attraversava i suoi polmoni non esistesse, come se non ci fosse in quella stanza, su quel letto. C’era la musica, Tchaikovsky col suo “lago dei cigni”, quando arrivò Maria con una delle infermiere che si occupavano di Elisa, Giulio si rese conto che si conoscevano già da qualche anno, si era fatta fare dei ritratti da lui, Susanna.

Non fu quindi necessario presentarli, si salutarono e lei prese a raccontargli di come sin dall’inizio, era presente il giorno in cui Elisa fu trasferita da loro, si prese cura di lei.

« Arrivò qua con i capelli rasati e le cicatrici, ben tre, ancora visibili sulla testa, vidi subito quel viso d’angelo, era bella anche così. Aveva ancora qualche livido in volto, ma la sua carnagione era tornata quasi del tutto chiara, sembrava non avesse mai preso sole in vita sua »- ricordò Susanna –

« mi fece subito tenerezza, aveva pochi anni meno di me ed io alla sua età ebbi un incidente d’auto, rimasi cosciente ma riportai diverse fratture alle gambe, passai un anno con i chiodi ed allora pensavo che non sarei più tornata quella di prima. »

Adesso i capelli erano cresciuti ed i segni non si vedevano più, rimanevano coperti e Susanna andava ogni giorno da lei, si fermava sempre oltre il suo orario di lavoro per farle compagnia, o arrivava un po’ prima, la coccolava, le spazzolava i capelli, si occupava di Elisa quasi fosse una sua creatura, quasi si trattasse di una figlia e pregava che si risvegliasse presto per tornare a vivere allegramente.

Disse a Giulio di parlarle, di raccontarle di lui, di tenerle la mano senza aver paura, così poteva trasmetterle le sue emozioni attraverso il contatto, oltre che a voce. Fece una carezza ad Elisa, spostandole teneramente la frangetta dagli occhi, salutò Giulio con un bacio sulla guancia dicendogli «sappi che da oggi aspetterà le tue visite », e li lasciò soli.

Si sedette al fianco del letto, le prese la mano tra le sue e la senti calda, sentì che in quel corpo scorreva la vita, si sentì percorrere dall’emozione. Era di velluto, la sua pelle pallida come la luna in una sera d’inverno,  alla vista pareva fredda, quasi spettrale; era in realtà calda e liscia, resa morbida dalle continue cure che le dedicavano la madre e le infermiere.

« Ciao » le sussurrò nuovamente , poi silenzio, non sapeva bene cosa dire, non era facile, « beh, sai, ho sognato spesso di poterti incontrare nuovamente, di poterti  parlare  ed ora eccomi qua, vicino a te , a raccontarti di me dolce farfalla bruna, perché sai, è così che ti ho definita in alcune frasi che ho scritto per te. » 

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Edoardo Cravero
Nato a Torino nel 1966, sono fotografo professionista, mi occupo di ritratti, matrimoni, fotografia di danza e teatro e ricerca personale.
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