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BITUME
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Consegna prevista Dicembre 2021

1993.
Il respiro di un virus mummifica il mondo.
Un adolescente irrequieto viene privato dei suoi amori e scaraventato nel freddo nebbioso della desolazione.
Scova una giornalista e si avventura in un viaggio straordinario, protetto dalle sagome di due angeli custodi.
Mille peripezie e ricordi d’infanzia lo stanano di continuo, ma il ragazzo non si arrende e continua la ricerca dell’unica sopravvissuta che lo condurrà molto lontano.
Lontano da casa!

Perché ho scritto questo libro?

L’idea del libro giaceva nella mia mente da parecchio tempo.
Bitume, Passo Primo, introduce ad un lungo viaggio che si estenderà in una trilogia ricca di colpi di scena ed avventure fantastiche.Il triste avvenimento della pandemia da Corona Virus, e il lungo periodo di lockdown con tutte le sue meste morti, ha svegliato in me un romanzo d’avventura che cerca di intrecciare il torbido di una pandemia, con l’esigenza di ricordare i momenti felici e tutte quelle persone che li procuravano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PREFAZIONE

Il sole splendeva alto in cielo.

Era una sfavillante giornata di luglio, di un anno che non ricordo.

Il rumore delle macchine non era ancora così stressante e questo mi permetteva di viaggiare con la mente, di fantasticare su qualsiasi cosa, di giocare con vite diverse e perdermi completamente in sogni fantastici ed avventurosi, dove tutto era possibile e la paura non esisteva….

Uno sguardo alla sveglia che segna le 6.30. Un lampo di realtà mi riporta al presente.

Scendo dal letto.  Mi muovo con passi silenziosi, quasi in punta di piedi, per non svegliare i miei fratelli che dormono profondamente.

Adoro svegliarmi la mattina presto. Tutto sembra rallentato, ovattato, ha quasi una luce mistica in contrasto con il tempo che pare scorrere ancora più spedito.

Impiego qualche secondo a pensare, se il mio compagno di gioco sarà in orario, e senza rendermene conto è già passata più di mezz’ora.

“Beviqualcosa?”…Mia madre, sempre attenta a non farmi mancare mai niente.

“Caffè veloce mamma, devo essere in campo per le 7″… la guardo mentre sospira, intenta a caricare la moka.

“Con chi giochi?” rispose lei selezionando la manopola del gas.

“Fabio”.

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“Cosa vuoi da mangiare per pranzo?” lo disse girandosi per squadrarmi, e vedere come ero conciato.

“B… non saprei, pasta?

“Umm, va bene, stai attento…. ciao!”

“Certo a dopo.”

Le mandai un bacio col palmo della mano, mentre con l’altra ingoio il caffè, scottandomi la lingua.

Ricordo che una volta lasciò il babbo da solo a preparare la colazione. Ero sempre in ritardo. Il caffè lo prendevo praticamente in piedi, mentre uscivo dalla porta. Quella mattina lo bevvi salato.

Si parte. L’uscio si apre e la prima cosa che sento è l’aria mite, il sole non l’ha ancora soffocata.

Qualche breve passo e sono in lavanderia, dove regna l’odore di sapone.

Do una sbirciata per controllare se c’è tutto, Racchette, palline e una bottiglietta d’acqua piena a metà. Non si sa da quanto tempo potrebbe essere dentro la borsa, ma non mi preoccupo, al campo le fontane non mancano.

Esco chiudendo la gracile porta.

Venne massacrata più volte dalle innumerevoli pallonate scagliate da me e mio fratello Ste, senza mai lamentarsi una volta.  A quello ci pensava mio padre, che per l’ennesima volta doveva sostituire il vetro.  Finché, esasperato, decise di sostituirlo con un pezzo di cellophane trasparente!

Le bici erano lì vicino, immobili, accavallate un sopra l’altra. Prendo la primae la metto ritta. Una pedalata guardinga per effettuare un breve controllo e vedere se è tutto in ordine.

Il vecchio cancello si apre. Passo, che ancora mi sto sistemando la sacca sopra la spalla.

Ho dato una scalciata all’indietro con la gamba destra per chiuderlo, flettendo il collo, poco prima che vada a sbattere, con un botto simile ad una scossa di terremoto.

Sguardo fulmineo sulla strada, non c’è nessuno si può andare.

Nel paese regna il silenzio. Il giornalaio ed il bar sono aperti, saluto qualcuno che non guardo nemmeno. Il sole comincia a mandare i suoi raggi caldi sulla terra.  Per primi arrivano sul viso e, una goccia di sudore scende giù sulla faccia.

All’entrata c’è il mio amico, anche lui con la prima bici che aveva trovato e lo zaino in spalle, con il manico della racchetta che spunta da sopra la testa.

“Ciao…” dissi sottovoce.

“Ciao…” rispose lui.

Eravamo di poche parole.

Si entra, passando per un cancellino arrugginito.  Attraverso un vecchio campetto da calcio dove le toppe spuntano come tanti chiodi ricoperti da stracci per essere picchiati senza fare rumore.

Lo sguardo corre già sul terreno di gioco. Era composto da semplici lastre in cemento, dove il tempo, aveva incastonato qualche ciuffo d’ erba nelle fessure di giunzione. La nuova mano di vernice, di un colore scuro che ricordava la terra rossa Parigina, lo aveva reso ancora più insidioso ed abrasivo.

Era di vitale importanza non cadere altrimenti la partita finiva e, l’estate, si sarebbe consumata con sanguinose escoriazioni da far rimarginare.

Un gesto d’intesa tra di noi, per decidere chi avrebbe servito,e si poteva incominciare.

Le palline, dure come sassi, rimbalzavano incessantemente prima di essere scagliate con veemenza oltre la rete o fuori dalla recinzione, perdendosi nell’erba alta, dove per magia, venivano inghiottite rendendole invisibili anche ad un radar militare.

La disputa scorreva veloce, tra colpi stupendi e giocate infantili.

Nella mia mente regnava la gioia, la spensieratezza e la voglia, di non smettere mai di giocare.  Fino a quando le gambe non reggono più o, il sole di luglio, ti inibiva mozzandoti il fiato.

Il campanile della chiesa rintocca il Mezzogiorno. Tutto si blocca, non c’era più punteggio ne gioco. Si correva alle bici e, a tutta velocità, si tornava a casa ripassando per il cancello.

Ho lanciato la bici sopra le sue compagne.

Lavata rapida alle mani, con liberazione nervosa della borsa dalla spalla, più o meno nel punto in cui si trovava al mattino.

Sempre di corsa, entravo in casa per il pranzo.

Ricordo ancora la sensazione di felicità che dava la nostra cucina. L’odore della semplicità rimbalzava dalle stoviglie al grande tavolo apparecchiato con piatti e bicchieri spaiati, ma che sprigionavano, colore e calore, nel momento che si iniziava a mangiare.

Le conversazioni erano le solite.  Il cibo buonissimo. Le litigate con i miei fratelli isteriche e scanzonate.

Il babbo era sempre al lavoro e noi, pensavano solo a cosa si sarebbe fatto nel pomeriggio, ormai imminente.

Abbandonata la mamma, nella sua prigione domestica, si ritornava a cavalcioni delle nostre biciclette che, per l’occasione, si camuffavano in bolidi da corsa con marmitte in cartone, uno stecco di legno del ghiacciolo incastrato nei raggi per fare rumore e finti acceleratori che ruggivano a batterie.

Le lacrime e le urla di Ste e Paul, mi perseguitavano ad ogni passo.

Mi imitavano. Qualsiasi cosa facessi.

Solo io però potevo andare dalla nonna.  Solo io avevo il potere e l’età per partire in quest’ avventura.

La smania di raggiungerla era frenetica, quasi maniacale, come se il mio destino fosse già segnato.

Ed in cuor mio lo speravo.

Anche se non me ne rendevo conto, stavo vivendo i momenti più spensierati della vita, quelli che restano per sempre impressi nell’ anima.  Tanto da ricordare ancora gli odori che avevano i vecchi copertoni delle bici, gli odori dei fiori presenti nell’aria, gli odori delle stalle che passano per la strada, l’odore sulle mani, sporcate dalla plastica calda, con le manopole del manubrio che si sbriciolano ad ogni impennata.  L’odore della stagione, l’odore d’antico, di tutto quello che scorre via veloce ma che riconosci subito a memoria, come tante foto che scivolano su un rullino d’ asfalto, schivando le buche e filando sulla terra…

Già la Terra….

                            LA VILLA

Sinceramente non saprei a che epoca possa risalire la casa, non penso che abbia avuto un qualche valore storico, ma per me era un posto magico e misterioso.

La residenza era a forma di C capovolta. Davanti ad essa si adagiava un porticato coperto, che si estendeva per tutta la parte centrale, dove torreggiava un’enorme Magnolia. Credo che fosse stata alta almeno una decina di metri. In primavera, l’odore dei suoi fiori, era inebriante come un tester in profumeria.

La pianta era al centro di un grande spazio interamente ricoperto dalla ghiaia. 

Sul lato destro erano presenti due portoni logori di legno umile.  Subito vicino, un passaggio aperto in pietra grigia, introduceva una stanza vecchia e mal ridotta, con un bagno recentemente ristrutturato ed un altro portale che nascondeva la cantina, luogo tetro ed umido.

Studiato appositamente per un film di Brama Stoker.

I suoi gradini erano bassissimi e ricoperti con San Pietrini, formando dei miseri semicerchi che fanno strada   alla sala principale, posta ad una decina di metri sotto terra.

A metà della scalinata, sulla sinistra, c’era una porta priva di battenti, dalla quale traspirava un’oscurità tale, che mi terrorizzava.  Credo di non esserci mai entrato.

Giunti in basso la luce era tenue e debole.  Filtrava orizzontalmente, da due ante semi distrutte poste in alto.Il sentore di muffa era acre.  Molto forte.

Ma la cosa più spaventosa, si trova al centro dell’enorme camera. Quasi completamente spoglia.

Si trattava di due blocchi di cemento rettangolari, quelli che si usano nell’edilizia idraulica, posizionati uno accanto all’antro in un eterno riposo,coperti da un asse di legno marcio intrisa d’umidità, in lenta putrefazione.

Quando aprivi il portone principale per entrare, lo sguardo correva giù per le scale e seguiva il fascio di luce proveniente dalle finestre, posizionato sapientemente dal registra, sopra di essa.

Noi la nominavamo la bara di Dracula, sembrava proprio lei.

Il buio quasi totale stimolava molto la fantasia ed il destino aveva voluto, che l’anta sopra, fosse leggermente di sbieco, come se qualcuno l’avesse spostata per uscire.

Un brivido correva lungo tutta la schiena. Il fruscio delle rondini presenti, creava un suono improvviso e spettrale.  Di scatto chiudevo il portone, aiutandomi con la mano che si trascinava veloce sul chiavistello arrugginito.  Le gambe tremavano di paura, facendomi accovacciare ansimante a terra.  Lasciandomi solo, tutto sudato e confuso.

Il lato sinistro della Villa era molto più sobrio.

Si assediava la residenza della nonna.  Una casetta semplice con un cucinino posizionato con forza nel sottoscala.  Il lavandino era incastonato sotto la finestra. Il forno ed i fornelli erano a gas.

Grazie a loro, la nonna, creava pietanze indimenticate.

L’intera stanza veniva riscaldata da una stufa a metano con un enorme tubo di scarico che la percorreva completamente.

L’ennesima porta di legno, con chiusura a chiavistello, che veniva usata spesse volte quando ero piccolo per non fare passare i mostri immaginari, conduceva alla scalaripida e cupa, fabbricata con la pietra grigia presente in tutta la villa.

Dopo pochi gradini, a circa novanta centimetri d’altezza, si scorgeva una fessura rettangolare. Infilandoci la mano e togliendo uno straccio congelato e rigido, si aveva accesso visivo ad una stalla ben conservata, ma ormai in disuso…

Alla fine delle scale, la camera della nonna, semplice e fredda.

Ad ogni passo vibravano i vetri.  Al centro un enorme letto dal materasso alto, nel quale, avevo dormito parecchie volte.

Si proseguiva salendo su due gradini e giungendo in un’altra stanza, se possibile ancora più fredda, ideale per la stagionatura di salumi e formaggi.

Adiacente, un piccolo bagno.

Una porta, sempre con chiusura col catenaccio, separava gli alloggi dei padroni della villa.

Mia nonna faceva la custode.

Immaginare una donna così piccina, a difesa di un ‘enorme palazzo, mi ha sempre impressionato e commosso. Provavo per lei, stima e ammirazione.

Alla fine delle lunghe radici della magnolia, si ergeva un classico cancello in ferro battuto che delimitava i confini del parco, ricco di ogni tipo di vegetazione: pini secolari, querce di alto fusto, betulle e piante da frutto, amarene, albicocchi, peri, cachi e due stupendi alberi di ciliegie che in estate davano un abbondante raccolto. Così lauto da far spezzare i rami sotto il peso dei frutti.

Noi ne eravamo ghiotti.

Il parco era talmente grande,che non credo di averlo girato tutto.  Subito dopo il cancello c’era un bagno, di quelli antichi, senza sanitari e una legnaia dove andavo spesso a giocare sulle pile di legna e sulle balle accatastate di paglia secca.

Questa legnaia fu cornice di un’antica leggenda.

Nella villa tanti anni fa, i primi proprietari, avevano un allevamento di conigli che si riproducevano liberamente, scavando buche e scorrazzando per tutto il giardino.

Un’alba d’autunno, vennero trovate decine di animali uccisi. Morsi al collo e lasciati esamini sul terreno.

La notte seguente la luna splendeva maestosa, tanto da sembrare ancora più vicina. Il padrone e suo figlio, si sistemarono dietro al cancello,accovacciati. Nascosti dai pilastri di sostegno. 

Trascorse più di un’ora prima che i piccoli animaletti si apprestarono a rientrare nelle loro tane con l’arrivo del crepuscolo.

Improvvisamente, senza nessun preavviso, cominciarono a muoversi frenetici.  In preda al panico.

Il bimbo rimase a bocca aperta.  Sentì il rumore strozzato del caricatore azionato dal padre.

La luna si era posizionata quasi parallela al terreno.  La canna del fucile ora puntava in quella direzione.

Si intravide solo un rapido fruscio tra l’erba alta e, al centro di quell’enorme disco giallo, balzò un grosso felino, più grande di un comune gatto, con una lestezza irreale.

La fucilata stordì il silenzio della notte.  L’uomo balzò in piedi, e corse con l’arma ancora fumante verso le tane.

Ansimando si guardò attorno ma non vide niente. Si chinò e notò delle goccioline rosso cremisi, quasi blu, sui fili d’erba, accentuati dal bagliore della luna. Le seguì.

Portavano dritte alla legnaia.

È andato a morire la sotto.”

Le sue parole entrarono come un proiettile nella testa del ragazzo. Iniziò a camminare a rilento, frenato da una vibrante paura.

“Eccolo”.

L’urlo arrivò fiero. Il colpo era andato a segno.

Tutto sudato e impaurito, il ragazzo si affacciò dal muro che delimitava la legnaia.

Vide il padre impugnare un forcone a tre punte, sollevarlo, e trafiggere più volte il gatto selvatico ai suoi piedi.

L’animale presentava il ventre gonfio.

Udì le punte spezzargli le ossa entrando e uscendo. Non disperse una goccia di sangue.

Il padre esterrefatto sentenziò:

“E’ figlio del demonio!

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Grande ma,mai e poi mai credevo fossi grandissimo!

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Gianmario Lancini
Mi chiamo Lancini Gian Mario nato 11/09/1977
Vivo a Brescia in un piccolo paesino di provincia.
Non ho conseguito particolari studi. Lavoro presso un cantiere nautico.
Amo lo sport e la competizione.
Adoro leggere biografie sportive e libri di avventura.
Amo la musica di ogni genere, dalla classica al metal e di film preferiti ne ho parecchi.
Sono felicemente sposato.
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