Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Svuota
Quantità

La scrittrice gallese impenetrabile e cinica, la sognatrice genovese incapace di amare davvero, la dirompente e dissacrante milanese e la indefinibile londinese, immolata alla mamma e a niente e nessun altro. Quattro anni prima ad Anversa, quattro anni dopo ognuna a casa sua, per ritrovarsi, a fasi alterne, a stare insieme, mangiare, ridere, parlare, star zitte e ancora splendere e raccontarsi. Quattro donne e un unico motivo che le unisca: l’affetto improbabile che lega chi, all’improvviso, ti piomba nella vita a ciel sereno per non andarsene mai più.

Agata

Enzo e Wendy davvero?

Quello che Agata non sapeva era che Enzo non sarebbe tornato in Bolivia. Non ne aveva la minima intenzione! Non sarebbe tornato in Bolivia, né si sarebbe trasferito in nessun altro paese. Tantomeno in un’altra città.

Quello che lei non poteva ancora sapere era che, come spesso capita anche nelle migliori famiglie, può capitare perfino agli uomini e alle donne più integerrimi, e per niente stupidi se non in fatto di cuore, di perdere la testa per qualcuno. E in genere questi uomini, integerrimi e stupidi solo in fatto di cuore, la perdono per qualcuna molto più giovane di loro.

Ma a Enzo non era successo nemmeno questo.

Quello che Aga non sapeva ancora era che Enzo si era sì innamorato perdutamente, ma no, non della sua migliore alunna di quel suo nuovo corso serale. E nemmeno della peggiore, come capita altre volte nelle più tipiche storie e anche nelle migliori delle famiglie. D’altronde basta una gonna giusta al momento giusto, una scollatura giusta la sera giusta…

No, Enzo non si era innamorato di una sua alunna. E nemmeno di una giovincella. Quello forse sarebbe stato più facile da accettare nelle migliori delle famiglie.

Enzo si era perdutamente innamorato della barista cinquantenne del bar Elio sulla circonvalla.

Continua a leggere
Continua a leggere

E non si sarebbe trasferito nemmeno tanto lontano da Agata e Giacinta. Sarebbe rimasto in zona. D’altronde la cinquantenne innominabile – ok, Aga era ormai cresciuta e aveva raggiunto una consapevolezza quasi zen, ma non poteva mica chiamarla per nome quella cinquantenne che le aveva portato via il marito, no? – abitava proprio lì, a due passi dalla circonvalla, a due passi dal bar Elio, a due passi da lei e dalla figlia di Enzo. Dalla loro Giacinta. Che nome del cazzo aveva quella povera bambina.

Che nome del cazzo che abbiamo dato alla nostra piccola bambina, pensò Aga mentre si versava un bicchiere di Corvo Bianco, convinta che Enzo se ne sarebbe andato in Bolivia da Wendy; ignorava ancora la verità, non sapendo nulla né della barista né tanto meno di dove abitasse e nemmeno del fatto che lì, proprio a due passi dalla loro piccola bambina con quel nome del cazzo, si sarebbe trasferito il suo non-marito.

Nomi di figli e happy end

Agata era sempre stata la più indietro in quanto a uomini.

O semplicemente in fatto di amore.

Non era una novità. E non c’era da meravigliarsene d’altronde. Dopo aver perso l’imperdibile si era barricata. E aveva vissuto ai ripari, senza mai incappare in storie “pericolosamente” non sicure.

Solo uomini seri e sempre disposti al dialogo, alla riflessione, alla comprensione. Non che sia un male per carità. Ma ogni tanto un brivido d’insicurezza qua e là male non fa.

Certo, era vero, Agata ci aveva lavorato duro e, alla fine, si può ben dire che aveva raggiunto Andy e Lucy in quanto a uomini. Be’, Andy forse no. A lei di ragazzi e amore non gliene era mai fregato abbastanza per poter dire se fosse esperta o meno. E per quanto riguarda Charly, era inarrivabile a priori, lei e il suo amore filosoficamente platonico aperto solo ai vip intellettuali e capaci di staccarsi da tutto e, soprattutto, da tutti.

Era forse per quello che Charlotte Blanche era ancora sola seppur splendida? D’altronde è ovviamente molto difficile trovare un altro vip intellettuale che, oltre all’amore platonico, voglia pure quello carnale.

Certo Agata non era arrivata a un cinismo di questo livello, né a un menefreghismo degno di Andy – sarà la terra anglosassone a rendere le donne inglesi così nettamente avanti rispetto alle italiane? – ma era arrivata a capire che o si accetta davvero che il cuore è uno zingaro, o si soffrirà sempre: o perché non si accetta che il lui di turno se ne vada o perché incapaci di star dietro a quel girovago che è il cuore e si fa impazzire con cazzate il lui del momento che, alla fine, ci lascerà per non ammazzarci. Se non si ammette che il cuore è uno zingaro si soffre prima, dopo e durante.

Non si può mica stare insieme a qualcuno non sapendo che da un momento all’altro potrebbe scomparire. Magari ci si augura non letteralmente. Ma anche quello può capitare. E Agata lo sapeva bene. Ma da ragazzina non lo aveva ancora messo in conto.

E può anche capitare che siamo noi a scomparire, no?

In ogni caso non si può stare insieme a qualcuno non sapendo che potrebbe capitare anche a noi quello che in genere succede sempre alle amiche delle amiche: di essere piantate così, su due piedi, senza motivo e con un figlio o una pargola sul groppone. E per di più con un nome come quello: Giacinta. Ma che cazzo di nome.

E il per sempre? E l’happy end? E il vissero felici e contenti? Che fine fanno?

Cosa c’entra il per sempre con l’happy end? Se c’è la parola end vuol dire che non può esistere il per sempre, happy o non happy che sia.

E meno male che la raccontava così, a se stessa, lei che sarebbe stata mollata da Enzo.

Almeno sapeva bene cosa doveva fare. Già prima che Enzo la mettesse davanti all’ineluttabilità a senso unico del suo ho bisogno di un po’ di tempo per me o del devo far ordine nei miei pensieri, lei si stava portando avanti.

A parte aver già deciso di chi innamorarsi la prossima volta, Agata sapeva bene come e soprattutto cosa avrebbe dovuto fare.

Così, quando quel giorno arrivò, Agata sapeva già quello che doveva dire: quando Enzo, quasi piangendo, le disse quello che doveva dirle, o per lo meno ci provò, Agata rispose solo “ok”. Le venne talmente spontaneo, quasi si fosse liberata lei di un peso sentendosi dire quelle mezze verità, che lo disse ancora una volta: — Ok.

Enzo rimase di stucco. Sapeva, e aveva sempre saputo, che Agata era un po’ strana e che sicuramente l’arrivo, anni prima, di quell’altra bizzarra ragazza gallese a rinforzare quel trio di mezze matte delle sue amiche, non aveva fatto che aumentare la follia che le univa. Ma questa proprio non se l’aspettava.

Cioè, vuoi dire che ti va bene?

Silenzio.

Che non vuoi che ci pensi un po’ su?

Sguardi vuoti e un po’ seccati in risposta.

Vuoi forse dire che in realtà TU vuoi scaricarmi?

L’orgoglio del maschio ferito ribolliva nelle vene di Enzo che proprio non si aspettava una reazione del genere.

Agata aveva capito da un pezzo che le donne non sono le uniche a non essere estremamente intelligenti in fatto di cuore, e fissò il padre della sua Giacinta pensando che, in effetti, aveva proprio ragione Lucilla: avevano dato a quella povera bambina proprio un nome del cazzo.

Ma, pensando a Wendy e al suo Enzo avvinghiati in un letto chissà dove e chissà quando, come se si fosse tirata da sola una secchiata d’acqua gelida in viso, si riprese subito.

Ma posso mettermi a pensare al nome di nostra figlia ora?.

No che non mi va bene e no che non vorrei lasciarti. Ma quando la biglia comincia a cadere sul piano inclinato sai bene che non c’è modo di fermarla. E quindi ancora no: non voglio che ci pensi un po’ su.

Ti sbagli, Aga!— urlò quasi invasato quell’uomo ferito nell’orgoglio che stava piantando non-moglie e figlia, ma che non aveva ancora capito che la cosa stava accadendo davvero.

D’altronde le urla e i tentativi maldestri di cercare di ricucire rapporti irricucibili servono a questo: a prolungare l’attesa, ad abituarsi all’idea e a non doversi rendere conto di tutto troppo in fretta.

Ti sbagli, amore!— urlò più forte Enzo, quasi fosse stato in un’aula universitaria e avesse trovato, all’improvviso, la soluzione dell’entanglement quantistico.

Agata strizzò gli occhi concentrandosi, cercando di capire cosa volesse dire quella bocca le cui parole erano sempre state così limpide e chiare. Almeno fino a quel momento.

Cioè, stai dicendo che vuoi che io trovi il modo per non farti andare da lei?

Enzo raggelò. Come faceva Agata a sapere di lei? Li aveva visti? E come? Quando? Trattenne il fiato come fosse in apnea pensando al peggio.

Che lei avesse spifferato tutto? D’altronde Wendy era emotivamente una bambina, poteva anche aver spifferato tutto ad Agata, poteva averle raccontato che aveva tradito anche lei per la vecia del bar Elio, o anche, per orgoglio, che stava davvero scappando con lei…

Lo stato confusionale dell’uomo che non riesce a lasciare la sua compagna per un’altra perché lei gli rende la cosa troppo facile può portare a tali farneticazioni.

Enzo, tutto ok? Sei bianco come un morto…

Lo spirito altruistico di Agata peggiorò ulteriormente la disperazione di un uomo ferito nell’orgoglio, e nemmeno più sicuro di quello che stava facendo. Le urla e i tentativi maldestri di cercare di ricucire rapporti irricucibili servono anche questo: a farti capire che no, non si possono proprio ricucire e che anzi non vedi proprio l’ora di allontanartene a gambe levate.

Enzo deglutì a fatica. Quasi sveniva davvero.

Lei? Lei chi? Io ho detto che devo pensare a me. Non a lei.

Il colore era tornato paonazzo sulle gote di Enzo che sentiva un nervoso dentro ribollire come mai prima.

Sì ok, va bene, e io sono Elettra o la regina Elisabetta se preferisci.

Agata è impazzita, pensò il professore di fisica quantistica che era quasi più affascinato davanti alla sua compagna che davanti all’entanglement.

Su, amore. Magari ho solo ingigantito un po’ la questione. Sono un po’ stressato ultimamente. Questo nuovo corso serale…

Agata, non più preoccupata per il pallore del suo compagno, non lo ascoltava più. Non che non soffrisse come un cane, ma, anche se non doveva più fare test per capire se fosse innamorata o meno e non consultava più maghe e veggenti e i tarocchi poteva farseli da sé, non aveva smesso di cercare le risposte che voleva. Era innamorata e sapeva benissimo cosa voleva, senza test, veggenti né tarocchi. Ma esattamente allo steso modo sapeva che il suo non-marito stava per lasciarla.

Anzi, lo aveva appena fatto e ribadito con quella scena patetica che se Agata non fosse stata così innamorata avrebbe concluso con un calcio in culo. O in faccia.

Ok, Enzo, quando sarai pronto per fare le valigie ti aiuterò. Siamo adulti no?

Ridatemi mia moglie! Cioè la mia non-moglie, la mia compagna, la madre di mia figlia. Ridatemi Agata!

Enzo era ferito, confuso, disilluso e senza più punti di riferimento.

Le crisi di pianti e urla anche senza i tentativi di ricucire rapporti irricucibili servono pure a questo: a confermare i punti fissi, a ribadire le certezze, a non lasciarti brancolare nel buio di rapporti nuovi o comunque diversi.

Ma loro erano adulti e Aga ne aveva fatti di passi per diventare quella che era, anche se non è che una può diventare una santa, soprattutto se buona parte della vita l’ha passata a fare lo zerbino.

Valigie? Ora vuoi addirittura cacciarmi?—. Enzo era esterrefatto.

Ma ci è o ci fa? Rigira la frittata consciamente o anche i professori di Fisica non capiscono un cazzo e il cervello gli va in pappa nelle questioni di cuore? Forse si è rincoglionito a furia di pensare al mistero di entanglement.

Se preferisci cercherò in tutti i modi di non farti scivolare sul piano inclinato, come la famosa biglia, ritardando il naturale corso degli eventi. Vedi tu. Per me è lo stesso. Io ormai aspetto solo di leccarmi le ferite quando sarà ora di farlo. E, ovviamente, di spendere un po’ di soldi per me. E prima comincerò a farlo, prima smetterò.

Enzo era sempre più perplesso. Credeva che la sua non-moglie si sarebbe sciolta in lacrime di cera e che avrebbe fatto di tutto per non farlo andare; credeva che per lui sarebbe stato difficilissimo e dolorosissimo abbandonare lei e la loro Giacinta.

Che bel nome ha nostra figlia… Sì, è bello, non la darò mai vinta a quella svitata di Lucilla!

E invece così era tutto così facile. Troppo facile.

Forse c’è sotto qualcosa. Forse ha un amante. O forse vuole farmi fuori, pensava Enzo in preda al panico.

Chi era quella donna così forte che si era impossessata della sua non-moglie? Enzo non lo sapeva. Ma non gli piaceva. Non gli piaceva per niente. Dov’erano le lacrime? Dove i piatti rotti?

E perché Agata non tirava in ballo quell’angelo di Giacinta? Dove cazzo sono tutte le cose che un uomo che vuole lasciare la sua donna ha il sacrosanto diritto di aspettarsi e pretendere?

Io le pretendo!— gridò posseduto Enzo.

Agata lo guardò capendo subito a cosa si riferisse. E non rispose.

Silenzio.

Ho capito— sbottò lui. — Hai un altro e non vedi l’ora di liberarti di me.

Ok. Non ci fa. È proprio andato, il professore. Quindi anche ai fisici va cervello in pappa quando si tratta di questioni di cuore.

Dai, tesoro, andiamo a letto. Ne parleremo quando sarai pronto ad ammettere che tu non mi ami più, che tu vuoi andartene, che tu ami un’altra.

Enzo non riuscì nemmeno a balbettare.

E sì, ti aiuterò a fare le valigie ma… ops, il tuo Rolex finirà sotto le rotelle e, ops, il tuo maglione di cachemire preferito rimarrà impigliato nella zip, concluse, poggiando cuscino e lenzuola sul divano, quello che sarebbe stato il letto di Enzo per gli ultimi giorni in quella casa, prima che se ne andasse.

Va bene essere sagge e adulte, ma non si può mica diventare sante. Agata era esausta. Questa sua prova di buonsenso l’aveva davvero spossata.

Andò in camera di Giacinta che dormiva alla grande. Si sedette ai piedi del letto e, in silenzio, si mise a piangere.

Va bene essere sagge, ma siamo pur sempre donne.

Sms caraibici

Agata era stata lasciata da Enzo. Sì, proprio lui. Proprio il tipo per il quale si era addirittura trasferita a Milano senza dirlo, inizialmente, a nessuno. Lei che odiava quella città, con la sua aria insalubre e “poco marittima”.

Poco marittima? Non lo è per niente, non abbiamo il mare noi!— si inalberava ogni volta sbalordita Lucy, senza accorgersi minimamente che Agata aveva cominciato da tempo a dirlo apposta per farla inalberare e ridere sotto i baffi. Non i suoi, di baffi, ma quelli di Enzo.

Agata si era trasferita a Milano per un uomo che loro tutte adoravano, nonostante i baffi che, nessuna di loro, trovava molto affascinanti.

Chissà come pungono quando lo baci— disse la prima volta che lo vide Andy, sfogliando una rivista di dolci fatti in casa. — Buono questo, l’hai già fatto?—. Il discorso uomini, si sa, non le era mai interessato più di tanto.

Agata viveva a Milano ormai da un pezzo e anche lei, come le altre due compari di una vita, aveva avuto un figlio.

Solo Charly mancava all’appello. Ma lei cercava chissà cosa. Lei voleva l’amore, quello vero. O almeno quello che lei intendeva per vero. L’amore platonico, ma sensuale; l’amore erotico, ma sentimentale; l’amore libero, ma comunque vincolante. Charly voleva tutto. E, ancora, era ferma ai batticuori per Ferdinand che le aveva lasciato la mano appena usciti in cortile per la ricreazione, spezzandole irrimediabilmente il cuore.

Perché, ne hai uno?— chiese davvero stupita Lucy la prima volta che Charly raccontò alle ragazze della sua unica storia d’amore finita male. Della sua unica storia d’amore in generale; le altre non le considerava tali. Erano semplicemente storie. Per lo più del cazzo. Per quello lei non aveva ancora figli. Perché voleva che fossero frutto dell’amore. E l’unica storia che avrebbe potuto generare un frutto del genere, non ne aveva le premesse: avevano sette anni, sia lei che Ferdinand.

Agata invece ne aveva sfornato subito uno, anzi una per l’esattezza, subito dopo un anno di convivenza (sì, ci avevano dato dentro eccome rifacendosi del tempo in cui non avevano vissuto insieme): la pargola Giacinta.

Ma che nome del cazzo le avete dato?— sbottò con la solita grazia Lucilla quando la prese in braccio all’ospedale e i suoi genitori esordirono tronfi annunciando il nome prescelto in caso fosse stata una bambina.

Enzo e Aga erano così terribilmente romantici che, esattamente come quella gravidanza era entrata imprevista nella loro vita ed era stata una sorpresa ogni giorno sempre più bella, vollero lasciare che a sorprenderli fosse anche il sesso di quel feto che Agata aveva portato dentro di sé per nove mesi, fiera come una matrona.

E lui, Enzo? Enzo la venerava, la sua matrona, come Venere uscita dalle acque, come Elena portata a Troia, come Desdemona trafitta da Otello…

No c’è qualcosa che non va, era Otello che trafiggeva se stesso sul corpo di lei, quindi Enzo non può venerarmi a tal punto.

Enzo mi pianta. Torna in Bolivia. Dalla ex”.

Questo il messaggio che Lucilla trovò al risveglio del quinto giorno della sua “vacanza-studio” in Repubblica Domenicana.

Lucy lo fissò per circa trenta secondi in cerca di un perché e, al solito, lo srotolarsi della catena di pensieri nel suo cervello, che in genere girava senza intoppi, si fermò, come ogni volta che qualcosa non tornava.

Si sarà rinnamorato di Wendy, concluse senza troppe domande e senza cercare troppe risposte.

D’altronde l’amore è così, va e viene. Lo sapevano bene, loro del trio allargato. E anche se Agata era sempre stata la più melodrammatica, ne aveva fatta ormai di strada. Era addirittura arrivata a vivere a Milano.

Meno male avevo appena finito di leggere Se mi lasci fa male di Stefania Bertola”. Altro messaggio di Agata.

Quella di Ne parliamo a cena e Biscotto scherzetto?” rispose Lucy evitando bellamente il discorso Enzo. Ne avrebbero discusso ampiamente al suo ritorno, lo sapevano entrambe, anche se a questo giro forse non avevano poi molta voglia di farlo. Ma era inevitabile.

Meno male non si sono sposati se no sai ora che palle col divorzio, gli avvocati, l’affidamento e bla bla bla…

“Biscotti e sospetti” precisò Aga. “Sì, comunque è lei. Forse ora mi innamorerò di Don Zauker. È l’unica cosa che mi manca secondo lei: i fantasiosi ricami e gli altri step da mielosa e patetica li ho già fatti tutti”.

In effetti Aga si era sempre innamorata di uomini buoni, seri, profondi, filosoficamente disposti al dialogo sui massimi sistemi e, meno male, a volte anche a quello sui minimi, pensò Lucy tirando le tende.

Ancora buio. Troppo presto per andare a correre.

E, da amica quale era, senza perdere tempo a pensare a come risollevare Agata e Giacinta – ci avrebbe pensato agendo quando sarebbe tornata in Italia: mancavano pochi giorni d’altronde e da lì poteva fare ben poco – si mise a scrivere il capitolo quattro della sua benedetta tesi.

Sono indietro sulla tabella di marcia. Cazzo dovevo scriverne uno al giorno e lasciare le conclusioni per casa. Be’, poco male: sono indietro solo di uno.

Ullapool a colazione

Quando Agata vide la foto che le avevano inviato le sue pazze amiche anglosassoni, sul momento non ebbe grandi reazioni. Certo uno squarcio della realtà scozzese ha sempre il suo fascino, anche su una donna distrutta, se pur già sulla via della resurrezione.

Si svegliò di continuo quella notte, pensando e ripensando alla superficie del mare che Charly le aveva mandato per MMS: il mare visto dalla costa di Ullapool pareva una lastra di vetro grigio, luminosa e tersa, col sole che, di sbieco, la illuminava come fosse di ghiaccio.

E di colpo si tirò su. Appoggiata ai mille cuscini che ormai avevano sostituito la presenza del suo Enzo in un letto che non le pareva, a dire il vero, troppo grande da sola.

Ci si dorme meglio da sola. Posso girarmi e rigirarmi da sponda a sponda: è una figata.

Riaccese il cellulare e si mise, assorta, a fissare quella superficie piatta e silenziosa che avrebbe affascinato chiunque, perfino la Agata dei vecchi tempi e la Lucilla di quelli nuovi, restie al freddo e ai paesi del Nord o pseudo tali.

Dovresti essere con noi. Non a casa a piangere o, peggio, a pensare di non doverlo fare”.

Rilesse il messaggio che accompagnava, come una didascalia, quell’immagine, che a occhi superficiali poteva risultare inquietante, ma che letta da quelli della mente messa a tacere, era così rasserenante: costanza e tenacia.

Pareva che il mare parlasse davvero un linguaggio universale che non aveva bisogno di interpreti. Costanza e tenacia.

Se vuoi vivere per sempre e raggiungere i tuoi obiettivi devi essere come il mare: costante e tenace.

Non bastano i buoni propositi, le belle idee, i progetti disegnati e ridisegnati nei minimi dettagli: per realizzarli ci vuole una sola cosa, o meglio due. Costanza e tenacia.

Agata capì di colpo tutto, ritta come una statua di Michelangelo appoggiata alla testata del suo letto in ferro battuto.

L’avevo detto io che era meglio il legno antico. Farà anche caldo ad agosto e il ferro darà anche refrigerio, ma cazzo quanto è scomodo appoggiarvisi.

Agata capì che lei aveva sempre avuto tante idee. Tanti bellissimi progetti quasi perfetti. Capì che lei aveva disegnato per filo e per segno la sua vita, la sua carriera, la sua fortuna. Ma aveva avuto la tenacia, la costanza, la perseveranza, la pazienza, l’umiltà, la presunzione, il coraggio e l’illusione di portare avanti quei progetti?

Ho studiato biologia marina e sono finita a lavorare nel dipartimento marketing della Reserach&Friends.

Certo, non poteva avere di meglio nella “Milano da bere”.

E certo non poteva volere di più con un non-marito e una splendida figlia, se pur con un nome del cazzo.

Ma che cazzate sono? E allora perché c’è chi ci riesce? Perché ci sono milioni di persone che fanno le biologhe marine? Perché Camilla ora è alla School of Oceanography di Seattle a studiare le balene? Perché? Perché ha avuto quella costanza e quella tenacia che, cazzo, io non ho mai avuto.

Sussultò. E allo stesso tempo rabbrividì. Per un momento non capì bene se essere contenta ed eccitata o del tutto mortificata e incazzata con se stessa.

Ma non ebbe il tempo di stare a tergiversare. Si alzò di scatto, come una molla per troppo tempo tenuta pigiata e pronta a schizzare appena lasciata libera.

Costanza e tenacia— sentenziò invasata e posseduta dalla forza dirompente di un mare che, regolare e cheto, da sempre scolpiva la terraferma disegnata dal suo incessante andare e venire.

Tenacia e costanza— ribadì quasi urlando e, accorgendosene, si mise di scatto una mano sulla bocca per non svegliare Giacinta. Accese il PC e una Camel Blue.

Digitò su Google: ricerche di biologia marina.

E quella notte cominciò, con una tenacia che nemmeno ai tempi del liceo aveva avuto, a disegnare, come il mare, i confini della sua vita.

Se Enzo non mi avesse piantata per la vecia del bar Elio, non lo avrei mai capito. Ma, cazzo, solo le cose che giudichi brutte possono darti la forza di trovare te stessa? Quella te stessa che non avresti mai creduto di essere? Mio Dio.

Presa da manie di onnipotenza, pensando a William Wallace, agli Highlanders, al mare, al vento della Scozia, ai monoliti e alle montagne che solo la forza della natura poteva e voleva dipingere a forza di colpi di spada e incornate di mucche, prese il cellulare abbandonato sul letto.

Grazie” scrisse, finalmente senza pensarci. “Grazie Enzo”.

Certo lui l’avrebbe presa in maniera ironica, accusatrice, minacciosa o addirittura scherzosa.

Di certo non per quello che era davvero: sincera. Agata era sincera.

Se Enzo non l’avesse piantata per la vecchia del bar Elio, lei non avrebbe mai trovato se stessa.

Nemmeno dopo aver perso l’imperdibile aveva avuto la forza per far tanto. Aveva disegnato progetti e teorie. Ma nulla di più. Era stata brava. Bravissima. Ma niente di più.

Neve sulle ringhiere di Milano

Nevicava. Il giorno prima, mentre Agata stava finendo di sistemare la cucina prima di buttarsi a letto e spegnere il cervello, cominciò a nevicare.

Vide con la coda dell’occhio qualcosa cadere dal cielo, lì, alla sua destra, dall’unica finestra ancora non barricata per conciliare il suo momento pomeridiano di stacco della spina.

E una leggera scossa infantile le formicolò sulla schiena.

Istintivamente aprì la porta e guardò su, verso quel cielo grigio chiaro che avvolgeva Milano e le case di ringhiera un tempo così popolari, ora così chic.

Una bambina – peruviana? si chiese Aga riconoscendo in lei la figlia del portinaio albanese sposato con una donna di una zona non precisata del Sud America – stava togliendo i vestiti stesi poche ore prima quando il sole aveva cullato i milanesi in festa per il giorno del loro santo patrono Ambroeus.

Ma perché è al piano di sopra? Abitano qui di fianco…

La bambina, di una non precisata zona sudamericana, le aveva sorriso vedendola sorridere al cielo e ai fiocchi in caduta sempre più libera. Agata aveva ricambiato, quasi ridendo insieme a quella bambina paffuta che più di una volta era passata così discretamente sulla ringhiera senza guardarle in casa come spesso, sempre, faceva il fratello minore.

Fissò per un attimo i tappeti stesi alla sua destra. Il portinaio con la sua famiglia sempre più numerosa, era appena uscito. Li aveva visti sfilare tutti – parenti, figli, nipoti, mogli, zii, amici – pochi minuti prima, davanti alle sue finestre non ancora serrate.

Non so dove metterglieli a ’sto giro.

Una volta, in un giorno di pioggia e vento inaspettati, Agata aveva raccolto mutande, calze, magliette e costumi che stavano rotolando sulla ringhiera e chissà dove sarebbero finiti se lei non li avesse ficcati tutti in un sacchetto poi appeso alla porta di casa di quella famiglia così numerosa. E quella bambina che quel giorno rideva con lei sotto la neve, quella volta l’aveva ringraziata talmente col cuore in mano che ad Agata era parso, per un attimo, di vederglielo battere davvero nel palmo.

La gente non è più abituata alle gentilezze aveva pensato quel giorno di qualche mese prima.

E ora, mentre barricava la porta di casa per staccare momentaneamente la spina e non pensare a niente e nessuno, né a Enzo e alla sua amante, né allo studio e alla sua bambina, né alle unghie da sistemare né ai capelli da tingere – Quanti capelli bianchi ho, non me ne ero mica accorta – si sentì quasi in colpa a non sapere che fare di quei tappeti che sarebbero rimasti sotto la neve fino a quando la famiglia così numerosa del portinaio non fosse tornata all’ovile.

Non ebbe il coraggio di riguardare negli occhi la bambina che continuava a ridere con lei della neve e con la neve, e, di botto, si richiuse in casa pronta a trincerarsi nel suo silenzio magico dove tutto era possibile.

E lì, dove tutto era reale, Agata pensò e ripensò ai segni che la vita le aveva mandato e che lei non aveva saputo decifrare. Pensò e ripensò ai treni persi e a quelli che falciarono scelte e vite all’improvviso; pensò, ancora e ancora, a quanto fosse stata stupida e infantile prima di prendere al volo il treno Enzo.

Paura. Aveva sempre avuto paura di tutto. E non era stata in grado di captare, di leggere tra le righe, di prendere la palla al balzo.

Ma lì al buio, in silenzio sotto la neve, tutto era possibile: camminare sugli Champs-Élysées, assaporare vino e carezze nella luce magica di una Parigi che non aveva mai visto, rosolarsi al sole di Rio de Janeiro, lasciarsi andare a cose e a persone come solo nel suo cuore aveva il coraggio di fare.

Paura. Agata aveva sempre avuto paura di tutto. Soprattutto di vivere. E quell’Enzo, che così bene la capiva e la accudiva, era tranquillo nel suo non farla vivere davvero.

Ma lì, nel silenzio che ormai popolava la casa vuota di Agata, tutto succedeva davvero.

E lei, a occhi chiusi, sorseggiava vino a Parigi, si rosolava in Brasile, si lasciava accarezzare dalle erre mosce e da cantanti improponibili che sotto quel cielo di neve la facevano sentire terribilmente viva.

Le Voglie

Nooooooooo! pensò passando davanti a un’insegna luminosa nuova di fresco. La scritta “Le Voglie”, a caratteri cubitali, risplendeva di luce propria sopra la sua testa attonita.

Per un attimo covò la speranza che la gastronomia in corso San Gottardo avesse solo cambiato vesti, sperando con tutto il cuore che anche quello, uno dei pochi negozi d’altri tempi rimasto, si fosse solo messo al passo con i tempi e avesse cambiato look.

Pasticceria… lesse a stento, quasi abbagliata dalla luce splendente della nuova insegna che pareva riversare il suo bagliore su tutto il corso. Mise a fuoco quelle lettere così modernamente colorate che stonavano così tanto con l’idea che Agata aveva di quel negozio storico in cui non era mai entrata, ma che ogni giorno la invitava a varcare la soglia e a portarsi a casa un vassoio di ravioli di zucca o caramelle di magro. I suoi occhi passarono da una scritta all’altra lentamente, mentre sfrecciava in bicicletta evitando una rotaia e un pedone poco attento, e poi caddero sui ripiani pieni di dolcetti e pizzette.

No. Non aveva cambiato il look la storica gastronomia di corso San Gottardo. Come tutti i negozi d’altri tempi era stata sorpassata. Altro che pasta fatta in casa e prodotti tipici; altro che ore e ore di lavorazione casereccia. La gente vuole cose veloci, da ingoiare in un boccone.

La gente… pensò Agata mentre legava la bicicletta davanti alla farmacia in piazza XXIV Maggio.

Sospirò nuovamente, lasciando i fogli delle sue ricerche nel cestino, non così convinta come un tempo di ritrovarli lì quando sarebbe tornata a prendere la bici.

Qualche fruttivendolo caro come l’oro e qualche cartoleria con pezzi anacronistici: ecco questo è quello che rimane delle botteghe di un tempo per i collezionisti che l’ultima domenica del mese passeggiano sui navigli, incuranti del caldo o della pioggia, per la fiera dell’antiquariato.

Il resto è per la gente.

La gente… sospirò di nuovo, mentre, quasi sorpresa, riapriva la catena della sua bicicletta da hippie, ritrovando nel cestino ogni foglio e ogni quaderno che nessuno aveva evidentemente trovato così appetibile.

Shopping curativo

Quella domenica Agata decise che doveva fare shopping. Non solo doveva spendere un po’ di soldi per rimettersi in sesto emotivamente. Ma doveva farlo perché effettivamente il suo guardaroba era un po’ troppo rétro. E non solo stilisticamente parlando: i vestiti di Aga non erano fuori moda, erano proprio vecchi.

Si sforzò e si tirò su dal letto.

Le domeniche in cui Giacinta stava con Enzo, la ancora-signora-Bastaferri si poteva ben concedere il lusso e il piacere, eguagliato da poche altre cose nella vita, della pennichella pomeridiana post pranzo.

Aveva studiato grosso quella mattina. Voleva rimettersi in pista. Voleva rifarsi del tempo perso. Non che lo considerasse tale, ma voleva in ogni caso fare ciò che aveva smesso di fare per amore, di lui prima, di lei dopo.

Ma, per Diana, una cosa non escludeva l’altra…

La pennichella ci stava coi fiocchi. Ma doveva proprio andare a comprare qualcosa da mettersi, anche se lo shopping da tempo non era più uno dei suoi passatempi preferiti.

Si passò il kajal nero all’interno degli occhi, si spalmò un po’ di fondotinta, spense il PC e controllò di aver spento anche il ragù che sarebbe stato poi razionato in porzioni da surgelare pronte all’uso per i pranzi al volo della settimana. Corse giù dalle scale, le stesse che per anni aveva fatto col suo ex compagno che ora se la spassava con la barista cinquantenne del bar Elio.

Ma si può? Certo che così non mi dà nemmeno la possibilità di incazzarmi. Si fosse almeno rincoglionito per una sua alunna anoressica! Questa ha più cellulite di me sicuramente.

Si tastò le cosce mentre cominciava a pedalare. Non ne fu poi così entusiasta. Ma d’altronde non lo sono mai stata del mio corpo, no? rispose sospirando a quella vocina muta che più di una volta al giorno le faceva perdere le staffe provocandole mal di testa e nervosismo.

Arrivò in centro dove evidentemente si era riversata tutta Milano.

Il blocco del traffico e la conseguente penuria di persone in zona diciannove quando quella mattina era scesa a comprare le sigarette, le avevano fatto credere che le persone se ne sarebbero state chiuse in casa tutto il santo giorno.

Era già fine ottobre d’altronde e l’uggiosa foschia milanese colorava di sé, seppur da poco, le vie e l’aria, tanto che Agata stessa aveva deciso di rimanere in casa a cucinare e a rilassarsi studiando.

Ma quando vado a fare shopping, se non oggi? aveva sentenziato, pochi minuti prima, quando ancora si stava rigirando nel letto, prima di balzar su come un grillo.

Entrò da Benetton svogliata. Era tanto che non ci andava. Ma un giro veloce venerdì, prima dell’appuntamento in Buenos Aires, le aveva svelato che quel negozio poteva ben tornare in auge. Non era certo economico come H&M, ma era paragonabile, finanziariamente parlando, a Zara woman. E, con tutta probabilità, di migliore qualità.

Si era fatta una lista mentale di cose che avrebbe assolutamente voluto avere nel suo guardaroba e che, dato il periodo, dovevano per forza esserci. Sfortunatamente constatò che, come H&M e Zara, anche i diversi negozi di Benetton non hanno tutti le stesse cose. In ogni caso provò due paia di jeans senza nemmeno stortare troppo il naso sotto le luci dei camerini, che, tutte lo sanno, rendono flaccido e molliccio anche il culo di una modella. O forse questo è quello che le comuni mortali vogliono credere per convincersi che il flaccidume dipenda dai faretti e non dai loro fondoschiena.

Era serena. Un’atmosfera strana aveva cominciato a coccolarla dal momento in cui, lasciandosi alle spalle la marmaglia spingente in galleria Vittorio Emanuele, era riuscita a farsi strada sulla soglia di Benetton. Pace. Relax. Niente pensieri. Un po’ come quando si varca la soglia del Paradiso delle Sorprese in Ticinese. Lì tutto, anche ciò che proprio non va, torna a posto in un batter d’occhio.

Per di più c’era quel gruppo inglese in sottofondo che le ricordava così tanto le vacanze con Enzo e Giacinta, ma senza malinconia. Semplicemente si ritrovò a provare quelle stesse sensazioni che provava al loro fianco, con la sola consapevolezza che da un momento all’altro potevano sparire. E mentre, delusa dai vestiti del primo piano, saliva le scale mobili piena di aspettative per il secondo, le note di Human la fecero precipitare in quella pace cosmica che solo Brandon Flowers riusciva a instillarle.

Senza rendersene conto percorse i reparti del secondo piano di Benetton in galleria Vittorio Emanuele, cantando come una teenager, osservando e tastando la consistenza dei capi, quasi perdendosi in essi e confondendosi tra i mille soliti colori di quella marca che non passerà mai di moda.

Uscì da Benetton senza acquistare nulla, con la lista dei vestiti adocchiati il venerdì prima ancora stampata nella testa. Si intrufolò da MAX&Co., quasi per scappare ancora dalla folla che gremiva il viale e che pareva essersi materializzata lì dal nulla, da quel nulla che pervadeva invece le altre strade di Milano.

E lì, tra i capi di quel negozio, avrebbe davvero voluto perdersi per quanto erano morbidi, ovattati e così terribilmente chic. Le commesse sembravano uscite da un film anni Cinquanta e si comportavano come fossero attrici che i clienti avrebbero dovuto ammirare silenziosi, più che consultare per i loro acquisti.

Scese al piano interrato dove però non avrebbe trovato granché di suo piacimento pigiando, quasi soprappensiero, il tasto dell’ascensore. Ne osservò gli ingranaggi muoversi sotto i suoi piedi, all’interno del vetro che separava la cabina dell’elevatore e il piano sotterraneo.

I vetri le si aprirono davanti e una commessa con una scatola di scarpe in mano le sorrise garbata.

Buongiorno.

Agata non notò che le aveva dato del lei, cosa che ancora non tutti facevano, ma notò invece quanto fosse graziosa e diversa dalle altre che si atteggiavano a vip.

Arrivederci— ricambiò quando al piano terra la ragazzina uscì e si portò dietro un alone da film che le altre avrebbero solo potuto invidiare, se solo fossero state insieme ad Agata in quello spicchio di ascensore che saliva al primo piano.

Il tempo pareva procedere al rallentatore, mentre il sedere della ragazzina trotterellava a portare le scarpe a qualche cliente esigente. Agata pensò fosse straniera. Le pareva così giovane e bionda: quello fu l’ultimo pensiero di cui ebbe ricordo da MAX&Co.

L’ascensore si richiuse e lei salì al primo piano sperando che il tempo si fermasse. Quando gli spessi vetri le aprirono la strada dell’ultimo reparto, Agata quasi esitò a scendere. Da quell’angolo era tutto perfetto. Si sentiva la protagonista del film che nessuno conosceva. Si sentiva come James Bond che osserva tutto mentre nessuno sa dov’è. Si sentiva padrona di tutto e voleva davvero tutto. Forse era quella musica rétro. O forse era il trucco di quelle commesse così chic. O forse erano i loro vestiti anni Cinquanta. Sembrava di essere in un film davvero. E non sarebbe più voluta scendere da quell’ascensore per poterne continuare ad assaporare ogni angolatura. Ogni sfumatura. Ogni emozione.

Si perse nella musica e nella morbidezza dei maglioni. Si perse nelle parlate russe delle ricche signore che, dopo MAX&Co. e MaxMara, si sarebbero spostate nel quadrilatero della moda a due passi da lì. Si perse nei tacchi e nelle scarpe stringate, laccate e tricolori che davano un tocco così particolare al tutto. Si perse in se stessa e si ritrovò solo tempo dopo, canticchiando come un’adolescente, a pagare il paio di jeans della lista dei must have del suo guardaroba. Li trovò alla cassa dell’altro Benetton, quello in piazza Duomo sotto i portici.

Che scema sono stata, perché non sono venuta subito qua?

Aveva sperato, entrandovi, di poter trovare anche il resto della lista. Invece si dovette accontentare solo dei jeans. E di altri ottantaquattro euro spesi da Promod qualche minuto dopo.

Ma ormai la sensazione era andata. Lo sapeva benissimo che ogni cosa finisce. Ora lo sapeva eccome.

Eppure mentre pagava i jeans persa nelle note soul di una canzone Northern, che non si sarebbe mai aspettata di ascoltare fuori dalle mura di casa sua e di qualche altro posto ricercato, si era messa a guardare gli occhiali alla sua sinistra, sperando di poter trattenere ancora a sé quella magia. E aspettò paziente, guardandosi allo specchio con indosso un paio di occhiali alla Audrey Hepburn, che le parole di Stoned love la svegliassero da quel suo sogno domenicale.

Se ora entro da Promod e mi mettono del mod 79, comincio ad andare a messa! Non fu così. Da Promod nessuna musica e nessun tessuto la fece sentire capace di tutto come Bond in Licenza di uccidere. Nemmeno l’ascensore la portò a sfiorare con un dito la presunzione di poter, un giorno, sfondare come ricercatrice.

Quello è il bello: sentire che puoi, se vuoi, riuscire a fare tutto. Per una quarantina di minuti buoni era riuscita a sentirsi capace di tutto. Poi il sognò svanì. E anche Agata tornò, come tutti, al suo tran tran emotivo più che quotidiano.

Non ne era dispiaciuta. Ormai lo sapeva bene. Tutto, prima o poi finisce. Anche le sensazioni magiche. Soprattutto quelle.

Tutto finisce, prima o poi. Basta goderselo quando c’è.

07 Marzo 2016
Bonjour, la campagna di Valentina Nizardo, sta conquistando il pubblico di lettori... E non solo! Anche il web si sta interessando al suo progetto. Ecco lo spazio dedicato al libro di Valentina su paginatre.it: https://www.paginatre.it/online/bonjour-di-valentina-nizardo/
11 Marzo 2016
condividiamo con voi un'intervista a Valentina Nizardo, pubblicata su ilibridiriccardino.com. Scoprirete qualcosa in più sulla nostra autrice e sulla sua passione per la scrittura: https://ilibridiriccardino.com/2016/03/10/a-scopriamo-lartista-valentina-nizardo/?fb_action_ids=953216868080305&fb_action_types=news.publishes
06 Aprile 2016
siamo felici di invitarvi alla presentazione di Bonjour che si terrà sabato 9 aprile, alle 16.30 presso l'Ostello Bello di Milano. Nella locandina in basso potrete trovare tutti i dettagli!

Reading

11 Aprile 2016
una grande affluenza alla presentazione di Bonjour che si è tenuta sabato all'Ostello Bello di Milano. Ecco a voi le foto e il video dell'evento!

04 Maggio 2016
condividiamo con voi una nuova iniziativa della nostra autrice Valentina Nizardo! Il 20 maggio ci sarà infatti un reading letterario di alcuni estratti del suo libro Bonjour! L'evento si terrà a La Belle Alliance dalle 18.30 alle 20.00! Di seguito la locandina con tutte le informazioni. Partecipate numerosi!

20 Marzo 2017
Una recensione tutta da leggere su omnimilanolibri.com per Bonjour. Ecco di seguito il link: https://omnimilanolibri.com/2017/03/20/bonjour-milano/
28 Aprile 2017
Massimo Milone ha invitato l'autrice Valentina Nizardo a parlare del suo "Bonjour" lunedì 10 durante la trasmissione "Accendimi" di Kristalradio - 96.4 fm.
Trovate il link al podcast qui di seguito: https://www.facebook.com/569294669913774/photos/a.572571752919399.1073741830.569294669913774/785426444967261/?type=3&theater
11 Dicembre 2017
Una nuova recensione per "Bonjour" su Nuove pagine! Potete leggerla al link https://bit.ly/2z1TZLZ

Commenti

  1. buon pomeriggio VALENTINA , ho appena letto il tuo libro e anch’io concordo con gli altri lettori bel libro pieno di sentimento- patos e voglia di vivere e ogni viaggio e una nuova scoperta e una nuova avventura e voglia di scoprire il mondo .complimenti .

  2. (proprietario verificato)

    Io invece non vedo l’ora di sapere come prosegue…….e come finisce.
    Per le prime 81 pagine: bravissima! 😉

  3. Cristina Gianotti

    (proprietario verificato)

    Ciao Valentina! Eccoti in veste di scrittrice, non vedo l’ora anche io di leggerti! E non solo perché sei tu o perché mi piace leggere, ma perché parli di donne e di storie di donne! Tra le mie autrici predilette c’è Marcela Serrano e quando ho letto le prime righe della presentazione del tuo libro mi è venuta in mente lei, niente di meno! Che sia di buon augurio! Un abbraccio, Cristina

  4. (proprietario verificato)

    non vedo l’ora di leggerlo|

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Valentina Nizardo
Valentina Nizardo, classe 1976, è una persona del tutto eclettica: insegna italiano, scrive, viaggia, beve birra (solo se buona), pratica e insegna yoga e vive di musica. La sua passione per la scrittura nasce fin da piccola perché per lei scrivere è il sale della vita: un modo di essere, un modo di sentire.
Valentina Nizardo on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie