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Brucia la vecchia

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Nilde vive coi nonni a Colle Torto, un piccolo paese di montagna con le strade strette, tortuose e ghiacciate sei mesi l’anno. Orfana, vegetariana e solitaria, indossa il lutto per la morte prematura e violenta della madre, di cui non custodisce alcun ricordo all’infuori di una pila di libri consumati, qualche disco e le bugie di nonna Adele e nonno Evaristo. Eppure sarà una lettera di quel padre sconosciuto a svelare una menzogna lunga quindici anni e a catapultare la giovane Nilde indietro nel tempo, a quell’inverno in cui sua madre morì per mano dell’uomo che amava. Da qui inizia un viaggio fatto di verità nascoste, vite interrotte e sensi di colpa, attraverso gli occhi spietati di una sedicenne a cui tocca il compito di giudicare, condannare e liberare dai peccati quegli adulti responsabili – direttamente o indirettamente – della morte di sua madre.

NILDE

Settantasette giorni insieme
Nilde ha sedici anni e abita coi nonni a Colletorto, un piccolo paese di montagna con le strade strette, tortuose e ghiacciate sei mesi l’anno: la Casa del popolo, la chiesa e una manciata di negozi, case e capre disperse nel nord del paese. Conosce Alberto da settantasette giorni.
Lui abita “giù in città”, sta passando l’estate ospite dei nonni dove è stato portato contro la sua volontà, anche se è maggiorenne e avrebbe potuto andare al mare o girare l’Europa in autostop, mandare tutti a quel paese o comunque decidere della sua estate, eppure lui è lì.Continua a leggere
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Il suo arrivo non è passato inosservato: un grosso SUV da parecchie decine di migliaia di euro, un uomo e una donna di mezza età, nei loro vestiti eleganti. Lo hanno lasciato davanti all’edicola. Tutto il paese osservava la scena. “Si vede che è gente coi soldi e con un buon lavoro” dicevano le persone.
Anche Nilde era lì. Avrebbe voluto afferrare per il colletto qualcuno a caso e urlargli qualcosa, qualsiasi cosa, per farli smettere di mormorare l’uno nell’orecchio dell’altro e fargli distogliere quegli sguardi che scrutavano e violavano. Si era morsa il labbro nascondendo la faccia tra le pagine di un vecchio libro, ma non riusciva a concentrarsi. Leggeva, ma non coglieva il senso delle parole ed era come cercare di abituare gli occhi a vedere nel buio. Nilde non riusciva a leggere perché, in fondo, anche lei voleva, proprio come gli altri, guardare e scoprire tutto su quel ragazzo svogliato coi capelli lunghi e la maglietta degli Slayer, che avrebbe passato l’estate dei suoi diciotto anni in un buco di culo ostile come Colletorto. Tra due anni anche lei sarebbe stata maggiorenne e se ne sarebbe andata. Ma due anni sono un’infinità per una ragazza che ne ha appena sedici e vive in un posto in cui nessuno chiude a chiave la porta di casa, ma mette lucchetti all’immondizia a causa delle incursioni notturne degli animali del bosco.
Quell’estate si annunciava lunga, noiosa e uguale a tutte le altre. Nilde si sarebbe svegliata presto ogni mattina pur non avendo nulla da fare. Avrebbe camminato nei boschi, ascoltato musica, letto qualche libro e progettato la sua strage di massa.
Sarebbe andata a dormire senza aver sonno, per sprofondare nella solitudine e nel buio della sua stanza. Avrebbe osservato gli aerei che tagliano in due il cielo immaginando di essere lì, nel sedile accanto al finestrino a guardare Colletorto dall’alto e accorgersi quanto fosse una piccola, microscopica puntura di zecca sul dorso del mondo. Non voleva pensare a cosa sarebbe successo se non fosse arrivato Alberto o se quel giorno, nella piazza della chiesa, i loro occhi non si fossero incrociati, per poi rimbalzare sugli anfibi di lei e le toppe cucite ai jeans di lui. Il collare da cane di lei – ed era davvero stato di un cane – e la svastica sbarrata disegnata a pennarello sullo zaino di lui. E poi ancora gli occhi e l’imbarazzo di essersi trovati. No, Nilde non ha bisogno di chiedersi cosa sarebbe stata quell’estate senza di lui, perché adesso Alberto è lì e da settantasette giorni stanno insieme.
Il ragazzo, agli occhi degli altri, non è altro che il frutto di un’educazione cittadina e moderna, con quei capelli lunghi, i vestiti trasandati e quell’attitudine strafottente. Gli abitanti di Colletorto lo guardano, mormorano e si chiedono perché sia lì.
«In questo paese devi chiedere il permesso per poter respirare i peti degli altri» gli aveva detto Nilde, provocando un certo disgusto ad Alberto.
Nilde sa bene cosa vuol dire avere gli occhi della gente puntati addosso: orfana, poco socievole, con quel collare di cane sempre al collo, i vestiti neri e quella sua folle e ostinata decisione di essere vegetariana. Ha smesso di mangiare carne da pochi mesi e nell’arco di quarantotto ore tutto il paese ne era a conoscenza. Pure il prete si era premurato di parlarle. La scelta di Nilde, archiviata come l’ennesima stranezza della nipote di Evaristo, aveva smesso di alimentare le conversazioni in piazza, al bar e in chiesa, solo con l’arrivo di Alberto.
A Colletorto ognuno ha il suo maiale che viene ucciso alla prima luna del mese di ottobre, diffondendo l’eco delle grida per tutta la valle. E ha il suono dello stridere di migliaia di chiodi arrugginiti su centinaia di lavagne sporche.
C’è una precisa gerarchia che determina la successione delle macellazioni: il primo è quello della Curia, il secondo quello del sindaco, il terzo è quello dell’anziano del paese, e così via… Tutti gli uomini di Colletorto formati, diretti e motivati dal macellaio procedono all’uccisione del porco.
Nilde, il passato autunno, aveva fatto scappare il maiale della sua famiglia, perché gli voleva bene e non voleva che lo uccidessero. Lo aveva scelto lei alla fiera agricola per via di quella macchia nera sull’occhio destro. Si chiamava Pirata ed era così piccolo che poteva tenerlo in braccio come un grosso gatto.
In autunno cominciò a provare pena per lui e decise di liberarlo, ma era così grasso e sedato dalla sovralimentazione che fece poca strada. Lo trovarono subito e lei, per mesi, subì la vista dell’animale fatto a pezzi, tritato, infilzato nell’intestino e appeso al soffitto. Pirata non c’era più, ma c’erano prosciutti, salami, cotiche e sanguinacci per soddisfare la fame atavica dei nonni.
Da allora smise di dare nomi alle bestie di casa e decise di diventare vegetariana. Pensò di boicottare la festa con cui si concludeva la mattanza, ma ci rinunciò in favore di una diplomatica assenza giustificata.
«Non voglio festeggiare lo sgozzamento di decine e decine di animali!» aveva protestato Nilde e i nonni, che la lasciarono a casa per unirsi ai festeggiamenti, dissero che “la piccola non stava bene”.
«È perché non mangia carne. Le proteine sono importanti!» sentenziò il macellaio, coccolandosi la pancia tonda con lo stesso amore di una donna gravida per il proprio ventre fecondato. In un paese in cui è inverno sei mesi l’anno bisogna imparare a fare i conti con la noia. Si guarda tanta televisione, ma non basta e quindi ci si ubriaca, si parla, si sparla, ci si ubriaca ancora e si fanno feste per ogni sciocchezza.
Gli abitanti di Colletorto, noti nella valle come i cortesi (non senza un certo sarcasmo), festeggiano i solstizi e le prime fioriture, l’arrivo degli stormi di uccelli migratori e l’inizio della stagione della caccia. Durante i festeggiamenti si accendono falò, si ammazzano animali, si balla e si beve fino allo sfinimento. A Colletorto pure le donne muoiono di cirrosi.
Nati e cresciuti in mezzo ai boschi, credono più al potere della foresta, che a quello dello Spirito Santo, ma ciò nonostante le diverse generazioni di parroci che si sono susseguite, hanno fatto un buon lavoro e ogni abitante di Colletorto frequenta la Chiesa, prende i sacramenti e teme il male che proviene dalle profondità degli inferi.
La terra che protegge i semi durante l’inverno e nutre le radici della vita stessa… difficile immaginarla come origine e fine del peccato e di ogni peccatore.
In ogni modo, a Colletorto è sempre festa e Nilde vorrebbe scomparire dentro ai suoi vestiti neri.

Il mondo fuori da qui
Alberto tira un pugno al volante dell’auto, ma lo fa piano perché non ha nessuna intenzione di farsi male, oggi. Lui e Nilde nella Panda 4×4 del nonno, ad ascoltare la musica dal suo lettore con un auricolare a testa, che è un po’ come stare soli anche se sono insieme. Non sono obbligati a parlare e il silenzio della montagna non risulta così assordante.
«Qui tutti hanno la Panda o l’Ape» gli aveva detto Nilde, la prima volta che erano saliti sulla macchina del nonno di Alberto, senza che lui riuscisse a nascondere una certa vergogna per quella scatoletta di lamiera marrone.
«Sì marrone, marrone diarrea… ce ne sono parecchie qui» aveva detto la ragazza divertita, rendendosi conto di non aver mai considerato l’auto come qualcosa dotato di un’estetica.
«Giù in città come sono le macchine?»
«Non so… sono più grosse e soprattutto non sono marroni.»
«Be’, qui non siamo in città» aveva protestato Nilde.

Sono passate diverse settimane e quella scatola di lamiera color diarrea è il luogo in cui passano le loro giornate. Alberto e Nilde ascoltano musica insieme e fanno molto sesso. Tanto e goffo. E dopo il sesso, parlano e parlano e parlano e…
A Colletorto tutti conoscono la ragazza e nessuno le ha mai chiesto chi è davvero. Alberto invece lo ha fatto. Ciò che li unisce, oltre ad amare il punk hardcore e odiare fortissimo il fascismo, è la volontà di essere altrove.
Ora sono nella Panda marrone, i sedili anteriori abbassati, Nilde e Alberto sono sdraiati sul fianco, uno di fronte all’altro e si stringono come quei due scheletri di Valdarno abbracciati da seimila anni.
«Perché sei qua?» gli chiede Nilde.
«Niente. Ho fatto incazzare i miei» risponde Alberto, frugando frenetico nelle tasche. Trova il cellulare, lo accende e passa una cuffietta a lei, decretando così la fine della conversazione.
La musica è quella di un artista morto qualche decennio prima della loro nascita. Chitarre distorte, amplificatori sibilanti e voci sporche di rabbia. Ma dopo un paio di brani, Alberto si alza a sedere e tira quel pugno al volante.
«Vaffanculo!» digrigna tra i denti, si toglie l’auricolare come se si stesse liberando da una ragnatela gigante e guarda negli occhi Nilde, nascosto dietro ai suoi occhiali da sole. «Mi sono sdraiato sui binari. Non so… tipo che volevo farmi fuori.»
«E poi?»
«E poi un cazzo. Ho avuto paura. Ecco cosa è successo. Mi sono alzato e me ne sono tornato a casa.»
Alberto esce dalla macchina e si stiracchia alzando le braccia al cielo e arcuando la schiena all’indietro, come un gatto che spazza via l’intorpidimento che gli si è appiccicato dopo una lunga dormita. Spalanca la bocca e trasforma un pigro sbadiglio in un urlo che riecheggia tra i boschi. Alcuni corvi rispondono gracchiando e sollevandosi in volo dalle chiome dei sempreverdi.
Nilde scavalca il cambio e il freno a mano e si mette al posto di guida.
«Fra due anni e poco più di un mese, faccio la patente» dice posando le mani sul volante e sterzando a destra e sinistra, schiaccia l’acceleratore, immaginandosi lanciata a una velocità supersonica lontana da Colletorto.
«Fra un mese è il mio compleanno. Faccio sedici anni. Dici che saremo ancora insieme?» chiede senza aver bisogno di una risposta.
Tra tutte le sfortune che possono affliggere la vita di un’adolescente, oltre a quella di essere orfana e di vivere in un paesino sperduto tra i monti, a Nilde è toccata pure quella di compiere gli anni in estate. Nessuna festa con gli amici e nessun pacchetto da scartare a parte quello dei nonni. Quest’anno lo festeggerà sola con Alberto, dato che non ha mai cercato (e mai lo farà) la compagnia delle coetanee di Colletorto. Le osserva. Parla con loro alla fermata dell’autobus. Vede il loro destino come un binario di cemento armato e acciaio che si srotola passo dopo passo. Assecondare il corso degli eventi, proseguire il lavoro del padre e sposare l’amico d’infanzia, per esempio. Figliare ed esprimere, più volte nell’arco di una conversazione, quanto sia buona l’aria di montagna e quanto sia perfetta Colletorto per crescere la propria prole. Non lasciare mai la valle per più di quella settimana di ferie in riviera. E non provarne vergogna. Nilde schiaccia fino in fondo il pedale dell’acceleratore dell’auto spenta.
«Bruuum…»
Alberto fa il giro dell’auto, calcia una pigna con le scarpe da basket logore e si appoggia al cofano. «E tu?»
«Cosa?» gli chiede Nilde raggiungendolo e infilandosi sotto il suo braccio. Lui la stringe a sé.
«Perché sei qui? Cioè… coi tuoi nonni.» Alberto le chiede ciò che nessuno le aveva domandato prima. Nilde formula la risposta nella testa un paio di volte, chiedendosi se risulterebbe così patetica anche a voce alta, ma quei secondi di ritardo e quell’esitazione vengono letti dal ragazzo come chiari e struggenti segnali di sconforto. «Scusami, non te lo dovevo chiedere. Sono un coglione» balbetta mortificato, liberando Nilde dal suo abbraccio, allontanandosi dal cofano di qualche passo e voltandole la schiena.
«No, non ti devi scusare. Anzi… è che nessuno mi ha mai fatto questa domanda.»
«Come nessuno?» Alberto si gira verso di lei, senza alzare gli occhi da quei fiori che calpesta sul ciglio della strada.
«Nessuno. Nessuno me lo ha mai chiesto perché tutti lo sanno di già.»
«Ah. Tutti-tutti?»
«Sì, tutti lo sanno e nessuno ne parla con me o coi miei nonni. È una specie di tabù, ecco.»
«Un tabù? In che senso?»
«Mi sa che gli faccio un po’ pena, non so… vedi, i miei genitori… dunque, mio padre non so chi sia. Credo sia una merda di cane che ci ha lasciate. Di lui non si sa nulla. Mia madre, invece… be’, non ho mai conosciuto mia madre.» Dillo Nilde, dillo ad alta voce. Di’ quella parola. Diglielo… «È morta. Mia madre è morta» dice come se non le importasse, lo dice studiandosi una mano, come se non l’avesse mai vista prima. Con il pollice gratta l’unghia del medio, facendo saltare piccoli pezzi di smalto scuro. «È stata uccisa giù in città quando io non avevo neanche un anno. Dicono che sia stato un pazzo, un drogato o qualcosa del genere, che l’ha investita con l’auto.»
A Nilde sudano le mani e se le passa più volte sui pantaloni leggeri di cotone nero, ma il sudore non va via. È freddo, viscido e gelido, collocato sotto troppi strati di pelle per poterlo asciugare.
«Mi dispiace» le dice Alberto.
«E di che? Mica l’hai investita tu, e comunque ero troppo piccola. Non me la ricordo neanche» dice lei, ingoiando lacrime che non vuole versare. Non si può piangere per qualcosa che non si ha mai avuto.
I due giovani amanti tornano nell’automobile e il sole del pomeriggio estivo si nasconde dietro alla vetta della montagna, lasciando così un senso di vuoto tanto profondo, da non poter essere colmato dalla mera consapevolezza che mancano ancora molte ore al buio e al freddo della notte. Presto il tramonto incendierà il cielo e Nilde e Alberto torneranno a casa per la cena, mangeranno in fretta pur non avendo fame, aspettando solo il momento di poter tornare insieme. Loro due, soli nella Panda color diarrea, e l’incapacità di ammettere che, volendosi bene, tutto risulta più accettabile.
«È per questo che ti vesti sempre di nero? È una specie di lutto, quindi?» le chiede il ragazzo, intanto che le sue dita sfilano dall’asola i piccoli bottoni della camicetta nera di lei.
Il guardaroba di Nilde, persino da bambina, è sempre stato caratterizzato da una varietà di sfumature che vanno dal nero pece, al nero antracite, al nero corvino. Il nero serve per non dimenticare.
«Non è stata una mia scelta. Da queste parti si usa così. E tu? Perché ti metti gli occhiali scuri anche quando il sole non c’è?»

28 aprile 2019

Aggiornamento

Non ci speravo più e invece ce l'abbiamo fatta e non mi sono ancora ripresa! Avevo mille e una motivazioni per giustificare il fatto di non aver raggiunto il traguardo della pubblicazione, tra cui l’uscita di un altro romanzo edito da Agenzia X dal titolo 'I mortificatori', un doppio trasloco carpiato, il lavoro e la famiglia e i gatti e i cani e l'orto e...
Scuse. Tante, tantissime scuse che mi racconto perché, in fin dei conti, questa cosa di scrivere mi mette una fifa blu. E rileggendo "Brucia la vecchia", questo mio perenne auto-sabotaggio emerge come un urlo in ognuno dei personaggi, soprattutto dentro alla vera protagonista della storia: Alice Malatesta, la poetessa, che ho deciso di far morire male!
Adesso che verrà pubblicato, e voi lo leggerete, dovrò fare i conti anche con questa parte di me. Ho scritto questo libro una decina di anni fa, quando ancora scrivevo per liberarmi delle brutte robe che mi frullavano nella testa, nel cuore e nella pancia. Col tempo, soprattutto grazie a un bellissimo libro ("On writing: il mestiere di scrivere" di Stephen King) e al lavoro che faccio, ho imparato ad addomesticare la scrittura. Da sfogo emotivo è diventato qualcosa che mi diverte fare. Ma qual è la storia di "Brucia la vecchia"?
È nel 2009 che ho scritto la parola “fine” alla prima versione del romanzo. Da allora ho avuto a che fare con numerosi editori, agenti e neo-mecenati che mi hanno proposto di tagliare di qua, modificare di là, riscrivere e rielaborare per rendere la mia storia più pubblicabile, vendibile o attrattiva. La cosa però non è mai andata a buon fine. Perché insisto? Perché credo in questa storia e nel mio lavoro. Ho deciso - e ne sono contenta - di usare una piattaforma di crowdpublishing per sperimentare quella che da molti viene considerata una legittimazione dal basso, anche se io preferisco parlare di orizzontalità. Nulla di nuovo rispetto alla scena punk in cui il D.I.Y. (do it yourself o autoproduzione) è consuetudine. È normale produrre dischi, fanzine e persino film cercando co-produttori tra musicisti e appassionati di musica o amici e “anime affini” che scelgono di investire piccole cifre per sostenere e supportare un progetto.
Così come avete fatto voi e per cui ve ne sono infinitamente grata (un po' meno la Valeria auto-sabotatrice e inquieta). Tutto questo per dirvi grazie e per farvi sbirciare nel giga-abisso di degenero e cose irrisolte che c'è, molto spesso, dietro a un libro.
Sarà possibile ordinare il mio romanzo fino al 28 maggio. Nel frattempo stiamo lavorando per farlo diventare un libro a tutti gli effetti. Portate pazienza. Arriverà. Per restare aggiornati potete mettere un "mi piace" sulla pagina Facebook dedicata al romanzo qui 
15 febbraio 2019

NeverWas Radio

Brucia la vecchia è il romanzo in crowdpublishing di Valeria Disagio, che porta l’autoproduzione nel mondo dell’editoria. Parla di donne e di femminicidio, ma non è una storia di violenza. Scoprilo qui [INTERVISTA RADIO]

Valeria scrive. Scrive da sempre. Scrive i testi delle canzoni, quelle che canta con le punk band in cui milita. Scrive per il suo blog (Discount or Die!). Ma, soprattutto, Valeria scrive romanzi.

Il primo, Casseur. La lotta, l’ebbrezza e la città giardino, lo ha pubblicato, giovanissima, per Gaffi Editore. Da allora ne ha scritti altri, come Brucia la vecchia, la vicenda di tre donne (figlia-mamma-nonna) e di un dramma famigliare ammantato di mistero. È una storia che parla di violenza sulle donne, ma non è una storia di violenza. È più un’indagine per capire quali sono lo motivazioni che portano un uomo a diventare violento e qual è il complesso sistema di giustificazioni, compromessi e “quieto vivere” che portano al femminicidio.

Scritto ormai diversi anni fa, Brucia la vecchia è stato più volte rimaneggiato, più volte letto - da altrettanti addetti ai lavori - e più volte apprezzato. Ma poi il mondo dell’editoria, sempre più in difficoltà, non ha trovato spazio per questa storia, che è rimasta in un cassetto aspettando lettori migliori. Quali? Quelli appassionati che sono disposti ad attivarsi e a contribuire alla causa. Ecco perché Valeria ha scelto di affidare Brucia la vecchia al crowdpublishing.

14 febbraio 2019

La prealpina

"Brucia la vecchia" Niente compromessi per Valeria Disagio
di Anna De Pietri

La scrittrice varesina sceglie la via del crowdfunding....
04 febbraio 2019

Aggiornamento

VIVAMAG - 04.02.2019
Puoi leggere tutta l'intervista qui.

[...] Vuoi parlarci di “Brucia la Vecchia”?
Tra tutte le cose assurde e controproducenti e potenzialmente dannose che ho fatto nella mia vita, mi è capitato di scrivere diversi romanzi. Alcuni sono stati pubblicati e altri no. “Brucia la vecchia” per esempio, rientra nella seconda categoria e ho deciso di provare a farlo attraverso Bookabook, una piattaforma di crowdpublishing. Ché significa che non sarà un editore a scegliere se questo romanzo merita o no di finire nelle librerie, ma la comunità di lettori che si costruirà attorno a questa storia. Il libro racconta la storia di Nilde (la protagonista) che vive coi nonni a Colle Torto, un piccolo paese di montagna con le strade strette, tortuose e ghiacciate sei mesi l’anno. Orfana, vegetariana e solitaria, indossa il lutto per la morte prematura e violenta della madre, di cui non custodisce alcun ricordo all’infuori di una pigna di libri consumati, qualche disco e le bugie di nonna Adele e nonno Evaristo. «Mio padre non so chi sia. Credo sia un pezzo di cane che ci ha abbandonate» racconta. Eppure sarà una lettera di quel padre sconosciuto a svelare una menzogna lunga quindici anni e a catapultare la giovane Nilde indietro nel tempo, a quell’inverno in cui Lisa morì per mano dell’uomo che amava. Da qui inizia un viaggio fatto di verità nascoste, vite interrotte, sensi di colpa attraverso gli occhi spietati di una sedicenne a cui tocca il compito di giudicare, condannare e liberare dai peccati quegli adulti responsabili (direttamente o indirettamente) della morte di Lisa Malatesta. Sua madre. Come è nato questo libro? È nel 2009 che ho scritto la parola “fine” alla prima versione del romanzo. Da allora ho avuto a che fare con numerosi editori, agenti e neo-mecenati che mi hanno proposto di tagliare di qua, modificare di là, riscrivere e rielaborare per rendere la mia storia più pubblicabile, vendibile a attrattiva. La cosa però non è mai andata a buon fine. Perché insisto? Perché credo in questa storia e nel mio lavoro. Ho scritto “Casseur” che avevo 18 anni. È stato pubblicato che ne avevo una ventina. Da allora non ho mai smesso di scrivere anche se ben poco di tutto ciò che ho prodotto, ha visto la presunta legittimazione di un bollino Siae e di un codice a barre. Le mie parole hanno trovato casa, però, in fanzine fotocopiate e semi-regalate su tavoli sporchi di birra durante i concerti… e hanno trovato casa nel web, raggiungendo molte più persone di quanto abbia fatto col mio primo romanzo. Ho deciso di usare una piattaforma di crowdpublishing per sperimentare quella che da molti viene considerata una legittimazione dal basso, anche se io preferisco parlare di orizzontalità. No, non è editoria a pagamento che mi fa abbastanza ribrezzo. E non mi sto manco pubblicando il libro da sola implorando la gente di prendere una copia per rientrare nelle spese. La vedo come una sfida! Le regole sono semplici. Ho 100 giorni per raccogliere 250 pre-order del mio romanzo. Ora sono al 41% e mancano un’ottantina di giorni. Se ottengo questo risultato “Brucia la vecchia” verrà pubblicato. Altrimenti chi lo ha prenotato riceverà la sua copia in tiratura limitata e tanti saluti, pacche sulle spalle e facciamoci una bevuta insieme quando ci vediamo. Ah, e poi c’è che mi galvanizzo tutta per le sfide e il mettermi in gioco e avere “l’ansietta adrenalinica” del buttarmi a fare cose a casaccio, e questa roba lo è senza dubbio.
17 gennaio 2019

Varesenews

Duecento lettori per pubblicare un libro, è la sfida di Valeria

La scrittrice e cantante Valeria “Disagio” Brignani ha lanciato una campagna su bookabook per pubblicare il suo nuovo libro, chiedendo "aiuto dal basso"

Cento giorni per trovare duecento lettori che decidono di investire nel tuo romanzo. Questa è la sfida della campagna di crowdpublishing lanciata da Valeria “Disagio” Brignani.

La scrittrice e cantante varesina ha deciso di affidarsi a bookabook per pubblicare il suo ultimo lavoro dal titolo Brucia la vecchia: «E’ nel 2009 che ho scritto la parola “fine” alla prima versione del romanzo. Da allora ho avuto a che fare con numerosi editori, agenti e neo-mecenati che mi hanno proposto di tagliare di qua, modificare di là, riscrivere e rielaborare per rendere la mia storia più pubblicabile, vendibile o attrattiva. La cosa però non è mai andata a buon fine».

Valeria ha quindi deciso di chiedere aiuto “dal basso”: «Credo in questo romanzo e nel mio lavoro e quindi ho deciso di usare una piattaforma di crowdpublishing per sperimentare quella che da molti viene considerata una legittimazione dal basso, anche se io preferisco parlare di orizzontalità. Appartengo alla scena punk in cui il D.I.Y. (do it yourself o autoproduzione) è consuetudine. È normale produrre dischi, fanzine e persino film cercando co-produttori tra musicisti e appassionati di musica o amici e “anime affini” che scelgono di investire piccole cifre per sostenere e supportare un progetto. Al momento siamo a poco più di un terzo della strada: entro metà aprile dovrò trovare almeno 130 lettori, affinché il romanzo raggiunga le librerie».
In sostanza, i futuri lettori possono preordinare il libro contribuendo così alla campagna di Valeria e permettere la pubblicazione e distribuzione del libro. Una pratica, quella del finanziamento collettivo, molto diffusa nel mondo della musica (basta pensare a Musicraiser ad esempio) e che sta prendendo spazio anche nel mondo dei libri.

Il libro Brucia la vecchia è ambientato a Colle Torto, un piccolo paese di montagna dove vive Nilde, un ragazzina orfana che avrà molti misteri da scoprire. Valeria “Disagio” Brignani ha scritto diversi libri, il suo esordi letterario risale a dieci anni fa con “Casseur: la lotta, l’ebbrezza e la Città Giardino” (2005). E’ nota anche per il libro “Discount or die”, edito dalla Nottetempo di Ginevra Bompiani e a febbraio uscirà un altro suo romanzo per Agenzia X.

di Redazione
redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 gennaio 2019
04 gennaio 2019

Aggiornamento

"Nilde guarda Elsa che cammina al suo fianco, è goffa e impacciata, non è abituata a dividere la strada con qualcuno, fa fatica ad adeguarsi alla velocità degli altri e questa cosa le accomuna. Per ragioni diverse, entrambe preferiscono camminare da sole.
Lei aveva una propria velocità, fatta di fiato e gambe, che era diversa da quella di Elsa e camminare con lei significava adeguarsi. Nilde pensava che non puoi mai conoscere te stessa se non nel confronto con gli altri."

Ogni bestiola ha la sua impronta e il suo passo. In questo cammino che stiamo facendo insieme sono felicissima e contenta di dire che...

ABBIAMO RAGGIUNTO IL PRIMO PASSO DELLA CAMPAGNA DI #CROWDPUBLISHING

Significa che il libro verrà editato e stampato in tiratura limitata - per ora - e distribuito SOLO a voi che lo avete pre-ordinato.

Puntiamo al prossimo passo. Abbiamo ancora 83 giorni per far arrivare BRUCIA LA VECCHIA nelle librerie. Diffondete il verbo. Bullatevi con gli amici di essere tra i primi pionieri di questa avventura! :-)
E tante care cose. Grazie ancora per aver creduto in questa storia e nel mio lavoro.
20 dicembre 2018

Aggiornamento

Perché una campagna di crowdpublishing?

Tra tutte le cose assurde e controproducenti e potenzialmente dannose che ho fatto nella mia vita, mi è capitato di scrivere alcuni romanzi. Alcuni sono stati pubblicati e altri no. Questo, per esempio, rientra nella seconda categoria e ho deciso di provare a farlo attraverso Bookabook, una piattaforma di crowdpublishing. Ché significa che non sarà un editore a scegliere se questo romanzo merita o no di finire nelle librerie, ma voi, i vostri amichetti, i vostri parenti lontani e persino le bestiole che avete in casa se sono in grado di effettuare un pre-ordine online.
In ogni caso – adesso divento seria - la storia è la seguente…

LA STORIA NEL LIBRO
Nilde (la protagonista) vive coi nonni a Colle Torto, un piccolo paese di montagna con le strade strette, tortuose e ghiacciate sei mesi l'anno. Orfana, vegetariana e solitaria, indossa il lutto per la morte prematura e violenta della madre, di cui non custodisce alcun ricordo all'infuori di una pigna di libri consumati, qualche disco e le bugie di nonna Adele e nonno Evaristo. «Mio padre non so chi sia. Credo sia un pezzo di cane che ci ha abbandonate» racconta. Eppure sarà una lettera di quel padre sconosciuto a svelare una menzogna lunga quindici anni e a catapultare la giovane Nilde indietro nel tempo, a quell'inverno in cui Lisa morì per mano dell'uomo che amava. Da qui inizia un viaggio fatto di verità nascoste, vite interrotte, sensi di colpa attraverso gli occhi spietati di una sedicenne a cui tocca il compito di giudicare, condannare e liberare dai peccati quegli adulti responsabili (direttamente o indirettamente) della morte di Lisa Malatesta. Sua madre.

LA STORIA DEL LIBRO
È nel 2009 che ho scritto la parola “fine” alla prima versione del romanzo. Da allora ho avuto a che fare con numerosi editori, agenti e neo-mecenati che mi hanno proposto di tagliare di qua, modificare di là, riscrivere e rielaborare per rendere la mia storia più pubblicabile, vendibile e attrattiva. La cosa però non è mai andata a buon fine. Perché insisto? Perché credo in questa storia e nel mio lavoro.
Ho deciso di usare una piattaforma di crowdpublishing per sperimentare quella che da molti viene considerata una legittimazione dal basso, anche se io preferisco parlare di orizzontalità. No, non è editoria a pagamento, che mi fa abbastanza ribrezzo. E non mi sto manco pubblicando il libro da sola implorandoti di prendere una copia per rientrare nelle spese. Prendila come una sfida! Le regole sono semplici. Ho 100 giorni per raccogliere 250 pre-order del mio romanzo. Se otterremo insieme questo risultato Brucia la vecchia verrà pubblicato. Altrimenti verrete rimborsati e tanti saluti, pacche sulle spalle e facciamoci una bevuta insieme quando ci vediamo. Ah, e poi c’è che mi galvanizzo tutta per le sfide e il mettermi in gioco e avere l’ansietta adrenalinica del buttarmi a fare cose.

Commenti

  1. Valeria Disagio

    (proprietario verificato)

    DA UN’AMICA LONTANA MILLEMILA KM
    [post originale https://tinyurl.com/y2r6hc98%5D

    Tanti anni fa vivevo in una piccola piovosa sonnolente città del Nord Italia. Lì ho conosciuto una ragazza alta, magra, e riccia, con le braccia tatuate e gli occhi immancabilmente ornati da un rigo di eyeliner. Frequentarla ha risvegliato in me una forte consapevolezza in questioni personali, sociali, e politiche. Poi la vita mi ha portato a tantissimi kilometri da quella cittadina e i nostri rapporti si sono allentati. Valeria (@valeria_disagio) ha fatto mille lavori ma è sempre e comunque un’autrice. Ha scritto, tra le altre cose, di città giardino, di punk, di prodotti del discount, di David Foster Wallace e di gattini. Oggi sta cercando di pubblicare un libro senza adeguarsi alle logiche di mercato delle grandi case editrici. È un libro sofferto, che è passato attraverso diverse forme e stesure, alcune delle quali ho potuto seguire da vicino. È il romanzo di un femminicidio, ma è anche la storia di un gruppo di amici, è la storia dei boschi vicino alle metropoli, è la storia di umane debolezze e delle loro conseguenze.
    “Brucia la vecchia” è in crowd funding su bookabook. Io ho prenotato la mia copia, non perché è il romanzo di una mia amica, ma perché so quanto mi piacerà leggerlo.
    E se vi ho convinto, potete prenotare anche voi la vostra copia al link nella mia bio.

    #letteratura #bibliophile #romanzo #crowdfund #crowdfunding #autrice #scrittrici #scrittriciitaliane #blogger #punk #brucialavecchia #adolescenti #libri #librichepassione #leggere #nuovolibro #booklovers #varesetheplacetobe #varesecittagiardino #supportart #arte #lettere #prosa #boschi

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Valeria Disagio
VALERIA BRIGNANI, in arte Valeria Disagio, nasce a Varese nel 1982. Ha
esordito giovanissima con il romanzo Casseur: la lotta, l’ebbrezza e la Città
Giardino (2005). Ha pubblicato poi Discount or die (2015, Nottetempo),
nato dall’omonimo blog, e I mortificatori (2019, Agenzia X). Ha curato fanzine, cantato nei Kalashnikov Collective, scritto phamplet e poesie. Oggi
canta negli Strida e si occupa di comunicazione per un Garden Centre sul
lago di Varese.
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