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Bruntland - la scelta degli uomini

Bruntland - la scelta degli uomini
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Consegna prevista Agosto 2022
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Nelle terre del Bruntland, governate da signori dispotici e dai sacerdoti degli Dei Luminosi, quattro storie si intrecciano e si condizionano inconsapevolmente.
Drina è una prigioniera e vive tra le torture dei carcerieri e il mondo dei demoni che la terrorizza ogni volta che chiude gli occhi. Un giorno il misterioso Lord Edderkron la salva dall’orrore.
Jadranka è una guerriera nomade che ha perso le sue terre nella guerra contro i sanguinari elfi. Desidera una vita pacifica ma i suoi antichi nemici sembrano intenzionati a invadere anche il regno che le sta dando asilo.
Piro è un giullare muto, reietto tra i reietti. Non ha mai avuto affetti, ma l’incontro con una bambina fatata è destinato a stravolgergli la vita.
I gemelli Ervin e Maak sono braccati dai Segugi del dio Iskar. La fuga li porterà a scoprire le proprie origini, minando ogni loro certezza.
Non sono eroi ma semplici esseri umani che lottano contro Demoni e Dei per rivendicare la propria libertà di scegliere.

Perché ho scritto questo libro?

Se la sintesi fosse il mio forte, per parlare di ciò che mi spaventa basterebbe qualche post sui social. Invece ho sentito il bisogno di dar vita a dei personaggi, creare un mondo ostile in cui farli muovere e lasciare che fossero loro a dettare la storia. Ho scritto un romanzo perché non sapevo come altro dire che ho paura per il futuro dei miei figli. Ma che non mi farò schiacciare da questa paura: non combatto da sola, assieme a me ci sono molte altre persone meravigliose. Ci siete voi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1
DRINA

Adua, 13 Morente Estate 927

Nei suoi incubi c’erano i demoni. Li sognava ogni volta che chiudeva gli occhi e, sempre, quando li riapriva, le immagini che l’avevano tormentata si paravano tra lei e la realtà, come un velo oltre cui guardare il mondo. Ma questo per lei era solo una stanza piccola e quadrata, una scatola chiusa, completamente rivestita di un’imbottitura nera, poiché in un momento che non riusciva nemmeno a ricordare aveva cercato di fuggire da quel mondo isolato e affollato sbattendo la testa al muro, ripetutamente. Una stanza senza finestre, con un pagliericcio floscio a terra e una vecchia e lurida coperta. Una stanza che pareva una tomba e che, con un po’ di fortuna, lo sarebbe diventata.

Poche volte la facevano uscire dalla stanza imbottita e quelle volte si sentiva piena di speranza, nonostante le catene e la benda che le copriva gli occhi. La facevano camminare lungo un corridoio gremito di grida e disperazione, col pavimento duro e asciutto e l’aria fredda fino ad arrivare a una serie di porte che si aprivano e si chiudevano al suo passaggio. Infine, la facevano sedere su una vecchia sedia traballante. Proprio allora iniziava la parte che avrebbe potuto garantirle la libertà. Venivano un uomo e una donna e le toglievano la benda e le catene. Per un attimo poteva guardarsi attorno: le pareti intonacate, la porta bianca chiusa alle sue spalle, il tavolo in legno tarlato davanti a sé. L’uomo, poggiandole il bastone sulla nuca, le faceva chinare la testa.

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«Quando venne l’Angelo, tutti esultarono» La voce della donna era limpida e solenne «credendolo un inviato degli Dei Luminosi. Gli portarono doni e gli offrirono le proprie figlie affinché le rendesse feconde. Dall’unione dell’Angelo con le figlie degli uomini nacquero i doppi, bambini identici tra loro generati dallo stesso grembo. L’Angelo guardava e sorrideva. Allora tutti esultarono e sacrificarono gli animali e i frutti della terra per rendere grazie agli Dei. Ma quando i doppi crebbero, divennero più forti dei figli degli uomini e l’Angelo, che fino ad allora aveva guardato e sorriso, li chiamò nel suo palazzo. ‘Figli miei’ disse loro ‘questo mondo vi appartiene. Io vi ho generati affinché lo comandaste, quindi prendete ciò che è vostro.’ I doppi allora mossero guerra agli uomini perché l’Angelo non era stato mandato dagli Dei Luminosi, ma era loro nemico e ne desiderava la distruzione. I Signori di tutto ciò che esiste, allora, inviarono i propri campioni che combatterono contro i doppi per dieci anni. I doppi furono vinti e sacrificati agli Dei.»

A quel punto della lettura la donna era solita fare una pausa e posare il libro che teneva in mano.

«Vedi cara, qualcuno è sfuggito al castigo e per questo sei nata tu. Gli Dei perdoneranno il tuo abominio, se ci dirai dov’è il tuo doppio.»

CAPITOLO 2
JADRANKA

Rocca Pietragrigia, 8 Primo Autunno 927

Jadranka smontò da cavallo, furiosa, poco prima che il resto della squadra oltrepassasse il grande portone del castello di Rocca Pietragrigia facendo il proprio ingresso nel cortile.

Da lontano la caposquadra le gridò qualcosa, ma la sua voce tagliente fu smorzata dalla distanza e dallo scalpiccio degli zoccoli. Era una fredda giornata di inizio autunno e il massiccio animale emetteva grosse nuvole di vapore dalle froge dilatate.  Jadranka lasciò Mazza Ferrata in mezzo al piazzale, come usavano fare i nomadi, e, allontanandosi a grandi passi, cercò di evitare il Generale, un uomo sulla cinquantina dai folti baffi grigi che comandava la tribù di cui facevano parte lei e i suoi compagni. Terendra, ancora a cavallo, la raggiunse in un attimo e le si parò davanti, bloccandole la strada. Jadranka la guardò con sdegno.

«Non azzardarti mai più a disubbidire a un mio preciso ordine, Jadranka!» Ringhiò la caposquadra.

«Hai rischiato di ammazzarci tutti!» L’accusò di rimando la sorella. «Ci hai mandati allo sbaraglio in una tomba infestata e ne siamo usciti per miracolo! E per cosa?»

«Tu devi fare quello che dico io, ricordati che non hai tu il comando!»

«Ma ti senti? Sono morti due dei nostri e altri due si reggono a malapena in sella. Non ci hai preparati, ci hai mandati al macello e pretendi di non essere messa in discussione!»

«Non da te, sorella, e comunque non in questo modo!»

«Tu dovresti essere rimossa dal comando, non sei capace di guidarci!»

Terendra fece impennare il cavallo, costringendo Jadranka a indietreggiare. Tutti osservavano costernati il litigio, più violento del solito. Jadranka scartò di lato e, non appena vide il cavallo posare le zampe sul selciato, spiccò un balzo e afferrò la sorella per il pettorale di cuoio, trascinandola a terra. Udì la folla radunarsi e rumoreggiare eccitata.

La caposquadra si rialzò, Jadranka si passò una mano sui capelli biondi legati sulla sommità del capo in trecce che le conferivano l’aria feroce che tanto amava. Sapeva di non avere nulla da temere da quello scontro: lei sovrastava la maggior parte dei presenti di una testa buona e aveva il fisico muscoloso e tornito di chi è abituato a sopportare grandi sforzi. Sua sorella era la seconda guerriera del clan: sebbene fosse la maggiore tra le due era più bassa e sottile di lei, nonché meno abile nel combattimento corpo a corpo.

«Chiedimi subito scusa!» Intimò Terendra, tremando dalla rabbia. Per tutta risposta, Jadranka la guardò fissa e sfiorò con una carezza l’ascia a due lame appesa alla cintura. Infine fischiò e in pochi istanti la sua giumenta le fu accanto, così Jadranka afferrò l’arma che era rimasta agganciata alla sella. Era un bastone liscio e lungo, con rinforzi in ferro alle estremità e posti a intervalli regolari su tutta la lunghezza. Non aveva decorazioni né cesellature, ma stupiva comunque per la sua semplice perfezione. Gli uomini lo chiamavano Misericordia.

Terendra si tolse il mantello di pelle d’orso e lo gettò sulla groppa del suo cavallo, poi sguainò la spada lucente e si preparò a resistere all’assalto. La folla attorno a loro ammutolì, trattenendo il respiro.

CAPITOLO 3
IL GIULLARE MUTO

Gravstadt

Aveva provato la miseria quand’era bambino, gracile e solo. All’epoca la sua unica fortuna era il fisico giovane e flessuoso, che gli permetteva di racimolare qualche moneta facendo divertire i passanti con i suoi numeri di acrobazia e contorsionismo. Non sempre però la piazza del mercato di Gravstadt era generosa e capitava spesso che il denaro delle mance non bastasse nemmeno per mangiare. All’epoca non aveva né una casa né una famiglia e farsi accettare nelle bande di strada in cui si erano organizzati gli altri ragazzini era impossibile a causa del suo mutismo. Non era d’aiuto nemmeno la sua pelle scura, più scura di quanto non fosse quella della gente del luogo, scura come quella di alcune prostitute e di pochi viaggiatori che se ne andavano non appena capivano che per loro lì non c’era posto. Così, per sopravvivere, giorno dopo giorno, aveva spinto il suo corpo a raggiungere livelli di elasticità sempre maggiori, imparando a ignorare la fame, il freddo e le percosse ricevute dagli altri mendicanti, dai piccoli commercianti e dalle comari: nessuno voleva avere attorno l’ennesimo piccolo pezzente dagli occhi incavati. Aveva imparato a vivere nascosto negli angoli bui e maleodoranti per uscirne solo quand’era il momento di esibirsi e poi tornarci subito dopo, strisciando per non dare nell’occhio.

Da quei tempi erano passati molti anni e dalle piazze era giunto sino alla grande sala dei banchetti del Barone Lamorak Bloyne. Quello spaventoso senso di precarietà, però, non lo abbandonava: sapeva che bastava poco per cadere nuovamente nel baratro della disgrazia. La famiglia Bloyne governava con alterigia sulle floride terre del Beskysted, con la convinzione di meritare la posizione grazie alla discendenza dagli antichi eroi che avevano combattuto nella Guerra del falso Dio. Il tempo era passato, il sangue si era diluito e con quello anche le virtù che avevano reso la famiglia Bloyne uno dei casati più nobili e potenti del Bruntland. Ora i portatori di quel glorioso nome esigevano cieca obbedienza e, quando non riuscivano a ottenerla col denaro, utilizzavano metodi meno eleganti ma incredibilmente efficaci. Per entrare nelle loro grazie era sufficiente un solo istante fortunato, mentre per rimanerci era necessario un grande sforzo che a poco a poco logorava chiunque.

CAPITOLO 4
IL VIAGGIO

Vestgrensen centrale, 16 Primo Autunno 927

La falce luminosa della luna crescente splendeva nel cielo come il filo di una lama incantata, incurante della canzone che si levava dal sottobosco brumoso.

Non dirlo, amico,

non dire che ti manca,

è andata al camposanto

non la vedrai mai più!

Le rose le hai portato

Per dir che la perdoni

Per dir che era tua

Non ti voleva più!

Non dirlo, amico,

non dire che l’amavi,

è andata al camposanto

ce l’hai mandata tu!

La vanga ho portato

Ti scavo questa fossa

Umida e accogliente

Così ci dormi tu!

Non piangere, amico,

ma questa è colpa tua,

ero io il suo amore

e adesso muori tu!

La pala affondava nella terra fradicia al ritmo allegro del motivetto. Ervin ansimava e sbuffava interrompendo il proprio canto tra un verso e l’atro. Infine si fermò e fissò Maak, che lo osservava divertito. Ervin cercò di asciugarsi la fronte con la manica, accorgendosi poi di essersi impiastricciato di melma. Nel tentativo di toglierla, si strofinò con il bordo della giubba, ma l’unico effetto che ottenne fu quello di spalmarsi lo sporco più o meno ovunque sul viso. Maak trattenne appena una risata.

«Sia maledetto quel piromane di Iskar! Ma perché scavo solo io?» Chiese al fratello.

«Devo controllare il nostro amico.» Rispose Maak beffardo.

«Sei il solito pigro. Allora canta tu, adesso. Sono stufo di cantare io!»

«Perché?»

«Faccio tutto io, qui! Faccio sempre tutto io…»

Maak ridacchiò e si sistemò sulla grossa radice di un albero secolare che affiorava dal terreno.

«Quale vuoi?»

«Quella della vecchia che mostra le cosce.»

«Quale?»

Ervin sospirò ma tentò di celare il fastidio con un tono indifferente.

«Quella che fa… “la lavandaia al fiume lavava/ e sbatti e risciacqua/ nel fiume cadeva e le cosce mostrava”»

«Non fa così. Sei il solito cretino, non ricordi mai le parole!»

Maak si rimise a sedere e si schiarì la gola. Al contrario di quella di Ervin, roca e ineducata, la sua voce era melodiosa e riscuoteva sempre un certo successo. Cosciente della propria dote, centellinava le esibizioni in modo da apparire ancora più prezioso. Si portò i capelli bianchi e corposi dietro le orecchie con un gesto abitudinario e sorridendo compiaciuto iniziò a intonare:

«Nel caldo d’estate

Le giovani sudavano

Le vesti si toglievano

E nel fiume s’immergevano

La lavandaia al fiume lavava

Le giovani guardava

E vecchia e inacidita

Così le apostrofava:

‘Sciocche sgualdrine,

mettete in mostra troppo,

il re giudicherà

e nessuno vi vorrà!’

E mentre urlava

Nessuno l’ascoltava

E sbatti e risciacqua

La vecchia scivolava

E mentre distesa

Nell’acqua se ne stava

Il re di là passava

E le cosce le guardava.

E nuota e nuota

Un pesce guizzava

Sfiorandole le cosce

E la vecchia già sognava!»

A metà della canzone Ervin si era unito canticchiando sommessamente e ridendo tra sé e sé. Alla fine, si trovarono entrambi a ridacchiare come bambini intenti a compiere qualche azione proibita.

Quando giudicarono la fossa sufficientemente profonda, Maak si alzò dal suo comodo sedile e aiutò il fratello a posizionarvi il cadavere sul fondo. Lo guardarono perplessi per qualche istante:

«Gli tagliamo la testa?» Chiese Ervin, come al solito.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Irene F. M. Estori
Sono nata a Trieste nel marzo del 1985 in una notte di neve e Bora. Forse è per questo che mi sento in costante lotta con il mondo. Dopo il liceo mi sono laureata in Economia e Commercio e da subito ho iniziato la pratica come commercialista. Mi sono sposata, ho avuto tre figli e ho avviato il mio studio professionale.
Da quando sono bambina mi nutro di fantasy e scrivo, invento, interpreto storie. Ho coltivato questo grande amore con il gioco di ruolo, creando personaggi che mi porto dentro da giocatrice e ideando avventure come master.
Tutto questo mantenendo gli occhi ben puntati sul presente, sulle storture della nostra società e sul potere che hanno le persone di cambiare il mondo. Sta a noi scegliere se in bene o in male. "Bruntland – la scelta degli uomini" è il mio primo romanzo, ma sicuramente non l'ultimo.
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