Accedi
Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
58% Completato
84 Copie all´obiettivoi
Al raggiungimento dell’obiettivo il libro verrà pubblicato
91 Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Maggio 2020
Bozze disponibilii
Se pre-ordini il libro, potrai cominciare a leggere subito le bozze del manoscritto

Dalla terra del sole ormai grigio un gruppo di automi parte verso un luogo dove il sole svegli le loro coscienze.
Gli è promessa la nascita di una creatura che determinerà una città fantastica dove tutto è possibile.
Lyrae è l’istitutrice del tempo racchiuso in un occhio di drago e ha il compito di fare della landa del divenire incerto una città felice, affidata dal sole ai suoi abitanti. Questi ultimi svolgono dei compiti: gli equilibristi reggono l’equilibrio camminando su un filo, gli agricoltori curano la terra garantendone l’armonia, l’architetto crea feritoie per il passaggio dell’acqua, infine i mimi sono conoscitori di se stessi e dello spirito d’ogni cosa.
La landa diventa una città chiamata Bucolica attraverso il percorso di crescita della protagonista, Lyrae, che attende il suo destino dopo essersi interrogata con il profeta, detentore della conoscenza risvegliata. Finché un giorno cresce un fungo…

Perché ho scritto questo libro?

Bucolica nasce nel 2013, tra appunti confusi e sconnessi che nel 2017 diventano storia scritta, senza interruzione, in un flusso continuo davanti a un pc, dal quale non mi stacco per giorni. Bucolica è il luogo dove si scontrano e si incontrano il mio mondo interiore e il mio mondo esteriore, per mezzo di una storia puramente simbolica. Ho scritto questo libro per dare vita alla mia immaginazione e mettere nero su bianco le mie visioni, per realizzare il mio sogno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Nella cruna dell'ago, impugnato da abile mano, un filo sottile tesse la trama di questa storia. La sarta cuce i suoi personaggi che, appena completi, emettono il loro primo respiro. Ciascuno di loro ha un filo più lungo che s'intreccia a quello degli altri e la storia di uno è la storia d'ognuno, fra loro sono tutt'uno, ma la fine trama rende invisibile il legame d'ogni cuore, nessuno dall'altro è inscindibile seppure al contempo ne sembri separato, condividono insieme la storia che segue. Un mandala fa da sfondo alla storia e muta con gli eventi.

Quando la sarta, sospesa al di fuori del tempo, ultima i personaggi, una voce dentro loro parla ad ognuno dicendo:

“Ti metterai in cammino al primo sole e seguirai la luce fino al tramonto, da quel momento il posto dal quale parti sarà cancellato dal perenne inverno, il nulla sopraggiungerà a divorarne ciò che ne resta.”

Continua a leggere

Nella stagione del perenne inverno, i figli della terra del sole ormai grigio creati dalla sarta, riuniti, si mossero insieme verso la landa del divenire incerto.

Il luogo di partenza, che preesisteva a loro stessi, era dominato dal cielo scuro, sempre più scuro, la luce del vecchio sole che scalda d’un tempo era un lontano ricordo per quella terra e mai conosciuta quella luce a questi nuovi e ultimi figli; giorno e notte si distinguevano a stento, se non fosse che all’alba, il sole, all’orizzonte, scagliava, tra fitte nuvole basse, qualche raggio più forte, ma fievole, mai davvero un raggio attraversava con tutta la sua luce la coltre spessa di nuvole, solo un pallido riflesso, nella linea tra cielo e terra, riusciva di rado ad intravedersi.

I figli della terra del sole grigio, gli ultimi di una stirpe millenaria, persi nel vuoto i loro occhi, sembravano automi, privi di anima, come se qualcosa dovesse innescare in loro l’inizio di se stessi, della loro coscienza, seppure come corpi esistevano, occupavano lo spazio. Una voce dettava loro quel che dovevano fare. Abbandonare la terra dei loro vecchi, per la quale speranza non c’era ad una primavera, e, congelate le loro coscienze mai accese dal fuoco del sole, partire.

Camminarono a lungo, giorni, mesi, forse anni o decenni, seguendo la luce del giorno che ancora non giungeva al tramonto, ma non videro nulla di quanto gli era intorno, d’altronde i loro occhi non ne erano capaci, seguivano solo la luce e così senza fermarsi mai. Non furono mai colti da stanchezza durante il percorso, né assaliti da sete o da fame, nelle intemperie non frenarono il passo, dritti verso la luce.

Dopo lunga peregrinazione, il cielo cominciava a scurire, il sole cercava un giaciglio e pian piano, calante, cambiava colore.

E fu quello il tramonto nella landa del divenire.

Si fermarono. Giunsero a un luogo di desolazione, una landa deserta, di piccoli arbusti, dove la vita si mostrava tutt’altro che ospitale.

La notte non seguì il tramonto, il cielo si fece poco più scuro, mandando solo l’ombra che al sole impedì di dormire e presto risorse; giunse dunque la prima alba e insieme con lei, dal più recondito mondo, arrivò la piccola creatura che era stata promessa come nascita della città.

Spuntò fuori da due umani che in quel punto si legarono, stretti l’uno all’altro e si trasformarono in un albero, un’ancora piccola quercia.

La minuta creatura, di fattezze umane, sembrava quasi eterea, il viso bianco, pallido, segnato da puntini rossastri, lentiggini, sparsi sulle guance un po’ rosse e tonde, capelli rossicci ondulati le scendevano fino al collo contornandole i lineamenti del volto, dal corpo esile, come fragile, legata anch’essa a un filo che convergeva a un'unica trama. A sua immagine e somiglianza la città, che ancora non era, sarebbe divenuta, crescendo con il suo ritmo e prendendone i tratti; da lei sarebbero dipesi gli abitanti, ancora automi senza carattere, lei avrebbe determinato il loro destino.

Non appena lei aprì gli occhi già profondi, i sassi divennero girandole che, anche in assenza di vento, cominciarono a ruotare liberando un arcobaleno intorno alla landa, i girasoli si aprirono a un sole mai mutevole, fiori crebbero sui prati e piccoli arbusti gradualmente si trasformarono in alti alberi che cominciarono a fruttare, specchi come laghi riflettevano la luce in ogni dove, il luogo rimandava la sua immagine dentro se stesso sopra e sotto la superficie, in specchi che stavano sospesi tutt'intorno. La città che sarebbe stata respirava, tra un’espirazione e un’ispirazione si allargava ed emanava ossigeno, poi si restringeva e gli alberi ingoiavano anidride carbonica; dall’acqua del grande lago, si generavano sfere di vetro con dentro sfere di vetro con dentro sfere di vetro con dentro sfere di vetro, che riflettevano l'immagine degli abitanti ancora senza nome e si depositavano intorno alle rive di quell’ampiezza liquida; al profeta, detentore dell’antica conoscenza risvegliata, il compito di raccogliere le sfere, scinderle le une dalle altre e donare ad ogni suo possessore quella che gli apparteneva; da qualche parte un occhio di drago mai esistito aspettava che la piccola creatura, neonata, custode d'ogni cosa, lo cogliesse per conservarlo per il tempo in cui sarebbe servito ricordare la storia che lui, dentro sé, avrebbe custodito e il futuro possibile che sarebbe potuto accadere.

Una scala a chiocciola intorno a un albero dava accesso a un labirinto di vetro e specchi, opera della piccola creatura, fatto di percorsi in cui lei seminava parti di sé, da andare a raccogliere o custodire, dentro il cuore della struttura, dove, in un quadrato, quattro porte stavano poste ognuna su una parete.

Quelle piccole e grandi figure animate, gli abitanti, di colori diversi e diversa natura, guardavano il mutare del luogo senza alcun sentimento o pulsione.

Apparentemente nessuna coscienza era in loro, eppure il seguire la luce per timore del buio rendeva quel vuoto parziale. Forse tenevano dentro quel flebile raggio di sole che dal grigiore di un mondo scordato li aveva portati sin là e magari, pian piano, prendendo vigore, avrebbe dato loro la forza per costruire la nuova città.

Ciò che tutt’intorno era nato non aveva provocato clamori, né stridore di terra o di denti, il silenzio non ammetteva rumore.

Il respiro di lei era il ritmo del respiro della natura e di ognuno, all'unisono espiravano e inspiravano e l’erba cresceva, gli alberi s'innalzavano, la luce si propagava, emanandosi, disperdendosi e rinascendo, senza che mai fosse oscurità. Tutto seguiva questo ritmo: a ogni espirazione la natura cresceva un po’ di più, la luce si diffondeva un po’ di più, a ogni ispirazione la natura fermava quel suo movimento proteso alla prosperità e la luce si disperdeva impercettibilmente in esigue quantità spostandosi un po’ più oltre, allungando i confini di quella terra, affinché ci fosse lo spazio necessario per tutti e per tutto.

Era un coro, intonato dalla piccina creatura, al ritmo della natura e di ognuno di loro, ma oltre a quel coro c’era forse dell’altro da fare? E il sole perché continuava a tacere? Forse adesso occorreva parlare fra loro.

Salita su un albero, la piccina dall’alto si mise a osservare i colori e dalla loro bellezza cercò le parole, ma dalla bocca vennero fuori soltanto dei suoni, dei versi sgraziati in un sillabare confuso, cui anche gli altri facevano coro.

Il silenzio era rotto, in disarmonia, infastidito scappava, allontanato da tanto clangore dove niente si era capito di ciò che volessero dire.

La piccina scese dall’albero, occorreva fermare il frastuono. Battendo le mani mise a tacere ogni bocca.

Vicini l’un l’altro composero un gruppo, ognuno pareva aspettare risposte a domande che a lei aveva posto e che lei non aveva compreso.

D’improvviso successe qualcosa. Alcuni uscendo dal gruppo, si mossero fino al confine, fissando lo sguardo sulle girandole e imitando quel loro girare, lo stesso fecero con alberi e fiori, col lago e col prato, prendendo le fisionomie di ciò che stava intorno. 

Era questo un fenomeno nuovo che straniva la piccina creatura, mentre il gruppo restava a guardare, senza mostrare stupore.

Più alto e robusto degli altri, solo uno, apparentemente diverso, spiccava fra loro. Mani grandi, sul viso dei solchi e occhi immensi per vedere lontano.

Lunghi capelli colorati di grigio, di bianco e di nero, così come la barba assai lunga che contornava le labbra dalle quali, per ora, emetteva soltanto respiri e che, nella gazzarra di prima, non aveva accennato ad alcun tentativo di sillaba o suono.

La piccina creatura alzò lo sguardo verso gli occhi della grande figura che, osservata, si mosse dal gruppo e andandole incontro le tese la mano. 

Lei la prese e si avviarono insieme verso le strane figure che nel campo avevano preso ad atteggiarsi come i girasoli, restando figure con facce di fiori.

“Buongiorno” disse la grande figura e “buongiorno” risposero loro.

Rimase allibita e, nello stupore, cominciò a farfugliare l’infinità di domande che aveva da fare: lui chi fosse e chi fossero loro, era quella landa o pianura, sarebbe mai stata città e la città che cos’era, se anche gli altri avrebbero avuto parola o se già l’avessero non sapendola usare, adesso perché pur mostrandosi il sole taceva?”Infine, rivolta a ogni cosa e a ogni abitante, semplicemente disse  loro “Buongiorno”.

Una luce le accese lo sguardo, da dentro un toc-toc le cambiava il respiro e all’unisono, espirando e inspirando, nell’aria espandevano ognuno la propria emozione. 

Le domande di lei ebbero in parte risposta, per alcune occorreva aspettare e le risposte, forse, sarebbero poi venute da sole. 

La grande figura era un uomo, del gruppo il più anziano, dentro teneva sommersi i ricordi dimenticati che all’occorrenza sarebbero riemersi.

Di ogni parola conosceva le lingue del mondo ormai grigio e, se questo era un dono, con gli altri si doveva spartire. Tutti avrebbero imparato a parlare.

Le strane figure che nell’atteggiarsi s’ispiravano a ciò che li circondava, erano uomini anch’essi e avevano già la parola, ma preferivano stare in silenzio, guardandosi intorno e mimare.

Da quel gruppo di automi venivano fuori altre figure che, prendendo un proprio nome, seguivano le proprie inclinazioni.

Su fili sospesi gli equilibristi garantivano l'ordine della non ancora città e le sue linee, sostenendone il senso, al contempo clessidre scendevano dai fili fin quasi a terra e i pendoli degli orologi battevano un tempo che non esisteva; quando le clessidre si svuotavano, il luogo, insieme con queste, si ribaltava, mantenendo il suo naturale stato delle cose.

Gli illusionisti creavano bolle di sapone dentro le quali i bambini si sospendevano nell’aria, volando e roteando, guardando dall’alto se stessi sugli specchi.

Uno spettacolo di bolle di sapone che mulinavano nell’aria dava vita a milioni di piccoli arcobaleni che si univano, si attraversavano, tra colori e luce; tutt’intorno si respirava la vita nella sua meraviglia, di cui tutti si stupivano.

Prima d'andare a dormire, il sonno non attendeva il buio che mai sarebbe arrivato, i ragni tra i rami tessevano giacigli soffici sui quali stendersi e al risveglio grandi farfalle si aggrappavano con le loro zampette ai vestiti di ognuno prendendoli per portarli giù dai rami, finché tutti conobbero gli alberi tanto bene da riuscire a scendere da soli; le grandi farfalle ebbero allora il compito di aiutare solo i bambini.

Gli artigiani costruivano arnesi utili, che ognuno usava per facilitarsi il lavoro.

Su ragnatele intrecciate i pittori dipingevano la natura che prendeva vita, i musicisti con strumenti inventati suonavano canti di uccelli che ancora non c’erano, i poeti componevano versi dedicati ad ogni cosa esaltandone la bellezza e le qualità.

Gli agricoltori mietevano il terreno da cui avrebbero tutti raccolto il proprio cibo, gli equilibristi si davano il cambio, gli illusionisti ricominciavano a creare bolle di sapone, l’architetto costruiva feritoie tra le pietre per il passaggio dell'acqua così che essa arrivasse ovunque e a tutti.

Poi arrivava il tocco, la clessidra svuotata che tutto ribaltava, ma alla fine del tocco niente cambiava e tutti, coi piedi per terra, continuavano il loro lavoro fra risa di bimbi contenti di roteare nell’aria nella miriade di bolle che dava vita a milioni di piccoli arcobaleni.

Il lavoro di ognuno contribuiva a quello splendore e al funzionamento d’ogni cosa; erano tutti impegnati, senza fatica e senza affanno. L’architetto con i suoi attrezzi, pietre principalmente, sembrava uno scultore della roccia quando la puntellava per creare i corsi che l’acqua avrebbe attraversato, piccole strade solo per il suo fluire, limpido, chiaro, scorrevole. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    La scrittura scorrevole e profonda, con la quale “i protagonisti” riscoprono se stessi. Un viaggio per dischiudere la capacità di amare, attraversando simbolicamente quanto vissuto. Da leggere!

Aggiungere un Commento

Germana Ferlito
Nata a Catania, classe 1988, comincia a scrivere e a partecipare a concorsi letterari già dal liceo, ottenendo un premio per la critica al concorso locale “La vergine in Versi” all'età di 18 anni. Nel 2012 partecipa al concorso Ilmioesordio indetto dal sito ilmiolibro.it in collaborazione con la Feltrinelli, La Repubblica e la scuola Holden di Torino, classificandosi nei primi 200 su 2400 partecipanti circa, e nello stesso anno ottiene una menzione speciale al concorso nazionale di poesia di Chiaramonte Gulfi (RG). Ha lavorato nel cinema per breve tempo, come segretaria di edizione, prima che la sua vita avesse una svolta. Ha dunque rimesso i suoi sogni nel cassetto, aspettando il momento e la buona occasione per poterli realizzare. Ha ripreso gli studi, iscrivendosi alla facoltà di Mediazione Interculturale.
Germana Ferlito on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie