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Buio a Grinville

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A Grinville è calato il buio. La morte improvvisa di un ragazzo nella tranquilla cittadina sul lago è destinata a cambiare radicalmente la storia. Dieci anni dopo sarà un dettaglio in una fotografia scattata durante una giornata di sole a far riportare alla mente di Susanne Lay quel tragico e irrisolto delitto: una figura maschile che solamente lei avrebbe potuto notare, un particolare che solo lei avrebbe potuto riconoscere. Le indagini porteranno Susanne e i suoi più cari amici a scontrarsi con la polizia, con i cittadini di Grinville e con una realtà che, loro malgrado, dovranno mettere in discussione.

Prefazione

1998

Il grande corvo nero dominava sulle teste degli abitanti di Grinville. Sulla piccola città si avvertiva l’elettricità di un cielo grigio, pieno di nubi cariche di pioggia. Susanne tirò su il naso, poteva quasi respirare l’odore che preannunciava uno scrollone di lì a qualche ora.

Era fuori dal piccolo supermercato con alcune amiche che ridevano e scherzavano, eccitate per quanto le aspettava quella sera. Anche lei avrebbe partecipato, tuttavia non era così di buon umore.

Aveva discusso con i genitori e sapeva di essere nel torto.

«Non potete impedirmi di andare a questa festa» aveva urlato contro di loro stringendo i pugni lungo i fianchi.

«Sì che possiamo, signorina. Ci sarà alcol, tanta musica ad alto volume e chissà cos’altro. Tu stasera non vai da nessuna parte.»

«Ma mamma, cosa dici?»

«Sue, per favore, non insistere» era intervenuto il padre, nel tentativo vano di riportare la calma.

«Sì che insisto. Ho sedici anni e ormai sono grande abbastanza per badare a me stessa.»

«Ancora con questa storia…» La madre aveva alzato gli occhi al cielo.

La discussione era presto degenerata con Susanne intenta a difendere le sue ragioni con le unghie e con i denti.

Dannazione aveva sedici anni, perché non capivano che ormai era il momento di lasciarla più libera?

Il padre aveva cercato di placare le acque e fare da mediatore, come al solito. «Susanne, noi domani andiamo a lavorare. Vai alla festa ma alle undici ti passiamo a prendere, va bene?»

«Dai papà, alle undici? Ma la festa non inizia prima di mezzanotte praticamente.»

«Ecco, vedi?» aveva detto la madre. «Le porgi una mano e vuole subito prendersi il braccio. Sei proprio testarda.»

«Tesoro, noi domani dobbiamo andare a lavorare, non possiamo venirti a prendere troppo tardi.»

«Be’ questo non è un problema.»

I genitori la guardarono confusi.

«Stanotte dormo da Margaret.»

Il litigio si era concluso con lei che usciva di casa urlando: «Vi odio!», prima di sbattersi la porta alle spalle.

Il senso di colpa che provava in quel momento era ingigantito anche dalla bugia che gli aveva detto. Margaret, la sua migliore amica, quella sera non sarebbe andata alla festa. Susanne aveva pianificato di dormire con Tom, ma non poteva di certo dirlo ai genitori.

Thomas era un ragazzo solare. Magari esteticamente non rappresentava il canone di bellezza oggettiva, ma non si poteva certo dire che fosse brutto. E poi aveva quel neo sul collo che lo rendeva unico.

Il suo modo di fare l’aveva stregata. Era diverso da molti suoi coetanei. Era maturo e soprattutto mostrava un’intelligenza che sembrava essere merce rara nella mentalità ottusa e provinciale di praticamente tutti gli abitanti di Grinville.

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Sue credeva di esserne innamorata. Con lui si sentiva libera di essere sempre se stessa, rideva a più non posso dal primo all’ultimo istante in cui stavano insieme. Tom scherzava sempre, si prendevano in giro e avevano un modo di giocare che solo loro capivano e apprezzavano appieno. Era il classico bravo ragazzo che qualsiasi genitore avrebbe voluto per la propria figlia. Ma la sua qualità migliore era che sapeva veramente capirla e prendersi cura di lei. La faceva sentire protetta e a Susanne questo bastava per essere felice.

Sì, ne era sicura. Si stava innamorando.

Kras e gli altri ragazzi maggiorenni erano usciti dal supermercato con le buste bianche piene dei materiali necessari per rendere la festa di quella sera degna di questo nome.

Parlavano spintonandosi e ridendo, facendo scommesse su chi di loro avrebbe bevuto di più. Susanne rimase ferma a fissarli un momento mentre le altre ragazze si aggregavano al gruppo. Sorrideva nel vedere Kras, il suo migliore amico, che giocava con gli altri. Si faceva voler bene da tutti.

«Sue, che fai ferma lì impalata? Vieni?» le aveva detto.

«Sì scusa, ero sovrappensiero.»

«A cosa pensavi? Anzi no, a chi stavi pensando?» le aveva domandato Kras con un sorriso.

«Dai, stupido.» Susanne gli aveva dato una pacca sul braccio e si era messa a ridere. «Mi chiedo solo perché Tom non sia qui.»

«Avrà avuto altri impegni, Sue. Non penserai mica che…»

«No, sono sicura che non stia con nessun’altra. Però mi aveva detto che sarebbe venuto.» Aveva sollevato le spalle, ma senza che quella domanda abbandonasse la sua mente.

Le luci facevano risplendere la villa nel buio nero della notte.

Susanne era arrivata per conto suo dopo aver trascorso il resto del pomeriggio da sola ad ascoltare musica in un caffè.

Ai lati dell’imponente cancello nero, due grandi teste di leone in marmo davano il benvenuto agli ospiti.

Il giardino era gremito di persone e il numero era destinato ad aumentare. Entrando, qualche ragazzo già ubriaco le fischiò, altri tentarono di approcciarla. Susanne non era di certo una ragazza che poteva passare inosservata.

Alta un metro e settantuno, capelli neri fin poco sotto le spalle e un corpo talmente seducente che sembrava creato apposta per attirare lo sguardo degli uomini.

Ma a lei tutto questo non interessava, a lei di uomo ne bastava uno e si chiamata Thomas Willing. Si guardava intorno cercandolo ma non riusciva a scorgerlo da nessuna parte.

Strano che non fosse ancora arrivato.

«Sue» sentì gridare alle sue spalle.

Si voltò e vide Kras che teneva nella mano destra una bottiglia di vodka alla pesca. «Ciao Kras, hai visto Tom?»

L’amico barcollò e scoppiò a ridere. Susanne alzò gli occhi al cielo e sorrise. «Non fa niente, Kras. Lo cerco da sola» disse ridendo.

La musica forte rendeva ancora più caotico il luogo in cui si trovava. Si guardava a destra e a sinistra, e per un momento si sentì sola e spaesata. Iniziò a mordersi il labbro inferiore, come ogni volta in cui non si sentiva a suo agio.

Il grande salone si affollava sempre di più, ragazzi accerchiati intorno a un narghilè, coppiette che si avvinghiavano sul divano come se fossero sole nella maestosa villa. Avrebbe voluto Tom in quel momento.

Gary Ferreira le si avvicinò e lei sorrise nel vederlo.

«Ciao Susanne» disse timidamente, agitando una mano.

«Ciao Gary, come stai?»

«Bene, tu come stai?» Era già diventato rosso come un pomodoro.

«Non mi lamento. A dir la verità sto cercando Tom, l’hai visto?»

Si pentì subito della domanda. Le era uscita spontaneamente, per un attimo si era dimenticata che Gary era follemente innamorato di lei.

Il volto del ragazzo si incupì. «No.»

«Scusa Gary, ho sbagliato a chiedertelo, sono una stupida» gli disse, dandogli un bacio sulla guancia per farsi perdonare.

L’espressione di lui non mutò. Il danno ormai era fatto e quel bacio non rappresentava altro che un gesto di compassione. L’ennesimo.

Sue camminava all’interno della villa, quando sentì una mano stringerle il braccio. Si voltò di scatto e il broncio si tramutò immediatamente in un’espressione felice. Abbracciò Tom e lo strinse forte a sé.

«Non sai quanto ti stavo cercando. Mi sei mancato tutto il giorno! Ma dove diavolo eri finito oggi pomeriggio?»

Quando si staccarono dall’abbraccio, lei lo vide in volto. Tom, sempre sorridente, sempre di buon umore e solare, era spaventosamente pallido.

«Cos’hai? Ti senti male?»

Riuscì appena a blaterare poche parole: «Ho scoperto una cosa orribile, abominevole».

Lei lo abbracciò ancor più forte. Voleva che lui sentisse di poterle confidare tutto, proprio come lei sapeva di poter fare con lui. «Cos’è successo?»

«Non posso parlarne.»

«Cosa significa non puoi parlarne? Nemmeno a me?»

Tom abbassò lo sguardo senza riuscire a proferire parola.

«Vieni con me» gli sussurrò all’orecchio, prendendolo per mano.

La porta chiusa a chiave ovattava i suoni provenienti dal resto della villa. Tom era seduto sul letto e Sue gli stava in piedi di fronte.

«Non voglio costringerti a parlarne, però…»

Lo sguardo spento di lui fissava il pavimento. «Non posso parlarne, voglio stare solo con te e non pensare ad altro» bisbigliò appena.

Sue sentì qualcosa pervaderle il corpo: lo amava. Non aveva più dubbi. Cercò di farlo sorridere e di distrarlo prendendolo in giro, come sapevano fare solo tra loro. «Guarda come sei vestito: una maglietta grigia con la faccia di un dobermann sopra la scritta “Attenti al cane” e dei pantaloni verdi militare a dir poco inguardabili. Ma con che personaggio mi sono messa?»

Vedergli spuntare un debole sorriso la inorgoglì. Allora anche lui aveva bisogno di lei.

Gli si avvicinò e lo baciò delicatamente sulla labbra, sfiorandole appena. Poi gli sussurrò all’orecchio: «Siamo soli, in una camera tutta per noi, nessuno può disturbarci e… abbiamo anche questa». Da dietro la schiena fece apparire una bottiglia di rum che aveva preso da un tavolo.

Lui l’avvolse tra le sue braccia e si baciarono con passione.

«Aspetta» disse lei. Lentamente si staccò e andò a cercare della musica che piacesse a tutti e due fra alcuni CD che erano nella stanza. Era così eccitata, non l’avevano ancora mai fatto e sapeva che quel momento stava finalmente per arrivare.

«Nick Cave? Ti piace?» gli chiese.

«È perfetto.»

La prima traccia partì e contemporaneamente alla musica, un pupazzetto sorridente a forma di scimmia cominciò a ballare. I due, dopo lo spavento iniziale per l’inaspettato movimento, scoppiarono in una risata fragorosa. Doveva avere dei sensori di movimento che si attivavano con la ricezione del suono.

Lei si gettò sopra di lui, vogliosa di fargli dimenticare qualsiasi cosa avesse scoperto.

Si sfilarono gli abiti a vicenda, complici in tutto e per tutto di quell’attimo che stavano aspettando da tanto, troppo tempo. Ben presto i loro corpi erano nudi, lei sopra di lui. E se il suo fisico non gli fosse piaciuto? Era la prima volta che si vedevano senza vestiti. Lui era immobile, sbagliava forse qualcosa lei? Lo stava mettendo a disagio?

Gli abiti sparpagliati per la stanza. Delle piccole luci verdi, rosse e blu danzavano sopra di loro in un particolare gioco cromatico.

Lei sentì Tom afferrarla con dolcezza, quasi avesse paura di sbagliare qualcosa, ed entrare dentro di lei. Rabbrividì per l’emozione.

La baciava sul collo, lasciando scivolare le mani lungo i fianchi. Il respiro di Susanne si fece più breve e rapido.

«Mi fai impazzire» gli sussurrò mentre si muoveva sempre più velocemente sopra di lui. I freni inibitori erano andati. Spariti. Tom iniziò ad accompagnare i suoi movimenti, sentì le braccia di lei irrigidirsi sul suo petto, il respiro sempre più tremante come le sue gambe. Sue si sentì avvampare, chiuse gli occhi e si sentì invasa da un piacere indescrivibile.

Erano rimasti accoccolati, nudi, lei con il capo poggiato sul petto di lui.

«Ti amo» le aveva detto lui sorprendendola.

Si erano fissati negli occhi e lei lo aveva baciato. «Ti amo anche io.»

Ora era vestita e si era chiusa nella cabina telefonica fuori dalla grande villa. Quelle parole le risuonavano come un’eco infinita nella mente.

Prima di uscire dalla stanza gli aveva detto un’innocua bugia: «Faccio una telefonata ai miei, glielo avevo promesso per farli stare tranquilli».

«Vai, ti aspetto qui» aveva risposto lui sorridendole.

Il telefono squillava, sapeva che era tardi ma si era accordata con Margaret che si sarebbero sentite qualora quella cosa fosse accaduta. Dopo qualche squillo l’amica rispose, aveva la voce assonnata: «Pronto?».

«Marge, sono io.»

«Sue!» L’amica sembrò subito riprendersi sentendo la sua voce. «Allora? Com’è la festa?»

«C’è tanta gente, anche se io non sono stata molto con gli altri.»

«C’è Tom?»

«Sì…» Sembrò riflettere su qualcosa. «Oggi era molto strano inizialmente.»

«In che senso?»

«Non lo so, sembrava spaventato. Era pallido, tremava e si è quasi messo a piangere.»

«O mio dio, è terribile. Cosa è successo?»

«Non lo so, Marge. Ha detto che ha scoperto una cosa orribile. Anzi, ha detto proprio abominevole. Ma che non può in alcun modo dire nulla a nessuno. Sembrava davvero sconvolto e…»

«Dannazione, Sue, mi dispiace. Quindi suppongo che tra voi due…»

«Supponi male. L’abbiamo fatto ed è stato bellissimo» l’aveva anticipata.

Il tono di Marge trasudava entusiasmo per quella notizia, come se la prima parte se la fosse già dimenticata. «Raccontami, sono tutta orecchie.»

«Non posso dirti tutto ora per telefono, però è stato perfetto e dolcissimo. Sono molto soddisfatta» disse maliziosamente.

Margaret ridacchiò complice. «Dai, sono contenta. Domani però mi devi dire tutto nei dettagli.»

«Giuro che ti…» La voce di Susanne si interruppe.

Un movimento nel buio aveva richiamato la sua attenzione.

I suoi occhi scorsero Gary Ferreira che sembrava correre via dalla villa. Pareva terrorizzato. Correva a più non posso, come se stesse fuggendo da qualcuno o qualcosa. Si fermò per riprendere fiato e guardò indietro verso la villa. Poi riprese a correre, sparendo nell’oscurità.

«Susanne? Ci sei?»

«Sì eccomi, scusa.»

«Cos’è successo?»

«Niente, ho visto Gary che… sembrava stesse scappando.»

«Gary Ferreira? Quello è tutto strano, lascialo perdere. Comunque, mi stavi dicendo?»

«Ah sì, è stato stupendo. E alla fine indovina un po’?»

«Cosa?» Si sentiva che Margaret moriva dalla curiosità.

«Ce lo siamo detti.»

Susanne rientrò nella villa. La musica la riavvolse. Gli ubriachi erano sballottati da una parte e dall’altra ed erano in condizioni decisamente peggiori di quando era uscita. Gli effetti euforici dell’alcol stavano già lasciando spazio ai successivi sentori di acidità e fastidi allo stomaco. Alcuni si facevano il bagno nella piscina, altri vomitavano in un qualsiasi angolo del giardino, divenuto ormai un letamaio.

Ma tutto questo a lei non importava. Traboccava di gioia. Sorrideva senza riuscire a smettere. Pensava solo a lui. A quanto era bello ai suoi occhi, nonostante quella buffa maglietta grigia con il ritratto del muso di un dobermann e quella ridicola scritta “Attenti al cane”.

La mamma le aveva sempre spiegato l’importanza e la magia che si nascondevano dietro l’amore e ora capiva cosa intendesse, quale effetto meravigliosamente piacevole provocassero quelle due semplici parole: ti amo.

Salì le scale e raggiunse la porta chiusa. Alle sue spalle, il mondo. Oltre la soglia, la felicità.

Quando aprì, sentì il cuore fermarsi.

Tom era sdraiato sul letto impregnato del suo sangue. Il corpo già bianco. Sue si sentì mancare le gambe. Era una bugia, uno scherzo. Avrebbe voluto che fosse così. Cacciò un urlo disperato che tuttavia nessuno riuscì a sentire.

Qualcuno era entrato in quella stanza, la finestra era aperta e faceva corrente. La maglietta di Tom gettata per terra, spostata dal flusso dell’aria fredda della notte.

Tom era fermo, immobile, con una smorfia innaturale sul volto. Susanne non riusciva a respirare.

In quella scena di stasi e di morte, le luci rosse, verdi e blu continuavano imperterrite nel loro gioco cromatico sopra la testa del ragazzo, Nick Cave proseguiva nel suo canto melodioso e quella piccola scimmietta marrone continuava a ballare indisturbata, con un sorriso spaventoso e malvagio disegnato sul volto.

Capitolo 1

2008

«Signora Susanne Lay, la dichiaro in arresto. Da questo momento in poi dovrà darmi un bacio ogniqualvolta le sarà richiesto.»

Adam le accarezzò la testa. «Dai, scemo, sto guidando» disse lei spostandosi con il corpo e ridendo. «Fammi concentrare. No, no. Adam, falla finita. Dai, mi fai il solletico.»

Lui la stava baciando sul collo e si fermò solo nel momento in cui Susanne sbandò violentemente. Al primo semaforo rosso che incontrarono, che le permise di arrestare l’auto, lo cinse fra le braccia e lo baciò.

Erano diretti alla piazza centrale di Grinville, lui le aveva concesso un pomeriggio intero di shopping, offrendosi anche di comprarle tutto ciò che lei avesse voluto.

La radio passava le canzoni più in voga del momento e Adam fissava Sue mentre le canticchiava a memoria dopo averle ascoltate decine e decine di volte.

«Guarda, parcheggia lì.» Adam indicò uno spazio vuoto fra due auto.

Il clima era fresco e l’inverno si apprestava ad arrivare. Di tanto in tanto uno spiffero di vento freddo li colpiva costringendo Sue a stringersi nelle braccia.

Camminavano mano nella mano, sotto un lungo porticato pieno di vetrine con sopra adesivi che indicavano le percentuali degli sconti. Ogni due o tre negozi erano costretti a passare fra le sedie e i tavoli di qualche bar che occupava parte della piazza centrale. Camerieri che passavano con vassoi in mano carichi di cibi e bevande. C’era tanta gente, com’era solito la domenica, e i negozi di Grinville rimanevano aperti da mattina a sera senza sosta, consapevoli che era l’unico giorno in cui per tutti era possibile andare a fare un giro.

«Mi sembri molto serena ultimamente» le aveva detto Adam con un sorriso.

«Sì, hai ragione. Anche il lavoro mi lascia più spazio fortunatamente in questo periodo.»

«Non ci sono crimini?»

«Ci sono, ma nulla di così grave da richiedere l’intervento della squadra investigativa. Ma dobbiamo per forza parlare di lavoro?»

«No, ti ho solo detto che ti vedo molto serena.»

Lo fissò negli occhi e lo baciò dolcemente. «È anche grazie a te, se sto così bene.»

Adam era una delle poche persone che aveva da sempre evitato di parlarle dei fatti del 1998. Tutti a Grinville sapevano chi lei fosse. Il tragico capitolo di quella notte aveva segnato un momento storico nella cittadina.

Giornalisti, trasmissioni televisive e perfino qualche disonorevole scrittore le avevano fatto interviste, chiesto di farsi vedere davanti alle telecamere per testimoniare ciò che lei aveva provato o domandato il permesso di raccontare la sua storia in un libro, promettendole di essere nella lista dei ringraziamenti e di metterla in buona luce.

Adam, invece, aveva sempre evitato il discorso.

Sue a volte aveva come l’impressione che volesse porle delle domande, ma che si fermava sempre un istante prima. Era premuroso.

«Guarda qui cosa ho portato» disse lui, tirando fuori dalla tasca una piccola macchina fotografica blu.

«E che ci dobbiamo fare?»

«Tu solitamente cosa fai con una macchina fotografica?»

Lei si mise a ridere.

Tra le nuvole grigie si aprì uno squarcio di cielo azzurro e il sole illuminò l’intera piazza in un cono di luce.

Passarono sotto un negozio con un’insegna che fece bloccare Adam.

«Perché ti fermi?»

«Guarda qui» disse indicando il nome scritto in rosso: “A&S”.

Sue non capì e lo guardò confusa.

«A&S, davvero non ti viene in mente nulla?»

Sembrò doverci riflettere un momento. mentre lui la guardava sorridendo e scuotendo la testa. «Siamo noi! Adam e Susanne.»

«Mi scusi?» Adam allungò la mano con la macchina fotografica verso una donna che stava passando con un bambino al suo fianco e che, nonostante fosse quasi inverno, si stava gustando un gelato che gli colava sulle mani e gli sporcava il viso. La giovane donna si fermò. «Potrebbe farci una foto?»

«Ma certo» disse guardandoli incuriosita, non capendo perché mai quei due volessero farsi immortalare davanti la vetrina di un negozio. Si tolse gli occhiali da sole. «Richard, dove vai? Vieni subito qui» richiamò il figlio che non si era fermato. «Sorridete» disse poi, rivolgendosi a loro.

La donna restituì la macchina fotografica ad Adam e ammonì il figlio mentre riprendeva la sua passeggiata. «Rich, non devi allontanarti da mamma, quante volte te l’ho detto?»

Adam premette qualche tasto e ritrovò la fotografia appena scattata. C’erano loro due, sorridenti e abbracciati con l’insegna rossa “A&S” sopra le loro teste.

«Siamo venuti bene» affermò Adam girandosi verso Susanne. Lei sorrise, ma sentì una strana sensazione, come se qualcosa improvvisamente in quella bella giornata stonasse.

«Guarda come siamo belli.» Lui zoomò sul suo volto. «Be’ certamente io di più.»

Adam le prese la mano e la guidò verso la grande fontana che si trovava nel parco poco oltre il luogo commerciale gremito di negozi. Sul prato verde c’erano ancora più persone. Fidanzati sdraiati su un telo a fare i romantici e contemplare il piccolo lago Kiro, gruppi intenti a giocare a pallone, altri ancora semplicemente che passeggiavano con la famiglia e con i cani.

Adam si sedette sul bordo della fontana che aveva al centro un toro di marmo bianco che spruzzava acqua dalla bocca. Sue lo vide scattare foto al paesaggio. Le venne da sorridere per un momento e Adam se ne accorse puntandola con l’obiettivo.

«Dai, sono terribile» disse lei ridendo e allungando una mano per coprirsi il viso.

Un labrador color miele corse nella loro direzione e saltò letteralmente su Adam che lo accarezzò e cominciò a giocarci un po’.

«Ciao bello» gli disse mentre il cane con la lingua di fuori scodinzolava a più non posso.

«Simba, vieni qui.»

Il cane seguì immediatamente la voce del padrone e tornò a camminargli al fianco. «Mi scusi, è un giocherellone.»

«Quanti anni ha?»

«Due, è ancora cucciolo.»

«È bellissimo.»

I due uomini si sorrisero e ognuno proseguì per la propria strada.

Adam prese Susanne fra le braccia e la guardò dritta negli occhi. Sembrava avesse perso l’entusiasmo iniziale. Con la mano destra le sollevò il mento per far incrociare i loro sguardi.

«Ma è successo qualcosa?»

Lei scrollò le spalle. «No, perché?»

I piatti sul tavolo erano vuoti, unti per la carne appena consumata. Adam aiutò Sue a sparecchiare e a lavare le stoviglie. Lasciarono solo i bicchieri e la mezza bottiglia di vino rosso avanzata. Davanti all’acquaio, con le mani insaponate, si scambiarono baci ed effusioni.

«Sei bellissima» le aveva detto guardandola. Era vero. Susanne era dannatamente attraente.

«E tu sei speciale.»

Erano passati anni prima che lei si sentisse nuovamente in grado di vedere se stessa con un uomo. L’episodio del 1998 le aveva lasciato una cicatrice profonda, ma Adam era riuscito a farle superare questo ostacolo. Non erano innamorati, ma questo non voleva dire nulla. Non si frequentavano da molto.

Finiti i lavori in cucina, lei si diresse verso il bagno. «Ho bisogno di farmi una doccia.»

Lui la guardò sfilarsi la maglietta e rimanere con il reggiseno rosa per poi sparire dietro alla porta.

Adam si asciugò le mani e prese la macchina fotografica blu. Accese il suo laptop collegato alla corrente e attese qualche secondo prima che il sistema fosse operativo. Sentì l’acqua della doccia iniziare a scosciare. Con un cavo collegò la macchina al computer e iniziò a scaricare le foto del giorno.

Una finestra si aprì e una barra vuota iniziò lentamente a riempirsi di verde, sotto appariva la scritta “5 minuti al termine del processo di download”.

Susanne uscì avvolta nel suo accappatoio color panna. I capelli neri bagnati le gocciolavano sulle spalle e scivolavano sul seno nascosto.

«Sto scaricando le foto. Lascia tutto così, poi ci penso io dopo la doccia a sistemare le cose.»

Si diedero il cambio.

Susanne si sedette con l’accappatoio umido sulla sedia di fronte al PC.

Il processo di scaricamento sarebbe terminato in quindici secondi, stando a quanto riferiva lo schermo.

Al termine apparve una casella con scritto “Download effettuato con successo, premere OK”.

Seguì le istruzioni e iniziò a scorrere tra le immagini.

In alcune c’era il lago che specchiava il cielo grigio e azzurro, in altre c’erano bambini che giocavano, in altre ancora invece c’era lei. Proseguendo, vide quella in cui allungava un braccio per non farsi immortalare. Sul suo volto fiorì un sorriso. Era stata davvero una bella giornata.

Stava per chiudere le foto e andarsi a infilare il pigiama quando incappò in quella che ritraeva loro due sotto l’insegna rossa A&S.

La scrutò a fondo. Lui, sorridente, aveva il braccio sinistro intorno al suo fianco e con la mano destra indicava l’insegna. Anche lei sorrideva.

Ingrandì l’immagine che, grazie alla qualità della macchina fotografica, non si sgranò e rimase limpida. In basso a destra appariva il muso di un cane di piccole dimensioni che stava per passare. Studiò la foto a fondo, in ogni dettaglio e qualcosa attirò la sua attenzione. Un particolare che nessuno, se non lei, avrebbe potuto notare.

In quel momento Adam uscì dal bagno e la raggiunse. Le si mise alle spalle posando le sue mani su di lei. Susanne ingrandì ulteriormente l’immagine su un vestito bianco ed elegante esposto nella vetrina alle loro spalle.

«Ti piace?»

Susanne non rispose e avvicinò il volto allo schermo, come se cercasse di vedere un dettaglio preciso.

«Se lo volevi, potevi dirmelo, te lo avrei…» Adam interruppe la frase a metà.

Il voltò di Susanne era bianco cadaverico. Il labbro inferiore macchiato di sangue tanto se lo era morso.

«Cosa succede, Sue?»

Lei non riuscì a parlare. Aprì la bocca, ma non emise alcun suono. Indicò lo schermo. La mano le tremava, il respiro era affannato. Sudava.

Adam avvicinò gli occhi al computer, non riuscendo tuttavia a capire cosa stesse indicando lei. Cosa le voleva dire?

Sul vetro era riflesso un uomo, proprio all’altezza del vestito bianco. Si mischiava fra le tantissime persone della piazza. Forse per questo lei non lo aveva notato, nonostante fosse davanti ai suoi occhi quel giorno.

L’uomo era fermo, con il capo chino, rivolto verso il basso. Le braccia lasciate cadere lungo i fianchi.

Era lì per lei. Non poteva essere una coincidenza.

Le coincidenze non esistono.

L’uomo indossava degli inguardabili pantaloni verde militare e una ridicola maglietta grigia sulla quale era stampata l’immagine della testa di un dobermann e una scritta che dalla foto non si poteva leggere chiaramente, ma lei avrebbe potuto giurare recitasse “Attenti al cane”.

Il passato era tornato a farle visita.

«Tom» bisbigliò.

12 Giugno 2017
"Buio a Grinville è un thriller eccellente." Inizia così la recensione che Tatiana Vanini scrive per Libri e Recensioni; serve aggiungere altro? Di seguito trovate il link alla recensione completa: https://www.librierecensioni.com/libri-online/buio-a-grinville-sergio-pavoloni.html
15 Giugno 2017
Come nascono un libro e uno scrittore? Sergio Pavoloni ci racconta la genesi di Buio a Grinville e la sua passione per la scrittura. Qui trovate il link all'intervista completa: https://www.librierecensioni.com/autori/sergio-pavoloni-intervista.html
02 Agosto 2017
La Stamberga d'Inchiostro dedica un doppio spazio a Buio a Grinville, con recensione e intervista esclusiva all'autore, Sergio Pavoloni! Intervista --> https://bit.ly/2w59VJX Recensione --> https://bit.ly/2wkCAtV
24 Agosto 2017
Un esordio che è un invito a un prosieguo di carriera! Grazie a a Claudia Mameli per la sua bella recensione di Buio a Grinville su Thriller Nord: https://bit.ly/2eMXChn
13 Novembre 2017
Ecco due belle recensioni uscite su Buio a Grinville. Buona lettura! https://bit.ly/2mlQkUT e https://bit.ly/2zBEwTs

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Sergio Pavoloni
Roma, Australia e ancora Roma. In mezzo una laurea in International Management e un'esperienza in un'agenzia dell'ONU. "Buio a Grinville" è il romanzo di esordio per uno scrittore giovanissimo, ma già noto al pubblico di Facebook, dove pubblica da tempo i suoi racconti.
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