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È una buona terra, la Spagna

È una buona terra, la Spagna
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Consegna prevista Luglio 2021
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1937. Il diciottenne Cesare Zanasi decide di arruolarsi come volontario per aiutare la famiglia in difficoltà economiche. Oltre alla sua città, non ha visto nulla del mondo e si imbarca con poche cose nello zaino. Si ritrova così in Spagna, in una terra sconvolta dalla guerra civile. Nei giorni trascorsi a Siviglia si innamora della città e di Pilar, una giovane pittrice che sogna di viaggiare. I giorni felici finiscono presto, la guerra chiama e Cesare deve lasciare Siviglia per attraversare in treno tutta la Spagna sino al fronte. Ben presto, però, la guerra delle camicie nere si impantana nel fango, sotto la pioggia battente, nel freddo e nella nebbia. Non c’è guerra senza morte, e Cesare lo vive sulla propria pelle. Questo, la lontananza dalla famiglia e la solitudine lo cambiano profondamente. Ma la Spagna non ha ancora finito con lui. In quella terra ritrova qualcuno, qualcuno di importante e che non vede da anni.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ho incontrato questa storia, ho subito capito che doveva essere raccontata, che ci sono tante altre storie che aspettano di essere raccontate, e che – perché no – potrei essere proprio io a raccontarle. Ho scritto questo libro proprio nel tentativo di fare mia la difficile professione dello scrittore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un giorno tornammo alla locanda di Raùl Nuñez, là il cibo era buono e lui e la sua famiglia erano molto servizievoli con noi. Tutto perfetto se non fosse per la fotografia del generale Francisco Franco il cui solo pensiero mi metteva in soggezione. Ormai eravamo diventati pratici delle strade di Aranda, una volta passato il ponte ed entrati in città sapevamo la via per giungere in piazza e quindi alla locanda. Ma nell’aria non c’erano gli stessi odori che ci avevano portati a entrare la prima volta, la porta della locanda era aperta ma nessun tavolo era stato approntato, poche luci erano accese e poco o nulla si vedeva all’interno nonostante fosse giorno, perché neanche le persiane erano state aperte. Nonostante questo entrammo. Mentre giravamo fra i tavoli, udimmo delle voci provenire da quella che credevamo essere la cucina: erano voci di più persone, che si alternavano a qualche urlo. Nonostante questo Raùl sentendo dei rumori provenire dalla sala, uscì dalla cucina per vedere se fosse entrato qualcuno. Era pallido con delle rughe che gli solcavano il viso e che solo qualche giorno prima non aveva. I capelli erano disordinati. Sembrava sconvolto da qualcosa. L’agitazione che aveva addosso lo faceva balbettare: disse che la locanda quel giorno era chiusa e che non aveva fatto in tempo a chiudere la porta d’ingresso e che era mortificato. Poco male, pensai. Saremmo tornati sulle strade di Aranda de Duero alla ricerca di un’altra locanda, anche se in quella di Raùl ci eravamo trovati bene, lui era un brav’uomo così come la sua famiglia, e mi avrebbe fatto piacere rivedere Cecilia, anche se il mio pensiero era sempre per Pilar. Mentre ci incamminavamo verso l’uscita, sentimmo riaprirsi la porta della cucina, una vecchia porta di legno che ogni qualvolta veniva aperta faceva un rumore rugginoso, che scompariva quando la locanda era affollata. Ne venne fuori un ragazzo alto e magro. Costui aveva addosso la divisa e il cappotto grigio che indossavano i soldati spagnoli, camminava lentamente e con fatica verso il tavolo più vicino, ma era così debole che non aveva nemmeno la forza di prendere la sedia di legno poggiata sul tavolo. Dovette pensarci Raùl. Poi si lasciò cadere sulla sedia, con una stanchezza che sembrò non essere legata solamente al corpo ma anche allo spirito.

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«Carlos!» gridò la moglie di Raùl. Anche lei e le due figlie entrarono nella sala, e anche loro sembravano agitate.

Davanti a quella scena mi sentii a disagio e fuori luogo, non sapendo cosa dire e cosa fare. Perciò seguì gli altri che si stavano incamminando verso l’uscita della locanda. Ma Raùl ci fermò. Disse che non avevamo conosciuto tutta la sua famiglia, che il ragazzo seduto a quel tavolo era il suo primogenito. Carlos Francisco Nuñez, ventitré anni e identico a suo padre se non fosse perché non portava gli occhiali. Era tornato proprio quella mattina dal fronte di Huesca – zona calda e importante della guerra – dov’era stanziato da un paio di mesi. Raùl disse che anche se la locanda era chiusa, ci avrebbe offerto un bicchiere di vino per farsi perdonare. Senza neanche attendere la nostra risposta, tolse le sedie da un tavolo vicino a quello dov’era seduto suo figlio. Da dietro al bancone prese una tovaglia pulita e una lampada a olio che ebbe difficoltà ad accendere. Non ci diede il tempo di dire nulla, ed io non ebbi il coraggio di dire qualcosa viste le facce sconvolte di Raùl e della sua famiglia. Solamente quando riuscì ad accendere la lampada a olio capimmo il motivo delle urla, dei volti pallidi, delle rughe e dell’agitazione. Carlos Francisco Nuñez portava una fasciatura – fatta alla peggio – che gli teneva bloccato il braccio destro e che lo avvolgeva dall’altezza del gomito sino al polso. Là una grande macchia di sangue. Raùl portò un bicchiere di vino anche per sé, poi prese un’altra sedia e si sedette al nostro stesso tavolo. Guardava fisso il suo bicchiere e nel farlo sembrava essersi calmato, a differenza della moglie e delle figlie.

«Che gli è capitato?» domandò Gabriele a Ettore, l’unico che riusciva a capire ciò che dicevano Raùl e la sua famiglia.

Io rimasi in silenzio a guardare Carlos Francisco Nuñez, che se ne stava immobile a osservare il vuoto, come se la sua testa fosse altrove, come se fosse rimasta a Huesca.

A quel punto Raùl si alzò e andò verso il bancone dove si riempì ancora il bicchiere di ceramica. Il suo volto – pur sempre pallido – divenne deciso, quasi risoluto. Disse che durante uno dei tanti attacchi dei comunisti sul fronte di Huesca, proprio nel settore dov’era il battaglione di suo figlio, una granata esplosa a mezz’aria aveva privato Carlos Francisco Nuñez della mano destra. Dopo averlo medicato gli diedero una licenza permanente, perché aveva perso la mano destra – quella del grilletto – e che per questo era diventato inabile alla guerra. La granata l’aveva privato per qualche giorno anche della vista all’occhio destro nonché altre ferite. Disse che aveva risposto lui perché Carlos era ancora scosso da quanto accaduto e non aveva la forza nemmeno di parlare. Ma era chiaro a tutti che la ferita più grave Carlos l’aveva riportata allo spirito. Non era divenuto inabile soltanto alla guerra, ma anche a ogni altro mestiere. Certo avrebbe potuto aiutare il padre nella gestione della locanda e che questa un giorno sarebbe passata a lui, ma avrebbe dovuto comunque convivere con quella mancanza per il resto della sua vita.

Dopo aver sentito la sua storia, sentii una specie di stretta al cuore e la paura che prendeva lentamente il sopravvento su di me. Non riuscivo a stare fermo come in preda ad una sorta di delirio, ma cercai in tutti i modi di non mostrarlo. Non c’era nulla nella locanda da guardare oltre alla fotografia di Francisco Franco, ancora più inquietante con la poca luce che c’era. Allora tornai a guardare il figlio di Raùl. La guerra l’aveva privato di ogni tipo di forza, sembrava appassito, logoro per quei mesi passati al fronte. M’immaginai al suo posto, e per un momento sentii il dolore che una tragedia come quella avrebbe potuto infliggere alla mia famiglia, soprattutto alla mia adorata madre già cagionevole.

Seduto accanto a me, Umberto Esposito si abbandonò a un lento sospiro. Persino Ettore che solitamente era quello più calmo e tranquillo, lo vidi scosso, teso e inquieto. Nel frattempo Cecilia si sedette accanto al fratello, si mise sottobraccio con la testa poggiata sulla sua spalla sinistra. Si muoveva sempre in silenzio e con una grazia che poche donne possiedono, con un portamento che lasciava intravedere una principessa piuttosto che una ragazza che viveva in un paese sperduto della Spagna. Carlos Francisco Nuñez trasalì come se il caldo abbraccio della sorella lo avesse riportato ad Aranda de Duero, nella locanda di famiglia, in nostra compagnia. Per ringraziarla le strinse la mano e accennò a un sorriso fugace.

«Come sta andando questa guerra?» chiese Gabriele. Era l’unico che ebbe il coraggio di dire qualcosa in quella circostanza. Aveva visto che il figlio di Raùl pareva essersi ripreso almeno un poco e ne voleva approfittare per sapere qualcosa di più sulla guerra.

Quella volta rispose lui. Parlò lentamente, scandendo le parole così che Ettore potesse capire bene quello che diceva. Aveva una voce debole ma che prima di quella tragedia doveva essere decisa come quella del padre, al quale assomigliava tanto. Disse che il fronte di Huesca era un vero e proprio inferno in terra, un fronte assai importante sia per loro sia per i comunisti perché era al confine con la Catalogna. Ogni giorno c’erano degli attacchi, se non erano i comunisti ad attaccare allora erano i nazionalisti ed entrambi speravano di sfondare lo schieramento avversario, ma inutilmente. Disse che il fronte di Huesca era immobile da mesi, che i comunisti erano bene armati e organizzati, che ricevevano gli aiuti sia dai sovietici sia dai francesi.

Mentre ascoltavo Ettore che ci riferiva il discorso del figlio di Raùl, bevvi tutto in un fiato il mio bicchiere di vino. Non ne potevo sentire nemmeno l’odore, eppure sentii il bisogno di berlo per calmarmi un po’. Sudavo ma non per il caldo, bensì per la paura: da quando Padre Pietro Velardi ci raccontò della guerra – della crociata così come disse lui – che si stava combattendo in questa terra, la paura era cresciuta lentamente in me, soprattutto dopo aver lasciato Siviglia, ma ero sempre riuscito a tenerla a bada, a fatica ma ero sempre riuscito a trattenerla e a non mostrarla agli altri.

Nel frattempo la moglie di Raùl – di cui non ricordo il nome – tornò in cucina e prese un piatto di arrosto di maiale, con delle verdure accanto e con del pane che sembrava vecchio di qualche giorno. Noi avevamo finito il vino che Raùl ci aveva gentilmente offerto e ora non desideravano altro che andare alla ricerca di un’altra locanda dove riempire la pancia, anche per poter lasciare da sola la famiglia di Raùl. Allora lo salutammo calorosamente e mentre uscivamo dalla locanda vidi Carlos Francisco Nuñez mentre cercava – con difficoltà – di mangiare con la mano sinistra.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lorenzo Plini
Lorenzo Plini è nato nel 1988 a Lanciano (Ch), nell’Abruzzo forte e gentile. Da bambino sogna di fare l’archeologo all’Indiana Jones, negli anni sposta questa sua passione verso la Storia. Deciso a seguirla anche negli studi universitari, nel 2017 si laurea a Modena in Storia e Antropologia. Durante quegli anni sboccia in lui l’interesse verso i romanzi, tanto da convincersi a intraprendere la strada dello scrittore. Da più di un anno e mezzo collabora con il periodico letterario on-line Clinamen.
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