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I calcettari di strada - La partita perfetta

I calcettari di strada - La partita perfetta
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Consegna prevista Settembre 2021
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Marlo è un ragazzino di nove anni che vive in una città alle porte di Roma nei primi anni ’90. Spesso combina pasticci, talvolta ha intuizioni geniali e visionarie. Il suo mondo si riduce apparentemente al tragitto scuola-casa-campetto di pallone; quello è lo sconfinato territorio nel quale lasciar galoppare la fantasia. Sogna di fare il calciatore, il suo idolo è Roberto Baggio e porta un cognome calcisticamente ingombrante; dal nonno ha ereditato quel carattere garibaldino e un po’ guascone, che gli impone di ribellarsi ad ogni ingiustizia nella quale gli accade di imbattersi. Difenderà strenuamente i suoi amici, come si fa con i gioielli più preziosi, e rischierà il tutto per tutto, provando sempre a fare la partita. La storia di Marlo racconta di calcio di strada, di amicizia e di sogni, forse troppo grandi, come solo i bambini sanno fare.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro è indirizzato a ragazze e ragazzi, bambine e bambini, non necessariamente appassionati di calcio. È dedicato a tutti coloro che sanno sognare in grande, senza accontentarsi. Il calcio non è il fine, bensì il mezzo, per giocare e fare amicizia, con tutti i rischi del caso, ovvero ginocchia sbucciate, panchine fredde e polverose, nasi sanguinanti e denti saltati. Chi non ha capito questo, che sia un calciatore o un tecnico, non ne ha colto lo spirito profondo.

ANTEPRIMA NON EDITATA


1. IL CALCIO SECONDO MARLO TARDELLI #1

“L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo,

peccato che ci siano le partite”

– Nils Liedolm –

Ciao io sono Marlon, ma quasi tutti mi chiamano Marlo, compresi i miei genitori. Da bambino giocavo a calcio in mezzo alla strada, con i miei amici ed è grazie a loro che

ho imparato tutto quello che so su questo meraviglioso gioco. Voglio raccontarvi della stagione sportiva o, se preferite, dell’anno scolastico ‘90 – ‘91.

Il campionato italiano di calcio era una collezione di grandi campioni e squadre eccezionali, le vittorie valevano due punti e il portiere ancora poteva ricevere con le mani un retropassaggio da parte di un proprio compagno. In quegli anni nel Milan giocavano Van Basten e Gullit, una coppia di attaccanti formidabili come i moderni C. Ronaldo e Bale; nel Napoli Maradona, Zola e Careca erano come Messi, Neymar e Suarez; nell’Inter c’erano Matthaeus, Klinsmann e Berti, letali come Ribery, Lewandoski e Muller; la Sampdoria schierava Vialli e Mancini affiatati come Higuain e Dybala; e nella Juve spiccava il genio di Roberto Baggio, avvicinato nelle successive generazioni solamente da Totti. Alla fine di quella stagione la Stella Rossa di Belgrado, ultima volta per una squadra dell’Europa dell’Est, si aggiudicò la Coppa dei Campioni (Champions League) a spese dell’Olympique Marsiglia; mentre, Inter e Roma, si contesero in una doppia sfida di andata e ritorno la Coppa Uefa (Europa League), con la vittoria dei Nerazzurri. Ci fu, inoltre, il ritorno delle formazioni inglesi alle competizioni internazionali, dopo la squalifica inflitta dall’UEFA per la strage del 29 Maggio 1985 dello Stadio Heysel di Bruxelles, con la vittoria del Manchester United dell’emergente allenatore scozzese Alex Ferguson nella finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona.

Quell’anno frequentavo la IV elementare a Grandonia, una città non lontana da Roma, l’ingresso a scuola era alle 8,30 e l’uscita alle 12,30… anche il sabato. La mia

storia parla di vita quotidiana, di amicizia e di sogni, soprattutto, però, racconta il gioco e il mio preferito è il calcio di strada.

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Il calcio di strada è quell’esperienza collettiva nella quale l’equilibrio dura fino all’ultima azione quando uno dei bambini grida “chi segna per primo vince!” e, solo a

quel punto, la partita può terminare.

Nel calcio di strada se la situazione è troppo squilibrata, nel senso che una squadra è troppo più forte dell’altra, c’è uno che urla: “mischiamo le squadre?” e le squadre

vengono rimaneggiate senza che nessuno si offenda perché, per strada, il talento è oggettivamente riconosciuto, in quanto regna una diffusa onestà intellettuale.

In mezzo alla strada non si compete per un “posto fisso” perché il calcio non è un lavoro, ma resta un gioco e sarà così, almeno finché ci sarà in giro qualcuno pronto a inseguire un pallone solo per il gusto di farlo.

Giovani lettrici e lettori, il mio augurio è quello di riuscire, con questo racconto, a strapparvi qualche sorriso.

2. LA PACE SECONDO MARKO

“Dei dieci allenatori che ho avuto, uno mi ha

insegnato qualcosa, tre non hanno lasciato il segno, sei

hanno rischiato di rovinarmi”

-Marco Van Basten-

Mio fratello Marko a quel tempo sosteneva che Maradona e Van Basten fossero i due più grandi calciatori del mondo, o meglio, i due migliori calciatori professionisti in attività all’epoca. Il primo era capitano del Napoli campione d’Italia e della nazionale argentina

arresasi solo in finale alla Germania agli ultimi Mondiali di Italia ‘90, l’altro, centravanti campione d’Europa con il Milan e con la nazionale olandese. Erano autori di due dei gol più spettacolari realizzati nel decennio appena concluso e forse i più belli dell’intera storia del calcio professionistico. Era in voga la diatriba su chi tra i due fosse il più forte in senso assoluto, ma Marko se n’era sempre chiamato fuori, in quanto sosteneva che non fosse ragionevole mettere a confronto due calciatori tanto diversi; avevano differenze tecniche, caratteriali e umane tali che il dualismo, che riempiva le chiacchiere

da bar, non aveva alcun senso. Piuttosto Marko era convinto che se quei due uomini avessero unito le forze e, magari, fatto in modo di giocare nella stessa squadra, questo avrebbe potuto riunire le tifoserie di tutto il mondo e, come effetto ultimo, avrebbe potuto persino mettere la pace tra i popoli in guerra.

Le teorie di mio fratello erano spesso bizzarre e, solitamente, ero restio a raccontarle in pubblico solo che, quel giorno, non ne ricordo bene la ragione, in classe uscì fuori un discorso sulla pace e decisi, senza pensarci, di alzare la mano per raccontare la teoria della pace secondo Marko.

“Sì, Marlon, dimmi pure” fece la maestra incuriosita.

“Maè, mio fratello dice che se Maradona e Van Basten giocavano insieme c’era la pace.”

Dapprima mi lasciò terminare ma poi, infuriata, urlò:

“Tardelliiiiiii, non so dire se tuo fratello sia un filosofo da quattro soldi o qualcosa di ancora più inutile per la società, ma so di certo una cosa, e cioè che tu hai nove anni e sei un asino, somaro, ignoranteeeeeee” e poi stizzita continuò “premesso che il calcio è un gioco da zotici-violenti-ignoranti e che non potrà mai essere considerato uno sport… il nuoto, quello sì che è uno sport completo, avresti dovuto dire “se Maradona e Van

Basten avessero giocato insieme ci sarebbe stata la pace” è chiarooooo? E comunque, se proprio vogliamo dirla tutta, si tratta di un’emerita baggianata! La pace è una cosa ben più seria di una misera, infima partita di calcio. Chiuso il discorso!”

Mio fratello studiava teoretica all’Università e si definiva un filosofo del pallone; aveva una serie infinita di argomenti per dimostrare come una partita di calcio fosse, in realtà, una metafora della vita. Fin da bambino le sue teorie erano così assurde che nemmeno i suoi amici resistevano a mandarlo a… prendere l’acqua; era così scarso che, al campetto il pomeriggio, restava solo a essere conteso con la palla, quando i giocatori erano dispari, altrimenti rimaneva fuori a fare la riserva nel caso qualcuno si infortunasse, e in quei pomeriggi trascorsi fuori dal campo, erano iniziate le sue meditazioni pallonare. Era molto raro, però, che dalle due alle otto di sera tra ginocchia sbucciate, nasi sanguinanti e magliette fradice usate a mo’ di turbante, qualcuno rinunciasse alla partita; era una questione di vita o di morte, anche se poi, almeno fino ai quattordici anni, non moriva mai nessuno e guai a lasciare il campo prima che la madre di Stefano lo chiamasse per cena, era il nostro orologio a cucù, la chiamavamo La Svizzera.

Urlava dalla finestra alle otto in punto con tono altalenante “Stè-fanòòòòò… Stè-fanòòòòòò”. Poteva continuare ininterrottamente, anche per cinque o dieci interminabili minuti, fino a quando il figlio dava finalmente il ricevuto e la sirena si spegneva. Quello era il segnale, dovevo filare di corsa a casa e, se Marko mi avesse ricondotto con qualche ferita o vestito strappato, le avrebbe prese doppie, per me e per lui. La vita ci aveva lasciato in eredità un cognome calcisticamente importante e, forse, proprio per questa ragione mio fratello sentiva il diritto-dovere di conquistarsi un ruolo nel mondo del calcio, ma viste le sue difficoltà, dovute agli evidenti limiti tecnici, aveva optato per un ruolo più, come dire, di concetto! Ecco, sì, mio fratello Marko era un intellettuale del pallone.

Nostro padre Giovanni, per gli amici Gianni, era ancora in lutto, per l’addio dell’ormai ex campione del mondo Marco “Schizzo” Tardelli e vedovo del suo celeberrimo urlo al Santiago Bernabeu. Papà aveva voluto chiamare il primogenito come il suo idolo, sperando in un trasferimento osmotico di tutto il talento del mediano azzurro al suo erede. I miei genitori non avevano una storia da soap opera, tutt’altro, erano due casinisti patentati, quasi sempre uno faceva un danno e l’altro peggiorava la situazione; come quella volta che si trovarono a dovermi giustificare per non aver svolto il compito di disegno. La maestra convocò i miei genitori per chiedere loro spiegazioni sul perché, per l’ennesima volta, non avessi fatto il compito assegnato e, mentre mia madre abbozzò una risposta del tipo “siamo andati al mare Maè”, mio padre toccò il fondo “il disegno, l’arte in generale, non servono a niente, questo lo sa anche lei, si vede che le viene anche

da ridere, via!” Il viso della maestra Kelly, per un attimo, era diventato così rosso da far sparire le sue lentiggini irlandesi ma subito, dopo aver accennato uno sguardo compassionevole verso di me, li aveva invitati a prendere un tè al bar della scuola, per parlare delle mie potenzialità inespresse sia in campo artistico che logico-matematico, per la serie “vostro figlio è molto intelligente ma non si applica”. Purtroppo l’unica cosa

che riuscì ad ottenere da parte di mio padre fu: “C’è solo una cosa in cui Marlo si applica: gioca a pallone al campetto”.

Ecco, se c’era una cosa che mi mandava in bestia, era l’abitudine a troncare la n finale del mio nome, “passi pure il nome da attore americano ma, almeno, pretendo che lo si pronunci bene, altrimenti una volta compiuti diciott’anni lo farò cambiare!”, lo dicevo a

tutti ma questo, non so perché, generava sempre una fastidiosissima ilarità collettiva.

Era vero amavo il campetto, più dei compiti a casa. In realtà si trattava di quel prato incolto, che divideva Via delle Rose da Via delle Pesche nel quartiere di Prato Fiorito, dove tutte le strade avevano nomi di piante, fiori o frutti; i selci e le buche erano giocatori inconsapevoli di ogni partita, i ragazzini più esperti conoscevano il terreno a menadito e sapevano come sfruttarlo a proprio vantaggio; gli arbusti e l’immondizia erano la cornice, spettatori non paganti ai bordi del terreno di gioco. Negli anni si era consolidata una tradizione, una sfida ormai classica tra la squadra di Via delle Rose, i Roses, e quella di Via delle Pesche, i Peskens. Avrebbero potuto chiamarsi più semplicemente quelli di Via delle Rose ma un nome del genere sarebbe stato troppo lungo così a Nicholas, il capitano, mai formalmente eletto ma da tutti riconosciuto per talento e carisma, venne in mente che suo fratello maggiore ascoltava un gruppo musicale chiamato GunsN’Roses, che voleva dire qualcosa come pistole e rose, e allora a tutti piacque subito la sua proposta di chiamare la squadra i Roses, una squadra

elegante come le rose ma letale come le pistole. Noi avremmo potuto battezzarci quelli di Via delle Pesche ma, a mio fratello, venne in mente una cosa che era scritta su uno dei tre libri che circolavano dentro casa nostra, erano di mio padre e tutti rigorosamente sul calcio. Marko talvolta li sfogliava nella speranza di capire come poter domare quel pallone imbizzarrito, reso ancor più schizofrenico dai sassi e dalle buche, che sembravano far squadra sempre con gli avversari, ma che in realtà giocavano a favore di chi riusciva a prevedere e controllare gli armonici rimbalzi della sfera . Uno di

quei libri parlava della squadra nazionale olandese, definita Arancia Meccanica, nella quale era presente un tale Neeskens; c’era scritto che era un calciatore totale e,  anche se nessuno sapeva bene cosa significasse, a tutti andò bene l‘idea di Marko di chiamare la squadra i Peskens. I suoi amici, in fondo, gli volevano bene ed erano contenti che anche lui potesse dare il suo contributo a quell’epica sfida; dal canto mio credevo che fosse un nome scemo, ma avevo quattro o cinque anni e il fatto che mi lasciassero far parte del loro gruppo, o quantomeno presenziare, era già un miracolo e, quindi, tacevo, attendendo con pazienza il mio momento.

2020-12-19

Aggiornamento

Dopo dieci giorni siamo a 72 pre-ordini. GRAZIE GRAZIE GRAZIE! e... PASSAPAROLA!
2020-12-10

Aggiornamento

Sono trascorse 24 ore dall'inizio della campagna di crowdfunding per la promozione del libro ed un piccolo traguardo è stato già raggiunto, per questo vi voglio ringraziare per aver sostenuto me ed il mio libro. A presto con nuovi aggiornamenti. Grazie, Paolo.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro di straordinaria sensibilità e leggerezza…tra le pagine di questo libro non si legge solo di calcio, ma soprattutto di amore, amicizia, passione, libertà e grandi sogni.
    Tutto quello che un padre spera di insegnare ai propri figli e ciò che ogni adulto dovrebbe augurarsi di intravedere nello sguardo di qualunque bambino…felicità, entusiasmo e speranza.

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Paolo Tirabassi
Sono nato a Tivoli, in provincia di Roma, e vivo da sempre a Guidonia, poco lontano. Ho vissuto in Germania, vicino Francoforte, e a Brindisi, la mia seconda casa. La mia principale occupazione è quella di Controllore del traffico aereo, e nel tempo libero amo fare tante cose. Sono un Istruttore di scuola calcio qualificato e alleno ragazzi e ragazze da circa un decennio. Sono stato un sindacalista e un attivista politico, ho cantato per beneficenza e pubblicato una raccolta di poesie. L’amicizia è il sommo valore, al quale non sempre ho dato la giusta importanza. Sono un sognatore che non si arrende al cinismo utilitarista. Scrivo per raccontarmi. In ogni personaggio c’è qualcosa di me, anche in quelli negativi.
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