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Candelarden - Come un grande cero acceso

Candelarden - Come un grande cero acceso
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Consegna prevista Luglio 2021
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Due storie parallele che corrono l’una a fianco dell’altra come i binari di un treno che viaggia verso una destinazione ignota.
Da una parte, in un vagone spoglio e fatiscente, ci sono i dialoghi annoiati di Piuma e della signora Idea, una professoressa in pensione che a tratti sembra dare segni di follia. Dall’altra c’è la voce narrante di Samil, un tipo solitario e misterioso.
Mentre Samil svela a mano a mano il suo carattere, Piuma e la signora Idea sono alle prese con un mistero che avvolge il viaggio: il controllore, anziché chiedere il biglietto, ha consegnato loro un pezzo di carta su cui non sembra esserci scritto niente.
Accanto a Piuma che si lascia prendere dallo sconforto e alla signora Idea che afferma di prevedere il futuro, si muove la figura di Samil, enigmatica e suadente, che racconta la sua storia.
Tra giochi di parole e discese nella spirale contorta della mente, riuscirà il lettore non farsi sedurre e a non lasciarsi ingannare?

Perché ho scritto questo libro?

Sono partito con la voglia di raccontare qualcosa sull’amore, su quali possano essere le sensazioni che porta con sé l’innamoramento.
In seconda battuta ho provato a sviluppare un’idea che, partendo dal racconto di una storia, uscisse dalle pagine del libro e si ponesse in un confronto diretto con il lettore.
Mi sono divertito a seminare indizi mentre ho affrontato temi come l’esclusione sociale, la follia e il fascino che il male esercita su chi lo compie e su chi lo sente raccontare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO UNO

Sull’orologio della stazione, tra il bianco opaco del quadrante e il circolo di cifre disposte con ordine e simmetria a distanza di quarti, la grande lancetta nera sfiorò la piccola compagna, poi lo sguardo di entrambe si volse al futuro e con passo diverso si diedero appuntamento, certe di arrivare, prima o poi, a un nuovo fugace abbraccio. Suonò alto, con breve ritardo, il sordo nitrito della sirena del mezzodì.

«Sto per salire, mamma.» 

Parve soffermarsi nell’aria la frase secca, come se le onde sonore non fossero già state catturate dal cellulare e spedite in pacchetti di dati a migliaia di chilometri di distanza. Il normale trambusto sembrò non curarsi dell’inquietudine di cui era intrisa la voce della ragazza.

A qualche metro di distanza, un sussulto del carrello costrinse il facchino, un ragazzo talmente magro che il ramo di un arbusto d’inverno lo avrebbe battuto in peso, al rapido recupero di una valigia che stava per rotolare, goffa e macchinosa, verso i binari del treno.

Una signora dai capelli bianchi cotonati, con un vezzo tipico di un’epoca passata e finita da molto, sbaciucchiava uno scodinzolante meticcio dal pelo fulvo. Sospiri d’addio condivano il sibilo delle ruote metalliche che frenavano al capolinea.

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«Lo so, mamma. Lo so. Adesso salgo sul treno. Ti chiamo quando arrivo.» Trascinava, come si tira un cagnolino riluttante alla camminata, un trolley verde e grigio verso i gradini del vagone.

«Piuma!» si sentì chiamare.

E Piuma, d’istinto, si voltò.

Il bagaglio, mai contento, sbuffò per la seconda volta in pochi istanti, contrariato dalla sosta.

«Vorrei che ne potessimo parlare ancora, avere un po’ di tempo» disse il ragazzo.

Alfredo stava di fronte a lei.

Un basco marsigliese gli copriva con stile un accenno di calvizie e le scarpe bianche con i lacci consunti la fecero sorridere. Ma non lo volle dare a vedere. Con la mano sollevò il foulard e si coprì la bocca. Era contenta di vederlo, stranamente emozionata per il fatto che si fosse precipitato a salutarla, forse addirittura a riprenderla per mano per riportarla nella sua vita.

Un velo di risentimento affiorava nel tono confuso e provato del suo sguardo.

«Piuma. Non so cosa sento. Sono nel caos, non so cosa mi stia succedendo. Non so, non so proprio. Di una cosa sono certo. Avrei bisogno che ne parlassimo ancora. Che ne discutessimo insieme, tu e io. Da soli. Vorrei che avessimo più tempo» la supplicò quasi con rassegnazione. 

Piuma non rispose e oltrepassò la linea gialla. Il vagone l’accolse e le sembrò di aver compiuto un passo importante. Si sentì come la protagonista di un racconto, come l’ultima parola di un capitolo sotto gli occhi di un lettore pronto a girare la pagina del libro.

Restò nella stazione l’eco muta di una preghiera pronunciata troppo tardi.

«Piuma!»

CAPITOLO DUE

Come era entrato così il treno uscì dalla stazione. Luci colorate agghindavano le vetrine dei negozi tentando di invogliare i clienti a nuovi e superflui acquisti. Piuma stava lasciando tutto questo. Si accomodò sul sedile che dava verso il finestrino, occupò con la valigia il posto di fronte, collegò gli auricolari al cellulare e fece partire la sua canzone preferita. Le soffici note del pianoforte cullarono il movimento della mano, che si avvicinò al capo e con un gesto meccanico privo di cosciente volontà si passò le dita sulla frangetta castana che le scendeva verso gli occhi.

Estrasse un quadernetto rosso dalla tasca del soprabito e una biro dall’astuccio di Sailor Moon – perché il tempo passa ma non si cresce mai davvero – che teneva nella borsa di finta pelle nera. Si creò un appoggio con la copertina rigida del libro che portava sempre con sé.

Studiava così, di solito. Tentava di scrivere ciò che si ricordava degli argomenti che aveva letto, sottolineato e riassunto in parole chiave a margine del testo.

«Pascoli, lo so benissimo» sentenziò a voce alta. 

«D’altronde, chi non conosce il buon Giovanni?» le chiese, di rimando, la signora che le si stava sedendo a fianco.

«Credevo di averlo solo pensato» si scusò Piuma.

«Capita spesso anche a me di pronunciare pensieri che credevo fossero solo nella mia testa, a dire il vero. Lei è una studentessa, immagino. Esami in vista?»

«Domani. Studio Lettere, sono fuori corso ma di un anno solo. Ho l’ultimo esame proprio domani.»

«Piacere, io sono Dea, Idea a dire il vero. La I è importante. Sono una professoressa, ex professoressa, a dire il vero. Sono in pensione da qualche anno. Da dieci, a dire il vero.»

Non riuscì a nascondere un sorriso, Piuma. La signora abbondava di intercalari identici tra loro, parlava guardando un punto fisso davanti a sé, con lo sguardo che dava l’impressione di voler forzare i limiti fisici delle pareti metalliche del vagone e superare qualsiasi barriera materiale che le si ponesse davanti. 

«Di Pascoli mi piace molto Il gelsomino notturno. Ma il testo che adoro, a dire il vero, è quello dedicato Al fuoco» riprese la signora.

Piuma rinunciò all’intenzione di proseguire con la verifica del livello del proprio studio. Spense anche la musica e si concentrò sul dialogo che, ne era certa, la signora Idea non avrebbe abbandonato con altrettanta facilità.

«Trovo anch’io che quella poesia abbia un certo fascino.»

«La conosci?» disse l’anziana compagna di viaggio. «Un brano che non è molto celebre, ma ha una carica emotiva che mi sconvolge ogni volta che lo rileggo. A dire il vero, quando racconta del ceppo che dorme e sogna, che sbarra la pupilla e con uno strepitare di fiamme risveglia il vecchio che, pure lui, sognava assopito davanti al camino… Pura poesia, non crede? Un poeta guardone, però, il buon Giovanni, a dire il vero.»

Il treno oscillava al ritmo costante delle giunture dei binari. Un intenso odore di tabacco librò nell’aria frammenti di nostalgia e il vetro del finestrino, coperto per metà da una tendina di tessuto marrone e per l’altra da un insieme opaco di impronte di dita e mani di bambino, faticava a contenere lo straripante azzurro del cielo che correva fianco a fianco del convoglio sfiorando a volte l’erba ingiallita dei prati, a volte i rami spogli degli sparsi filari di pioppi, più spesso lo scuro marrone dei vasti campi di terra, rivoltata in attesa di una nuova semina.

«Il guardone lo faceva, semmai, osservando da lontano la prima notte di nozze del suo amico, nel Gelsomino notturno. Però non c’era, allora, la malizia che c’è al giorno d’oggi» disse Piuma.

«C’era, c’era eccome, a dire il vero. Però era una società che non si curava troppo di quanto fosse sconveniente farsi gli affari degli altri. E poi con la scusa dell’arte sono molti i personaggi che approfittano della situazione per appagare gli istinti più primordiali» disse aggrottando la fronte nella breve pausa di un sospiro al quale aggiunse un distratto: «A dire il vero».

«Un poeta che guarda un tronco che brucia e lo immagina sognare di quando era un albero coperto di fronde e fiori e ricolmo di ragazzini che si arrampicano sui suoi rami non può che avere un animo buono. Non riesco a immaginarmelo come un vecchio arrapato, in tutta sincerità.»

«Dipende da quanta importanza si vuole dare alla persona, più che alla sua opera, a dire il vero. Penso che scrivere di cose belle non ci renda buoni, così come non basta la luce per scacciare i mostri che danno vita agli incubi. La sto distogliendo dal suo studio, mi scusi» si rese conto la signora Idea «a dire il vero!»

La porta del vagone si aprì verso l’interno e un insieme di borse e sacchetti di plastica si fece largo urtando i braccioli a destra e a manca. Una ragazza dalla pelle olivastra e con i capelli corti faceva strada alla compagna dalla simile carnagione che la seguiva, piano piano, a passo lento, sostenendosi ora qua, ora là, bene attenta a proteggere il ventre ingrossato da un’evidente gravidanza.

Piuma osservava la scena con attenzione, indecisa se dare seguito al dialogo con la curiosa signora Idea o se riprendere il lavoro di preparazione all’esame.

«Questa è una giornata strana. Penso che mi farà bene distrarmi un po’. Sempre che le vada di parlare con me, Idea» decise, infine.

«A dire il vero, mi farebbe piacere, certo. Ha visto la ragazza incinta che è appena entrata?»

«Sì. Però mi dia del tu, per favore. Mi chiamo Piuma.»

Idea inforcò un paio di occhiali da vista spessi come il pandispagna di una torta fatta in casa. Le lenti deformavano i piccoli occhi stretti soffocati dalla leggera pressione delle fitte sopracciglia dai riflessi argentati. Due folte trecce bigie le cingevano il capo, raccolte a mo’ di corona di alloro. In effetti, l’anziana maestra in pensione sprigionava una sorta di benevola autorità, quasi riconoscesse a se stessa, nel suo intimo, un ruolo di austera e nobile, ma simpatica, imperatrice.

«Piuma. Bene. Molto bene. Piuma, allora, ha visto la ragazza? Hai visto, a dire il vero?» riprese, con le pupille rivolte alla coppia appena entrata. «Un mese e la bambina nascerà. Enrico, la chiameranno, a dire il vero.»

«E lei come lo sa?» disse stupita Piuma. «Le conosce? E poi, Enrico non è un nome da maschietto?»

«Non le conosco, ma sono una persona che capisce molte cose. E sì, Enrico è un nome da maschio e loro sono una coppia, a dire il vero. Io ho un dono, a dire il vero. Una virtù particolare» ammiccò la signora.

Piuma notò come gli intercalari aumentassero al crescere della tensione emotiva con cui la signora esprimeva un concetto.

«Mi incuriosisce, Idea. È una investigatrice a tempo perso?» la provocò Piuma. La ragazza dal colorito scuro sistemava il carico di sacchi e borselli nella cappelliera del piccolo scompartimento mentre la compagna si stava sfilando le scarpe. 

«Il tempo non si perde mai, a dire il vero» disse quasi soprappensiero per poi, di colpo, tornare sull’argomento «Non sono una detett… detect… investigatrice, a dire il vero. Però ho una capacità speciale.»

La coppia ormai si era sistemata nei posti liberi accanto al damerino con la cravatta stretta e la giacca carica dell’aspro odore di tabacco e pipa spenta.

«E quale sarebbe questo dono?»

«A dire il vero, io so prevedere il futuro.»

CAPITOLO TRE

Io sono una voce.

Avete presente quelle parole fuori campo che, sospinte dal fruscio del nastro della bobina che si arrotola sul rocchetto, nel buio della sala del cinema cominciano a raccontare una storia?

Quelle frasi avvolgenti che afferrano lo spettatore e lo proiettano nella vicenda?

Ecco.

Prendetemi per quello che sono. Una voce che parla, che appartiene a una persona.

Sono io, fidatevi di me.

Ho trent’anni e mi chiamo Samil.

Cosa ho da raccontare?

Sono nato, e questa credo sia la cosa più significativa che posso ricordare d’aver fatto. Ho una vita normale, scandita dal solito lavoro, con le solite amicizie, con le solite difficoltà che costellano ogni singola banale esistenza.

Mia madre è in pensione, mio padre è morto qualche anno fa. Di mestiere faccio l’impiegato all’ufficio reclami di un grande supermercato del centro. Nel tempo libero mi dedico alla pittura. Mi chiudo in camera e mi siedo sullo sgabello di vimini davanti alla tela. Faccio partire qualche canzone in sottofondo e mi concentro sui colori, sui pennelli e sul bicchiere di vino che lascio sempre mezzo vuoto sul cassettone accanto allo specchio.

Mi piace il nero. Ricorda la notte, il buio di tenui sfumature che accoglie il pallido brillare delle stelle.

Penso spesso a quanto profonda possa essere una notte.

Come il pozzo dove il sognatore Giuseppe venne gettato dai suoi fratelli. Come il sentiero dai presagi di sale che guardava il cammino dell’avverso amore di Euridice. Come la pupilla scura di uno sguardo ferito.

Di notte mi sento bene. La tristezza non fa male e il silenzio mi porta il bagliore dell’abbraccio della luna.

Esiste qualcuno che possa dire con esattezza quale sia l’età della notte?

Miliardi di anni, giusto. 

Non mi basta, come risposta. Ha più senso dire che la notte ha soltanto qualche ora di più del giorno. Perché prima era il buio e poi venne la luce. Come nella sala del cinema dove i fotoni si sparpagliano rimbalzando sullo schermo o come quando il mattino, allo schiudersi delle palpebre, fa irruzione sulla retina.

Di fatto, la notte c’era prima. Prima di tutto.

Prima che cominciasse la mia storia.

Mi chiamo Samil e non sono l’angelo della morte, anche se ogni tanto mi piacerebbe esserlo. Per esempio quando prendo il treno per andare al lavoro. Sono costretto a divincolarmi tra ragazzine e ragazzetti carichi di libri e ormoni che faticano a orientarsi, nel corpo come nella stazione. Ucciderei chiunque per avere un po’ di tranquillità. Poi mi rendo conto che l’essere umano è una creatura strabiliante, composta da migliaia e migliaia di cellule che lavorano per uno stesso fine, pervase da un’iridescente spiritualità. E allora non resto cattivo, torno ad amare chi mi sta attorno. Pieno di fiducie sempre disattese. Tuttavia, l’amore possiede una miriade di facce e sa nascondersi nel più piccolo e insignificante anfratto di un’anima fragile come la mia.

La primavera in città è una chimera che esiste nelle previsioni meteorologiche e sui calendari appesi in cucina. In quella mattina, che aveva tutte le intenzioni di seguire programmi diversi dai miei, qualche fiore metteva in mostra le corolle e stormi di fazzoletti di carta sbattevano le ali per le strade percorse da pollini e allergie, mentre la mia camminata mi avvicinava alla stazione.

Quel giorno sentivo di aver bisogno di ordine e di solitudine, forse solo di una nuova stella da cui partire per contare l’universo.

Mi ero svegliato di soprassalto alle tre. Le gambe indolenzite e con la sensazione di essere trapassato da un’infinità di aculei. Un incubo mi aveva fatto saltare sul letto matrimoniale dove da qualche anno dormo da solo. Nel sogno, ero a pochi passi da alcune persone e stavamo visitando una stanza immersa nel buio. Una delle signore presenti, ce ne saranno state almeno tre, mi allunga una specie di torcia fatta di corteccia e pece. Mi chiede di accenderla e di tenerla in mano. Nella penombra riesco a intravedere qualcosa: siamo in una cripta e sento la forte presenza di qualcuno oltre ai miei compagni di sogno. La signora mi fa spegnere quel lume improvvisato e comincio a sentire l’ansia crescere. Tento di riaccendere la fiaccola e la stanza ora sembra più illuminata. La signora dice che siamo nella prigione di un “figlio del peccato”. Sento che ha ragione, sento che c’è qualcuno di strano. “Un bimbo a due teste?” chiede il me onirico. No. Soltanto un bambino con il corpo di serpente e la testa di leone. Eccolo, il figlio del peccato, lo vedo. Viene trascinato via dalle persone che erano con me e io non posso fare altro che guardarlo negli occhi, con un senso di impotenza e ancora il dolore fisico di quegli aghi che mi trafiggono il corpo. 

Mi sveglio. Il battito cardiaco è accelerato, molto accelerato. SETH, si chiamava quel ragazzino. Scritto in maiuscolo, ci teneva a farmelo sapere. Non Seth ma SETH, come se ogni singola lettera fosse l’iniziale di un nuovo nome, come se ogni segno grafico si schierasse accanto all’altro per comporre un sigillo esoterico con chissà quale significato.

La mia fase REM, ormai l’ho capito, culmina alle tre di notte, a prescindere se vada a dormire alle dieci o, per dire, alle due.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefano Mosele
Stefano Mosele è nato a Levico Terme nel dicembre 1981.
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