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Cani soli di mezza taglia

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Una malattia degenerativa agli occhi di un aspirante scrittore. La conseguente depressione del suddetto scrittore e la madre depressa dello scrittore depresso che gli regala un cucciolo di cane per ciechi. Ma KurtCobain, così si chiama il pastore australiano, è una creatura particolare: un cane parlante, profondo conoscitore del grunge e del cinema indipendente americano.
Tra il potenziale cieco, Elias, e la potenziale guida si instaura fin da subito un rapporto simbiotico. Così, mentre la patologia appare stabile, i due cercano di sfondare nel mondo dell’editoria e del cinema…

Nelle mani di Clint Eastwood

Leggere Infinite Jest mentre sbirci un porno e riconoscere in una tipa una certa somiglianza con Julianne Moore in America oggi. Regalare una pacchiana borsa Gucci a tua mamma con il primo stipendio da venditore di discutibili prodotti finanziari. Ma anche un bicchiere di vino riguardando L’odio di Kassovitz. Avere un deejay fallito, un ultras pacioccone e un neonazi omosessuale per amici. Tipe calde come stufe che ballano in polverosi festival rock, scolorite magliette colorate, feste in case con i muri che piangono birra, Ray-Ban e giubbotti di pelle, cinema d’autore il pomeriggio e pomeriggi trascorsi a cercare di essere autori di cinema. Poi. All’improvviso. Quando il problema più grosso che tu abbia è capire se Borja Valero giochi fuori ruolo. Tre parole. Hai una malattia. Se poi la quarta è degenerativa, togliete di mezzo anche tutto l’indotto di concetti prodotti dalla fabbrica del Futuro. Se la quinta è vista, avrete d’improvviso la voglia di buttare nella spazzatura tutto ciò che ha a che fare con il verbo vedere. A fine giornata vi ritroverete al buio di camera vostra, con le mani su dei genitali mosci e aridi e un mare di libri, riviste e televisori lanciati dalla finestra. E il vostro Cimitero Degli Occhi si arricchirà passo a passo di sempre più cadaveri. Perché se perdi l’uso della vista a cosa ti serve avere tre camicie simili con tre tonalità di rosso diverso? Che farsene di tutti quei film che hai collezionato? Vuoi forse ascoltare la voce di De Niro ricordando i bei tempi in cui potevi vederlo? Non credo proprio.

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Trentotto minuti prima

Da qualche mese mi sono accorto che per leggere sfioro le pagine con la punta del naso, così mi decido a prendere un appuntamento con un oculista.

Mentre entro nel suo studio, sto valutando se comprarmi le Converse a stelle-strisce o quelle rosse. Mi sembra una scelta ideologica, da non sottovalutare.

Il medico mi misura la vista, ma oggi ho gli occhi stanchi, ci vedo meno del solito. Ho fretta, devo andare in farmacia a prendere degli integratori per capelli, non voglio finire per sembrare il principe William. Speriamo si sbrighi a prescrivermi le lenti che mi servono, e poi via. Lui però mi piazza davanti a un macchinario. Una spirale rosa mi fotografa l’occhio. Sul muro alla mia sinistra sono appese una laurea, due specializzazioni e sei gravi patologie dell’occhio. Come donare serenità ai propri pazienti.

Mentre torno a sedermi sulla poltrona, gli chiedo: «Dottore, io preferirei mettermi le lenti a contatto invece degli occhiali, che ne pensa? Vorrei evitare di sembrare un misto tra il principe William ed Enrico Mentana».

«Direi che è un’ottima idea, perché le lenti sono la sola possibilità per cercare di frenare la sua malattia.»

«Che… che… che malattia ho?» chiedo, un filo preoccupato.

«Ha una malattia degenerativa della cornea. Si tratta di una patologia in cui nei casi peggiori si è costretti a ricorrere al trapianto di cornea da un donatore. È veramente un troiaio, senza dubbio. Nel suo caso comunque siamo a uno stadio iniziale. Non c’è da allarmarsi, per il momento.»

Ah, Dio grazie, sta parlando al telefono, non sta dicendo a me. Cazzo, meno male, mi stavo cacando addosso.

«Questa patologia non conduce comunque alla cecità, se la cosa può tranquillizzarla.»

No, non sta parlando al telefono. D’improvviso le Converse divengono un’immagine sbiadita, che fugge veloce dalla mia testa. Un bastone e un cane per ciechi sono le sole cose a cui riesca a pensare.

La montatura dei suoi occhiali, quel ridicolo taglio di capelli con la sfumatura alta. Odierò quest’uomo per il resto della mia vita.

Ho letto varie volte Cattedrale di Carver. E mi ero sempre immedesimato nel marito, mentre adesso so che diventerò il cieco.

Non so neanche chi stia guidando mentre cerco di tornare a casa, cioè, il mio corpo, lo so, ma io non sono già più lì. Forse questa è l’ultima volta che guido un’auto e io neanche assaporo la cosa. Io e le mie cornee siamo nelle sale d’aspetto di una fila interminabile di specialisti. E ogni cartello stradale mi saluta con un benvenuto all’inferno.

Ogni sera vado a letto guardando il poster sul mio armadio. È una vecchia foto in bianco e nero dei Nirvana, con Kurt in primo piano e Dave e Krist ai lati. È una foto scura, dove gli occhialoni da sole vintage di Kurt sembrano servire più a ripararlo dall’angoscia che dal sole. Ma alla sua, di angoscia, si è aggiunta la mia, perché io di occhialoni non ne vedo uno ma due paia. È la deformazione della cornea che mi porta a raddoppiare le cose chiare o luminose che si stagliano su fondi bui. In pratica, quando guardo il cielo di notte, io non vedo una ma due lune semisovrapposte.

Così, ogni sera, prima di andare a letto, chiedo al Signore di farmi alzare l’indomani vedendoci bene. Anche decentemente. Più o meno come ci vedevo prima. Mi accontenterei anche di un po’ peggio, pur di non rischiare di non vedere più niente da un giorno all’altro. Ma dopo aver poggiato il libro che sto leggendo, prima di spegnere l’abat-jour a forma di conchiglia sulla mensola sopra il letto, guardo il poster e gli dico: «Ti prego Kurt, domattina fammi vedere solo un paio di occhiali sul tuo naso».

Mi rendo conto che certe cose raccontate così risultino a cavallo tra il patetico e il fiabesco, ma vi assicuro che dinanzi alla malattia si è pronti a mettere da parte ogni convinzione razionale e ideologica. Dev’essere per questo che ogni week-end partono circa otto pullman carichi di pellegrini per Lourdes o San Giovanni Rotondo.

La mattina accade spesso di essere svegliato dalla telefonata di qualche cugina di mia mamma. Cerco di non ascoltare, e così stendo il mio corpo come la pelle di un orso sventrato. Apro le gambe e le braccia verso l’esterno, e, messo a seccare sotto le coperte, lascio che il battito del cuore vada scomparendo. Solo la testa del grizzly fuori dal materasso, mentre il corpo viene inglobato. Se mi vedesse il signor Eminflex brevetterebbe l’idea.

Però non è sufficiente, e allora sono costretto a otturarmi le orecchie per non ascoltare, ma il suono di ciò che non voglio sentire sembra introdursi anche dai buchi del naso. La voce dentro la cornetta chiede qualcosa a mia madre. E lei risponde: «Male Milena, male». La voce nella cornetta formula un’altra domanda. «Ne abbiamo già girati sei. Ci dicono che c’è poco da fare…» Tre secondi di silenzio, poi inizia un pianto soffocato, una di quelle cose che farebbero annegare un sommozzatore. Ma una madre impara a nuotare anche negli abissi del dolore per un figlio. Premo sul trago dell’orecchio fino a farmi male, serro le narici, ma niente da fare. La voce dentro la cornetta pone un altro quesito e io avrei una voglia tremenda di scendere, strappare il telefono di mano a mia mamma, smontare questa cazzo di cornetta e pestare a sangue quella voce.

  

Dalle casse della sala d’attesa esce la voce di Laura Pausini che si lagna di essere stata mollata da uno che l’ha illusa. Che avrà da piagnucolare sempre questa, glielo darei io un buon motivo per piangere. In realtà non sopporto più niente. Odio le canzoni felici perché io sono triste. Odio le canzoni tristi perché io sono triste. Non ammetto altro dolore che non sia il mio.

Passano due medici che parlano di come sia andato un trapianto, mia mamma li sente, li segue con lo sguardo e poi scoppia a piangere. «Calmati» le sussurra mio babbo frapponendo il corpo tra me e lei per impedirmi di vederla. Mi riappoggio allo schienale e torno a cercare qualche figura identificabile tra le screziature del pavimento, ma non riesco a vedere granché. Solo Bocelli e un bastone per ciechi. Io non voglio vivere al buio, sbattendo in tutti gli spigoli, incapace di capire se sto ammirando due belle tette oppure un gabbiotto dell’Enel. Non voglio attraversare la strada a braccetto di qualche studente che non vuole dover raccontare nel compito in classe di un povero cieco morto schiacciato da un autobus. Se un giorno avrò una figlia vorrò poterle leggere una fiaba che non sia scritta in braille. Voglio vedere la mia donna sfilarsi la lingerie, avvicinarmi lentamente a lei e, iniziando a leccarla dai piedi, fermarmi sulla sua vagina. Non finire a leccarle un’ascella. Voglio potermi masturbare senza dover chiedere al Camiciottoli di farmi la telecronaca del cunnilingus in un film porno. Voglio vedere il tramonto sul Grand Canyon mentre guido con un braccio fuori dal finestrino, non andarci in pullman con una gita per handicappati tenuti per mano.

«Branzino?»

«Siamo noi» scatta su mia mamma.

«Chi è il paziente?»

Due secondi di interminabile silenzio prima che i miei trovino il coraggio di indicare il sangue del proprio sangue come il condannato. Sento l’odore acre del senso di colpa. Non siamo noi, è lui, questo stanno pensando.

Mi alzo stringendo i pantaloni sulle cosce.

«Vieni» mi dice con estrema dolcezza questo medico donna sulla quarantina.

Mentre la seguo mi volto, temendo uno scambio d’accuse tra i miei circa chi sia il responsabile del patrimonio genetico malato. Invece no, sono in silenzio che ascoltano loro malgrado la Pausini, riuscendo a stento a trattenere le lacrime per tanto cattivo gusto.

La dottoressa mi fa sedere davanti a un macchinario, poi mi dice di aprire bene un occhio alla volta. Mentre controlla lo stato della mia cornea, penso che debba informarmi velocemente su dove poter recuperare un cane guida.

«Dottoressa, dove posso comprare un cane per ciechi?»

Lei sorride, convinta che faccia dello humor nero.

«Esistono pitbull che si occupano di non vedenti? A me serve un molosso perché ho dei conti in sospeso con brutta gente e vorrei avere un cane cazzuto…»

Ma che sto dicendo. L’ansia mi rende ridicolo.

La donna mi accarezza sul mento e capisco che non esistono pitbull dediti a scopi umanitari. Dovrò dirimere i miei dissapori prima di brancolare nel buio.

Quando entro nello studio del luminare ad attendermi trovo anche i due portatori sani. I loro occhi arrossati mi dicono che gli altoparlanti hanno trasmesso l’intero album pausiniano.

Il guru è un uomo di cinquant’anni scarsi, con un camice aperto su un abbigliamento country. Non mi stupirei se suonasse il banjo prima di entrare in sala operatoria.

«Allora, siamo indubbiamente davanti a due cheratoconi, poco da dire. So che ti avranno già sufficientemente spaventato descrivendoti questo troiaio di malattia, vero?»

Troiaio è un termine che deve piacere molto agli oculisti, è la terza volta che lo usano per riferirsi alla mia patologia.

Guardo fisso il macchinario dinanzi a me, nel punto più chiaro. Mi tocco otto volte le palle in serie da otto, incrociando il movimento con la mia preghiera interiore dell’Ave Maria. Pensa positivo, la realtà è modificabile secondo la teoria della fisica quantistica. Noi contribuiamo a dipingerla mentre i colori sono ancora freschi, questo teorizzano i fisici.

Ma che ne sa la quantistica di questa merda che mi divora gli occhi.

«Elias? … Elias?»

Mi sta chiamando il medico, ma io sono troppo preso a non perdere il filo della preghiera mentre arpeggio i miei testicoli.

«Lo scusi dottore, è entrato un po’ in crisi da quando abbiamo saputo… ora è preoccupato, molto preoccupato» sento rispondere mia mamma, mentre io sono impegnato a terminare i riti sciamanici di palpazione delle mie gonadi prima di arrivare a “benedetto è il frutto del tuo seno”.

«Elias, lo so che saresti stato più contento se non avessi avuto questa malattia, ma c’è, e dobbiamo farci i conti. Il dato positivo è che con l’età questa malattia statisticamente si blocca smettendo di fare danni, e tu non sei più un ragazzino. Ascolta, i risultati che ci fornisce il macchinario sono buoni, adesso verifichiamo empiricamente la qualità della tua vista.»

“Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori.” Elias, non l’ascoltare, non smettere di toccarti i maroni, mi ripeto.

«Allora, partiamo dalle lettere grandi.»

Oh Madonna, ti prego, se devo diventare cieco accetto il mio destino ma non mi sottoporre ancora a questa tortura. Avrei una voglia di dire: «Dottore, mi operi o mi mandi a scuola da Ray Charles, ma ancora ’sta tavola con tutte queste maledette lettere no». Nell’ultimo anno non ho fatto che guardare questa tabella indossando questi occhialini post-apocalittici. È la tredicesima volta in nove mesi.

E mentre il dottore mi indica con un dito la riga delle fottute lettere da decifrare, mia madre è sull’altro lato della tabella. E se potesse, leggerebbe lei le lettere al posto mio. A ogni visita che faccio, vedo aumentare sul volto di mia mamma uno strano senso di colpa, come se si sentisse responsabile per avermi trasmesso un cavallo di Troia. La sera che scoprii di essere affetto da questa roba lei mi prese il viso tra le mani e mi disse: «Ti darò i miei, ti darò io i miei».

Non dimenticherò quanto amore ho sentito nelle sue parole. Perché forse l’amore, come la musica, è una delle poche cose che non si vede ma si sente.

Poi, nel corso dei giorni, si fece spazio l’ipotesi del trapianto. Non smettevo di pensare che per ogni persona con delle nuove cornee ce n’era una, che era sempre un giovane, a cui erano state tolte perché era morta. Famiglie intere, piegate dal vomito e dal pianto, avevano trovato la forza di firmare un foglio in cui acconsentivano a far sminuzzare il proprio caro per donarne un pezzetto a un altro povero disgraziato. La vita è veramente crudele. Mi veniva sempre in mente Berny Vassallo. Berny era un figo da paura, aveva diciotto anni e stava andando agli allenamenti di calcio, quando un tizio passò col rosso e lo scaraventò contro un cartello stradale. Berny fece in tempo a rialzarsi e a mandare a fanculo il tizio prima di accasciarsi e morire sullo spartitraffico. Lo vidi passando per caso, sembrava una performance di arte contemporanea. Era figo anche da morto. I suoi, un commerciante e una casalinga, immersi nell’odore di disinfettante delle stanze verdastre dell’ospedale, acconsentirono al trapianto degli organi. Ogni volta che vedo giocare le giovanili della Viola United immagino Berny Vassallo, in un angolo della panchina, con la divisa della squadra, e due buchi neri al posto degli occhi.

Mio babbo invece è accanto a me, sorride e prima che inizi a leggere dice sempre: «Non preoccuparti, sono veramente piccole, non le vedo neanche io».

“Adesso e nell’ora della nostra morte, amen.” Finito. Forza, guardiamo ’ste cazzo di lettere e poi riportatemi a casa.

«Partendo da sinistra vedo una M, poi una F, però potrebbe essere anche una P. E poi una lettera circolare, credo sia una O… oppure una D. O forse una Q?»

Le malattie ti umiliano, crocifiggendo lo spirito prima ancora del corpo. Ma a ’sto giro sembra vi siano ottime notizie per Branzino. Il guru dell’oculistica ha decretato che sono in buone condizioni. Mi poggia un braccio sulla spalla mentre torna a sedersi alla scrivania. Poi si accende un marlborino e io capisco che è davvero un cowboy prestato alla medicina.

«Ti dico solo questo: stamane ho operato sei cheratoconi. Trentadue negli ultimi sette giorni. Non ho ancora calcolato quanti da inizio anno.»

Un’industria della cecità.

«Tu continua così, che stai andando molto bene.»

A fare che? mi chiedo. Non ci sono pasticche da prendere, non ci sono terapie da fare né comportamenti da evitare. Si accorge che lo sto guardando dubbioso.

«Ascolta, stai tranquillo ché non ho nessuna intenzione di regalarti la mia canina Peggy» mi dice sorridendo, mentre spegne la sigaretta in un posacenere con scritto Arizona.

È ufficiale, i miei occhi sono nelle mani di Clint Eastwood. 

Non trascorrono molti mesi che mia mamma viene contattata da un suo amico, un allevatore di serpenti.

«Susy, ciao bella, come butta? Sono Sasha…»

«Ciao Sasha, era tanto che non ci sentivamo…»

«Volevo dirti che sono diventato padre…»

«È stupendo, di un maschietto o di una femminuccia?»

«Di un maschietto.»

«E come si chiama?»

«Peyote.»

«Oh.»

«Oh.»

«Oh… bello, era il nome di un vostro antenato?»

«No, di un fungo allucinogeno.»

«Ah.»

«Ah.»

«Senti un po’, ma tuo figlio è già cieco? Perché se fosse già cieco io avrei un’ottima occasione da proporvi. A voi serve un cane da addestrare come cane guida, e io avrei la bestia che fa per voi.»

«Sei stato gentile a pensare a noi, ma mio figlio, facendo i debiti scongiuri, per ora ci vede bene.»

«Ho capito. Se vuoi però ho anche due femmine di furetto norvegese e un’iguana maculata del Chapas.»

«No, non voglio niente…»

«Ok, come non detto. Ci sentiamo…»

«Aspetta…»

05 Dicembre 2017
Un coinvolgente articolo su Saimo Tedino e il suo "Cani soli di mezza taglia" su il Tirreno di oggi!

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Saimo Tedino
Saimo Tedino nasce a Firenze nel 1980. Nel 2005 si laurea presso la facoltà di Scienze Politiche con una tesi sul cinema di guerra italiano dal 1945 al 2004. Amante del cinema indipendente, ha curato vari cortometraggi. Cani soli di mezza taglia è il suo secondo romanzo.
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