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Capricorno

Capricorno
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Cos’è la morte, davanti al nostro amore?
Niente. Non è niente.
Anche se io dovessi andarmene questa notte non sarò andata via davvero.
Sono solo andata ad aspettarti altrove.
Sono solo in quel posto che avremmo dovuto raggiungere insieme.
Ecco: sono solo arrivata per prima.
Se dovessi andarmene questa notte, non smettere di chiamarmi.
Chiamami, chiamami sempre.
E parlami.
E non intristirti.
Fai come hai detto tu: sorridi. Sorridi e non guardare indietro, guarda solo
avanti.
È lì che sono io.
Continua a cercarmi su quella poltrona. Starò lì, starò leggendo.
Basterà guardarmi con occhi meno mortali. E apparirò.
Continua a dormire nel nostro letto.
Continua a dire il mio nome.
Dillo sempre, il mio nome.
Chi smette di chiamarsi si dimentica. E tu non mi devi dimenticare.

Dovessi andarmene questa notte non sarebbe comunque successo niente.
C’è una continuità nel nostro amore che la morte non spezza.
Perché gli amori come il nostro non possono morire.
Mai.

Tua per sempre,
Lena

Perché ho scritto questo libro?

Sono stata da uno Psicologo per la prima volta all’età di 8 anni. Con il tempo, ho capito come convivere con quello che mi faceva sentire diversa. Ho scritto questo libro perché, fondamentalmente, ho imparato a dare pari dignità alle mie gioie e ai miei dolori. Per anni ho nascosto i disturbi che mi impedivano di vivere la vita serenamente. Adesso non voglio più farlo, anzi: spero che Capricorno possa incoraggiare tante altre persone ad accettarsi, realizzare i propri sogni e non fermarsi mai.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sono l’erede di una fabbrica di bottoni in Versilia.

Non c’è da scherzare con i bottoni – l’ho imparato da piccolo. Li diamo per scontati eppure è la legge dei dettagli: è lì che abitano le cose importanti.

I bottoni, nella loro discrezione, aiutano a chiudere e ad aprire i vestiti. E non c’è nulla di più importante che sapere aprire e chiudere. Libri, situazioni, relazioni. Giacche, camicie, cappotti.

Chiudiamo per ripararci dal freddo. Apriamo per svestirci, scoprirci. Mostrarci.

I bottoni, nello specifico, giocano questo ruolo. Il ruolo dell’invisibile e del necessario. Il complemento che non vedi e che non ti distrae ma che esiste in silenzio. Nel suo mutismo, lo abbottoni e sbottoni.

E’ un rituale essenziale in cui vince l’assenza: noti un bottone solo quando manca. Come tutte le cose importanti, fa rumore in silenzio.

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Nel mio caso specifico, i bottoni erano molliche che tracciavano la strada verso casa. Il percorso sicuro da seguire per diventare adulto.

L’ho imparato verso i sei, sette anni, quando mio padre mi metteva a sedere su una sedia in pelle nel suo ufficio. Mi allungava una scatola da scarpe nera scolorita ai bordi.

– Aprila, Cristiano.

Io lo guardavo, poi glissavo sulla luce del sole filtrata dalle tapparelle. La vedevo spalmarsi sui quadri, fermarsi sulla polvere che cristallizzava nell’aria.

C’è una magia nella luce immobile che non saprei spiegare. E’ l’incanto della stasi che trascende il tempo. Tante volte avrei voluto essere luce anch’io, fermo in un istante che non passa mai.

Invece, passavo con la pesantezza degli esseri umani – e come un allievo obbedivo a mio padre e al tempo. Allungavo le mani, accarezzavo il coperchio della scatola. Poi la aprivo con la delicatezza da riservare alle cose fragili.

All’interno c’erano un centinaio di bottoni di tutta una serie di tonalità e dimensioni. Li rimescolavo con le dita, li stringevo tra le unghie e li raggruppavo in piccoli insiemi di porpora e glicine.

Facevano quel rumore sordo che spezzava il silenzio che troppo spesso c’era tra mio padre e me. Nulla di pesante, al contrario. Le parole non ci servivano. La nostra forza era nella comprensione a pelle.

La mia era acerba e pallida – ero un giunco reciso di fretta. La sua era abbronzata e spessa, profumava di muschio. Nella sua diversità, però, la nostra pelle si capiva. Eravamo scritti entrambi nelle nostre molecole. Gli atomi parlavano un loro linguaggio dei segni.

– Questi sono i primi bottoni fabbricati dal nonno negli anni Cinquanta.

Mio nonno era uno di quelli che con il boom economico ci aveva saputo fare. Partito come sarto in Versilia, aveva intravisto il potenziale del suo tempo ed era riuscito a costruire – bottone su bottone – una fabbrica capace di dare da mangiare non solo ai suoi figli, ma anche ai suoi nipoti. A me.

“Cristiano, c’è una strada così bella davanti a te”, me lo diceva sempre.

Io gli avevo creduto e quei bottoni sono diventati cuscini. Radici. Abitudini.

E io ero felice così. No, ecco, non “felice”.

La felicità è una cosa troppo seria – anche se potrei dire che ognuno la trova un pò dove vuole. E’ terribilmente soggettiva e per questo la immagino sempre come un’arma a doppio taglio.

Non è scientifica, al contrario. E’ quanto di più diverso ci sia da un linguaggio universale. Non è misura, non è grammatica. E’ sentimento.

Sfuggivo alle leggi del sentire come un cane fugge dal cappio del canile. Non perchè ne avessi paura, né per gioco. La verità è che devi essere portato per quel tipo di strumento.

I sentimenti erano corde di un violino troppo prezioso. Una musica troppo bella che non sapevo suonare.

Crescendo capii come la vita, la felicità, il tempo, la strada, ad un certo punto – inevitabilmente – cambiano. In un momento tutto si trasforma e non ci si può far nulla. Diventiamo pesci di un fiume che sfocia nel mare.

L’acqua salata brucia e il più delle volte non riusciamo a risalire la corrente.

Pochi sopravvivono. Il resto è morìa.

Impariamo alla fine che la normalità, la sicurezza, sono belle ma non sono fatte per durare. Per quanto ci si sforzi di tenersi alle cose, alle persone, loro – prima o poi – ci lasciano.

Per quanto ci si attacchi con i denti e le unghie alla vita così come la conosciamo, prima o poi lei si trasforma. E ci trasforma. Che ci piaccia o no.

Il fatto è che, il più delle volte, non ci piace per niente.

Io e mio padre abitavamo in una casa indipendente su due piani a Forte Dei Marmi, nella “Versilia Storica”. Lui era nato a Lucca. Si trasferì lì con la sua famiglia quando mio nonno decise di aprire la fabbrica di bottoni. Che, per darle un nome, chiamò “Bottoni S.r.l.”.

Un nome essenziale. Del resto, mio nonno diceva sempre che i nomi non sono importanti. Credeva che la gente desse un nome alle cose solo per controllarle. Invece lui, le cose, le ha sempre lasciate andare un pò per conto loro. Un pò come “Dio voleva”.

Mio padre, invece, diceva che Dio era un pò dovunque e che gli uomini lo trovavano dove gli faceva comodo. Che, se avesse voluto, l’uomo avrebbe potuto avere potere su tutto. Anche sulla morte.

Così, io sono cresciuto tra mio nonno e mio padre. Il sacro e il profano. Il destino e la volontà. Con la cravatta sempre incollata alla camicia e io incollato a loro. Il pezzo che si lavora tra l’incudine e il martello.

A parte loro due, non avevo molti amici se non una cricca ben selezionata di persone come me.

E’ la natura. Scegliamo i nostri simili perchè vogliamo andare a mangiare le stesse cose, guardare gli stessi flm, leggere gli stessi libri. Abbiamo lo stesso odore. Non possiamo perderci.

In sostanza, la mia vita era uno scorrere sereno. Un lago che ancora non vedeva il mare. Una gabbietta dorata per uccelli esotici. Piccole semplici regole che mi piacevano. Mi facevano sentire tranquillo.

Fu in un giorno di giugno del duemila che qualcosa si fece strada tra le mie abitudini. Si incepparono le rotelle del mio meccanismo. Piccoli chiodi scuri iniziarono a piovere dagli ingranaggi.

M’ero perso per la corrente e il lago si era fatto fume.

Quel giorno ero affacciato al balcone e guardavo le persone camminare per strada. Il sole batteva forte sulle vetrate e illuminava la città di una luce nuova – luccicava sulle teste della gente che brulicava sotto il mio balcone come uno sciame lentissimo di formiche.

– Cristiano. Posso parlarti?

Mio padre era un uomo dai capelli brizzolati e gli occhi azzurri. Sbucò alle mie spalle dalla porta finestra della cucina.

La bocca gli manteneva una riga sottile e drittissima sul viso sbarbato e profumato di dopobarba.

Ne usava uno che sembrava un cristallo. Se lo passava sulla pelle grattugiata dal rasoio come un ciottolo trasparente. Finiva per avere addosso l’odore di un muschio crudissimo.

– Certo.

Mi si avvicinò con un sospiro. Stiracchiò una mano tra i capelli e poggiò lo sguardo sulle persone che spazzavano i sassi del centro.

– Tu hai sempre vissuto con me.

Timbrava la solita nota scura. Figlio della misura, calibrava le corde vocali a rilento.

– Si.

Fece una pausa. Gli si strizzò una ruga all’angolo degli occhi. Aveva il proflo di un greco. La linea di demarcazione tra la bellezza e il potere.

– Tua madre è malata, Cristiano. Mi ha telefonato ieri tuo zio Umberto.

Non sapevo cosa dire. Non parlavo con mia madre, non avevamo rapporti. Non ci avevamo mai provato. Lei per me aveva lo stesso peso di un’ombra – e le ombre hanno il loro peso, sia chiaro, anche quando ci sembra di non avvertirlo. Io, il suo, lo avvertivo sempre. Era puntuale: rintoccava nel mio sterno a momenti.

Mi capitava di portare fuori l’immondizia. Di fare un movimento sbagliato e beccarmi uno strappo. Di cantare sotto la doccia quando non c’era in casa nessuno. In tutta questa serie di abitudini e di accadimenti, alle volte avvertivo una fitta all’altezza dello sterno.

Capii soltanto dopo che era il sintomo della sua mancanza.

Alle volte ci manca qualcuno e ce lo dimentichiamo. Così la vita, poi, ce lo ricorda. Con i suoi modi. Ai suoi tempi.

Per farla semplice, sapevo della sua esistenza e lei della mia. Però non ci eravamo mai cercati.

Non eravamo linee parallele. Non eravamo binari. Su di noi non passava nessun treno. Eravamo dispersi nella terra di nessuno. Nessuno che chiama, nessuno che chiede, nessuno che osa.

Per questo restai indifferente alla notizia. Non capivo cosa avrei dovuto provare – ma come detto: i sentimenti erano un talento che non possedevo.

– Ha un cancro.

– Ah.

I miei genitori divorziarono quando io e mio fratello avevamo tre e quattro anni. Non ricordavo molto di quel momento. Nella mia testa c’era solo il rumore di una valigia che si chiudeva.

I momenti più difficili non fanno rumore. Il dolore è muto come i pesci. Allo stesso modo, chi soffre boccheggia. Cerca l’aria dove non c’è. Il più delle volte si affanna in superficie anziché cercare ossigeno sul fondale.

Raschiamo il fondo della vita così poche volte. E’ un pò come infilare un dito nel barattolo della marmellata. Ci soffermiamo sempre sui bordi senza arrivare mai alla fine.

La vita, per molti, è quello che succede sul bordo. Chissà come sarebbe riuscire a grattare il fondo a piene mani. Raccogliere tutta la polpa che finiamo per buttare via.

Io, dopo l’addio tra i miei genitori, rimasi a vivere con mio padre. A mio fratello toccò partire al sud con nostra madre.

Il bello è che non ci venne concesso di decidere. Eravamo troppo piccoli per farlo. Quindi i grandi fecero quello che fanno meglio al mondo: scegliere al posto dei bambini.

Mia madre scelse Adriano. Tutto qui. Nessuna poesia, nessun retroscena, almeno per quello che ne sapevo io all’epoca.

Lei volle lui e se lo prese. Io ero fuori dalla sua squadra. Il bambino che gioca male a calcio e resta in panchina.

Ogni tanto sentivo mio fratello al telefono ma solo per “comunicazioni di servizio”.

Era giusto per sentirsi e dirsi che c’eravamo. Eravamo vivi.

Per il resto non potevo dire di conoscerlo. E sicuramente non mi faceva sentire meno solo il fatto di sapere che ci fosse qualcuno nel mondo che portava il mio stesso cognome.

Per mia madre il discorso era diverso. Come detto, la vita me la ricordava – somatizzavo all’altezza dello sterno. Capitava mi mancasse l’aria per una frazione di secondo. Era la sensazione che provava un pugile colpito allo stomaco.

Era il colpo basso di un ricordo. Mi addormentavo nel torpore della mia adolescenza da principe e lei affiorava quando ero più vulnerabile: quando mi sentivo sereno.

Per quanto mi sforzassi di sfuggirle, mia madre era sempre lì, in un posto dentro di me. Onnipresente, nel buio. Era l’unica immagine che avevo di lei: una donna magrissima che mi guardava con un paio di grandi occhi gialli, dorati come monete.

Incredibile il modo in cui la memoria riesca ad amplificare i dettagli. Paga lo scotto delle sensazioni e ci restituisce immagini talvolta distanti anni luce dal vero.

Nella mia mente, i suoi occhi erano sfere di luce ambrata. Vasche al miele in cui annegava una pupilla senza fine.

Quando mi chiedevano come avessi fatto a vivere senza di lei rispondevo sempre la stessa cosa. “Non puoi amare quello che non puoi conoscere”. E non ne puoi sentire la mancanza.

Nonostante tutto, dentro di me qualcosa macerava. Era la stessa domanda da una vita. O meglio, la domanda di una vita: “perché”.

Perché non mi aveva tenuto con sé. Perché non aveva mai chiamato. Avrebbe potuto intrufolarsi in una di quelle chiamate da call center con mio fratello. Invece niente.

Perchè non mi aveva chiesto scusa. Perchè non le interessava sapere nulla di me mentre a me, invece, toccava voler sapere tutto di lei.

(…)

Riemersi affacciato su quel balcone, in quel pomeriggio di giugno del duemila. Risposi – finalmente – dopo un’apnea lunghissima che durò tutto il tragitto del sole che cade oltre i palazzi.

– Non so che dire papà.

Non avere parole mi fece improvvisamente sentire protetto. Senza sbilanciarmi, senza provare assolutamente niente.

In quel momento mi sentivo un po’ come se stesse piovendo ed io fossi l’unico ad avere l’ombrello.

Ero all’asciutto. Ero al coperto. Stavo bene.

– Penso che sia giusto che tu trascorra del tempo insieme a lei.

– In che senso?

– Credo che tu debba conoscerla, Cristiano.

Fu solo allora che gli piantai gli occhi addosso. Mi si era ovattata la corona dell’iride. Vedevo mio padre sfocato nei contorni. Il respiro accelerava. Il mio mutismo aveva il sapore del sangue.

Lui faceva fare il lavoro sporco al profilo da greco. Non mi guardava, mi offriva solo quello. Il suo lato migliore di cui avevo preso si e no lo spigolo dello zigomo.

Non avere avuto una madre non mi era mai sembrato un peso. In quel momento, invece, averne una mi sembrava un obbligo.

– Ma.

– Un giorno, quando sarà morta e tu mi chiederai di parlarti di lei, io lo farò. E quando lo farò non voglio tu abbia rimpianti per non averle parlato quando avresti potuto.

Mi mise una mano sulla spalla. Scomodò la faccia di tre quarti e specchiò negli occhi il mio affanno. Avevo un corpo gracile e spento che ansimava.

– Tu sei stato fortunato Cristiano.

– E questa è una colpa?

Biascicai.

– A volte si.

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Bianca Cianfano
Sono nata con Saturno e Urano a favore. Per qualcuno, questa è una cosa che
mi qualifica.
Sono nata a Lecce, in Puglia, il 3 febbraio 1992. Di Lunedì.
E - anche questa - a molti sembra una cosa che dice molto di me.
Ho scritto il mio primo racconto a 8 anni, quando per la prima volta sono entrata nello studio di una Psicologa Infantile. Da allora, la scrittura è il mio modo per affrontare il mondo.
A 16 anni ho vinto il mio primo concorso letterario. A 18 anni ho anche pubblicato il mio primo romanzo, “Oltre le Onde”. Il mio secondo romanzo, “Brucerò per te la pioggia”, è stato scelto come finalista nazionale alla prima edizione del Premio Rai “La Giara”.
Sono laureata in Marketing e Comunicazione d’Azienda e ho frequentato un Master in Copywriting e Tecniche di Comunicazione.
Oggi, a 29 anni, vivo a Monopoli, ho una gatta meravigliosa e lavoro come Copywriter
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