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Cari papà

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Consegna prevista Giugno 2020

Quando Paolo e Giorgio lo videro per la prima volta, Bastiaan stava lì in quell’orfanotrofio nella periferia di Amsterdam, in mezzo a tanti bambini abbandonati dai genitori, come lui. Aveva addosso un paio di pantaloncini che gli pendevano molli dai fianchi magri, inesistenti, e un maglione con i fili tirati. Teneva le mani serrate a pugno, gli occhi fissi sul pavimento. Stava insieme agli altri, ma era come se fosse solo.
“È un bambino difficile. Siete sicuri di volere proprio lui?” li aveva informati il direttore dell’orfanotrofio, ma il cuore disse loro che così doveva essere.

È così che per il piccolo Bastiaan inizia una nuova vita, finalmente in una vera casa, cresciuto con amore. Le circostanze mettono la famiglia Casati a dura prova, ogni giorno: le chiacchiere, gli sguardi, i pregiudizi di chi li circonda sono solo alcuni degli ostacoli. Saranno abbastanza forti da andare avanti a testa alta, nonostante tutto?

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere Cari papà nel periodo in cui si parlava molto di adozioni da parte di coppie omosessuali e molti programmi televisivi vertevano sullo stesso argomento, proponendo dibattiti su dibattiti. A me sarebbe tanto piaciuto intervenire, soprattutto quando non mi trovavo d’accordo con gli opinionisti, ma, nell’ impossibilità di farlo verbalmente, ho creduto bene di dire la mia affidando il mio pensiero alle parole scritte. Così è nata la storia del piccolo Bastiaan.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le doglie arrivarono che non era ancora riuscita a contattare quel bastardo – che morisse della morte più crudele – del suo pusher. Aveva girovagato tutta la sera, percorso mille volte la strada dove di solito l’aspettava all’angolo, con quel suo fare irrisorio, soddisfatto di non essere mai caduto in tentazione, con il suo sangue pulito, il cervello integro e le tasche piene di soldi. Si chiamava Clement -ironia della sorte! – ma per tutti i disgraziati come lei, lui era il “Köning”, il re.

– Oh, ma se è vero che esiste un Dio, la dovrà pagare cara. Lo ucciderò strangolandolo con queste mie mani, gli stringerò il collo con tutta la forza dell’odio che provo per lui, poi gli sputerò in faccia e lo getterò nel canale.

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Il liquido amniotico scese giù per le gambe, le bagnò le calze, le scarpe, finì per terra formando una piccola pozza d’acqua. Fu presa da spasmi incontrollabili. Sì stese sul lastricato e spinse con le poche forze che le rimanevano, finché il bimbo non uscì dal suo ventre malato. Tagliò il cordone ombelicale con il coltellino che teneva sempre in tasca, la sua unica arma di difesa. Non degnò il neonato nemmeno di uno sguardo,  doveva sbarazzarsi al più presto di quell’inutile zavorra. Si rialzò barcollante, raggiunse il primo cassonetto della spazzatura e lo buttò dentro, come un ammasso di rifiuti.

☆ 1 ☆

Da alcune ore ormai sei disteso inerte su questo letto d’ospedale, papà. Hai la pelle bianca come il lenzuolo che Giorgio cerca continuamente di sistemarti con le mani. Sul bordo superiore, quello che spunta dalla coperta, c’è una sigla: S.C.B. È ricamata con del filo blu e sta per San Carlo Borromeo, l’ospedale che ti ha accolto in fin di vita. Hai avuto un’ emorragia cerebrale intracranica, così hanno detto i medici che ti hanno soccorso. Sei stato sottoposto a un intervento e adesso sei tenuto in coma farmacologico, per proteggere il cervello da eventuali stress. Giorgio non ti ha lasciato un momento, se non per espletare le sue funzioni corporali. Adesso sta riposando sul letto accanto al tuo. Io sono qui, seduto su questa scomoda poltrona e prego Dio che ti faccia vivere e ritornare l’uomo forte che sei sempre stato. 

Giorgio aprì un occhio “Sei ancora qui Sebastiano?  Che ore sono?”

“Le tre del mattino.”

“Su, vai a casa che ci sto io con lui.” 

“ Non voglio lasciarvi soli,  papà.” 

Sebastiano aveva l’abitudine di chiamare i suoi genitori adottivi ciascuno con il proprio nome. Per lui erano Paolo e Giorgio e sentire quella parola uscire spontanea dalla bocca di quel figlio tanto desiderato, diede a Giorgio una gioia immensa. Nonostante il dolore, un sorriso gli affiorò sulle labbra.

Sebastiano Casati, Il cui vero nome era Bastiaan, era stato abbandonato da una ragazza madre in un cassonetto della spazzatura. Lo aveva trovato più morto che vivo un signore che abitava nei paraggi. Era stato tempestivamente soccorso, salvato e pronto per passare una buona parte della sua vita in un orfanotrofio olandese, fintantoché qualche coppia disperata senza figli non lo avesse adottato.

Aveva cinque anni quando sorella Anne lo condusse nell’ufficio del direttore, signor Olav Steiner, dove due signori gentili lo stavano aspettando. Uno di loro, il più giovane, gli si avvicinò,  gli fece una carezza e gli chiese “Come ti chiami?” Lui non capiva, quell’uomo parlava strano, ma anche se avesse capito non avrebbe risposto. Bastiaan non parlava, aveva scelto il silenzio come arma di difesa. Nel suo tacere aveva riposto tutta la disapprovazione per il mondo che gli aveva negato una vita normale, anche se quella era la sola vita che conosceva. Il signore più giovane gli scompigliò i capelli e lo prese per mano. Lui si fece la pipì addosso. Sarebbe stato punito per questo, allora prese a dondolare su se stesso, un movimento consolatorio, ciò che uno psicanalista avrebbe definito “una compensazione”. Il direttore lo riconsegnò a sorella Anne, l’ inserviente simile a un bulldozer, che appena fuori della porta lo strattonò dicendogli di vergognarsi, che era troppo grande per fare ancora quelle cose e che non doveva ripetersi mai più, tanto meno in presenza di chi voleva conoscerlo per portarlo in una vera casa. Bastiaan non sapeva che cosa  fosse una casa e fu preso da una crisi di panico. Gli saltò al naso un odore sgradevole e lo stomaco gli si rivoltò. Era così la casa? La pancia cominciò a borbottare, borbottare e il rumore a ingigantire, ingigantire dentro la sua testa. Gli sarebbe uscito dalle orecchie, dal naso, dal corpo, sarebbe fluito sotto la porta fino ad arrivare al signor Steiner e a quei due signori che lo volevano portare chissà dove. E perché mai qualcuno avrebbe voluto prendersi cura di un bambino come lui, un bambino che tutti prendevano in giro?

“Bastiaan si è mangiato la lingua, Bastiaan si è mangiato la lingua…” quello era il ritornello che lo accompagnava, la colonna sonora della sua giovane vita. Volevano capirla che non era muto? Lui la voce ce l’aveva, ma non riusciva a tirarla fuori. Così si lasciò cadere per terra con le mani che gli coprivano il viso.

Sorella Anne comprendeva tutto il suo dolore, ma non poteva fare altrimenti. Lo issò in piedi e lo sculacciò. Le era stata imposta una regola: mai affezionarsi a quei bambini. Erano tanti, troppi, e loro erano poche, un pugno di persone per più di cento creature.

“Se lo farai ancora sarò costretta a metterti il pannolino, così tutti rideranno di te e nessuno, dico nessuno ti vorrà più.” Sorella Anne era stata più che esplicita.

Quella notte ebbe di nuovo L’incubo

Una nuvola maleodorante lo avvolgeva e non riusciva a respirare. Aveva gli occhi aperti ma non vedeva nulla. Fiutava il pericolo, come gli animali, ma gli animali fuggivano dai pericoli, lui invece riusciva solo a muovere le braccia…

Si svegliò madido di sudore nonostante il freddo. Il pisello gli stava per scoppiare, ma non doveva assolutamente fare la pipì, pena il pannolino. 

                                                                            

 ☆ 2 ☆

Giorgio dormiva con un occhio solo. Si sentiva stanco, svuotato, gli veniva da piangere. Immaginava già una vecchiaia in solitudine.

Sebastiano ormai è un uomo – pensava – con la sua vita, il suo lavoro. Convive con la sua ragazza. Si amano moltissimo, ed è giusto così – che Dio mi fulminasse se ne sono mai stato geloso! –  Ma… adesso? Finito il tempo dei pomeriggi trascorsi al parco, dei mal di gola e i raffreddori, degli acquisti insieme ai grandi magazzini e dei papà mi compri. Passate le stagioni al mare o in montagna  a gonfiare salvagenti o ad agganciare scarponi, che sembra ieri invece sono trascorsi più di quindici anni! Sebastiano è diventato grande all’improvviso. Forse non è neanche mai stato bambino… Adesso che cosa mi resta?

Pensò al giorno in cui lo avevano visto per la prima volta in quell’ orfanotrofio nella periferia di Amsterdam, in mezzo ad altri bambini abbandonati come lui. 

Era carino, timido, silente. Sembrava più piccino dei suoi cinque anni. Aveva addosso un paio di pantaloncini che gli pendevano molli dai fianchi inesistenti e un maglione con i fili tirati, probabilmente parte di un guardaroba dismesso da un bambino più fortunato di lui. Teneva le mani serrate a pugno, gli occhi fissi sul pavimento. Stava insieme agli altri ma era come se fosse solo. Se n’ era subito innamorato, mentre Paolo, con il quale era sposato da tre anni, aveva paura di non poter essere un bravo genitore. Ce n’era voluto per fargli accettare l’idea di diventare padre!

Se vogliamo essere una famiglia, dobbiamo avere un figlio!” Si era impuntato.

 E aveva fatto bene, perché quel figlio era diventato la loro meravigliosa ragione di vita.

Seduto accanto a suo padre, Sebastiano non riusciva a distogliere lo sguardo dal tubicino di plastica trasparente della flebo. Come se fosse stato il pendolo di Chevreul, usato dagli ipnotisti per riportare le persone indietro nel tempo, seguiva la goccia che scendeva con una lentezza esasperante dalla sacca del liquido. Anche lui aveva fatto quell’esperienza.

Era molto piccolo, aveva forse tre anni. Aveva deciso di non mangiare più perché un suo amichetto,  l’unico con il quale qualche volta giocava, era stato adottato da una famiglia olandese. Non si erano nemmeno salutati. Sorella Anne era venuta a prenderlo e non si erano visti mai più. 

Un infermiere entrò a controllare il paziente.

“Ogni tanto potete inumidirgli le labbra” disse guardando di sottecchi Giorgio che nel dormiveglia sospirava lamentosamente.

A Sebastiano non sfuggì quello sguardo e “Che cazzo vuoi?” avrebbe voluto dirgli, ma era meglio tacere, avrebbero sempre potuto aver bisogno di lui.

I primi timidi raggi di sole filtrarono attraverso le persiane chiuse. Finalmente mattino.

L’ospedale prese vita. Dal corridoio provenivano i rumori della routine quotidiana: il calpestio dei passi prodotto dalle scarpe di gomma che strusciavano  contro il pavimento in linoleum; il parlottio degli infermieri; il tintinnio dei carrelli con le boccette dei medicinali.

Giorgio si svegliò dicendo “Non ho chiuso occhio!” lo disse con un senso di vergogna, perché nonostante tutto era riuscito a riposare. Appoggiò le labbra sulla fronte del marito. “È fresca – mormorò – va tutto bene” 

Aprì il borsone che aveva riempito frettolosamente la sera prima e cominciò a sistemarne il contenuto nell’armadietto di lamiera. Prese il necessarie che condivideva con Paolo e si ritirò in bagno per mettersi un po’ in ordine. Non voleva sfigurare davanti ai dottori. 

Giorgio teneva tantissimo all’aspetto fisico. Prima di sposarsi faceva il cameriere nel ristorante in cui Paolo era solito pranzare. Era una persona semplice, riservata. Aveva sofferto della sua condizione perché in famiglia non era stato accettato, dal padre soprattutto. Paolo invece aveva due genitori che lo adoravano e avevano accolto il suo compagno come se fosse figlio loro. Si erano sposati ad Amsterdam, il primo paese in cui lo si poteva fare. Per un po’ di tempo avevano vissuto lì, poi erano ritornati nella loro Milano.

Giorgio era una donna prigioniera in un corpo maschile e come tutte le donne desiderava ardentemente avere un figlio. Non era stato facile convincere il marito a fare il grande passo dell’adozione, ma una volta presa la decisione erano tornati in Olanda e in quell’ orfanotrofio si erano innamorati di quel bambino con gli occhi color del mare.

Il cellulare vibrò nella tasca della giacca. Sebastiano sussurrò a Giorgio “Papà, esco un attimo a telefonare.” Suo padre gli strinse la mano. “Vai pure, tesoro.”

Giorgio aveva uno spiccato senso materno e Sebastiano aveva capito che era lui il sesso debole. Paolo si era sempre comportato come un vero uomo. Giocavano a calcio insieme e gli aveva insegnato a difendersi. Che male c’era se si erano innamorati di una persona dello stesso sesso!

Al telefono era Elisa, voleva notizie. “Vuoi che venga lì, vi porto qualcosa?”

Elisa era una ragazza dolcissima, il suo primo amore. Non aveva mai criticato i suoi genitori e odiava il termine ‘gay’.  Per lei l’amore apparteneva a tutti. Di qualche anno più grande di lui, insegnava psicologia alla scuola magistrale, ma soprattutto educava  i suoi ragazzi alla vita. Odiava le discriminazioni, di qualsiasi natura esse fossero e predicava l’uguaglianza. Esponeva ai suoi studenti i principi della Par Condicio e il rispetto per gli altri. 

L’aveva conosciuta alla Rinascente qualche tempo prima. Faceva la commessa in attesa di un concorso per insegnanti.  Lui cercava un regalo per l’anniversario dei suoi genitori. Era così bella che era rimasto rapito dal suo volto aperto, gli occhi ridenti.

Posso aiutarti?” gli aveva chiesto con garbo.

, grazie. Cerco un regalo per i miei genitori.”

Alla fine aveva scelto due cravatte. Lei non aveva fatto commenti, non si era stupita, non gli aveva chiesto come mai. Niente di niente. Si era limitata a fare due pacchettini. Aveva capito.

 “Non preoccuparti Elisa, davvero. Sto bene. Ci vediamo più tardi.”

Sebastiano dovette insistere fino allo sfinimento per accompagnare suo padre al bar dell’ospedale e fargli mangiare qualcosa. Non dovevano abbattersi. Quante volte glielo aveva ripetuto Paolo!

Figliolo gli diceva nella vita incontrerai tante difficoltà. Le persone… – ogni tanto si fermava per cercare le parole adatte a un bambino -… le persone hanno punti di vista diversi, ma non sono cattive. Potrai sentirti criticato, giudicato, ma se sei nel giusto vai dritto per la tua strada. Non abbatterti mai!” E quella era diventata la regola numero uno.

Giorgio piluccò appena un croissant, mentre guardava con soddisfazione suo figlio cui non mancava mai l’appetito.

 “Seba, fammi un piacere, vai a casa. Hai gli occhi che ti si chiudono!” gli disse in uno slancio di affetto.

“Vuoi sbarazzarti di me?” scherzò.

Suo padre gli scompigliò i capelli. “Come quando eri piccolo, ricordi?” gli disse.

Sebastiano ricordava. Mai avrebbe potuto dimenticare l’amore che gli avevano dato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho letto le bozze del romanzo”Cari papà “tutto d’un fiato e mi sento di dire che tutti dovrebbero leggerlo! 👍🤗

  2. (proprietario verificato)

    Mi sto’ letteralmente innamorando dei due piccoli protagonisti .

  3. Camillo

    (proprietario verificato)

    Conosco la scrittura di Manuela Fuga perché ho letto tutti i suoi libri , dal contenuto sempre originale e devo dire che non si smentisce mai !
    Il suo ‘ Cari papà ‘ mi sta proprio piacendo un sacco !
    Da 0 a 10 ..sicuramente 10 …!

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Manuela Fuga
Mi chiamo Manuela Fuga, sono nata a Venezia, città in cui vivo e lavoro e che amo moltissimo nonostante tutti i suoi difetti. Ho una grande passione per la scrittura per cui mi muovo sempre con il mio ipad per non lasciarmi mai sfuggire né un'idea, né un'emozione. Lo spunto per il mio primo romanzo, infatti, è nato mentre stavo percorrendo il Canale di Cannaregio su un mezzo pubblico… Vado sempre di fretta perché ho continuamente tante cose da fare. La mia giornata inizia alle sei del mattino con un quarto d'ora di ginnastica cui seguono prima di tutto le attività domestiche silenziose, per non svegliare tutto il condominio, poi, a un'ora plausibile, le altre. Infine mi trasformo in ‘donna in carriera' e corro al lavoro.
E viene la sera. Nella mia postazione preferita, una stanzetta nel sottotetto, comincio a scrivere…
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