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Il cartografo cieco e altri racconti

Il cartografo cieco e altri racconti campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Raccontare è un aiuto per orientarsi nella realtà, sia essa grandiosa ed epica o sonnolenta e minuta. Anche un istante di straniamento o un lampo d’intuito ci avvertono che a ben pensare non possiamo non esercitare la paziente arte dell’osservazione e della contemplazione. I racconti di questa raccolta sono rapidi viaggi che spostano il nostro punto di vista, piccole storie che vorrebbero ambire alla sintesi perfetta degli Haiku giapponesi, componimenti di quotidianità, stupore, suggestione e non detto che sfuggono alla volontà di comprendere e spiegare della nostra parola. Ci troveremo allora a un passo dal mito e subito dopo nel nostro letto, seduti su una panchina o forse al freddo di una trincea, ma sempre con gli occhi in un precario equilibrio tra la banalità apparente e la profonda molteplicità del reale.

Perché ho scritto questo libro?

L’ambizione da scrittore mi ha portato ad immaginare una biblioteca intera di storie da indagare con l’ampiezza del romanzo. Nell’appuntarle mi sono ricordato di grandi maestri della letteratura che in poche pagine condensavano mondi interi e, timoroso, ho seguito il loro esempio. Sono arrivato ad avere per le mani mille frammenti e mi sono convinto che era bello pubblicarli dedicandoli alla mia figlia più piccola per offrirle, quando leggerà, un libro aperto alla ricchezza molteplice del mondo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

IL CARTOGRAFO CIECO

Fu nel sonno dei suoi occhi che maestro Eliel finalmente comprese che il mondo era uno, chiuso. Comprese che esso doveva iniziare e finire senza però alcun punto dove poter dire che cominciasse o uno dove finisse e che le isole lontane, sul mare, erano segretamente tenute insieme da una grande terra nascosta dalle acque.
Solo il buio nei suoi occhi lo portò a comprendere che la terra era sferica come il sole e la luna, come la pietra levigata che può prendere ogni direzione.
Solo nell’ombra vide che, sì, salendo più in alto se ne ampliano gli orizzonti, ma che solo percorrendola in basso la si sarebbe potuta comprendere.
Maestro Eliel perse la vista nell’età in cui avrebbe potuto avere un figlio da suo figlio se il mare non l’avesse preso ancora giovane. L’allargarsi delle macchie sui suoi occhi resero più attento il suo acume.
Pur nella cecità maestro Eliel rimase geografo. Con due mani sulla pergamena misurava lo spazio e con le triangolazioni delle sue dita trovava l’ordine per tracciare margini, linee di costa, alvei di fiumi e creste di monti, con lo stilo. Nessuno vede la terra come fosse stesa su una pelle se non, per approssimazione, gli uccelli del cielo che volando la srotolano. Allora l’uomo astrae, e non con la vista, con la mente. La pergamena che Eliel misurava era poi colorata a pennello dai suoi apprendisti con le tonalità dei loro occhi, le tonalità che sempre cambiano per la luce del sole. I loro occhi avevano le tonalità del freddo. L’azzurro dell’acqua specchiata dalla luce, del blu profondo, del viola della pelle gelata, del grigio. Questi colori bastavano per dipingere il mare, le rocce affioranti, le terre sassose e fitte nel nero dei tronchi. Maestro Eliel aveva invece negli occhi il bianco del ghiaccio.

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Quando le onde non lasciavano andare per mare gli uomini Maestro Eliel ascoltava i resoconti dei navigatori e poi li rinarrava nelle sue carte. L’anno in cui il gelo morse il fiordo prese a dettare nuove parole, a tracciare altre mappe e ad indicare ai suoi apprendisti colori nuovi per campirle. Chiese di mescolare alle polveri il pigmento verde degli aghi d’abete alla luce piena del giorno, chiese di preparare il colore del midollo della betulla nelle gradazioni che viravano ai colori del fuoco, verso i toni del rosso e del giallo , e chiese di preparare il bruno del legno arso.
I navigatori presero a sostare presso la sua bottega non per riportare i loro resoconti ma per ascoltare le descrizioni di Eliel:

“A sud vi era una terra che dall’ocra muoveva al verde e che volgeva al bianco nelle sue cime e si chiudeva attorno ad un grande lago d’acqua calda. Ultimamente le sponde vivevano di violente ondate di genti in armi e genti in mendicanza. Secoli addietro i popoli della sponda che volge al tramonto erano in lotta con le genti della sponda dell’alba finché un condottiero salito da sud non le unì credendo che quello fosse tutto il mondo. Al mancar delle forze cedette poi ad un reggente designato il peso del regno.
Il regno non ebbe mai una capitale. Ne ebbe sei, le sei maggiori città sul lago. La distanza da una all’altra era di circa dieci giorni a cavallo. Ogni anno, nel giorno in cui la luce durava quanto il buio ed buio si faceva sempre più piccolo, la capitale cambiava. Dignitari e corte caricavano grandi carri e con le tende al seguito si spostavano.
Il carro in testa portava il reggente del regno e custodiva le mappe di ogni città e di tutto il loro mondo, le chiavi di ogni porta del re e la cassa con le leggi. Ogni volta che la capitale si spostava le mappe venivano aggiornate e arricchite perché nulla sfuggisse al reggente.
Alla morte del primo reggente i suoi figli aspirarono all’eredità della carica. Egli non ebbe mai designato il suo successore, infatti. La guerra per la successione terminò solo quando sei dei dodici figli del reggente rimasero in vita. Ognuno scelse una capitale e sulle sue terre regnò. La tregua durò una generazione. Dalla successiva cominciarono invasioni e conflitti sempre aperti, roghi e vendette.
La città a sud da cui partì in origine la conquista, un tempo presente nelle memorie e onorata ogni sette anni con un mese di feste e riti, venne completamente dimenticata perché solo la pace e la comunione delle sei capitali poteva farla vivere.
Ancora più verso l’alba, separata da una cresta invalicabile di rocce rosse, sorgeva verde un regno dove uomini e donne vivevano in case distinte. Il regno era retto dalla legge che un profeta di quei luoghi fissò con il dono di una fonte d’acqua inesauribile dal monte.
Quattro orde di invasori a cavallo la infestarono ma mai questa terra cambiò usanze. Ogni orda da dominatrice passava sempre a dominata. Nell’opulenza della fonte si sottometteva alla legge del profeta. I consacrati del profeta avevano il tesoro più grande che potesse piegare le lame degli invasori: il controllo delle acque. Cosicché gli eserciti arrivavano ed esausti si trasformavano in ospiti e nuovi fedeli della fonte.
Più a sud vi era la terra frastagliata sulle acque. La si chiamava la Mano per le sue cinque penisole. Nel golfo tra la penisola del pollice e quella dell’indice sfociava un fiume che arrivava dalle steppe del nord. Ogni penisola, golfo e istmo era luogo di arti e mestieri. Dall’entroterra giungevano tributi e materie che venivano trasformati con maestria per poi prendere la via delle carovane per mare e per terra.
A nord vivevano fra le anse del grande fiume tribù di pastori che si riconoscevano in un antenato comune. Tra loro non avevano mai fatto scorrere il sangue. Nell’errare raccoglievano minerali e gemme che poi commerciavano con la grande città di Ad verso occidente.
Gli abitanti di Ad vivevano coltivando per metà dell’anno, quando i ghiacci delle montagne nel disgelo lasciavano scorrere l’acqua ai loro campi, e per l’altra metà dedicandosi allo stordimento nel vizio, in rituali e sortilegi con le pietre preziose che i pastori davano loro.”

Maestro Eliel nel suo buio raccontava, senza stancarsi, di porti, scogliere, selve, città e botteghe, paesi di pescatori, tende di nomadi, pascoli, torri e fossati, navi e lunghi muri coperti di sterpaglie e muschio. Ogni luogo era sulle mappe ed infinitamente piccolo sulle mappe era il fiordo.
Il consiglio del fiordo riunitosi una volta con le ultime pergamene dipinte passò la notte turbato. Il fiordo, così piccolo sulla mappa, grigio, blu e bianco, non era niente nella vastità di acque, terre, pesci e bestiame del mondo.
Alla prima luce del mattino, quando l’ombra cominciava a dissolversi, tutto il consiglio era ormai concorde nel prendere la via del mare. Col nuovo corso della luna dieci scafi erano pronti a prendere il largo. Alla testa, sul ponte del legno più antico, Maestro Eliel stava sentendo i colori del vento quando il capo timoniere con un rotolo di pergamene in mano chiese con reverenza: “E’ accaduto davvero tutto quello che con questa mappa ci hai narrato?”
Eliel rispose: “Se partiamo.”

LA PANCHINA

Il vento spaginò i fogli che avevo con me: un quinterno di carta ruvida che avevo completamente coperto di graffi. Ero uscito di casa perché mi sentivo soffocare. Per tutto il tempo sofferto seduto allo scrittoio la foga faceva il pari con l’immobilità. Di lì a poco si sciolsero entrambe in noia. Una tremenda noia che mi si agitava nel petto. Decisi quindi di curarmi con l’aria dei giardini pubblici. I fogli andarono a fermarsi contro una vecchia panchina in pietra. Sembrava essere rimasta lì, erosa e scura, ignara del recente riallestimento. Li raccolse un anziano che vi stava seduto placido con le mani giunte sull’impugnatura arcuata di un bastone. Convinto di essere solo non mi ero reso conto della sua presenza.
Il vecchio, raccolti da terra i fogli, li riordinò con delicatezza nel fascicolo e pensai che appartenesse a quella rara categoria di persone alle quali avrei anche potuto prestare dei libri. Mi incamminai per andare a riprendere gli appunti. Quando fui vicino all’anziano egli li alzò e, prima di porgermeli, si fermò ad osservarli contro la luce del sole cosicché la trasparenza della carta leggera gli mostrasse i segni di ogni facciata tutt’insieme.
Stupito, celando la gelosia, allungai la mano. Non trovai il modo cortese per dirgli di non curiosare e, quindi, non dissi proprio niente. Muto del tutto, non trovai neanche le giuste parole per dire grazie. Ripresi i fogli incrociando uno sguardo severamente composto che non celava minaccia. Gli parlai, infine, mosso dal timore di mostrarmi irriconoscente, per augurargli un buon proseguimento (ma di cosa?) in quello slargo tirato a nuovo. Dopo il restauro quel luogo non aveva più tracce di erbacce o il ricordo dei cavalli d’un tempo o l’aura del parco antico ma viveva dell’eco degli schiamazzi. Le mie furono poche parole di circostanza, di quelle che non chiedono attenzione alla risposta e che si possono dire in movimento. Rimasi però fermo, senza la prontezza per ritornare indietro alla mia ombra.
Incrociai i suoi occhi e mi chiesi: “Da quanto tempo sei qui, vecchio? Cos’hai da fare se non aspettare, ma aspettare cosa?” I suoi occhi erano fissi. Guardavano dal basso in alto me e dietro di me, come se ora, contro il sole, leggesse non la carta ma me, in filigrana. Rimasi zitto ma lui mi ascoltò comunque.
Osservai di sfuggita la panchina dove ero prima, quella dipinta di recente, ancora perfetta nel suo smalto verde. Era già stata occupata da dei bambini. Mi voltai nuovamente verso il vecchio quasi a chiedere: “Posso?” e lui smosse gli occhi e li accompagnò col movimento di viso e spalle annuendo in silenzio: “Chi sono io per dirti di no?”. E io mi sedetti su quella rozza panchina in pietra. Era macchiata di vecchi muschi. In basso correvano delle modanature che sembravano avvicinarla ad un antico e piccolo altare o, addirittura, ad un sepolcro. Sembrava uno di quei resti che vanno a decorare quei giardini romantici costruiti ad arte per muovere l’animo alla nostalgia.
Rimisi a studiare le mie carte ed il vecchio era ancora lì, fermo. Guardava di fronte a sé. Non sapevo se indugiava su ciò che gli era prossimo o se si stesse perdendo a cercare la lontananza.
Mi venne da chiedergli, nella compostezza dei suoi anni, della noia. Era stanco, annoiato di inverni e primavere, delle vite che aveva visto passare e che non era riuscito a fermare? Qualcosa mi diceva che era lì già da anni, ma non da settanta, ottanta o novanta. Era lì da molto prima e sarebbe rimasto lì per molto a lungo. Fisso sulla sua vecchia roccia, immobile e attento, custode della permanenza mentre tutt’attorno passava la storia. Lo vedevo dagli occhi che guardavano davanti a sé allo stesso modo con cui attraversarono prima i miei fogli. In profondità, attraverso ed insieme.
Su quella panchina avevo avuto in sorte di trovare l’eterno spirito errante in un attimo di sosta. I suoi occhi non si svagavano, le orecchie, grandi e scure, rimanevano vigili e la sua bocca non sprecava fatica. Ma io sentivo comunque la sua risposta:

“Mi chiedi della noia e della stanchezza. Molti direbbero di non desiderare altro di meglio di quello che io ho avuto in sorte d’avere: la mia longevità. Longevità della quale non scorgo ancora il limite. Guardo avanti e mi vedo a fissare l’orizzonte attendendo che quella linea esile si addensi e mi disegni un lido, l’approdo. La fine attesa.
Ho navigato, se mi concedi di continuare con questa immagine, a lungo su questo mare, tentando di fluire con dolcezza, fuggendo la condanna del peso. Cambia l’immagine che hai di fronte agli occhi. Sempre.”

Notai gli occhi grigi del vecchio, pietra anch’essi forse. Gettò distante la mira di uno dei due, strabico, quasi come a spaziare e a seguire vie mai tracciate:

“Camminai, certo. Camminai molto. Tuttora cammino. Ho quindi camminato sempre. Vagato, esplorato. Percorso. Credo che non avrei potuto fare altro che questo. Ho piacere e condanna nel farlo. Cosa diresti ti farebbe star beato, appagato? Essere tranquillo cercando di vivere con pienezza l’affetto dei cari, la pace, salute, bei pensieri e discorsi? Certo, niente di deplorevole. Ti dico però che la mia lunga storia mi ha fatto capire quanto sia difficile, credo impossibile, per noi uomini vivere…”

Sono tornato spesso su quella panchina per soffocare l’inconsistenza delle ansie che mi soffocavano come il senso del Peccato fa con altri. Le diluivo nel mare infinito del tempo che è infinitamente ampio ed infinitamente nulla. E lì era sempre il vecchio. Lì io lo incontravo quando tutti gli altri negavano di averci mai trovato nessuno. Superficiali, non riuscivano però a darsi ragione del fatto che una parte della panchina non era mai bagnata o coperta dalle foglie e non capivano perché avesse sempre un gradevole tepore. Ma per loro non era importante domandarselo.
Lì ancora sono con il mio bastone a reggermi mani e mento.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carlo Nardi
Carlo Nardi, nato a Treia (MC) nel 1982, vive a Macerata (sì, perché "Eppure c'è gente che vive e lavora a Macerata", come scrisse Ennio Flaiano). Vive lì dove ha deciso di tornare dopo gli anni universitari a Venezia. Affezionato alla dolce medietà della sua terra si dedica alla scrittura nel tempo che il lavoro da architetto e la felice confusione della sua famiglia gli concedono. Dopo una collaborazione con la rivista Osservatorio C-Miniera, ha esordito come autore nel 2015 con "L'altra metà del mondo" (Italic Pequod), un romanzo epistolare di viaggio che lega l'antica Venezia e l'Oriente persiano ed è tornato a pubblicare nel 2018 il romanzo "Porta Venezia" (Italic Pequod) che ci fa muovere dentro una Milano crepuscolare all'ombra della celebre Torre Rasini di Porta Venezia, appunto. Spesso prolisso, questa volta prova a confrontarsi con la sintesi del racconto.
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