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Il caso e le cose

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Il significato del destino spesso si nasconde nelle piccole cose e, come in questi tredici racconti, si rivela per caso. È in un quadrifoglio di latta, nelle note di una vecchia canzone, in un abito che credevamo provocante, nella macchia sul muso di una volpe. Ci dà la forza di affrontare la realtà, di fare i conti con il passato, di andare controcorrente, di sognare.

Tredici storie di amore, tradimento, invidia e paura. Tredici personaggi fotografati in un momento cruciale. Tredici stanze dove il vento, approfittando di una finestra chiusa male, entra e butta all’aria l’ordine di una vita intera.

VOLPÙTE
Quando la nonna si girò, dandogli le spalle, Luigi si
pulì in fretta il viso con un lembo della giacchetta che
quel giorno la mamma gli aveva fatto indossare, come
se fosse festa.
«Così fai bella figura con la zia Ada» aveva detto,
fissandosi il cappellino con le forcine. «Armando è già
giù che ci aspetta col calesse, hai preso tutto?»
Avevano lasciato Monfalcone, minacciata dagli anglo-americani.
Continua a leggere
Continua a leggere

Dopo che, sotto l’ultimo bombardamento, era morta un’intera famiglia con due bambini, la
mamma aveva deciso di portare Luigi al sicuro in campagna dalla nonna, a Medea.
«Ci saranno anche i cuginetti, la zia Ada non vuole
che restino a Trieste» gli aveva spiegato. «Viene pure
Lisetta, la zia Rosa si sente più tranquilla a saperla in
campagna.»
Avevano viaggiato per tutta la mattina, il cavallo era
lento e la strada era piena di buche. Seduto sul carro,
vicino alla valigia, Luigi si era sentito come il Corsaro
Nero sulla Folgore e, facendosi schermo con la mano,
aveva cercato di scorgere in lontananza l’isola della Tortuga.

Se fosse stato per lui, avrebbe passato il tempo a
leggere di pirati e moschettieri. Ma i libri costavano e
la mamma doveva farseli prestare dai clienti del caffè: il
farmacista, il dottore, il parroco, il maresciallo.
«Tutta gente che mi vuole bene» diceva tirando fuori un

libro dalla borsa e dandolo a Luigi che correva
subito a leggerlo.
Lei, invece, amava le riviste illustrate, quelle con le
foto delle attrici. Più di una volta Luigi l’aveva sorpresa
in posa davanti allo specchio, il bocchino in una mano,
l’altra appoggiata alla toeletta, lo sguardo sognante.
«Mi fai l’autografo?» le diceva, ridendo.
«Un bravo figlio non si burla della madre! Impara
a portare rispetto, asino che non sei altro!» La mamma
si offendeva spesso, senza però mai arrabbiarsi sul serio.
«Ti sei fatto grande» gli disse la nonna, stringendolo
al petto e dandogli un bacio che sapeva di aglio e di sudore.

«Andiamo di sopra, così sistemiamo la tua roba.»
Cercando di non farsi vedere, Luigi si pulì la guancia

con il palmo della mano.
«Quand’è che fai mettere una luce? Non ci si vede»
disse la mamma salendo le scale di legno.
La nonna non rispose. Entrarono in camera.
«Io dormo qui» disse Luigi, accomodandosi con un
salto su uno dei quattro letti della stanza.
«Non sporcare il copriletto!» la mamma fece il gesto di

dargli uno scappellotto. «E Ada?»
«Arriva più tardi. Stanotte dorme qui: perché non
resti anche tu?»
«E come faccio con il bar? Non sono mica una signora io»

rispose la mamma, sfilando la giacchetta

a Luigi e riponendola nell’armadio.
Dopo pranzo, Armando preparò il calesse.
«Meglio che partiamo subito, così arriviamo prima
del buio» disse alla mamma.
«Torno a Pasqua» promise lei, baciando Luigi.
Seduta a cassetta, si soffiò il naso e salutò con la
mano. Si era ai primi di marzo, Carnevale era passato da
poco e, a pensare che sarebbe rimasto da solo per così
tanto tempo, a Luigi venne da piangere, ma si trattenne,
non voleva farsi vedere dalla nonna. Rientrò in casa

mogio e si rintanò con un libro vicino al focolare.
I cugini arrivarono che non era ancora buio.
«Vieni a salutare» ordinò la nonna.
Luigi si precipitò in cortile a vedere la carrozza:
aveva i sedili rossi, come in un salottino, e le tendine
alle finestre. Che bella, pensò sfiorando con il dito un
fanale. Si immaginò seduto all’interno, di notte, mentre
la carrozza correva inseguita dai briganti. Avrebbe difeso

con la vita la croce d’oro tempestata di rubini che il
cardinale gli aveva affidato!
«Sei diventato proprio un ometto» La zia Ada lo accarezzò

sulla testa. Luigi rimase fermo sotto la mano
guantata, che emanava un buon profumo. «Cos’hai
adesso, dieci anni?»
«Due meno di Marina e uno più di Giorgio, sempre
quelli» commentò la nonna. «Vi siete portati dietro mezza Trieste?»

aggiunse, vedendo che il cocchiere stava
scaricando un baule.
Luigi riprese il suo posto vicino al focolare, mentre
gli altri salirono in camera.
«Adesso vi sistemate, dopo ceniamo» sentì dire alla
nonna.
Le parole arrivavano attutite, assieme al rumore dei
passi sul pavimento di legno.
«Devo dormire con loro?» questa era la cugina.
«È solo per qualche tempo, non fare la bambina» e
questa la zia.
«Io sono una signorina!» sentì la cugina piagnucolare.
«Vedi che non mi faccia diventare matta, Ada, non
ho tempo per stare dietro ai suoi capricci.»
La nonna era arrabbiata. Luigi la sentì scendere le
scale.
«Con tutto quello che ho da fare!» borbottò andando
verso la stufa. Con la coda dell’occhio, Luigi la osservò
mentre accendeva il fuoco.
«E tu apparecchia, qui non siamo mica al Grand Hotel» gli disse senza tirare su la testa.
Mangiarono polenta, verdura cotta e uova sode. Poi
la zia sparecchiò e la nonna accompagnò i bambini in
camera.
«Il primo che fa confusione fila a dormire nella stalla!» li minacciò.
Rabbrividendo, Luigi si sistemò nel letto freddo. La
nonna aspettò che tutti fossero sotto le coperte.
«Dite le preghiere in silenzio e, quando avete finito,
la buona notte» ordinò.
Luigi rimase zitto, aspettando che qualcuno dicesse
qualcosa.
«Buonanotte» disse la nonna, chiudendo prima la
luce e poi la porta.
Con la testa sotto le coperte, Luigi si addormentò
raggomitolato come un gatto. Qualche giorno dopo

arrivò anche Lisetta e la camera fu al completo.
Il giorno seguente, assieme al cugino, Luigi iniziò
a esplorare la collina che sorgeva alle spalle del paese.
Presero la scalinata di fianco alla casa della nonna che
portava su, fino alla chiesa, a metà costa. Lungo la strada,

nella boscaglia, trovarono un vecchio muro coperto
di edera.
«Dobbiamo salvare la principessa del castello!» gridò Luigi,

brandendo un rametto.
Uccisero bestie feroci, stando attenti a non farsi scoprire dalle

tribù nemiche, si nascosero tra i rovi all’interno di una trincea,

neutralizzarono le lucertole assassine tagliando loro la coda.

Rientrarono poco prima del
calar del sole, stanchi ed eccitati.
«A lavarsi le mani» la nonna li spedì davanti al
catino.
Luigi non ci mise molto a capire che, per la nonna,
la pulizia era importante, anche se lei puzzava sempre
di aglio. Tutte le mattine gli ispezionava le orecchie e,
se le sembrava necessario, provvedeva di persona,

strigliandolo con una manopola ruvida.
«Non sono un cavallo» protestava Luigi.
«Zitto, somaro!» si sentiva rispondere.
Al sabato la nonna faceva portare la tinozza in cucina. Per prima

si lavava Lisetta, che era la più grande.
Dopo di lei toccava a Marina che ogni volta si lamentava:

«A casa mia faccio il bagno nella vasca, con l’acqua
pulita solo per me».
«Qui non sei a casa tua, signorina!» le ricordava la
nonna.
Anche Lisetta era signorina, Luigi gliel’aveva sentito dire

qualche giorno dopo il suo arrivo. Era salito a
prendere un libro quando, oltre la porta socchiusa della
camera, aveva udito la sua voce.
«Sono diventata signorina.»
«E io sono un signore!» se n’era uscito lui, spalancando la porta.
«Zitto, macaco!» Lisetta lo aveva ripreso e gli aveva dato uno scappellotto forte.
Lui si era messo a urlare, così era intervenuta la nonna,

che di scappellotti gliene aveva dati due, sul sedere.
«Non si spia!» lo aveva sgridato, ma Luigi non aveva capito

perché si fossero arrabbiate e se n’era corso
fuori in cortile piangendo.
Le esplorazioni solitarie dei due cugini durarono
fino a quando, qualche giorno dopo, si presentarono
in cortile Dorino e Alduti, due ragazzini che abitavano
nella via.
«Triestins, volete venire sul monte con noi?» chiesero.
Salirono la scalinata che portava alla chiesa. Lungo
la strada si unirono a loro altri ragazzi.
«Andiamo alla busata del diavolo» propose Dorino.
Presero un sentiero che si inoltrava nel bosco e lo
percorsero finché arrivarono a un avvallamento buio,
dove la luce del sole faticava a farsi strada tra le fronde
dei pini marittimi.
«Lì era seduto il diavolo che non voleva andare via»
Dorino indicò un masso bianco a forma di trono. «Non
si poteva più salire sul monte per prendere la legna o
per cacciare. Allora il parroco ha pregato Sant’Antonio
e, prega che ti prega, Sant’Antonio si è commosso e
ha mandato giù dal cielo Gesù Bambino, e il diavolo,
quando lo ha visto, è sparito, e questa è l’impronta del
piede di Gesù Bambino» disse toccando un altro masso
bianco, più piccolo.
«E quando è successo?» chiese Luigi, impressionato.
«Più di cento anni fa!» rispose Alduti, che conosceva anche lui quella storia.
Quella notte, sotto le coperte, Luigi si immaginò la
lotta tra il diavolo e Gesù Bambino. Chissà dov’è scappato

il diavolo, si chiese. Scivolando nel sonno, si vide
armato di una spada dorata che combatteva contro il diavolo.

Morte al maligno, gridava.
«Se leggi troppo diventi strabico» gli diceva Giorgio quando

lo vedeva con un libro in mano. Luigi non
gli badava e, tutte le volte che non aveva altro da fare, si
perdeva nelle sue storie, seduto vicino al focolare.
«Guarda Luigi che bravo» diceva Lisetta a Giorgio.
Anche se aveva solo quindici anni, la cugina con
loro si comportava come una mamma, a volte anche
peggio. Tutte le mattine controllava che avessero rifatto

il letto e, subito dopo colazione, li costringeva a
fare lezione sul tavolo della cucina per almeno un paio
d’ore. Giorgio era quello che aveva più difficoltà: non
gli piaceva né leggere, né scrivere, né far di conto, né
studiare; fosse dipeso da lui, se ne sarebbe stato tutto
il giorno fuori, all’aria aperta. A Luigi, invece, andava
bene se Lisetta gli dava da scrivere un componimento o
gli spiegava la storia e la geografia; con i numeri, però,
non andava d’accordo. L’unica che non si lamentava
mai era Marina che, pur non primeggiando in nessuna
materia, riusciva sempre a cavarsela.
«Io amo il teatro!» se ne usciva ogni tanto, con la
testa piegata verso il braccio destro alzato, come se stesse

declamando. Lo amava così tanto che era riuscita a
convincere le bambine del paese a seguirla nella sua
passione.
«Volete recitare nel nostro spettacolo?» aveva chiesto anche ai maschi.
«Roba da femmine» aveva troncato Dorino, ma lo
aveva fatto solo per darsi un contegno davanti agli altri
ragazzi perché, Luigi ne era convinto, se fosse stato da
solo avrebbe accettato di fare qualsiasi cosa per Marina.
Anche Luigi avrebbe voluto recitare nello spettacolo.

Tra le amiche della cugina c’era una bambina dai capelli

neri che, quando la vedeva, gli venivano le gambe
molli e andava in confusione. Si chiamava Rita, aveva
dieci anni come lui ed era la sorella di Alduti. A Medea,
però, recitare non era cosa da maschi, così a Luigi non
era rimasto che sperare in un’altra occasione. Nel frattempo,

tutte le volte che sentiva arrivare le amiche di
Marina, correva in camera a pettinarsi. Poi scendeva e
salutava, le guance in fiamme anche se Rita non c’era.
Sugli animali Dorino sapeva tutto, riconosceva gli
uccelli dal canto, i sentieri e le piante sul monte per
lui non avevano segreti e, quando tirava con la fionda,

colpiva sempre il bersaglio. Era il capo del gruppo,

composto da una decina di ragazzini, ed era lui a
decidere se andare a caccia di ramarri o a cercare gli
oggetti rimasti nelle trincee dopo l’altra guerra, quella

che nessuno di loro aveva visto e di cui avevano
solo sentito parlare. Della guerra che stavano vivendo,

invece, sapevano tutto: vedevano gli aerei pieni di
bombe che passavano diretti a Trieste o a Monfalcone
e molti di loro conoscevano qualcuno che era caduto
combattendo.
«Uno che stava vicino a casa mia è morto partigiano»

Luigi raccontò un mese dopo il suo arrivo a Medea.
«Lo hai visto tu che moriva partigiano? Non è che
lo hai letto in qualche libro?» obiettò Dorino.
«Me lo ha detto la mamma. Ha detto che i tedeschi
gli hanno fatto un’imboscata e gli hanno sparato a lui e
agli altri che erano con lui» Luigi cercò di difendersi.
«Quanti erano?» lo incalzò Dorino.
«Non lo so» Luigi rispose. Poi, ripensandoci, aggiunse:

«No, adesso che ricordo, erano in quattro».
«Dove?»
«Vicino a Monfalcone.»
«Quando?»
«Prima di Carnevale.»
«Triestin, non ti credere che qui siamo stupidi, tu
conti balle» Dorino chiuse la questione. Credere sulla
parola non era da lui, ci volevano i fatti.
Seguirono giorni di pioggia. Il cielo era grigio, tirava vento e sembrava fosse tornato l’inverno. Luigi,
offeso con Dorino, si dedicò ai suoi libri. Marina iniziò
a preparare i costumi per lo spettacolo. Giorgio, invece,
non aveva pace, inquieto.
«Guarda che ti chiudo nello sgabuzzino» La nonna
cercava di spaventarlo.
Il terzo giorno di pioggia, dopo mangiato, Lisetta
portò Marina a giocare da una vicina, la nonna si sedette
in poltrona sotto la finestra a cucire e Luigi salì in camera a prendere il suo libro.
«Vieni che ti mostro una cosa!» gli corse dietro
Giorgio.
Entrarono in camera della nonna e, nella penombra,
Giorgio indicò un pezzo di stoffa appeso a un chiodo
dietro alla porta. Luigi non capì di cosa si trattasse: in
quella stanza le imposte erano sempre socchiuse.
«I mutandoni della nonna!» Giorgio si mise a ridere,
indicando il pezzo di stoffa. «I mutandoni della nonna
attaccati al chiodo sulla porta!»
Luigi scoppiò a ridere. Giorgio afferrò le mutande e
se le mise in testa, tenendosele strette sotto al mento.
«I mutandoni della nonna attaccati al chiodo sulla
porta!» continuò, accennando a un passo di danza. Anche Luigi si mise a ballare.
«I mutandoni della nonna attaccati al chiodo sulla
porta!» ripetevano i due cugini, battendo forte i piedi
sulle assi di legno del pavimento.
«Si può sapere cosa state combinando?» la nonna
gridò salendo le scale. «Chi vi ha dato il permesso di
entrare in camera mia?» chiese arrabbiata aprendo la
porta. «E tu, cosa ti sei messo in testa?» disse afferrando Giorgio e sfilandogli l’indumento dal capo. «Le mie
mutande!»
I due bambini, da tanto che ridevano, sembrava che
piangessero.
«Brutti scimmiotti senza rispetto, cosa credete?
Adesso vi faccio vedere io!»
La nonna uscì dalla camera e chiuse la porta a chiave. Luigi guardò Giorgio.
«I mutandoni della nonna attaccati al chiodo sulla
porta!» ripeté. I due ripresero a ridere. Non si calmarono
neanche quando sentirono tornare la nonna.
«Ve la insegno io l’educazione, screanzati!» urlò la
nonna aprendo la porta. Aveva in mano un rametto di
legno.
Con le gambe arrossate dalle vergate i due furono
obbligati, per penitenza, a recitare il rosario fino all’ora
di cena, inginocchiati in un angolo della cucina. Da quel
giorno, però, quella filastrocca divenne la loro frase in
codice che, quando la dicevano, li faceva sempre scoppiare a ridere.
Finalmente tornò il bel tempo e, una mattina, Luigi
salì sul monte a raccogliere legnetti. La nonna gli aveva
insegnato come usare la roncola e quali arbusti era meglio tagliare.
«Perché io no?» aveva protestato Giorgio.
«Tu sei ancora piccolo: sta’ attento che se ti becco
che gli vai dietro ti chiudo per punizione nel porcile e
butto via la chiave» lo aveva minacciato la nonna.
Luigi prese la scalinata per il monte e, un po’ prima
della chiesa, girò per un sentiero che aveva già percorso
tante volte assieme agli altri. La luce del mattino faceva
brillare le foglioline verdi dei faggi e le gocce di rugiada
sulle foglie del tarassaco che, Dorino gli aveva spiegato,
quando metteva il fiore non si poteva mangiare più. Presto

arrivò al posto degli scotani, ce n’erano di così alti
che sembravano alberi. Tirò fuori la roncola, si sistemò
la sacchetta e iniziò a tagliare i rametti più grossi ma,
siccome non era abituato a maneggiare strumenti, dopo
un poco si ritrovò sulla mano una vescica. Il bruciore
era insopportabile: Luigi appoggiò la sacchetta sull’erba
e tirò fuori dalla tasca il fazzoletto, per sistemarselo sopra alla vescica.

Fu allora che vide la volpe.
Aveva la coda grossa, le orecchie grandi, ed era più
magra di quelle che aveva visto nei libri ma, senza dubbio,
era una volpe. Bloccato dallo stupore, la guardò avanzare.
Il sole le batteva sul muso, illuminando una macchia bianca

sotto l’occhio sinistro. Solo quando arrivò a pochi metri da lui

la volpe si accorse di non essere da sola. Luigi la
guardò negli occhi e gli parve che anche lei lo guardasse.
Poi la volpe si girò e sparì tra i cespugli.
Quando tornò in paese, prima di andare a casa, Luigi passò da Dorino.
«Ho visto una volpe!» esordì senza neanche salutare
gli altri.
«Non ci sono volpi da queste parti» tagliò corto Dorino.

«L’avrai vista in uno dei tuoi libri.»
«Aveva una macchia bianca sotto l’occhio sinistro»
Luigi provò a insistere, ma nessuno gli voleva credere,
neanche Giorgio.
«Tu leggi troppo» gli disse Alduti. «Hai la testa bacata.»
Avvilito e arrabbiato, Luigi se ne tornò a casa.
«Cos’è questo muso?» gli chiese la nonna.
«Ho visto una volpe, ma nessuno mi crede» Luigi
aveva gli occhi lucidi.
La nonna si fece raccontare tutto, per filo e per segno.
«Meglio chiudere bene il pollaio questa sera» disse.
«È da tanto che non si vedono volpi sul monte, ma una
volta c’erano, eccome se c’erano! Lascia perdere Dorino,

che parla solo perché ha la bocca.»
A far ritornare il buon umore a Luigi, però, non ci si
mise solo la nonna.
«Possiamo fare le prove in cucina, dopo mangiato?»
sentì chiedere da Marina. «Fino alla prima nessuno deve
vederci.»
Con la faccia lavata e una camicia pulita, Luigi uscì
dalla camera da letto non appena sentì arrivare Rita e si
presentò in cucina come se passasse di là per caso.
«Fuori di qui!» gli ordinò Marina.
«Non posso aiutarvi?» si offrì Luigi. «Faccio il pubblico.»
Ma Marina fu inflessibile e a Luigi non restò che
andarsene. Quando stava per lasciare la cucina, incrociò
lo sguardo di Rita.
«Tu sei la sorella di Alduti?» chiese, facendo il disinvolto.
Rita annuì e gli sorrise.
«Sai dov’è?» disse tanto per dire: dopo la storia della volpe,

non aveva nessuna voglia di vederlo.
«Sono andati tutti al fiume» disse Rita.
Luigi sarebbe rimasto lì a parlare con lei per sempre.
«Te ne vai o devo chiamare la nonna?» disse Marina, guardandolo male.
A malincuore, Luigi se ne uscì in cortile.
«Vieni con me sul monte?» domandò a Giorgio. «Ti
porto dove ho visto la volpe.»
Girarono per tutto il pomeriggio senza concludere
niente.
«Sei sicuro che non era un gatto?» gli chiese Giorgio.
Deluso, Luigi non aveva nemmeno voglia di controbattere.
«Meglio che torniamo» disse a un certo punto, sperando almeno di rivedere Rita.
Quando rientrarono a casa, però, le bambine se n’erano già andate.
Il giorno dopo, stava giocando con gli altri quando
vide un uomo con una bestia morta in spalla che entrava
in osteria.
«Bepi ha preso una volpe!» gridò un vecchio dalla
porta, rivolto a due che stavano passando per la strada.
I ragazzi si precipitarono a vederla. Il cacciatore era
al banco, un bicchiere di vino in mano, il fucile appoggiato

col calcio per terra, la volpe morta ai suoi piedi. Luigi
guardò la macchia bianca sulla parte sinistra del muso.
«È quella che ho visto io ieri!» esclamò.
Dorino si avvicinò alla bestia, per osservarla meglio.
«Avevi ragione tu, volpùte» disse girandosi verso
Luigi.
«Cosa ci fate voi qui dentro?» Luigi sentì la voce
della nonna e la vide, ferma sulla porta, che guardava
la volpe.
Era talmente felice che, invece di fare subito come
gli aveva ordinato, le sorrise.
«Ridi ridi, merlo!» disse la nonna, che però, forse
perché era domenica, era più buona. «Adesso corri subito
a messa se non vuoi prenderle!» si limitò ad avvisarlo.
Luigi non se lo fece ripetere: in chiesa ci andava
volentieri perché sapeva che avrebbe visto Rita. Lei si
sedeva sempre davanti, nelle panche riservate alle bambine,

e Luigi, da dietro, restava a osservarla. Quando
quel giorno Luigi arrivò, Rita, di spalle, stava chiacchierando

con un’amica ma, come se lo avesse sentito, di
scatto si voltò verso di lui e gli sorrise. Le guance in
fiamme, Luigi prese posto sulla panca, il cuore che gli
batteva forte. L’agitazione non gli passò che all’omelia.
La settimana che seguì ci furono i preparativi per
la Pasqua. Aiutata da Lisetta, la nonna fece le pulizie di
primavera, rivoltando la casa da cima a fondo e Marina
e le sue amiche provarono e riprovarono lo spettacolo,
fissato per il lunedì dell’Angelo. Al colmo della felicità,
Luigi poté vedere Rita tutti i giorni.
«Sei brava, sembri un’attrice vera» trovò il coraggio
di dirle, ma non riuscì ad andare oltre. Quando era da
solo, invece, immaginava di issarla in sella al suo cavallo

bianco e poi, con il vento tra i capelli, di portarla via
con lui per le praterie sconfinate.
Dopo la storia della volpe, Dorino e gli altri adesso
non lo prendevano più in giro perché gli piaceva leggere.

Un paio di volte erano addirittura ricorsi a lui per
farsi spiegare delle cose.
«Sentiamo se volpùte lo sa» aveva detto Dorino, e
Luigi aveva capito che ormai era fatta, non lo avrebbero
più chiamato triestin.
Il sabato prima di Pasqua la mamma arrivò in carrozza con

la zia Ada e suo marito. Si era messa il cappellino e aveva

anche lei i guanti, come la zia.
«Eccolo il mio ometto» gli disse, mentre lui la guardava,

senza muoversi. Le pareva diversa. «Non sei contento di vedermi?»
«Com’è che ti sei fatta bionda?» le chiese la nonna.
«Sempre dietro alle stupidezze, anche in tempo di guerra,

bell’esempio per tuo figlio.»
Luigi si lasciò abbracciare e chiuse gli occhi, annusando

il nuovo odore di sua madre.
«E dove andate tutte profumate?» la nonna continuò.

«Guardate che qui siamo in campagna e non alla
corte del re.»
«Un po’ di profumo farebbe bene anche a te» disse
la zia, scherzando.
Quella notte la mamma dormì nel letto con Luigi.
«Quanto mi sei mancato» gli disse tenendolo stretto
a sé, il corpo caldo oltre la camicia da notte.
Il giorno dopo si prepararono per andare a messa,
tutti ben vestiti, anche la nonna. Quando passarono fuori
dall’osteria, Luigi si accorse di come tutti li guardavano
e si sentì orgoglioso. La gente del paese si fermava a
salutarli.
«Sembrate due artiste del cinema» disse una donna
alla mamma e alla zia.
Pasqua e Pasquetta passarono in fretta. Ci fu il pranzo,

andarono in carrozza a visitare i parenti di Cormons,
videro lo spettacolo di Marina.
«Quella è la morosa di Luigi!» disse Giorgio sottovoce

alla mamma, quando Rita entrò in scena.
«Quanto sei stupido» Luigi cercò di smentirlo.
La mamma sorrise e, quando rimasero da soli, gli
fece i complimenti.
«Hai proprio una bella fidanzatina» gli disse. E poi,
a bruciapelo, chiese: «Cosa ne dici se anche la mamma
si trova un fidanzato?».
«Perché?» rispose Luigi, senza capire.
Ci volle mezz’ora da Monfalcone per arrivare a
Medea, il carro funebre andava piano e c’era traffico.
Al volante della sua automobile, Luigi pensava al sabato prima,

quando avevano festeggiato il compleanno di
sua madre. Nelle fotografie la madre sorrideva, felice.
Sembrava che sarebbe vissuta ancora chissà quanto e,
invece, neanche due giorni dopo si era sentita male. Si
trovava al caffè con le amiche, era sbiancata e si era
accasciata sul tavolino, senza dire una parola. L’ambulanza

non aveva fatto in tempo ad arrivare che era
già morta.
«Sarebbe meglio vendere la casa di Medea» disse la
moglie, abbassando il parasole. «Dovresti parlarne con
Giorgio.»
Luigi non rispose.
«Per l’appartamento di Monfalcone potremmo rivolgerci a

un’immobiliare, dovrebbe valere abbastanza
anche se non è grande, dopotutto è in centro.»
Luigi continuò a ignorarla. Dopo quasi trent’anni
di matrimonio la conosceva bene e, anche in un giorno
come quello, sapeva che da lei non doveva aspettarsi
niente di diverso.
Giorgio li seguiva, Luigi guardò l’automobile nuova
nello specchietto retrovisore. Uno così ci sarebbe voluto
per sua moglie, pieno di soldi anche se non aveva mai
lavorato un giorno in vita sua, elegante, sempre in forma, abbronzato.

Beato lui, pensò senza invidia. A Marina, invece,

non era andata bene: si lagnava che l’ex
marito non le passava niente ma, secondo sua moglie,
era solo una posa, bastava guardarle gli anelli, le borse,
i vestiti.
«Lussi che io non posso di certo permettermi» diceva la moglie con disappunto.
Non era stata sempre così, quando si erano sposati
era innamorata, Luigi ne era sicuro. Era colpa sua,

l’aveva delusa: non aveva fatto carriera, non era diventato
ricco. Aveva deluso anche sua madre, che avrebbe voluto vederlo laureato.

E sarebbe riuscito a deludere anche
sua figlia, la sua bambina.
«Non voglio mica finire come te» se n’era uscita
tempo prima e lui non le aveva chiesto spiegazioni, se
n’era rimasto zitto. Sono cose che si dicono ma non si
pensano, l’aveva giustificata. È giovane, non si rende
conto dei sacrifici che sto facendo per farla studiare.
La guardò seduta dietro alla madre, teneva la testa
bassa. Prima, quando erano ancora in cappella, si era
messa a piangere, lui le era andato vicino, cercando di
trattenere le lacrime. Lei si era lasciata abbracciare, moscia come un sacco vuoto.
«Ti va di fare quattro passi?» Luigi chiese a Giorgio, prima che servissero il dolce.
«Torniamo subito» disse alla moglie.
Uscirono dal ristorante, nel centro del paese, e si
incamminarono verso la casa della nonna.
«Saliamo sul monte?» domandò Giorgio.
Dopo qualche gradino si tolsero i giacconi, era una
bella giornata di marzo, faceva già caldo.
«Ti ricordi quando giocavamo alla guerra?» domandò Luigi.
«E quando buttavamo giù i nidi con la fionda?» rispose Giorgio.
«E quella volta che sei caduto dall’albero?»
«Ti ricordi i mutandoni della nonna?»
«I mutandoni della nonna attaccati al chiodo sulla
porta!» disse Luigi e gli venne da ridere.
«Erano enormi!» disse Giorgio, ridendo anche lui.
«Chissà che fine hanno fatto gli altri?» si chiese Luigi.
Rimasero zitti. Luigi pensò a Dorino. Mi chiamava volpùte,

gli venne in mente, ero quello che leggeva,
quello che sapeva tutto.
«Pensi che la zia Ada acconsentirebbe a vendere la
casa della nonna?» disse, rompendo il silenzio.
Un paio di settimane dopo, Luigi tornò a Medea per
incontrare un agente immobiliare. Dopo la morte di zia
Rosa e di Lisetta, la casa era passata alla zia Ada e alla
mamma.
«Accetto solo se te ne occupi tu. Giorgio non è
tagliato per queste cose» gli aveva detto la zia al telefono.

«Avrei tanto voluto che ti assomigliasse un po’
di più.»
Il fatto che anche il cugino non godesse del rispetto
delle sue donne non lo fece sentire meglio. Perché non
ci accettate così come siamo? si chiese. Perché ci volete
diversi?
«Cosa ha detto quello dell’immobiliare?» chiese la
moglie, quando rientrò a casa.
«Sembra che la casa valga molto di più di quello
che pensavamo» Luigi era rimasto sorpreso quando aveva sentito la cifra.
«Finalmente potremo toglierci anche noi qualche
sfizio» disse la moglie. Le brillavano gli occhi.
Scommetto che hai già deciso come impiegherai i
soldi, pensò Luigi. Si era ormai abituato a controbattere
in silenzio quando lei gli dava contro o si lamentava.
Qualche giorno dopo incontrò di nuovo l’agente
immobiliare. Si sbrigarono in fretta, giusto il tempo di
mettere un po’ di firme sul mandato di vendita. Era una
bella giornata di primavera, senza vento. Peccato non
approfittarne, si disse Luigi, chiudendo la casa della
nonna e prendendo la scalinata che portava alla chiesa.
Secondo l’agente immobiliare, la casa sarebbe andata

venduta nel giro di poco tempo. Con tutti quei soldi
non avrei più preoccupazioni, rifletté salendo i gradini,
potrei anche andarmene in pensione. Si vide seduto in
riva al mare con un libro sulle ginocchia, all’ombra di
una pergola, e sospirò, fermandosi per riprendere fiato.
Non ho più l’età, pensò ansimando.
Mentre aspettava di recuperare le forze, si guardò
attorno. Tutto sembrava diverso: i sassi, il colore del
terreno, perfino le piante. Un merlo si posò sul ramo di
un albero e il cuore di Luigi, che intanto si era calmato,
riprese a battere forte: c’era una traccia nel bosco. Deve
essere quella per la busata, ricordò.
Aprendosi un varco tra gli arbusti, imboccò il sentiero.

Come nella giungla, gli venne da pensare calpestando l’erba alta.

Giunto all’avvallamento stentò a riconoscere il posto:

gli alberi erano più fitti e più grandi,
la vegetazione aveva ricoperto le pietre. Si sedette su
quello che era stato il trono del diavolo e rimase lì, con
gli occhi chiusi. Con i calzoni corti, le ginocchia sbucciate,

il moccio al naso, riapparvero Giorgio, Dorino e
Alduti. Luigi ne sentì le voci. Pensò a sua madre, a sua
nonna, alla zia Rosa, a Lisetta.
Cosa scriveranno sulla mia tomba? si chiese, rialzandosi.

La vista gli si offuscò, si sentiva debole. Ho
mangiato poco oggi, si disse, aspettando che il fastidio
passasse. Respirando a fatica, si rimise in cammino.
Devo smettere di fumare, si ripromise.
Fu allora che la vide.
In mezzo al sentiero, proprio davanti a lui, c’era una
volpe. Gli veniva incontro, aveva il sole negli occhi.

Luigi rimase immobile. La volpe procedeva annusando il
terreno e, di tanto in tanto, guardava verso gli arbusti. A
un certo punto alzò le orecchie e si fermò. Luigi la guardò,

gli parve che anche lei lo guardasse. Sotto all’occhio
sinistro aveva una macchia bianca.
Poi, con uno scatto veloce, la volpe si girò e sparì
tra i cespugli.

11 Settembre 2017
A “Sconfinamenti” (radio Rai per il Friuli Venezia Giulia) si parla de “Il caso e le cose” di Barbara Pascoli con Graziano D'Andrea martedì 19 settembre dalle 16 alle 16:45. Non perdetelo!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il caso e le cose di Barbara Pascoli
    Sono tredici piccole storie al femminile, racconti di donne di oggi, libere e indipendenti, di donne di ieri, ingabbiate da convenzioni sociali e tradizioni da rispettare ma accomunate tutte da una consapevolezza e un ardore sorprendenti, per riconoscere e superare non senza fatica e rinunce le proprie debolezze, i propri pregiudizi e far tesoro delle esperienze vissute.
    Le protagoniste si confessano, s’interrogano, amano e odiano, lasciano parlare i propri sentimenti in un continuo dialogo interiore mentre vivono la loro vita nei fatti di ogni giorno nell’intreccio che la Storia, spesso ostile e nemica, cuce loro addosso.
    I racconti, calati nel quotidiano e nella normalità, proprio quella che oggi viene esclusa per rincorrere lo straordinario e lo spettacolare ad ogni costo anche in ambito letterario, sono scritti in una prosa fluida e delicata che esprime al meglio il variegato universo femminile nelle sue contraddizioni e nelle sue molteplici sfaccettature.
    Maria Irene Cimmino
    ass. culturale irReale-narrativakm0

  2. Marco Ubezio

    (proprietario verificato)

    L’idea di Barbara di acciuffare il senso di una storia, o meglio, della Storia con la s maiuscola attraverso il richiamo a piccoli oggetti e gesti quotidiani è davvero molto interessante. Complimenti !

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Barbara Pascoli
Barbara Pascoli, nata nel 1962 a Monfalcone, è stata traduttrice scientifica, copywriter, addetta stampa e critica d’arte. Oggi è consulente comunicazione e vendite per la piccola e media impresa.
Ha pubblicato i romanzi Senza scrupoli (2012) e L’uomo sbagliato (2014), mentre alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in antologie. Il suo sito è barbarapascoli.webnode.it.
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