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Cattive Compagnie

Cattive Compagnie
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Consegna prevista Luglio 2021
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Cattive Compagnie è una storia di microcriminalità ambientata nella periferia di Roma, tra Centocelle e Torpignattara, ricca di azione e ritmo narrativo, racconta quello che è un destino segnato, una storia d’amore con le ombre addosso che scolora in una vendetta amara e violenta.
Marco Morani si è illuso di essersi lasciato alle spalle certi ambienti e conduce una vita tranquilla. Ma quando l’odiato figlio del vecchio boss lo ritirerà dentro col ricatto, sarà costretto a fare un ultimo lavoro per lui. Le cose non andranno come pianificato e si troverà invischiato in una spirale di omicidi e vendette alla quale vorrà mettere ad ogni costo la parola fine una volta per tutte.
Amicizia virile, rituali e senso dell’onore, il peso del tuo ambiente di nascita e le colpe dei padri, tutto filtrato da uno sguardo che unisce humor nero e guizzi da commedia, azione e violenza, in una mistura a metà tra il cinema lirico e amaro di Claudio Caligari e quello spettacolare di Tony Scott.

Perché ho scritto questo libro?

A sedici anni rimasi praticamente folgorato dalla lettura di Fango (vivere e morire al Prenestino) contenuto nella raccolta di racconti Fango di Niccolò Ammaniti e dalla visione di L’Odore della Notte di Claudio Caligari. Perché ambientavano le loro storie nella stessa periferia di Roma in cui sono cresciuto e che mi era familiare. Ho voluto quindi trasfigurare il quotidiano con una robusta iniezione di crime e di azione, per una storia di puro intrattenimento che vuole divertire e avvincere.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sentii il mio cuore smettere di battere.

Non pensai a un infarto, ma era anche vero che non avrei saputo riconoscere nemmeno un raffreddore. Fu un attimo comunque, una frazione di secondo.

Un po’ come quando spingi per sbaglio il tasto pausa del telecomando e ripremi quasi subito play.

Però pensai di rimanerci secco, quello sì. Ricordo proprio che con l’ultimo guizzo neuronale, o almeno quello che a me sembrò tale, mi dissi: “ci siamo vecchio mio, stavolta è finita davvero”.

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Avevo torto. Come quasi sempre in vita mia. Che volete che ne capisca un idiota come me.

Una cosa posso dirla però. Non è affatto vero che in certi momenti ti passa la vita davanti come fosse un film e tutte ‘ste balle qui. Anche perché credo che nella maggior parte dei casi, per quanto dalla durata lampo, sarebbero tra i film più noiosi della storia.

Cercai solo di fare mente locale. Dove cazzo ero?  C’era un silenzio irreale.

Girai la testa e riuscii a intravedere i binari del tram.

Immobile, sdraiato di schiena sull’asfalto, mi sembrò di ricordare che mi avessero sparato, ma non c’era sangue intorno a me, almeno a una prima occhiata.

Così come non mi sembrò di avere niente di rotto. Nel frattempo sapevo dov’ero e come c’ero finito.

Perché non riuscivo ad alzarmi? E la moto dove diavolo era?

Poi capii. Ero come bloccato. Ma la rabbia pulsava nelle tempie e scorreva lungo tutto il resto del corpo e man mano sentii il sangue pompare di nuovo e i battiti ritornare e soprattutto aumentare.

Stupido. Ma cosa credevo? Che davvero sarei potuto uscire dal giro senza ripercussioni? Era già tanto che fossero passati tre anni di relativa calma.

Apparente. Perché la calma è sempre apparente.

Prima o poi i conti vanno saldati e la vita è il creditore più esigente e per quanto tu ti possa nascondere bene, puoi star sicuro che quella stronza spietata ti troverà.

Quel grassone di merda. Sarebbe tornato alla carica, l’avevo sempre saputo.

Ma non avevo voluto ascoltare la voce nella mia testa, preso com’ero a illudermi di cambiare vita.

E come cazzo gli era venuto in mente di rimettere in piedi il solito gruppo?

Nemmeno negli anni d’oro avevamo mai brillato, figurarsi dopo tutti gli strati di ruggine e polvere e stanchezza che ci si erano depositati addosso.

Una tempesta di merda. Nient’altro.

Da quando rimisi piede nel vecchio covo fino a quel momento, steso col culo per terra sulla strada gelida alle tre di notte in mezzo a largo Preneste. Questa era la mia vita.

Finalmente mi alzai, evitando per un pelo il bus notturno il cui clacson squarciò il silenzio di una periferia quanto mai triste e mortifera.

Tirai fuori dalla tasca lo zippo argentato e accesi una sigaretta.

Diedi una boccata e sbuffai fuori il fumo.

Mi faceva male una costola e il braccio destro era indolenzito.

Passai la mano tra i capelli e mi resi conto che avevo guardato ovunque tranne nel posto giusto.

Un po’ di sangue c’era e mi sporcò le dita. Poco male.

Il cuore aveva ripreso a battere regolarmente. E di testa mi sembrava di starci.

Per quello che voleva dire.

Diedi una scrollata al vecchio giubbotto nero che ormai era una seconda pelle e, seriamente intenzionato a spaccare un bel po’ d’ossa, mi incamminai mezzo zoppicante nella notte, cercando di capire dove fosse finita la mia moto, diretto verso un destino su cui troppi avevano messo bocca tranne il sottoscritto.

Era ora di ristabilire l’ordine.

Il rumore metallico dello zippo che si apriva e si chiudeva mi aveva accompagnato per tutta la vita.

Avevo iniziato a fumare a sedici anni, quando successe il casino ne avevo quarantadue ed erano ben ventisei che lo sentivo.

Cling. Clang.

Era un suono familiare ormai, un amico fedele, quasi come non lo producessi più io.
Sapevo anche di dare fastidio a molti perché durante il giorno lo aprivo e lo chiudevo centinaia di volte, ma non me ne era mai fregato niente. A me piaceva e tanto bastava.

Anzi, il più delle volte mi rilassava, come in quel momento.

Era una vita che non mi ritrovavo da quelle parti. Dovevano essere almeno un paio di anni.

Da quando avevo deciso di smettere con i lavoretti da quattro soldi e mettermi in proprio.
Non che guadagnassi chissà cosa, ma avevo di certo meno rischi e nessuno che mi diceva quello che dovevo fare, che metteva bocca nei miei affari.

Se c’è una cosa che odio è quando la gente ti vuole insegnare a vivere.

Qui siamo uno più incasinato dell’altro, eppure tutti pensiamo di avere chissà quale mappa che ci permetta di navigare in acque sicure e vogliamo imporre la nostra rotta agli altri.

Cling. Clang.

Eravamo una banda di delinquenti di quartiere, che operava tra Centocelle, il Quarticciolo e l’Alessandrino, senza spingersi mai troppo in là dal seminato.

Ma le cose non giravano mai troppo bene e col passare degli anni erano iniziate a peggiorare sempre di più. Il boss, noi lo chiamavamo così perché ci faceva ridere, con la sua fissazione per i telefilm americani e i piani ben riusciti, si era ammalato di tumore al pancreas e nel giro di qualche mese era morto, lasciando il giro in mano al figlio.

Una testa di cazzo senza pari.

Uno dei motivi per cui avevo deciso di andarmene.

Uno dei motivi, anzi, il motivo per cui non capivo il perché ero tornato lì, dopo anni, a fare la muffa nella sua sala d’attesa.

E’ che a volte sembra che abbiamo proprio voglia di fare la scelta sbagliata.

Mah. Meglio fumarci sopra.

Cling.
Con uno schiocco delle dita la fiamma azzurrognola fuoriuscì dallo zippo.

Accesi la sigaretta, aspirai e buttai fuori il fumo sbuffando.

Clang.
Odiavo stare lì. Mi riportava alla mente cose che era meglio lasciare dov’erano.

Nell’attesa il cervello friggeva di volti, nomi e fatti dei troppi anni trascorsi sul libro paga dei Reale. Ma il momento più nitido e lucido, quello sempre a fuoco come se lo avessi perennemente davanti agli occhi, era il giorno in cui la fortuna era girata per tutti e cinque noi della banda.

Nel verso sbagliato, manco a dirlo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho preordinato la mia copia e ho letto le bozze. Da subito mi sono ritrovata catapultata in un’atmosfera davvero particolare e avvincente. Da romana posso dire che non è scontato come tante cose viste e raccontate finora, anzi! Un crime che non vedo l’ora di leggere per intero!

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Fabio Migneco
Fabio Migneco è nato a Roma nel 1982.
Dopo gli studi classici si laurea al Dams di Roma Tre in Studi storici, critici e teorici sul cinema e gli audiovisivi.
E’ autore delle monografie Il cinema di Robert Rodriguez (edizioni Il Foglio Letterario), Richard Linklater – L’età inquieta (edizioni Falsopiano). Per la casa editrice LA Case Books ha scritto Il Corpo nel Cinema di John Carpenter e The eBook of The (Evil) Dead, guida alla saga horror di Sam Raimi.
E’ autore di saggi brevi in volumi collettanei quali La Scrittura dello Sguardo (edizioni Historica), sul cinema di Brian De Palma.
Ha partecipato a workshop di scrittura sul romanzo di genere tenuti da nomi quali Tim Willocks, Victor Gischler, Alan D. Altieri, Allan Guthrie, Jason Starr, Matteo Strukul.
In rete ha scritto e scrive di cinema, musica e cultura pop per i siti Culturalismi, Sceglilfilm e Sugarpulp.
Fabio Migneco on FacebookFabio Migneco on Instagram
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