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Consegna prevista Luglio 2020

In una temporalesca giornata, due uomini e due donne che (apparentemente) non si conoscono, entrano in un ascensore, ognuno per raggiungere il suo piano. Ma, durante la salita, un fulmine causa un black-out, lasciando la città al buio e i quattro sventurati intrappolati.
In questo soggiorno forzato, saranno costretti a conoscersi, scoprendo che le loro vite si sono fino a quel momento influenzate a vicenda. Cosa succederà lì dentro? E quali verità nascoste saliranno a galla?

Perché ho scritto questo libro?

Cella sospesa nasce al termine di un’interessante lettura (la cui trama, ironicamente, non ha nulla in comune con il mio racconto). Mi aveva affascinato la storia, ma ciò che in particolare mi aveva colpito era lo stile di scrittura usato. Unendo quest’ultimo ad un’idea sfuggente, quella di un ascensore bloccato, iniziai a scrivere il testo. A spingermi, la curiosità nel vedere cosa sarebbe nato da quel germoglio, ma anche, fortunatamente, la mia ossessione nel finire ciò che inizio!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Era una giornata molto nuvolosa. E soprattutto piovosa. A dirla tutta, con tutta l’acqua che cadeva non si riusciva nemmeno a vedere il cielo, impetuoso com’era. Ma questo per Italo non aveva alcuna importanza: si stava preparando per un colloquio di lavoro, perciò era molto preso dalla cosa. Si trattava di un’agenzia piuttosto conosciuta e lo avevano chiamato appositamente. Sapeva che nel suo campo era piuttosto conosciuto, ma si meravigliò della proposta che gli era stata fatta quando aprì la lettera. Insomma, un banale temporale non avrebbe di certo impedito la sua ascesa verso quella nuova vita. Aveva già un’entrata non indifferente, ma il suo posto di lavoro stava diventando fin troppo instabile, così colse la palla al balzo appena seppe dell’invito che gli era stato fatto. Si vestì con i suoi abiti più eleganti e, copertosi con un k-way, prese l’ombrello e uscì di casa. Appena varcò la porta, la pioggia lo accolse nel mondo esterno violentemente, lasciandolo a bocca aperta: c’era un vento fortissimo, anche gli alberi più robusti erano inginocchiati a quella raffica indomabile, fogli di giornale e foglie volavano via e qualcuno, ormai fradicio, stava cercando di trovarsi un riparo. Inoltre sembrava notte, non c’era un minimo di luce, se non per qualche sporadico fulmine. Italo per un attimo rimase inebetito, poi si indirizzò verso il parcheggio.
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Giorgia si stava truccando. Quel martedì doveva essere il suo giorno libero, ma l’avevano chiamata urgentemente dal suo dipartimento. Quando ricevette la telefonata la sera prima, non riuscì a credere che, proprio nel suo giorno di riposo, l’avessero
convocata al lavoro. Sconsolata e con poca energia, cominciò a prepararsi. Sua intenzione era andare al lago con il marito e approfittare della bella giornata per farsi una sana camminata. Peccato che non c’era nessuna bella giornata e dal cielo cadevano secchiate d’acqua neanche fosse arrivata l’inondazione, con tanto di arca di Noè. Quindi, alla fin della fiera, anche con l’intera giornata a disposizione avrebbe fatto ben poco, facendosi prendere dall’abbiocco con la scusa del tempo atmosferico. Almeno sapeva che, se fosse rimasta a casa, non avrebbe dovuto affrontare quel diluvio, invece il dovere l’aveva chiamata ancora una volta. Non aveva neanche un buon ombrello, era piccolo e parzialmente rotto, non sapeva se sarebbe arrivata asciutta al suo traguardo. Si era ripromessa di comprarlo, ma con l’arrivo del sole se ne era completamente dimenticata. Il trucco sarebbe stato totalmente inutile: l’acqua gli avrebbe quasi certamente colpito il viso e avrebbe perso quella sua bellezza artificiale. Indossò la sua giacca invernale, prese l’ombrello scassato e aprì la porta. Neanche il tempo di uscire e l’ingresso di casa si inondò completamente, cercò così di fare più in fretta che poté nel chiudere la porta alle sue spalle. Quando il marito si sarebbe svegliato, ci avrebbe pensato lui ad asciugare il pavimento. A lei la cosa interessava limitatamente. Sapeva che, prima o poi, si sarebbe asciugato da solo grazie a quei fenomeni osservati solitamente dalla chimica o discipline simili, materie che l’ultima volta aveva studiato al biennio delle scuole superiori e neanche tanto bene.
«Perché asciugare le stoviglie personalmente con uno straccio quando basta solo un po’ di tempo?» domandava spesso retoricamente al marito. Era una donna che lasciava spesso le cose al caso (e soprattutto alla scienza).
Borso. Lo chiamavano così gli amici. Un incidente gli aveva provocato un danno cerebrale rilevante e dimenticò molte cose, compreso il suo nome. Sapeva che la sua vera identità era scritta ovunque, tanto per cominciare dai documenti che portava sempre con sé, ma non riusciva a identificare sé stesso con quell’uomo che aveva vissuto prima della perdita della memoria. Proprio per questo preferiva farsi chiamare in giro con quello strano soprannome.
«Sì, ma chiamami pure Borso.» diceva sempre quando conosceva qualcuno. Gli amici gli avevano detto perché lo avevano iniziato a chiamare così, era molto semplice, ma puntualmente se lo dimenticava. Fortunatamente, nonostante il guaio, era riuscito a rientrare nella società: lavorava per un’impresa di pulizie all’interno di un grosso palazzo, un vero e proprio grattacielo. All’interno vi erano uffici, abitazioni, consulenti, negozi, una palestra e perfino una piscina all’ultimo piano. Sostanzialmente era un ammasso di entità architettoniche che erano state raggruppate all’interno di un unico edificio, che faceva fare bella scena a quella città non troppo grande. Con quell’occupazione, monotona e faticosa, non guadagnava molto ma lui era felice, gli bastava sapere di poter avere un tetto sopra la testa e di stare bene (nei limiti della batosta presa), il resto non aveva importanza. Sapeva di poter contare su molte persone, anche se di loro si ricordava ben poco, ma con il passare del tempo aveva riallacciato i rapporti. Anche quella mattina i colleghi lo attendevano lì, era pronto ad andare. I fulmini, i tuoni e la pioggia che tempestavano non gli davano affatto fastidio, anzi gradiva quel tempo così dinamico che, finché era una volta ogni tanto, poteva andare bene, seppur spesso lo stancasse fisicamente.

Elena, ancora una volta, era in ritardo. Prima di uscire aveva la sacrosanta necessità di controllare tutta la casa, poiché aveva sempre paura di lasciare qualcosa fuori posto, che potesse mettere a rischio la sua abitazione o lei stessa. Girò la manopola del gas: era chiusa. Si era sempre ritenuta paranoica, l’ansia di rado la abbandonava. Sapeva di non essere l’unica, molti come lei erano nella sua situazione e la comprendevano, come lei comprendeva loro. Grazie ad alcuni esperti del settore e alcuni libri comportamentali, aveva iniziato negli ultimi tempi il suo miglioramento, anche se la strada era ancora tutta in salita. Stava ora vedendo le finestre: erano tutte chiuse. Quel giorno doveva recarsi a casa della sua amica, alloggiata nel più alto palazzone della città, così da partire assieme per le ferie. Avevano programmato una vacanza ben organizzata in una città estera e non vedevano finalmente l’ora di staccare la spina. Verificò le luci: erano tutte spente. Non sapeva com’era riuscita a sistemare tutto il necessario per partire senza impazzire: attrezzarsi per un viaggio la preoccupava molto, sapeva che dimenticare qualcosa poteva dare spiacevoli inconvenienti, non gravi ma che per una persona come lei rappresentavano degli ostacoli di non poca importanza al suo relax vacanziero. Anche se in ritardo, sapeva di non dover riferire nulla alla sua amica: la conosceva molto bene e sapeva che, se fissavano un appuntamento alle otto, Elena sarebbe arrivata almeno alle otto e un quarto. Si sarebbero prese un buon caffè e sarebbero partite all’avventura. Girò le chiavi nella fessura della porta più volte, giocando con la maniglia, per essere sicura di aver chiuso. Il brutto tempo, appena uscì, la travolse, facendogli scappare un urlo per la sorpresa inaspettata. Non vedeva un acquazzone così da almeno un paio di anni e ricordava che l’ultima volta che c’era stato aveva creato dei problemi. Sperava solo che non avrebbe provocato danni al suo alloggio.

Capitolo 2

Entrare in macchina quando fuori impervia il diluvio è un operazione estremamente delicata: bisogna essere il più veloci possibili per entrare, sapendo che tra l’apertura della portiera e l’ingresso all’interno dell’abitacolo è necessario chiudere l’unica protezione a disposizione, cioè l’ombrello. Italo era proprio in quella situazione e quando ci si trovava aveva sempre bisogno di un attimo, così da sistemarsi e avere la maggiore libertà di movimento senza farsi una doccia. Nel momento in cui aprì la portiera, chiuse l’ombrello ed entrò, lanciandolo all’interno come se fosse un sacco della spazzatura; purtroppo gli ombrelli in era moderna seppur utili sono terribilmente sacrificabili. Non si era neanche bagnato tanto considerando il tutto. Inserì le chiavi nel quadro e partì. Si aspettava di non trovare in giro nessuno a quell’ora con quel tempo, ma si era dimenticato di quel piccolo dettaglio per cui la gente ha bisogno di lavorare per sopravvivere. Anzi, a causa della bufera c’era molto più traffico e molti si trovavano in difficoltà in quelle condizioni. Incontrò perfino una macchina della scuola guida che fu poco gradita da Italo e da tutte le altre persone incolonnate.
«Se riesce a guidare oggi, potrà andare ovunque.» pensava tra sé. Quando arrivò sotto il piccolo Empire State Building, iniziò a cercare un parcheggio nei dintorni, che trovò dopo ben venti minuti di avanscoperta nell’intero quartiere e alla fine non aveva parcheggiato neanche tanto vicino. Meno male che era in largo anticipo. Si fece il tratto a piedi e finalmente entrò nell’edificio, osservando la mappatura dei piani.
«Ventiquattresimo piano… Molto bene. Prenderò l’ascensore.»
Giorgia, con il suo piccolo ombrello, si avviò al suo posto di lavoro. Era una camminata di cinque minuti, prendere i mezzi sarebbe stato superfluo, anche se avrebbe gradito volentieri un posto caldo su quattro ruote con cui muoversi. Il freddo e l’umidità, oltre al vento, gli entravano nelle ossa. Raggelava orrendamente ma sapere che tra poco sarebbe arrivata nella hall in cui c’erano almeno ventidue gradi, seppur la odiasse, la faceva stare meglio. L’ombrello si piegò più volte verso l’esterno, piegato dal soffio d’aria di quella giornata. Le strade erano invase da piccoli fiumiciattoli che scorrevano lungo i margini dei marciapiedi e alcune buche nell’asfalto erano diventate veri e propri laghi artificiali. Si mantenne lontano dalla strada: le auto passavano a tutta velocità, senza preoccuparsi dell’acqua che sollevavano addosso ai pedoni. Loro, per ricambiare, lanciavano amabili accenni nei confronti della sorella, della madre e di qualunque altra persona offendibile che avesse un legame con il conducente. Alcuni insulti erano davvero molto originali. Di acqua, seppur evitò i pericoli maggiori, lei se ne prese. E anche tanta. Appena giunse a destinazione, si sciolse alla dolce temperatura dell’interno alta e invitante. Avrebbe fatto di tutto per rimanere lì dentro fino alla fine del brutto tempo. Una delle gioie dei mesi autunnali e invernali per Giorgia era proprio quello di rintanarsi dopo il freddo preso all’esterno. Il tragitto, tra una cosa e l’altra, l’aveva stancata.
«Oggi niente scale! Prenderò l’ascensore!» aggiungendo poco dopo «Sì! Me lo merito!»
Borso si piazzò sotto la pensilina della fermata dell’autobus, che più o meno riusciva a proteggerlo. Aspettò il 176 e appena arrivò, ci salì su. Temeva che, con la poca visibilità, non sarebbe stato visto dall’autista, ma fu fortunato e venne raccolto. Il veicolo era pieno, chiaramente molte persone che di solito se le facevano a piedi questa volta preferirono avere una protezione sulla testa. La maggior parte dei viaggiatori non era seduta, probabilmente rispetto ai numeri indicati dalle norme le persone in piedi erano in sovrabbondanza, abbastanza da essere schiacciati come sardine. Nessuno però si poneva il problema: sapevano che se le regole fossero state rigide al punto giusto, almeno la metà di loro sarebbe stata cacciata da lì. Di conseguenza nessuno faceva notare ciò al comune o all’agenzia dei trasporti urbani. Borso si era trovato un piccolo spazio tra l’ingresso anteriore, il parabrezza e il sedile dell’autista. Uno spazio già di suo stretto, limitato a sua volta da tutte le altre persone che si erano concentrate in quella stessa zona.
«È molto più pieno del solito.» osservò Borso, il quale sapeva che la colpa era da attribuire alle condizioni climatiche di quella giornata. Passò un quarto d’ora e finalmente l’autobus si svuotò. Poteva tranquillamente sedersi ma sarebbe stato inutile: la sua fermata era quella successiva, un minuto e sarebbe arrivato. Non avrebbe neanche avuto la possibilità di godersi il posto libero in così poco tempo. Prenotò la fermata e scese dall’autobus, proprio davanti alla sua sede lavorativa. La pioggia non era cessata minimamente.
«Che tempo… Peggio dell’abbiocco post-pranzo… Meglio che prenda l’ascensore, sarà una fatica in meno!»
Elena arrivò al camper, compì la stessa operazione che Italo aveva eseguito con la sua auto e salì. Era un po’ preoccupata di guidare con quel tempo, ma non era la prima volta, quindi sapeva di poterlo tranquillamente fare. L’aveva molto soddisfatta vedere come il suo mezzo si fosse, nell’arco di una notte, pulito meravigliosamente. Era diventato lucido ed era ormai privo di qualsiasi macchia o sporcizia generica, con il parabrezza che scintillava. Girò le chiavi e accese il motore. Come prima cosa attivò i tergicristalli alla massima velocità; sembrava che si dovessero staccare e volare via da un momento all’altro. Che poi a quel ritmo, erano decisamente fastidiosi da vedere, ostacolavano la visuale quanto la stessa pioggia. Premette l’acceleratore e partì, incrociando ben presto molte altre macchine.
«Spero di non eccedere con il ritardo… Ok, lei mi conosce e sa che arriverò dopo l’orario previsto, ma non vorrei esagerare.» pensò Elena, che stava cominciando a preoccuparsi. Ma il traffico non fu grave: in una ventina di minuti arrivò e trovò in un attimo parcheggio, proprio davanti casa dell’amica.
«Che fortuna!» esclamò, iniziando così a posizionarsi. Tutta contenta però, non notò il divieto di sosta. Se fossero passati a fare i controlli si sarebbe presa una bella multa. Ma in fondo sarebbe stata lì tra poco, no? Il tempo di un caffè. Varcò l’ingresso e si indirizzò verso l’ascensore. Era il metodo più comodo per raggiungere l’appartamento e ormai si era abituata. Inizialmente provava diffidenza verso quel mezzo di trasporto verticale, ma salendoci con l’amica si era tranquillizzata.

Capitolo 3

Italo, Giorgia, Borso ed Elena giunsero di fronte all’ascensore, che stava salendo da uno dei piani più alti. Il grattacielo, se così si poteva chiamare, contava ben trenta piani ed era l’unico edificio di questo tipo in tutta la città. Quando essa si stava espandendo erano state esplicitamente richieste nuove strutture ma data la ristretta superficie del territorio, si costruì verso l’alto. La cabina scese, aprì le sue porte e uscirono cinque o sei persone, nessuno ci aveva fatto troppo caso. Appena i quattro salirono, digitarono sul pannello il piano a cui dovevano arrivare. Ognuno premette un pulsante diverso. Nel momento in cui iniziò la salita, iniziò il conto alla rovescia. Nessuno di loro sapeva a cosa stesse andando incontro, ma presto lo avrebbero scoperto.
Nel momento in cui l’ascensore stava per arrivare al diciottesimo piano, dove sarebbe dovuta scendere Elena, un fulmine colpì in pieno una delle sottostazioni elettriche, provocando una grave avaria e facendo calare in un istante la città nell’oscurità più assoluta.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Libro interessante, premesse buone e da considerare che è scritto da un ragazzo alle prime armi con il mondo della scrittura.
    Lo consiglio agli amanti del genere e non solo, scorrevole e intrigante.

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Alessandro Giordano
Sono Alessandro, nato a Varese nel 1999.
L'infanzia scorre tranquilla, in compagnia di una grande fantasia per le piccole storie che mi chiedevano di scrivere alle elementari. Alle superiori studio elettronica, uscendone con la passione per la storia e l'italiano e con più domande che risposte sulla materia di indirizzo. Con il primo anno di università a scienze politiche, colto da una mistica ispirazione, scrivo il mio primo libro, "Cella sospesa".
Alessandro Giordano on Instagram
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