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Cenere Nera

Cenere nera
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Consegna prevista Luglio 2021

Quando si parla di elfi si immaginano sempre situazioni piacevoli, confortanti e pacifiche. Un gruppo di ambiziosi mezzelfi, invece ponendosi le opportune domande, si rende conto che forse la realtà non è come sembra. I cittadini di Cenere accettano passivamente di vivere nel bucolico mondo offerto loro dagli elfi, ma sono veramente liberi oppure sono mossi da un invisibile filo d’argento che si chiama ignavia?
Ecco che quindi dalla contrapposizione tra l’estremismo comunitario elfico e l’ambizioso individualismo dei Signori del Torrione Labbra Nere, nascerà un conflitto che vedrà contrapporsi il bene ed il male. Ma il bene ed il male non avranno confini netti, si mescoleranno e saranno spesso inconfondibili l’uno dall’altro.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dall’idea di descrivere eventi successivi ad una lunga campagna di D&D giocata con alcuni amici. Da quel momento i personaggi che ho tanto amato, hanno continuato a vivere nella mia testa. In ogni momento hanno cercato di prendere vita e lo hanno fatto nelle pagine di questo manoscritto. Inoltre ho sempre voluto fare alcune riflessioni sul fatto che la distinzione tra bene e male è sempre una questione di prospettiva.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La percezione del pericolo strisciava tra i nervosi elfi stanziati tra le radici dell’albero bianco. Un intrigo di radici che si abbracciavano e si accavallavano creavano una vera e propria cittadina bianca come la neve, nel sottosuolo dell’ignara Cenere. Il bianco albero era cresciuto secolare, vicino Kara-Thuru la Foresta Impenetrabile come veniva chiamata dagli umani. La sua imponenza ed il suo percepibile potere lo fecero diventare un simbolo per i cittadini di Cenere, ed un riparo per gli elfi seguaci di Goldwind. Un tempo le bianche radici e le argentee fronde ospitavano una nutrita comunità di immortali creature, poi, dopo alcuni anni di felice permanenza ed integrazione con gli umani, arrivarono i Signori della Torre, che portarono caos e distruzione.

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Conseguenza inevitabile furono gli scontri, cruenti e ripetuti, che videro la sconfitta degli elfi e il nascere del predominio del male. Quando gli elfi stanchi ed afflitti, si ritirarono, lasciando la città in balia dei Neri Signori, fu chiaro a tutti che la storia prendeva un nuovo corso, che Cenere di Quercia, entrava nell’era del Torrione Labbra Nere. Dopo un po’ di tempo, i primi alberi bianchi, i più giovani, furono trasformati, in contorte e morte forme nere, arbusti privi di vita e del colore del buio. Erano i segni del male che avanzava, prendeva forza e si stabilizzava a Cenere. Quegli alberi, così splendenti e pieni di vita, ora erano il simbolo di un era nuova, buia per certi aspetti, ma sicuramente diretta in una direzione che gli elfi non avevano previsto.

Solo, l’albero maestro, il Galadh-Tur sopravviveva, solo lui nella sua maestosa altezza ed imponenza, resisteva, grazie allo sforzo bellico degli ultimi elfi, che si opponevano all’espansione del male, guidati da un fiero e impavido principe elfo. Goldwind, aveva cercato con tutte le sue forze di convincere il consiglio a dargli tutto l’appoggio possibile per scacciare il male da Cenere e difendere l’albero bianco. Tuttavia erano tempi duri e oscuri, gli orchi si organizzavano in tribù sempre più numerose ed agguerrite, e si vociferava della venuta di un orco, forte e feroce che stava unendo tutte le fazioni sotto un’unica guida. Gli umani, dal canto loro, in continua lotta tra loro per il potere, spesso coinvolgevano i territori elfici nelle loro faide, cercando di rubare ogni giorno centimetro su centimetro territorio alle immortali creature. Così, Goldwind era riuscito a portare con se solo un paio di centinaia di elfi, che con il tempo si erano dimezzati.

Il principe tuttavia non si perse mai d’animo, resistette a tutti i tentativi di conquista e distruzione da parte dei Neri Signori. Gli alberi bianchi erano diventati molto rari, negli ultimi tempi, era diventato difficile dare loro le necessarie cure per permettergli di crescere. La magia degli elfi era troppo impegnata a difendere i confini dagli invasori, e gli alberi ne risentivano. Con essi, gli elfi da millenni, avevano stretto una sorta di simbiosi vitale, gli alberi fornivano energia magica agli elfi che in cambio li difendevano e se ne prendevano cura. Nel corso dei millenni, queste rarissime forme di vita si erano molto diffuse, nella Foresta Impenetrabile se ne contavano centinaia, fino ad arrivare alla loro massima diffusione, collimante con la massima espansione del popolo elfico. Poi con il passare del tempo, gli umani divennero sempre più numerosi e impertinenti, espropriando terra agli elfi con la forza o semplicemente con il sovraffollamento.

Da parte loro, il popolo dalle orecchie a punta era sopraffatto, dal senso di colpa che si portavano dietro per aver portato i mille anni di oscurità a causa delle loro convinzioni sull’avvento della nuova era, facendo piombare Jebohlad nel terrore, sottoponendo tutte le popolazioni agli stenti e alle difficoltà di Agden e dell’impero degli orchi. Con il nuovo ciclo e con la sconfitta degli orchi, gli umani avevano ripreso il controllo della gran parte dei territori di Jebholad, relegando gli orchi sulle montagne, e gli elfi nella foresta e costringendo le altre razze ad una forzata convivenza. Gli alberi bianchi morirono a centinaia, ed il potere degli elfi si ridusse drasticamente. Nonostante tutto, il popolo elfico con la sua magia e la sua totale integrazione con le forze della natura sopravvisse mantenendo una sua identità di popolo e culturale. Cenere di Quercia per gli elfi e per gli umani rappresentava il primo vero punto di incontro tra le due culture, una quasi completa integrazione razziale, costituita dalla convivenza pacifica e prolifica tra uomini ed elfi. Quel punto di incontro tuttavia era stato pagato a caro prezzo, migliaia di elfi e di umani morirono nell’ultima guerra tra le due popolazioni, e solo al termine del terribile conflitto che ebbe come scenario la vecchia Cenere, si riuscì a trovare un accordo speranzoso portatore di pace.

Le intenzioni degli elfi erano di creare un’oasi, da essi controllata dove far crescere il loro potere, aiutando gli umani e interagendo con loro, sfruttando la loro organizzazione e contemporaneamente aiutandoli ad evolversi verso il rispetto della natura e della magia. A Cenere gli alberi bianchi sembravano aver trovato terreno fertile, e crescevano sani e vigorosi, creando orgoglio e ammirazione tra gli umani. Tutto questo meraviglioso e costruttivo rapporto era stato troncato, da uomini votati al male, privi di scrupoli, che assetati di potere si erano venduti ad un demone, che attraverso di loro costruiva il suo regno, un punto di accesso verso la realtà, un varco attraverso il quale un giorno le orde del caos avrebbero fatto irruzione portando devastazione e distruzione. Gli abitanti di Cenere, con il tempo avevano accettato il nuovo corso degli eventi, ma molti altri lasciarono la città, seguendo l’esempio degli elfi, convinti che una volta priva del loro aiuto, la città non avrebbe potuto crescere, anzi si sarebbe involuta e probabilmente sarebbe scomparsa sotto l’oppressione dei nuovi padroni.

Nonostante tutto, Cenere continuava a vivere e ad andare avanti, dopo un primo periodo di assestamento gli affari tornarono a prosperare, portando nuovo entusiasmo tra i cittadini. Il richiamo di una florida economia si rivelò più forte del legame culturale e razziale che precedentemente si era creato con gli elfi. La strada era ancora lunga, ma il nuovo governo ombra sembrava orientato a consolidare l’economia della cittadina e a farla espandere e sviluppare. Gli elfi di guardia erano nervosi, sapevano che in quelle sere ci sarebbe stato l’attacco del nemico, tutti erano pronti, ogni soldato, debitamente istruito, era conscio di dover dare la vita per la difesa dell’albero. In realtà ogni elfo coinvolto era pronto a sacrificarsi per il suo amato principe con il quale avevano condiviso secoli di battaglie e di esperienze. La consapevolezza di essere guidati da un guerriero forte e invincibile dava loro sicurezza e piena fiducia nel destino, pronti a tutto e protetti dalle difese dell’albero si convincevano sempre più che il nemico sarebbe stato spazzato via. Goldwind era seduto sul suo trono sull’anello di pietra posto nella parte più alta dell’enorme tronco. Il trono fatto di legno, era incastonato in una grossa nicchia, scavata nella spessa corteccia, dentro la quale pulsava il cuore del bianco albero. L’elfo percepiva lo scorrere lento ed

inesorabile della magica linfa, e l’emanazione dell’energia dell’albero che si diffondeva attraverso le radici, creando una luminescente barriera impenetrabile agli attacchi magici e fisici. L’ultimo attacco che aveva subito si rivelò una disfatta per il nemico, gli incantesimi per indebolire la barriera furono inefficaci, la difesa resse, sebbene con difficoltà e permise agli elfi di provocare numerose perdite tra le fila del nemico, senza perdere nemmeno uno dei loro effettivi. Finchè l’albero veniva curato e venerato dei suoi ospiti, avrebbe continuato a vivere e a donare la sua energia, dando forza e coraggio agli elfi ed in particolare al principe che ogni giorno sentiva crescere la simbiosi ed il legame empatico con l’albero. Seduto sul trono, accarezzava l’elsa delle sue magiche lame argentate, si allenava costantemente con la sua guardia d’elite, ogni giorno esercitava le sue abilità, ogni giorno si legava empaticamente con l’albero traendone forza e conoscenza. Grazie al particolare legame con l’albero, Goldwind poteva percepire quello che accadeva nella Foresta Impenetrabile, attraverso le melodie che gli altri alberi bianchi trasmettevano tra loro, ascoltare quei suoni lo lasciava estasiato e spesso si perdeva nei loro lenti e placidi dialoghi sonori.

Una piattaforma in pietra era stata costruita della parte più alta delle radici, all’altezza del cuore dell’albero bianco, nella nicchia era sistemato il trono di legno del principe elfo, dalla piattaforma di pietra partivano quattro dischi levitanti fatti anch’essi di pietra, posti ai quattro punti cardinali, ognuno dei quali portava direttamente alle piattaforme inferiori costruite in legno e disposte intorno all’enorme tronco come i petali di un fiore. Le piattaforme erano sostenute da poderosi rami che sembravano le forzute braccia di un silenzioso ed imponente gigante bianco. Su ogni pedana stavano fieri e impettiti i guerrieri più abili di quella piccola comunità, essi costituivano la guardia privata del principe, guerrieri pronti a tutto per difendere il loro capo ed il bianco albero. Al di sotto delle piattaforme, si snodavano in una serie di ponti, gallerie e insenature, costruite e ricavate tra le fitte radici dell’albero, ogni anfratto costituiva un deposito o un giaciglio, era lì che la comunità aveva creato il suo habitat. In completa sintonia e simbiosi con l’albero, gli elfi sfruttavano bacche e frutti coltivati in particolari interstizi tra le radici.

Grazie alle emanazioni energetiche dell’albero, i frutti crescevano senza la necessità di luce solare, o di acqua e questi costituivano la dieta principale degli elfi. Anche la speciale linfa dell’enorme arbusto era sfruttata dal popolo immortale, sia come alimento che come base per particolari misture utilizzate per ogni genere di esigenza. In un’area molto nascosta, quasi al centro dell’albero era stato creato un campo, molto ben protetto da alcuni rovi e alcune pietre squadrate accuratamente disposte, utilizzato per la raccolta e la conservazione dei semi bianchi che l’albero produceva ogni dieci anni. Da quei semi, gli elfi volevano far nascere altri alberi bianchi, in modo da ricreare la stessa situazione precedente la venuta del nemico. Opposto al campo dei semi, c’era un enorme spazio tra due nodose radici alte quattro metri, dove si trovavano una serie di tavoli e panche, che costituivano il luogo di aggregazione per gli elfi e i loro momenti dedicati alla meditazione o allo scambio di esperienze. In quel momento lo spiazzo era deserto, la luce azzurro-biancastra dell’albero illuminava i tavoli e le panche e l’erba corta sotto di essi. Tutto il complesso delle radici, aveva creato una specie di microclima, nonostante infatti ci si trovasse sotto terra, l’aria era fresca e profumata, la temperatura rimaneva costante sia d’estate che d’inverno.

Tutta la roccia della pavimentazione dei sotterranei di Cenere era ricoperta da fitta vegetazione, aggrappata ed abbracciata alle bianche radici dell’albero. Al di fuori del cerchio di protezione dell’albero, il bagliore illuminava per alcuni metri gli umidi e deserti sotterranei di Cenere di Quercia, quasi del tutto disabitati e spesso utilizzati come deposito, ma soprattutto come luogo di scambio e di incontro per traffici illeciti e clandestini. Come un’oasi nel deserto, la luce dell’albero cozzava con l’oscurità del sottosuolo, da una parte i consapevoli eppur disinteressati trafficanti e ladri, dall’altra i neutrali e guardinghi elfi. Il bene ed il male, la luce e le tenebre, questo era palesemente simboleggiato dieci metri sotto una piccola cittadina posta ai limiti delle Foresta Impenetrabile. E proprio in questo stridente paesaggio, stavano per scontrarsi, le due fazioni, da una parte la luce, il bene, rappresentate dall’albero bianco e dai suoi difensori, dall’altra le tenebre, il male, guidati da un manipolo di guerrieri spietati e assetati di potere.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberto Esposito
Nato, cresciuto e pasciuto a Napoli nel '74, ha intrapreso gli studi classici, di cui ha soprattutto apprezzato la filosofia e l'arte. Da sempre creativo e amante dell'informatica si è poi laureato in Scienze Ambientali.
Nonostante il percorso formativo, la creatività ha preso il sopravvento e alla fine ha unito l'interesse per l'informatica con l'inventiva, lavorando come grafico e web designer.
Appassionato di giochi di ruolo fantasy e di fumetti, ha cominciato con racconti autobiografici e poi è caduto nel gorgo del mondo fantasy, andando a scrivere storie improntate su esperienze ludiche.
Ama gli animali, la sua segretaria è una gatta, ed è particolarmente attratto dalla maestosità degli alberi, sotto i quali ha spesso trovato ispirazione magari durante momenti di pausa e di sonno.
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