Accedi

Cento grammi di sole

Overgoal! Un ufficio stampa curerà la visibilità sulla stampa tradizionale e su quella online. Un promotore professionale proporrà il libro ai librai, una strategia dedicata di marketing online consiglierà il libro a nuovi potenziali lettori.
Goal! Il manoscritto passerà alla fase di editing, revisione, progetto grafico e stampa. Una volta pronto, il libro verrà pubblicato in formato cartaceo e ebook, e reso disponibile all'interno del circuito di Messaggerie Libri e nei più importanti store online.
18% Completato
165 Copie all´obiettivoi
Al raggiungimento dell’obiettivo il libro verrà pubblicato
61 Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista gennaio 2020
Bozze disponibilii
Se pre-ordini il libro, potrai cominciare a leggere subito le bozze del manoscritto

Ronnie Wilson sa esattamente cosa vuole dalla vita: essere una brava figlia per i suoi genitori, un esempio per sua sorella minore, una buona migliore amica per Danny, la prima e ultima scelta di Connor, un’eccellente studentessa. Ronnie è perfezionista, caparbia, vuole essere invincibile. Ma, a volte, le cose non vanno esattamente come erano state progettate e un’improvvisa novità nella vita di Ronnie potrebbe stravolgerne per sempre ogni aspetto, cambiando radicalmente il suo modo di approcciarsi alle cose.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché la scrittura è il solo mezzo che ho per esorcizzare gli eventi. Questo romanzo parla del mio io più recondito, di come la vita possa cambiare all’improvviso, “da zero a cento” in un secondo. Questo libro è per me e per voi, perché possa essere d’aiuto a chi non sa come reagire alle sorprese delle vita, perché anche nel momento più fragile si può riuscire a risplendere, aggrappandosi a ciò che resta di buono, i “cento grammi di sole” che danno il titolo al romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Settembre

L’università di Connor, la Portland State University, è famosa per ospitare una delle migliori squadre di football del Paese, i Portland State Vikings. La stagione è appena iniziata e questa sera si decreterà la prima partita in assoluto. I Vikings giocano in casa, tutti sanno di questa partita e questa estate sono stati venduti moltissimi biglietti.
«Perché non ci andiamo?» propongo a Connor per l’ennesima volta. Lui, per tutta risposta, alza la testa dal libro che tiene aperto sulla sua scrivania e aggrotta la fronte.
Sono accovacciata sulla sedia prelevata dalla scrivania del suo compagno di stanza, le sopracciglia inarcate in un vago tentativo di corruzione, sfoggio un sorrisetto per rendermi credibile.
«Ma cosa c’è di divertente nell’andare a vedere una partita di football?»

Continua a leggere

La sua risposta mi smonta all’istante: ok, anche io odio il football, non ci capisco assolutamente nulla, penso solo a quanto siano oscene quelle divise dai pantaloncini striminziti e le casacche enormi a coprire le protezioni dei giocatori, quei caschetti che sbattono tra di loro provocando un grosso baccano. Però tutta la città è in visibilio per questa partita, il campus è in fermento, così penso che sarebbe una bella occasione per proporgli il nostro debutto in società. Andare a vedere la partita più chiacchierata della stagione con il tuo ragazzo è un’occasione da non lasciarsi scappare.
«E poi non so neanche se si trovino ancora i biglietti» aggiunge poco dopo sgranocchiando la sua matita. Abbasso lo sguardo sui suoi libri e sbuffo, la filosofia e questi ragionamenti così intricati non fanno proprio per me.
Mi stringo nelle spalle: ci avevo sperato, ci avevo quasi immaginati vestiti nei colori dell’università, il verde e il bianco, a mangiare qualcosa sugli spalti e a gridare a gran voce, poi uscire a festeggiare la potenziale vittoria dei nostri, ad esultare con gli altri tifosi.
Ma Connor non sembra essere entusiasta della cosa, adesso ha le mani infilate nei capelli rossicci, riccioli scomposti che si attorcigliano alle sue dita lunghe e affusolate, i gomiti appoggiati alla scrivania mentre sbuffa sonoramente. È nervoso per un esame che dovrà sostenere fra qualche giorno ed io, pur di non rinunciare a qualche ora con lui, mi sono proposta di dargli una mano a ripetere tutto, ma a quanto pare è più difficile di quanto sperassi. Qui non si parla di tessuti, di filati, di moda, qui si parla di ragionamenti astratti, di persone che passavano la maggior parte del loro tempo con il naso infilato nei libri e di sicuro non si preoccupavano delle ultime tendenze (o, quantomeno, di vestire decentemente).
«Cosa c’è?» gli domando di colpo. Connor grugnisce, segno che è nervoso e spazientito. «Perché non stacchi per un po’? Potremmo prenderci qualcosa da mangiare e…»
«Ronnie, devo studiare» esordisce secco. Poi, rendendosi conto della drammaticità assunta, si schiarisce la voce e abbozza un sorriso nella mia direzione. «Quando dovrai sostenere anche tu i tuoi esami mi capirai.»
«Oh, certo» bofonchio, di colpo imbarazzata. «Speravo di farti distrarre un po’.»
«Lo so, piccola» dice, mi bacia una mano. «Appena avrò dato questo maledetto esame potremo andare dove vuoi. Scegli e ti ci porto.»
«Sul serio?»
«Certo!»
Di colpo la mente mi si affolla di pensieri, di cose da fare, posti da visitare assieme a lui: chissà come sarà prendere un aereo, partire mano nella mano. E dove andremmo? Connor ha promesso di portarmi a Parigi, un giorno o l’altro, trascorrere una giornata intera ad oziare in hotel, a rotolarci nelle lenzuola e a baciarci come se fosse la primissima volta e poi, stanchi di tutto quell’ozio, partire all’avventura, alla scoperta di quella città magica che sogno di visitare da tempo immemore.
«Anche al mare?» sbotto contenta. Connor ridacchia, mi lascia un buffetto delicato sulla guancia, annuisce prontamente. Mi getto su di lui per abbracciarlo. In momenti come questi credo che le cose tra di noi possano davvero funzionare: in fondo quando siamo da soli, io e lui soltanto, è come se il mondo non potesse sfiorarci neanche con un dito.
Lascio la sua stanza una mezz’ora dopo quando lui si getta di nuovo sui libri e io mi decido a tornare a casa. Magari riesco a finire quel bozzetto, mi dico.
Sulla metro il cellulare non prende così mi accorgo delle chiamate perse e di tutti i messaggi non letti solo quando sono ormai a casa, chiusa in camera e scalza, con le mie scarpe abbandonate in un angolo e un sorriso ancora impresso sul viso.
Le chiamate sono di Riley e anche uno dei messaggi, mi informa che la visita dal veterinario è andata benone e il suo cucciolo di Labrador tornerà presto a correre in spiaggia come ama fare, nonostante abbia morso per sbaglio una medusa. Altri messaggi sono di Danny, vuole solo dileggiare perché adesso che Anne non c’è non ha nulla di meglio da fare. Rispondo al suo “cosa stai facendo???” con un bel “appena rientrata” a cui lui mi risponde con uno “sto arrivando” seguito, tre minuti dopo, dallo scampanellio alla porta di casa mia.
Mi prendo tutto il tempo necessario e quando finalmente gli apro, lui sbuffa sul mio viso e entra in casa superandomi con una spallata.
«Cosa vuoi?»
«Ehi, cos’è questo tono brusco?» mi schernisce stravaccandosi sul mio divano. «Sono o non sono il tuo migliore amico?»
«Lo sei» gli rispondo ridacchiando, le braccia conserte e un sopracciglio alzato.
«E sei o non sei contenta di vedermi?»
«Sei seduto sul mio futuro» lo canzono sfilandogli la mia cartellina sulla quale si era comodamente sistemato. «E rompi più del solito. Allora? Cosa vuoi?»
«Quanto astio nel tuo tono, Ron. Mai sentito parlare dei corsi per gestire la rabbia?»
«Danny, maledizione!» sbotto scoppiando a ridere. Il mio cellulare che vibra sul bancone della cucina attira la mia attenzione. «Ti ho semplicemente chiesto cosa ti porta qui.»
Sento Danny ridere e sono sicura che risponda qualcosa di assolutamente saccente ma non ci faccio caso perché sono troppo concentrata a leggere e rileggere i messaggi appena ricevuti.
Connor mi ha mandato una foto, sfocata e in controluce, in cui il suo viso sfoggia un paio di grossi occhiali da sole e un sorriso a trentadue denti. Aggrotto la fronte e gli chiedo dove sia.
“Il mio amico Steve ha perso la testa per la partita e mi ha chiesto di accompagnarlo” è la sua risposta. Il mio cuore perde un battito, poi accelera di colpo. In foto, effettivamente, è seduto su un motorino, dietro a quello che deve essere un grosso ragazzo in giacca di pelle. Ma ciò che più mi mortifica è la facilità con cui dia una spiegazione del genere sapendo che io, appena un’ora prima, morivo dalla voglia di andare con lui a quella dannata partita.
Dentro di me qualcosa scalpita e si agita, un senso di vuoto, di malessere, una grossa voglia di fargliela pagare. È l’ennesima occasione che spreca per fare un passo avanti nella nostra relazione, un ennesimo passo falso, l’ennesima volta che preferisce fare qualcosa da solo, o con un suo amico, al posto che farlo con me. Ma stavolta non sembrano esserci scuse o appigli, sembra un comportamento assolutamente premeditato. Vuole la guerra? Che guerra sia.
Mi volto di scatto e guardo Danny, che dal modo in cui mi restituisce l’occhiata credo abbia notato il fuoco che divampa dentro di me. Se potessi, adesso spaccherei qualcosa.
«Che hai da fare?»
«Quando?»
«Adesso.»
Aggrotta la fronte, è confuso. Ma prima che possa parlare lo supero per raggiungere la mia camera. Mi segue di corsa, mi fissa senza capire mentre entro nel mio armadio, afferro la prima cosa che mi capita a tiro, una t-shirt bianca, jeans strappati, un paio di scarpe da ginnastica praticamente nuove.
«Dove dovremmo andare?»
«Alla partita.»
«Quale partita?» chiede immediatamente. Mi segue con gli occhi mentre afferro qualche dollaro, il mio cellulare, una borsa piccola. «Ronnie, ehi! Mi rispondi? Di che partita parli?»
«Fra poco giocano i Vikings.»
«Ah, giusto. E tu hai i biglietti?»
«No, ma vedremo come fare.»
«Ma… credevo odiassi il football!» urla mentre io lo supero di nuovo per uscire dalla mia camera, diretta verso la porta. E Danny mi segue a ruota senza pretendere più spiegazioni. Mette in moto la sua auto e spegne la radio, al primo semaforo rosso mi guarda.
«Mi spieghi che ti prende?»
«Volevo vedere quella partita, lo volevo!» sbotto, quasi sull’orlo del pianto. Mi vergogno di questa mia reazione spropositata ma non riesco proprio a trattenermi. Connor si è comportato da bastardo proprio quando pensavo che le cose potessero andar bene tra noi. Ha ignorato ogni mia proposta di trascorrere questo pomeriggio insieme e appena gli è stata data occasione ha agito esattamente come se io non esistessi.
«Perché non me l’hai detto prima? Potevo farmi dare i biglietti da… insomma, sì, da Anne. So che ne aveva vinti due ma figurati se lei…»
«Aspetta! Davvero lei li ha?» sbotto mettendomi dritta.
«Sì, però Ronnie… non puoi chiedermi di chiamarla per questo. Insomma, è vero che ci sentiamo qualche volta, però…»
«No, no. Hai ragione.»
«E poi guarda qui!» indica dritto davanti a sé. Code di auto si susseguono su entrambi i lati della carreggiata, il traffico è praticamente in tilt. Vuoi il weekend, vuoi la partita, ma c’è gente dappertutto e raggiungere casa di Anne, convincerla a regalare i biglietti al suo ex che appena il mese scorso le ha spezzato il cuore e poi tornare al campus sembrerebbe una missione impossibile. «Pur volendo, non arriveremmo mai in tempo.»
Sbuffo sonoramente. Devo pensare a qualcosa.
Danny resta in silenzio per tutto il tempo, vaga per un po’ con la sua auto finché non sembra che qualcosa gli baleni di colpo in mente. Così sbatte le mani sul volante e gioisce.
«Il diner!»
«Cosa?»
«Ma certo! Jeffrey ha fatto posizionare un mega schermo in sala per guardare la partita e attirare clienti.»
Deglutisco: sembra così entusiasta della sua buona idea che mi dispiacerebbe smontarlo subito dicendogli che il vero motivo di questa uscita è riuscire a fare un dispetto a Connor.
«Ah, sì? Sembra una buona idea…» bofonchio e prima che possa finire la frase Danny esegue un’inversione di marcia repentina e azzardatissima per cui io mi reggo al sedile dell’auto con il cuore in gola. Mentre raggiungiamo il Sunset e Danny resta concentrato a schivare le altre macchine nel traffico con un sorrisetto sul viso, io prelevo il cellulare dalla mia borsetta. L’assenza totale di messaggi mi manda in bestia, solo il pensiero che Connor sia troppo occupato adesso per parlare con me mi dà fastidio, mi colpisce come un calcio allo stomaco. Così decido di scrivergli un messaggio a mia volta, in risposta a quel suo ultimo aggiornamento lasciato in sospeso.
Digito frettolosamente “anche noi stiamo andando a vedere la partita”, sperando che si soffermi su quel “noi” galeotto e che questo ribalti la situazione. La risposta non tarda ad arrivare: “Noi??” a cui rispondo con “io e Danny”.
Connor e Danny non si sono mai sopportati, non è mai stato un segreto. Danny gli ha sempre dato dell’idiota, Connor della checca, ma nessuno dei due ha mai pensato di dirselo in faccia, così ho finito sempre per trovarmi in mezzo alla faccenda senza poter prendere parti. Insomma, la situazione più scomoda che esista.
Tamburello le dita sullo schermo spento e mi lascio andare ad un debole sorriso vagamente forzato in risposta a Danny quando si volta a guardarmi, poi il cellulare vibra nella mia mano e leggo, maledettamente soddisfatta, la risposta di Connor, un “dove siete?!” a caratteri cubitali che esprime liberamente tutto il suo disappunto.
Connor è incazzato, non saprei dire se è geloso o indispettito, ma è sicuramente arrabbiato e questo mi fa stare meglio. Adesso sa come posso sentirmi io, a dover essere sempre messa da parte rispetto a qualcun altro.
Il parcheggio del locale è affollatissimo, credo di non aver mai visto tante macchine in quel posto come oggi, credo che Jeffrey ne sia felice (e anche Danny, dato che non è di turno stasera), così ci mettiamo un po’ a trovare parcheggio. Alla fine scendiamo dall’auto e Danny mi lascia un buffetto sulla guancia in modo scherzoso.
«Sei contenta? Sono riuscito a portarti a vedere la partita, alla fine.»
«Già… grazie, Dan.»
«E di che.»
Entriamo nel Sunset che ho le guance in fiamme per la rabbia ma camuffo elargendo qualche sorrisetto quando noto volti familiari, i ragazzi che frequentavano il mio liceo, qualche persona del quartiere e, naturalmente, Jeffrey. Il capo di Danny ha la solita espressione, un angolo della bocca che si solleva in un ghigno come se fosse perennemente divertito, con la barba rada che gli ingrigisce il viso grosso e ammorbidito dall’età. Il cinquantenne sorride a Danny quando ci avviciniamo alla cassa.
«Che si dice, vecchio mio?»
Jeffrey si stringe nelle spalle, è un uomo di pochissime parole. Anzi, a ben pensarci credo di non conoscere assolutamente la sua voce.
Quando io e Danny troviamo un tavolo libero e ci piazziamo le nostre porzioni di patatine e le bibite frizzanti, ne approfitto per chiederlo a lui.
«Ma certo che parla» mi informa ridendo. «Pensavi fosse muto?»
«In effetti sì.»
Il locale è davvero stracolmo di gente, ci sono persone sedute ad ogni tavolo e ad ogni sgabello del bancone all’angolo bar, c’è persino gente in piedi che regge la sua birra tra le mani e tutti gli occhi sono puntati sullo schermo in fondo alla sala.
È proprio quando fingo minimo interesse verso la partita, che noto un volto più che familiare tra la folla: Connor.
Ha una giacca di renna marrone, un sorriso becero sul viso, i capelli pettinati all’indietro. Dei ricci scomposti e delle occhiaie da studio non sembra esserci più nemmeno l’ombra.
Mi giro e mi ficco una patatina in bocca per la rabbia: sono combattuta. Una parte di me vorrebbe fargliela pagare, un’altra parte desidera dargli uno schiaffo morale. Cosa posso fare?
Danny, dal canto suo, non sembra assolutamente fare caso a lui e punta il suo sguardo oltre la mia testa per lanciare occhiate sfuggenti allo schermo, mentre intinge le sue patatine nelle salse e ridacchia dietro la barba. Continua a sfregarsi le dita tra loro per eliminare l’eccesso di sale e questo mi innervosisce.
Si accorge del mio comportamento e domanda spiegazioni.
«Cosa c’è?»
«Niente?»
«E perché hai quella faccia?» borbotta, intinge un’altra patatina nel ketchup. «Goditi la partita, su, non fare la musona.»
«Io non faccio la musona» ribatto strappandogli una risatina.
Mi volto di nuovo a guardare Connor: dalla sua angolazione dubito che possa notarmi ma io riesco a vederlo chiaramente. Stringe in una mano un bicchiere colmo di birra, chiacchiera con un tizio in giacca di pelle, credo quello della moto, e sembra essere assolutissimamente a suo agio.
Di colpo, però, lui e il suo amico decidono di uscire dal locale ed è in quel preciso momento che la mia angoscia si trasforma in panico: se ne va prima che io possa fare qualsiasi cosa.
Deglutisco sonoramente, scatto in piedi e Danny punta lo sguardo su di me, si cruccia.
«Dove vai?»
«V-vado un attimo… devo…» non termino neppure la frase, mi fiondo direttamente verso l’uscita, nuotando e annaspando tra le persone come un pesciolino rosso in un acquario troppo affollato, tra spintoni e puzza di sudore finalmente riesco a raggiungere la porta del diner e a spingerla con tutta la forza, per essere accolta da altrettante persone che cercano di entrare nel locale. Assurdo che questa bettola da quattro soldi sia diventata improvvisamente una meta per mezza città, in più proprio mentre cerco di tenere d’occhio Connor e non perderlo di vista.
Il cuore mi batte all’impazzata, non so neanche cosa mi abbia spinto qui adesso e non riesco a pensare a nulla di razionale da fare. Dovrei tentare di richiamare la sua attenzione? E poi?
Ma Connor intanto sale sul motorino, si aggrappa al suo amico, ridono e bevono sbrodolandosi mentre effettuano giri velocissimi del perimetro del parcheggio, sotto gli occhi di giovani incuriositi che per una tempistica sfortunata non sono riusciti ad accalappiarsi un posto d’onore davanti al maxischermo. Esultano come se la cosa fosse assolutamente divertente.
Stringo la mascella, la prima cosa che mi viene in mente di fare è chiamarlo. Così, al momento opportuno, grido il suo nome a gran voce.
E Connor si stacca dal suo bicchiere, ha della birra che gli gronda dal mento e gli occhi già velati, ride ma poi aggrotta la fronte, cerca con lo sguardo la voce che lo ha attirato.
Mi nota e tutto ciò che fa è mostrarmi un ghigno divertito accompagnato da un’alzata del suo bicchiere quasi vuoto in cenno di saluto prima di tornare a concentrarsi sul suo divertimento. Tutto qui, nient’altro.
Sono fuori di me, così tanto che mi accorgo in ritardo che sto per piangere, mi bruciano gli occhi perché le lacrime stanno per prendere il sopravvento ma so anche che non potrei sopportare quest’ennesima umiliazione.
Così faccio per andarmene, mi prefisso semplicemente di girare i tacchi e tornare dentro, penso a quello che dirà Danny ma poi mi rendo conto che non posso fare più nulla, non c’è più niente che possa tirarmi via da questa situazione perché Danny è proprio dietro di me, per poco non gli finisco addosso e presumibilmente lui ha assistito a tutta la scena, probabilmente pensa quello che penso io e sicuramente è incazzato nero.
«Ma che diavolo succede?» sbotta.
«Danny, aspetta…»
«Ronnie! Quello è Connor?» grida, indicandolo stendendo un braccio nella sua direzione. È fuori di sé.
«Danny…»
«Hai intenzione di fare qualcosa?» mi chiede ringhiando. Ha gli occhi spalancati, la mascella contratta.
«Cosa dovrei fare?» scoppio in lacrime. Danny si copre il viso con entrambe le mani, sbuffa nei palmi, poi torna a guardare la scena. In un secondo avviene il caos: all’ennesimo giro della moto, Danny afferra la giacca di Connor strattonandolo via dalla moto e per un pelo lui non cade sfracellandosi al suolo.
Mi impietrisco e non riesco a reagire in alcun modo, tutto quello che posso fare è restare a guardare la scena che scorre velocemente davanti ai miei occhi.
«Che cazzo ti prende, amico?» sbraita Connor ripulendosi una manica della giacca.
Danny lo guarda con un’espressione che non presagisce niente di buono, è come se al posto delle sue pupille adesso ci fossero fuoco e fiamme.
«Non chiamarmi amico, coglione!»
Connor emette una risatina di scherno, neanche mi guarda, poi punta Danny e gli si avvicina di un passo, improvvisamente serio.
«Ascolta, non fare la checca isterica davanti a tutti, non ti conviene.»
«Razza di…»
E Danny gli afferra il colletto della giacca in un secondo, vedo un barlume di timore persino in Connor, credo che non si aspettasse quel tipo di reazione. Nel frattempo io so solo che tutto questo non ha fatto altro che attirare sguardi fin troppo curiosi su di noi e forse è tutta colpa mia.
«Vi prego, piantatela» gemo a voce bassa, mettendomi tra di loro tentando di dividerli. Ma sono facile da contrastare perché sono entrambi più alti e grossi di me: Connor, alla mia sinistra, un metro e settantacinque di puzza di birra e di paura, contro Danny, alla mia destra, un metro e ottantadue di rabbia repressa e necessità di difendere la sua migliore amica.
Tutto ciò mi ricorda una partita di wrestling in tivù e mi solletica il morale, ma allo stesso tempo non so se piangere o ridere: siamo davanti ad un diner fino a questo momento sconosciuto che diventerà improvvisamente popolare per aver ospitato una rissa nel suo parcheggio.
«Ronnie, questo non è affar tuo» mi ammonisce Connor senza guardarmi. I suoi occhi sono puntati direttamente in quelli di Danny, le iridi verdi contro le sue marroni, sembrano morire dalla voglia di suonarsele.
«Non parlarle così» si intromette Danny con voce arrochita dalla rabbia.
Connor si apre in un ghigno arrogante e aspetta con ansia che il suo avversario faccia la prima mossa, così decide di stuzzicarlo per bene.
«Altrimenti?»
«Altrimenti ti spacco la faccia da culo che ti ritrovi!»
Connor, contro ogni previsione, ride. Danny sta per tirargli un pugno in pieno viso ma viene bloccato da me che lo tiro per la maglietta.
«Danny, ti prego!» strillo. Connor sembra compiaciuto del mio tono molto simile ad un piagnucolio e questo mi ferisce oltremodo.
«Hai sentito la tua amichetta? Lascia perdere, amico.»
«Ascoltami bene, posso toglierti quel sorrisetto del cazzo quando mi pare.»
«Ah, sì? Perché non lo fai?»
«Adesso basta!» urlo. «Ci guardano tutti. Piantatela!»
«Ascolta, piccola, lo ha voluto lui, mi ha tirato giù dalla moto per nessun motivo e…»
Danny, nel frattempo, alza gli occhi al cielo mormorando un “piccola” in tono beffardo che Connor non tarda a percepire, aumentando la sua stizza.
«Cosa vuoi? Eh?»
«Per favore! La chiami “piccola” quando sei venuto qui come un fottuto codardo» sbotta.
«Non sono affari tuoi questi!»
«Dio, che idiota… potevi portarcela tu a vedere la partita. Che razza di coglione preferisce un amico palla di lardo alla sua ragazza?» ribatte stizzito.
«Certo, tu sei il salvatore che porta la sua principessina a vedere la partita che il suo ragazzo non ha voluto farle vedere. Oh, che storia strappalacrime, davvero.»
«Sei un figlio di puttana!»
«Oh, calmo con le parole!»
Sono distanti solo un soffio, si guardano in cagnesco sotto gli occhi di tutti come se in realtà ci fossero solo loro due qui fuori. Io sono un cocktail di emozioni, sono spaventata, turbata, imbarazzata e vorrei solo scappare via da qui. Però questa situazione è anche colpa mia quindi non posso semplicemente darmela a gambe.
«Solo un idiota tratterebbe la sua donna così.»
«Tu pensi di trattarla meglio?»
«Sicuramente meglio di te.»
A quest’ultima provocazione capisco che manca veramente poco allo scontro diretto, quindi decido di prendere le redini in mano. Li separo e mi metto tra di loro, guardo prima Connor ricacciando indietro le lacrime.
«Per l’ennesima volta mi hai dimostrato che di me non te ne frega nulla!» sbotto, un nodo strettissimo alla gola.
«Ma, Ronnie…»
«Niente ma» lo interrompo. «Sono stufa, Connor, stufa di essere sempre la seconda scelta. Vuoi stare con i tuoi amici? Bene, sei single, fattene quello che vuoi.»
«Ronnie, ascoltami, io…»
«Non hai sentito? Oltre che coglione sei anche sordo? Ti ha detto di andare a farti fottere, amico» prende le mie difese Danny, avanzando di qualche passo per mettersi tra di noi.
«Adesso ne ho le palle piene di te! Ma cosa diavolo vuoi? È una questione tra me e Ronnie e non ti riguarda!»
«Tutto ciò che la riguarda, riguarda anche me. A maggior ragione se deve avere a che fare con un imbecille come te.»
«Danny, è tutto ok, davvero» tento di rassicurarlo toccandogli un braccio. Ma questo di certo non lo convince dato che a questo punto ho la labbra asciutte e le mani che tremano. Sono spaventata e umiliata, voglio solo tornare a casa.
«Sentito? Sparisci, bambolina, prima che…»
Ma prima che Connor possa persino pensare a concludere la frase, Danny gli si scaglia contro mollandogli un pugno deciso sul naso. Steve, l’amico di Connor, non tarda a raggiungerci per afferrarlo prima che possa cadere a terra ed io, sotto gli sguardi allibiti dei presenti, in una scarica di adrenalina afferro Danny, ancora impegnato a stringersi la mano dolente, e lo trascino via fino alla sua macchina, nella quale mi infilo velocemente per lasciarmi finalmente andare al pianto.
Danny temporegga un po’, poi mette in moto, guida piano e in silenzio fino a casa, parcheggia sul vialetto e solo dopo aver spento il motore si lascia andare ad un sospiro accasciandosi sul suo sedile.
«Mi dispiace» faccio per dire, aspettando che Danny riapra gli occhi per potermi gettare su di lui e farmi abbracciare, ringraziandolo di ciò che ha fatto per me questo pomeriggio.
Ma contro ogni mia previsione, niente va come speravo.
Quando Danny apre gli occhi lo fa per lanciarmi prima un’occhiataccia, poi per accigliarsi e sospirare.
«Dan, io…» ma lui mi interrompe alzando una mano, scuote vigorosamente la testa, digrigna i denti.
«Sono stufo di questa situazione, Ronnie.»
«Lo so, ci ho dato un taglio.»
Scuote di nuovo la testa, forse persino più velocemente e al mio cuore manca un battito.
«Sappiamo entrambi che non durerà a lungo» mormora, lo fa con un tono stranamente calmo, piatto. «E la prossima volta non vorrei trovarmi di nuovo a spaccarmi le nocche per lui. Non più, Ronnie. Non voglio più entrarci.»
«Avresti potuto evitare, Danny!»
«E lasciare che ti trattasse così? No. Me ne tiro fuori, Ron, mi dispiace.»
«Cosa? Che significa?»
«Che non voglio più saperne. Basta. Ho chiuso con questa storia. Con Connor fa’ quello che vuoi, credi a tutte le stronzate che ha da dirti perché evidentemente a te sta bene così, però… non voglio più trovarmi immischiato in queste cose.»
«Mi stai dicendo che stai per smettere di essere mio amico, Danny?»
Non posso credere alle mie orecchie, mi sta chiedendo di scegliere tra lui e Connor, dopo che ho mollato quest’ultimo davanti ai suoi occhi e stavo per ringraziarlo di avergli sferrato un cazzotto.
«Sto dicendo che è ok così» si limita a dire senza guardarmi.
Accuso il colpo senza fiatare: se è ciò che vuole, questo avrà.
«D’accordo. Bene così.»
Ci guardiamo per qualche istante: Danny ha gli occhi grandi, le sopracciglia alzate, le labbra serrate. Non accenna a tornare sui suoi passi.
Annuisco, va bene così.
Va bene così.

12

Sono due settimane che non sento più nessuno, né Connor né Danny.
Il cellulare, però, negli ultimi due giorni non ha mai smesso di vibrare. Connor è apparentemente tornato all’attacco, in vista di un chiarimento che non credo di potergli concedere.
Danny, invece, è muto come una tomba. Mi sembra di essere tornati all’estate dei nostri tredici anni, quando lui trascorse due mesi a non parlarmi semplicemente perché avevo deciso di andare in piscina con la mia amica Tanya e non avevo contemplato assolutamente l’idea di invitarlo ad unirsi a noi.
Sono stata chiusa in camera per quattro pomeriggi di fila a lavorare sul mio portfolio che va consegnato oggi stesso. Così, seduta alla mia scrivania con il materiale sparso per la camera in attesa di allegare tutti i file nella mail alla Parsons, mi godo i miei cinque minuti di riposo mandando giù la tazza di tè che spero allevi questo dannato bruciore di stomaco.
Il mio cellulare, apparentemente disperso tra le lenzuola del mio letto, vibra per l’ennesima volta.
Tento di ignorarlo dopo aver sbuffato ma la telefonata mi distrae tanto da costringermi ad alzarmi. È Connor.
Mi tuffo sul letto con aria affranta. Tutte le sue telefonate e i suoi messaggi sono rimasti senza alcuna risposta da parte mia, è il minimo che potessi fare dopo ciò che è successo quel pomeriggio della partita dei Vikings. Ma è da ieri sera che non fa che tampinarmi di telefonate in modo più che impaziente e questo mi incuriosisce. Rispondo.
Dopo qualche istante di silenzio, la sua voce roca.
«Ehi» dice soltanto.
«Ehi.»
«Come stai?»
Alzo gli occhi al cielo: come crede che stia? Per i successivi cinque giorni alla partita è sparito nel nulla, ha semplicemente incassato il colpo senza ribattere, senza cercare di scusarsi o di riconquistarmi.
«Benone» è la mia risposta atona.
«Ok… insomma, ne sono felice.»
Anche se mi odio per questo, il mio cuore sembra accelerare la sua corsa, dentro di me sono felice che si sia fatto vivo o, almeno, risentire la sua voce smuove qualcosa sul fondo del mio stomaco.
Seguono altri istanti di silenzio da parte di entrambi, durante i quali fisso il pavimento della mia camera senza mutare la mia posizione: una gamba piegata sotto all’altra, il telefono attaccato ad un orecchio.
«D’accordo, non voglio disturbarti ancora…» bofonchia con un filo di voce.
Sono combattuta tra il lasciare che metta giù e il continuare questa bizzarra conversazione. A ben pensarci, forse parlare potrebbe portare a qualcosa. Sempre meglio che continuare ad ignorarci.
Così, prima che metta giù, mi schiarisco la voce.
«Avevi bisogno di qualcosa?»
«Solo parlare.»
«Ok.»
«No, non così» mormora, lo fa con un tono leggero ma cauto, aspetta forse di vedere la mia reazione. «Vorrei che ci incontrassimo di persona.»
Il cuore, a questo punto, martella nel mio petto. Devo prendere una decisione e devo farlo in fretta: declinare significherebbe averla vinta per una volta, tenerlo sulle spine, ma vederlo mi aprirebbe uno spiraglio di speranza per riuscire a far quadrare le cose, magari questa è la volta buona che Connor capisca quanto ci tengo a lui e al bene di questa relazione.
Tra testa e cuore, ragione e sentimento, come al solito, ha la meglio il cuore.
«D’accordo.»
«Facciamo stasera?»
Deglutisco, aspettare fino a stasera significherebbe continuare a marcire sulla mia scrivania con l’ansia di dover aspettare altro tempo prima di vederlo e, mi tocca ammetterlo, ma non vedo l’ora. Tento il tutto per tutto, anche se ho paura di pentirmene.
«Sono occupata stasera… sono libera fra mezz’ora, però.»
Connor aspetta qualche istante prima di rispondere e io stringo i denti, ormai nel panico. E se dicesse di no? Dovrei aspettare fino a domani? Come passerei la notte?
«Può andare bene. Passo a prenderti io, ok?»
«Va bene, a dopo.»
«A dopo.»
Metto giù e lancio il cellulare al centro del mio letto, finisce tra i cuscini da arredamento, poi mi alzo e raggiungo immediatamente il mio armadio.
Sono pronta prima del previsto, ho optato per jeans scuri, una camicia a fiori in finta seta, stivaletti alla caviglia. Avviso mia sorella Jenny che sarò a casa prima di cena ma lei, la testa bassa sui suoi compiti, mi risponde con un’alzata di spalle, così passo la palla a mio padre che, restando seduto a leggere il suo giornale, mi risponde allo stesso modo.
Quando esco da casa mi rendo conto che l’aria tiepida estiva è quasi del tutto sparita e che, forse, avrei dovuto portare con me una giacca. Ma prima che possa tornare dentro, vengo colta di sorpresa.
Anne Malikovsky è intenta a scendere dalla sua auto parcheggiata nel vialetto di Danny, la solita aria scontrosa e quella sua camminata con testa alta e petto in fuori, come se la strada fosse tutta sua. All’inizio credo non mi noti neppure, poi appena è vicina alla porta dei Thompson e bussa al campanello si gira verso casa mia, mi vede e abbozza un sorriso e un cenno della mano nella mia direzione. Le saluto a mia volta, l’aria di chi è stato esattamente preso alla sprovvista.
Ma prima che possa fare altro, Connor staziona la sua auto alla fine del mio vialetto, lo raggiungo a passo lento preparandomi a vederlo, salgo in auto, lui mette immediatamente in moto e quando superiamo casa di Danny per uscire dal quartiere mi rendo conto che Anne è già entrata e la porta è stata chiusa prima che potessi intravedere il mio amico.
Restiamo in silenzio ma per poco, fortunatamente, perché Connor si ferma in un parcheggio, spegne il motore e mi guarda. Lo fisso a mia volta, indecisa sul da farsi.
«Allora, io…»
«Mi sei mancata» esordisce lui di colpo, interrompendo qualsiasi mia intenzione di rendere la situazione meno pesante. Ho una morsa allo stomaco, da una parte perché anche lui mi è mancato, dall’altra perché non so ancora se posso fidarmi di nuovo.
«Avresti potuto farti vivo prima, allora.»
Sono fiera di me per aver avuto tanto coraggio da mollare una frase del genere. Anche Connor sembra spiazzato.
«Non potevo.»
«E perché mai?»
«Be’, non volevo che il tuo amico mi rompesse di nuovo il naso.»
Deglutisco senza darlo a vedere e in un secondo mi rendo conto che la questione del pugno era andata completamente perduta nei meandri della mia mente: ho trascorso ogni giorno a pensare e ripensare alla sfacciataggine di Connor, alla reazione spropositata di Danny, ma ho capito solo ora di aver ignorato del tutto questo particolare. Fissandolo attentamente mi rendo conto che, in effetti, il naso di Connor è ancora leggermente tumefatto e sembra addirittura mostrare una piccola sporgenza sul lato sinistro. Allora è così, allora gli ha davvero rotto il naso.
«Non so che gli abbia preso» tento di giustificarlo, un senso di vuoto che aleggia nello stomaco. Il Danny che conoscevo non avrebbe mai alzato le mani su nessuno, figuriamoci deturpare il viso del mio ex.
«Quella testa di cazzo è geloso di me, ecco tutto» borbotta senza guardarmi, gratta via la pelle dal volante consumato.
«Piantala, non voglio saperne più nulla di questa storia.»
«Dovrebbe interessarti, invece, si è intromesso in una faccenda che riguardava solo noi due e alla fine mi ha anche mollato un pugno. Grande comportamento, davvero! Se invece di spazzare a terra in quel locale squallido avesse usato le mani per diventare un chirurgo come suo padre, ci avrebbe pensato due volte prima di suonarmele rischiando di rovinarsi la carriera.»
Lo guardo con la fronte aggrottata: tutto questo non ha alcun senso. Cosa gliene frega se Danny lavora in quel posto e, cosa più importante, come fa a conoscere tanti dettagli sulla sua vita privata?
«Come sai queste cose?»
«Lo so e basta, va bene?» il suo tono è cambiato, ora è indispettito. Sta cercando di allontanarmi dal vero motivo per cui, quel pomeriggio, tutto è finito in sfacelo.
«Ciò non toglie il fatto che, Connor… tu eri lì, senza di me.»
«Ma cosa c’entra?!»
«C’entra eccome! Perché ti ho chiesto un milione di volte se ti andava di vedere la partita e hai sempre risposto di no, poi mi vieni a dire che Steve non ti ha lasciato scelta?»
«Ma è esattamente così, non mi ha lasciato alcuna scelta! È venuto a prendermi in stanza, Ronnie, e un secondo dopo ero sul suo motorino diretti verso il Sunset perché aveva saputo che lì dentro avevano piazzato il maxischermo per vedere la partita.»
«E durante tutto il tragitto non ti è mai passato per la mente come potessi prenderla io?»
Connor si ammutolisce, sembra rifletterci su per qualche secondo, poi si stringe nelle spalle.
«No, insomma, io… credevo fosse ok.»
«E perché mai doveva essere tutto ok, scusami?» sbotto. «Non ti ha sfiorato l’idea di dare buca a Steve e portarci me in quel posto?»
«Ma tu eri con Danny e…»
«Ma tu lo hai saputo dopo che ero con Danny. Perché, in realtà, ci siamo organizzati dopo.»
«Come?»
«Già. Non appena mi hai tirato quel bidone, Danny mi ha portata al locale perché credeva che morissi dalla voglia di vedere quella maledetta partita! Ah, notizia dell’ultima ora: della partita non mi interessava un tubo, volevo poter fare questa esperienza con te.»
«Stai dicendo che era tutta una ripicca?»
«No» mento. «Sto dicendo che è una sensazione orribile, essere la seconda scelta.»
«Ma tu non sei la seconda scelta, Ronnie!»
«Lo sono, Con, lo sono! I tuoi atteggiamenti parlano chiaro!»
«Ma ero con un amico, Ronnie, non credevo di aver fatto chissà che…»
«È stato il contesto, davvero non ci arrivi? Se mi avessi parlato chiaramente, io avrei capito. Perché ti ho sempre capito, ho sempre accettato senza dire una parola. Anche se, ovviamente, per una volta mi piacerebbe essere la tua maledetta priorità!»
Scoppio in lacrime prima di poter concludere il mio pensiero ma non mi importa. Mi scoppia la testa e avevo un gran bisogno di piangere, quindi al diavolo tutto.
Connor mi accarezza un ginocchio e si schiarisce la voce.
«Non ci penso a queste cose, lo sai…»
Alzo gli occhi al cielo cercando di darmi una veloce ripulita con le mani. Sento che il mascara si sta sciogliendo sulle mie palpebre e sulle guance, quindi anche la questione waterproof si rivela una grande menzogna.
«Danny voleva solo difendermi» aggiungo poco dopo. Connor stringe la mascella, è irritato ma cerca di dissimulare.
«Non è affar suo» bofonchia. «Comunque, vorrei poter sistemare le cose.»
«Sarà più complicato di quanto immaginiamo…»
«Tentar non nuoce» lo dice scrollando le spalle. Mi sta richiedendo di ritentare e lo fa come se fosse la cosa più facile del mondo. Ho un nodo alla gola. Sento di dover dire ciò che mi passa per la testa, arrivati a questo punto.
«Sì, ma stavolta ho bisogno che tu ci metta la testa, Connor. Perché io non posso più fare le cose per tutti e due, capisci? Ho bisogno di sentirmi completa, se questa relazione dovrà continuare.»
«Mi ci posso impegnare…»
«Devi esserne assolutamente certo» lo correggo. «Anche perché ci sono delle questioni molto più serie di cui discutere.»
A questo punto Connor è confuso ma curioso, aggrotta la fronte e mi sprona a dargli spiegazioni.
«Ho un ritardo» lo dico con facilità, ma dentro sto esplodendo. Ho tenuto dentro questa cosa per giorni e giorni ed è quasi un sollievo poterlo dire a voce alta, nonostante sia esasperatamente in ansia.
«Cosa?» mugugna, noto che spalanca un poco gli occhi, cerca di restare calmo. «Di quanto?»
«Quasi due settimane.»
«Sei preoccupata?»
Mi stringo nelle spalle: non ho mai affrontato una situazione del genere in prima persona e, dati gli ultimi avvenimenti, dire che sono preoccupata è un eufemismo.
«Un po’» dico solo. Connor mi fissa per qualche istante, poi sospira.
«Dimmi tu come vogliamo comportarci» mormora piano. «Se hai bisogno, non lo so…»
«Non so» chiudo la questione. «Riparliamone domani a mente fresca.»
«D’accordo.»
Annuisco inerte, aspetto che Connor faccia la prossima mossa. Ma lui, semplicemente, decide di scendere dall’auto per fumarsi una sigaretta e io resto all’interno, le ginocchia piegate contro il petto, penso e ripenso a tutta questa faccenda. Quando il pensiero torna sul ritardo del mio ciclo, la tachicardia che mi ha attanagliato in questi giorni torna a farsi viva, rimbomba nel mio petto, l’angoscia torna a farsi spazio dentro di me.
Di colpo la conta degli ultimi giorni si spiega davanti a me: a lavoro è stata una continua sofferenza, tanto da convincere la signora Miller che stessi covando qualche tipo di influenza. Ho trascorso il tempo a sistemare scatoloni contenenti i capi della collezione autunnale e il continuo abbassarmi mi ha provocato dei dolori al basso ventre così forti da convincermi che il mio apparato riproduttore fosse pronto a liberarsi. Invece no. Ad ogni crampo è seguita una corsa in bagno e ogni volta il responso è stato negativo.
L’ansia mi gioca brutti scherzi, ne sono consapevole, provocandomi continui mal di testa, capogiri, una gran voglia di rimettere. Ma, ovviamente, ho collegato tutto alla mia sindrome premestruale.
Guardo fuori dal finestrino e mi rendo conto che una parte di me, forse quella più razionale, comincia a spaventarsi. Così quando Connor risale in auto raccolgo le briciole del mio coraggio e lo guardo dritto negli occhi.
«Forse è meglio, sì… forse è meglio occuparcene adesso.»
«Di cosa?»
«Di quella faccenda.»
Mi guarda fisso, forse non coglie al volo il malessere nella mia voce.
«Cosa vorresti fare?»
Sento di farmi piccola piccola nel sedile, il sangue che pulsa ai lati del mio collo, quasi quasi mi manca il respiro…

11 maggio 2019

Evento

Libreria Santamaria, Benevento
Un incontro culturale incentrato sull'analisi del romanzo "Cento grammi di Sole", ora in campagna di crowdfunding tramite la casa editrice bookabook.
L'evento mira alla presentazione della campagna ma anche alla discussione delle tematiche socio-culturali sulle quali il romanzo si fonda.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    100 grammi di sole è il riflesso di vita di molte persone, inclusa la mia. Ho divorato la lettura, molto piacevole e intrigante. Ancor prima di pormi delle domande, le risposte mi saltavano addosso. Nulla è stato lasciato al caso. È come se anche io mi fossi trovata in quella situazione ma a differenza di Ronnie non so se avrei avuto la sua stessa tenacia, determinazione e un forte senso all adattamento come lo ha avuto lei. La considero l enciclopedia più bella, quella che da voce ai sentimenti dei ragazzi che si trovano nel limbo.. quasi una guida. Il libro è assolutamente fantastico! Consiglio a tutti di leggerlo!!! Grazie Amica 💕

Aggiungere un Commento

Fabiana Zollo
Sono nata nella primavera del 1997 a Benevento, dove vivo tutt'ora. A vent'anni e tre giorni la vita mi ha regalato mio figlio e proprio a lui ho promesso che ci avrei provato, che sarei diventata tutto ciò che ho sempre sognato di essere. Scrivo da quando ero poco più che una bambina, per gioco e poi per necessità, quando ho capito che le parole per me sono l'unica via per la libertà, per conoscermi e per concedermi attimi di felicità, per avere la possibilità di vivere un milione di vite diverse.
Fabiana Zollo on sabinstagramFabiana Zollo on sabfacebook

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie