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C'era una volta l'avvenire

C'era una volta l'avvenire
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Consegna prevista Marzo 2022
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Pensi sia possibile che un semplice oggetto possa cambiare drasticamente il corso degli eventi? E se così fosse, in che modo?
Questa è la storia di Jack Warnet, del libro da lui scritto su consiglio del padre Lewis, di tutti quei burrascosi accadimenti che ne derivarono e di come questi stravolsero la vita e le idee di chiunque ne venne coinvolto, lettore compreso.

Perché ho scritto questo libro?

Scrissi questo libro perché ritenevo fosse opportuno migliorar me stesso da ogni punto di vista, anche umano. Già sapevo che mi sarei dovuto impegnare molto, che sarebbero passati molti mesi prima di finirlo, e che al contempo avrei dovuto confrontarmi con i vari problemi della vita: quelli quotidiani. Pensavo che questa idea, e questo libro, mi avrebbero quindi aiutato a trascorrere il tempo e a staccare un po’ la spina. Con il senno di poi, vi dirò che mi è servito davvero.

ANTEPRIMA NON EDITATA

«Avanti, tirate fuori i vostri lavori, non perdete altro tempo» disse l’insegnante di letteratura alla classe.

Il rumore dell’aprirsi di zaini e borse rimbombava per le pareti dell’aula. Tutti gli alunni erano intenti a estrarre i compiti a loro assegnati per le vacanze estive. Tutti, eccetto Jack Warnet, che dava l’idea non avesse sentito.

Quando tutto quel fracasso si interruppe, il professore, vedendo Jack immobile senza nulla sul suo piccolo e sporco banco, decise di intervenire personalmente: «Jack, sto aspettando…»

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Lui non rispose in alcun modo, il suo sguardo sembrava come perso nel vuoto più totale, ma, al contempo, era indirizzato verso gli occhi colmi di ribrezzo da parte dell’insegnante.

«Dov’è il tuo lavoro… Jack?!» erano chiare le intenzioni del professore. Non voleva per alcuna ragione perdere le staffe. Soprattutto alla prima ora di lezione del primo giorno dell’anno scolastico.

«Lavoro?» chiese con voce bassa Jack.

«Quello di letteratura, l’unico che vi ho generosamente assegnato della mia materia».

«Generosamente assegnato…» ripeté Jack scandendo bene le parole.

«Esatto. Ora, avanti. Lo voglio vedere qui sulla mia cattedra, insieme a quello di tutti gli altri».

Pian piano, una fila di ragazzi si creò sotto gli occhi entusiasti dell’insegnante, e sotto quelli impassibili di Jack. Tutti erano intenti ad appoggiare delicatamente il proprio foglio colmo di scritte e correzioni su quella superficie di legno fredda e liscia, tornando alle rispettive postazioni una volta completata l’operazione.

«D’accordo, d’accordo, d’accordo…» il professore tirò un lungo sospiro. «Parliamoci chiaro. Avete avuto all’incirca 3 mesi

di tempo per portarmi solo questo misero compito. Quante sono…? Tre o quattro facciate di pagina? E io dovrei accettare che ci sia qualcuno che addirittura non l’abbia svolto?! No, questo assolutamente!».

Le sue parole si interruppero per un istante. Forse giusto per raccattare un po’ di ossigeno. O, forse, per lanciare un’occhiataccia severa a Jack.

«Quindi… Quindi non accetto questo da parte tua ragazzo!» la voce dell’insegnante si fece sempre più elevata. Ma lo sguardo di Jack, beh, quello non cambiò affatto.

«Dunque, o consegni il lavoro come i tuoi compagni, oppure vai immediatamente dal preside».

«Generosamente assegnato…» il bisbiglio del giovane richiamava esattamente le parole di poco prima.

«Che cosa?»

«Generosamente assegnato…» pareva che la voce di Jack si fosse inceppata come un nastro. E così anche i suoi pensieri.

«Ma ti si è fuso il cervello?!» l’aria tra i due si stava elettrizzando. O almeno, pareva proprio che l’insegnante non fosse disposto un secondo di più a sopportare quel comportamento.

D’un tratto lo sguardo del ragazzo si abbassò, fermo a fissare il suo piccolo banco di fronte a lui.

«Professore, non ricordo che il suo comportamento nei nostri confronti fosse stato generoso quella volta».

«Quale volta?»

«Quando ci assegnò questo compito».

«Certo che lo era».

«No che non lo-».

«O porti qui immediatamente il tuo compito oppure vai dal preside!» un grido di rabbia soffocava nella voce di quell’uomo.

Ciò che susseguì, fu un breve attimo in cui i due si guardarono. Jack poi, dopo aver spostato la sua sedia poco più indietro, si tirò su molto lentamente, prese il suo zaino color azzurro cielo

stringendolo forte con entrambe le mani, e si diresse verso la cattedra del professore.

Non appena lo appoggiò, la sua mano arraffò da lì dentro un qualcosa di più sostanzioso di quei semplici fogli leggeri e sottili che il professore stringeva tra le mani.

Senza nemmeno tirare un respiro ecco che, con la stessa pacatezza, dopo aver poggiato sulla cattedra quel che pareva essere un libricino, il ragazzo tornò al suo posto zaino in spalle.

«E questo? Che cos’è?» la faccia sbigottita del docente lasciava poco spazio all’immaginazione.

«Il compito» rispose impassibile Warnet, ormai sedutosi.

«Ma questo è un libro».

«Oh, giusto, i fogli del compito sono all’interno del libro».

«Che cosa?»

«Sì, li ho messi all’interno».

«Piegati?»

«Piegati».

«Mi stai dicendo che dovrò correggere un compito tutto spiegazzato?»

«No, non le sto dicendo niente. È lei ad aver inteso questo».

«Ma il compito rimane sempre e comunque spiegazzato».

«Io direi solo piegato a metà».

«Non centra nulla!» un grido di rabbia esplose fuori dalla gola del professore. «Non correggerò questo tuo compito», si ricompose immediatamente.

Jack stette in silenzio, fissando negli occhi il docente come se nemmeno quell’uomo esistesse.

«D’accordo» fu la risposta che aggiunse solo dopo attimi apparentemente interminabili di tempo.

«Questo libro cosa significa?»

«È un mio cordiale omaggio. Dopo tutto il lavoro che ha sempre fatto per noi, ho deciso di regalarle ciò che ho scritto quest’estate. D’altra parte lei insegna letteratura penso non sia una brutta idea».

«Questo l’hai scritto tu?»

«L’ho scritto io».

«Ma non prendermi in giro!»

«D’accordo, allora faccia finta che sia semplicemente un mio regalo».

«Un tuo regalo?»

«Un mio regalo».

Francis Wilghbour, docente in carica da una ventina d’anni, era un tipo che era solito stare sulle sue, non dava mai troppa confidenza, né agli alunni, né ai suoi colleghi; se c’era una cosa che lo faceva dare di matto era proprio il carattere di alunni come Jack.

Nato da una povera famiglia di antiche origini gallesi, si trasferì in America all’età di tredici anni. Poco tempo dopo fu a un passo dal poter rappresentare la sua madrepatria ai giochi olimpici. Era un ottimo maratoneta, uno tra i più promettenti di tutta l’Europa, ma la serie di rotture dei legamenti crociati ne compromise il futuro. Cinque anni dopo, in seguito all’aver ottenuto la laurea in lettere fu già in questa scuola a insegnare. E da allora non se n’era mai andato. Tutto ciò che rimaneva di quel giovinotto talentuoso erano i lineamenti del viso. I capelli ormai erano passati dal nero lucente a un gainsboro vivido. Il naso adunco evidenziava tutti i segni della sua vecchiaia. E i pelucchi biancastri di barba dipingevano il suo viso ancor più vecchio di quanto già non era. Fino a un paio d’anni fa il suo aspetto era di un pezzo ben più giovanile, e quei baffetti che gli cadevano sul labbro superiore non facevano che trasparire tutti i segni di una vita vissuta in quelle statiche mura scolastiche. L’unica cosa che si teneva ben stretto ancora era lo sport. A quello non avrebbe mai potuto rinunciare. Spesso se ne stava in qualche osteria con il suo calice a sorseggiare Barbacarlo e commentare con ribrezzo qualsiasi evento sportivo mandavano in onda. Dando degli stolti e sciagurati a tutti gli atleti possibili.

In quell’istante, i suoi occhi per un breve lasso di tempo si fermarono su quel libro che ora stringeva in mano, poi eccoli che si alzavano subito impellenti a cercare il minimo segno di cedimento nell’espressione di quello strano giovane di nome Jack. Ripeté il tutto un altro paio di volte, finché la sua sete di curiosità venne a galla: «Perché hai scritto questo libro?»

«Gliel’ho già detto, per ringraziarla del lavoro che ha sem-».

«No, voglio una vera motivazione, diamine!»

«Perché lei è qui a insegnare?» Nel corso della sua carriera, e ci potrei scommettere tutto il mio danaro, quella fu la prima volta che un alunno si comportò così con lui.

«Sono io ad averti fatto una domanda Warnet».

«Perché lei è qui in questa misera scuola quando potrebbe essere in un’altra molto più rinomata?»

«Ora basta!» esclamò il professore, ben più che visibilmente turbato dall’impertinenza di quel ragazzo. «Non leggerò questo libro! Non è nel mio interesse…»

«Va bene, nessuno le ha detto di farlo in realtà», l’impassibilità di Jack sarebbe potuta esser d’esempio anche alla più alta carica politica del paese.

Non accadde più nulla in quell’ora di lezione, tutto trascorse liscio, Wilghbour — che ben s’era ripreso dal nervoso che gli salì repentinamente — riuscì a spiegare ciò che era in suo potere riguardo un qualche argomentucolo che lui sapeva a memoria ormai da secoli. Come ogni giorno del resto. Strana vita quella dei professori: ripetere e ripetere le stesse cose per anni e anni a generazioni e generazioni di nuovi alunni, molti dei quali non ne vogliono affatto sapere di assistere attentamente alle parole di qualche stupido vecchio. E Wilghbour questo lo sapeva bene.

Al suono assordante della campanella, che in quell’istante indicava che ci sarebbe stata una breve pausa, ecco che il docente decise di avvicinarsi a quello strano ragazzo, di cui conosceva pressoché poco, per parlare faccia a faccia. Dal canto suo, Jack non fece assolutamente nulla per sgusciare via da ciò

che lo stava aspettando. Dimostrava sempre una tranquillità eccezionale.

«Allora, ragazzo…» intavolò Wilghbour.

«Sì professore?» gli occhi del giovane si alzarono dal foglio che stava analizzando ormai da qualche decina di minuti. Era difficile capire se avesse ascoltato qualcosa della lezione.

Lo sguardo di Francis si fece per una manciata di secondi irritato. Poi rientrò tutto nella normalità. Solo Dio sa quel ch’egli provava nei confronti di Warnet in quel momento.

«Dunque… Spiegami brevemente il perché di questo», sussurrò. «E questa volta voglio la verità», riuscì rapidamente ad aggiungere quanto credette fosse necessario per far dire il vero al ragazzo. Ma Warnet non era il tipo che si faceva incastrare così semplicemente.

«C’è qualcosa che non va?»

«Cosa vuol dire?»

«Me lo dica lei».

«Non devo dirti niente. Sei tu che mi devi spiegare questo». Alzò leggermente il libro, quanto bastava perché Jack lo potesse vedere anche contro la sua volontà.

«Il libro?»

«Esatto».

«Cosa vuole che le dica?»

«Voglio…» non sembrava che Jack avesse come obiettivo quello di mandare su tutte le furie il docente di lettere, ma ciò che era certo, era la sua ostinazione nel proseguire per la sua strada. «Voglio che mi dici il perché l’hai scritto».

«Quest’estate, non avendo nulla da fare, ho pensato di dar libero sfogo al mio cervello».

«Beh, e in tutta l’estate non ti sei accorto di questo?» chiese il docente, indicando la copertina del libro.

«Si riferisce al titolo? Beh, ero dubbioso, per quello ho deciso di non metterlo. Qual è il problema?»

«Che non c’è. Ecco il problema!»

«Oh, capisco, lo interpreti in questo modo allora: è originale».

«No, non lo è affatto» la risata del professore, cosa alquanto rara da parte sua, assomigliava al gracchiare di un corvo.

«Senza titolo e non originale. È giusto che la pensi come vuole».

«Ogni libro deve avere un titolo, altrimenti chi lo comprerebbe?»

«Grazie mille per il consiglio, non so come avrei fatto d’ora in poi senza», c’era molto sarcasmo in quella sua risposta.

«Non c’è di che, spero che ti serva per il futuro, sai com’è… Se vuoi migliorarti dovrai pure accogliere consigli da qualcuno molto più qualificato di te» sarcasmo che Francis non colse.

«Lei è molto più qualificato di me?»

«Sì, Jack, ho molta esperienza alle spa-».

«Posso vederli?»

«Che cosa?»

«I suoi libri».

«I miei libri?»

«I suoi libri», era fantastico come il ragazzo non avesse alcun tipo di turbamento nel dialogare con il professore, muso a muso.

«Quali miei libri?»

«Ha detto che ha molta esperienza, perciò sarebbe di grande aiuto prendere ispirazione da qualcuno molto più qualificato di me».

«Io non ho alcun tipo di libro».

«Mi sta dicendo che non ne ha scritto nemmeno uno?»

«Proprio così».

«Allora con quale diritto crede di essere più qualificato di me?»

«Mi sono laureato in lettere con il massimo dei voti», allo stesso tempo l’inconsueta tranquillità del signor Wilghbour era da elogio.

«Sa bene che ciò non la rende una persona più qualificata di me come scrittore, vero?»

«Ti sbagli. Ho una laurea in lettere che tu non hai e forse non l’avrai mai, e ciò mi rende all’altezza di qualsiasi questione, anche quelle non sperimentate».

«Qualsiasi eh? Quindi se lei leggesse il mio libro saprebbe poi dirmi che cosa avrebbe fatto al posto mio, dato che è così tanto qualificato?»

«Sarei in grado di apportare miglioramenti, correzioni e sviste che tu non vedi».

«D’accordo. Ma non cerchi errori e sviste nel caso non ce ne siano. Lo legga e basta, come farebbe con qualsiasi altro libro».

«Ma questo non è un libro normale», il sorriso stampato sul volto di Wilghbour dava l’idea di aspettarsi un chissà quale obbrobrio dentro quelle pagine.

«Perché l’ho scritto io?»

«Esatto».

«Non è un libro normale…», aggiunse Jack sospirando, la sua solita sicurezza non l’aveva abbandonato nemmeno per un secondo.

Il dibattito giunse alla conclusione subito dopo. Entrambi furono in grado di difendersi bene a vicenda, rispettando pur sempre i principi del nemico.

Il suono rumoroso di quell’affare che indica il cambio di sentinella, e il ricominciare delle lezioni, interruppe quello che, probabilmente, potrebbe essere stato un incontro ancora più acceso e piacevole. Ma il tempo trascorre e tradisce senza concedere spazio a eventuali, e superflui, giri di parole.

I pensieri spesso si spingono oltre le discussioni, e questo Wilghbour lo sapeva benissimo. Quel piccolo diverbio tra lui e Jack l’aveva lasciato con un poco di amaro in bocca e non tutto gli era andato giù per il verso giusto. Ripensava in particolar modo alle parole del giovine. E di come non ne volesse sapere di sentirsi inferiore a lui. Però la sfida del ragazzo non era stata semplicemente scagliata lì senza ragion alcuna. Questo lo fa lo stolto: chi non sa far altro che lasciar uscir parole dalla bocca

senza sapere una sola briciola di ciò che va dicendo. Warnet aveva un modo tutto suo di vivere le cosa, non dava affatto segno di squilibrio della sua stessa persona nel modo con cui accarezzava le discussioni. Era come se sapesse quel che sarebbe andato a dire anche senza rifletterci e farci caso. Come se fosse tutto parte di un progetto. Come se quel libro fosse apposta senza titolo. Il professore sapeva che si sarebbe trovato davanti un lavoro mal fatto e privo di alcuna logica apparente senza neppure conoscere quest’ultimo e, dunque, senza essersi fatto nemmeno un’idea sulla storia. Eppure la situazione gli dava non pochi grattacapi. In cuor suo c’era la speranza che quel libro fosse pieno di pasticci, più che la certezza. E per uno come Wilghbour, non avere certezze significa esplorare una landa nuova e buia, fredda e inospitale, ricca di sorprese e paure. Tutto questo pensare non era fatto per lui. L’uomo simbolo di certezze e ovvietà ora si trovava di fronte a un ostacolo dopo molti anni. Piccino, ma pur sempre sconosciuto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Matteo Gatti
Nacqui un mercoledì di mezzo autunno di circa 26 anni fa come secondo di due gemelli. Forse questa è la notizia più rilevante che io possa scrivere. Tutto il resto è stato un fallimento: dal calcio fino all’esperienza alberghiera post-scolastica. Iniziai a scrivere nel lontano 2014, durante l’ultimo mese di scuola, così, solo per allenarmi in vista della prova scritta d’italiano, dato che nei temi in classe, partendo dalle elementari fino alla fine delle superiori, le sufficienze avrei potuto contarle sulle dita di due mani. Finii il mio primo, orribile libro un anno dopo, che auto-pubblicai convincendomi fosse fatto bene. Questo è il secondo, che scrissi nel 2015, ben 6 anni fa, che in tutto questo tempo avrò corretto circa 15 volte, e a cui solo ora mi sono convinto nel dargli una speranza.
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