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Certi sorrisi fraintesi

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Consegna prevista gennaio 2020

Cosa sono i sorrisi fraintesi? Sono le vite che crediamo di conoscere, i tentativi di comunicare destinati a essere male interpretati. Davide, Luca, Federica, Andrea, Nicoletta e Debora sono i protagonisti di un libro in cui ognuno vorrebbe confessarsi. Intrecciano esistenze scandite da azioni minime e gesti tremendi di cui sono artefici e spettatori, scoprendo che i rispettivi punti di vista sono diametralmente opposti, anche a causa di minimi fraintendimenti, di parole date per scontate e mai dette, di sorrisi concessi al momento inopportuno. C’è chi si macchia di una colpa imperdonabile e trova assoluzione nell’autoindulgenza, chi inciampa in un dolore che pensava di avere scampato e chi prende una decisione drastica. Per tutti arriverà una redenzione che non ha nulla di sacro, ma che sarà frutto dell’ironica banalità del quotidiano. Perché in fin dei conti non ci resta altro che sorridere.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivo perché mi rendo conto di essere incapace di esprimermi a voce; per pudore, per insicurezza, perché i pensieri mi scappano da tutte le parti.
Allora cerco un posto per mettere in fila questi pensieri, per scoprire nero su bianco quello in cui vorrei credere. Più spesso questi pensieri si traducono in poesia, questa volta si sono aggregati in un romanzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Primo Movimento

DAVIDE e LUCA

ovvero dell’amicizia virile

DAVIDE

Davide sollevò l’alfiere e andò a posarlo teatralmente là dove era fatale che finisse.

La smorfia di concentrazione che aveva mantenuto fino a quel momento si distese per trasformarsi in qualcosa che potremmo definire un sorriso.

Controllò il tono di voce per non concedere all’avversario l’impressione di essere eccessivamente entusiasta e sentenziò, scandendo con cura le sillabe: “ Scacco Matto”.

Continua a leggere

Continua a leggere

Luca spense la sigaretta nel portacenere ingombro di mozziconi, soffiò il fumo dalla bocca, appena un poco più rumorosamente di quanto fosse abituato a fare ed estrasse con noncuranza dal portafoglio i regolamentari dieci euro in palio.

“Stasera bisognerebbe farti l’antidoping” disse.

Davide prese la banconota tra due dita e con malcelata soddisfazione se la sventolò sotto il naso sfoggiando il suo peculiare sorriso da presa per il culo.

“Con questi domani, alla faccia tua, mi compererò il biglietto vincitore della lotteria”.

“E' meglio che li conservi per ridarmeli la prossima volta” tagliò corto Luca.

Ottima risposta non c’è che dire: essenziale e precisa, tono e tempismo ineccepibili. Risposta necessaria per arginare l’eccitazione di Davide che sovente, in casi come questo, rischia di tracimare in dileggio di bassa lega. Ottima risposta ma non sufficiente a mettere in secondo piano il dato essenziale: ha perso.

Tre partite a una.

Batosta umiliante.

Da parecchi mesi i due amici avevano preso l’abitudine di incontrarsi, una sera a settimana, per giocare a scacchi.

Il confronto davanti alla scacchiera era diventato un appuntamento irrinunciabile, un impegno che si erano imposto per impedire che la loro amicizia si diluisse nell’acqua stagnante della quotidianità.

Poche volte in quei mesi avevano mancato l'appuntamento.

“Ci si perde di vista, lo sai , immancabilmente.

Ci si perde di vista, lo dicono tutti, quando si diventa adulti, ci si fa una famiglia e ci si fa schiacciare dal lavoro e da tutti quei sacramenti di impegni necessari per mantenere tutto in piedi.

Accade. Semplicemente accade, un poco per volta, senza premeditazione.

Allora è necessario trovare un impegno da condividere, un tempo in comune da spartire, una qualsiasi occupazione in grado di arginare questa deriva”.

Questo in sintesi era quanto Davide aveva tentato di dire a Luca mentre si ancoravano al tavolone di legno del pub “Tre Spade” come fosse una zattera, l'unico appiglio sicuro nel mare etilico in cui rischiavano di naufragare.

Il discorso di Davide che, per amore di chiarezza è stato sintetizzato in poche righe, in realtà era durato l’intero arco di tempo necessario a terminare la loro seconda bottiglia di Pelaverga di Verduno e aveva chiamato in causa un ambizioso insieme di concetti spezzati e confusi dal quale sono stati sintetizzati i concetti base.

Ma al di là dal modo in cui era stata formulata la frase, i due avevano trovato una soluzione al problema: un appuntamento settimanale davanti ad una scacchiera.

Solitamente non si raccontano granché prima di iniziare la partita, a meno che Federica, la moglie di Davide, non rimanga a tener loro compagnia.

Circostanza questa che, se tirata per le lunghe, talvolta rischia di far saltare la sfida.

In questo caso i due amici evitano di lasciare trasparire la loro impazienza, confidano nella spiccata sensibilità femminile di Federica e si aspettano che lei comprenda da sola quando è arrivato il momento giusto per andarsene.

Ma la spiccata sensibilità femminile di Federica ha una sua spiccata componente umorale che a seconda di come è andata la giornata le fa trovare puntualmente una scusa per congedarsi con discrezione oppure per rimanere ostinatamente e dispettosamente a chiacchierare del più e del meno.

Nel caso in cui Federica opti per la prima eventualità la partita inizia senza preamboli; chiacchiereranno più avanti, quando si sentiranno assonnati e il pudore delle  confidenze sarà meno vigile.

E' questa la parte migliore della serata, il reale motivo del loro incontrarsi: scontrarsi su qualsiasi argomento gettato nel fuoco della disputa. E su qualsiasi argomento, per principio, per un mal riposto amore per la dialettica, si dovranno trovare sempre in disaccordo.

E’ una regola non detta. Il senso delle loro discussioni non sta nella ricerca della verità, quanto nel desiderio di avere ragione, anche a costo di distorcere il buon senso per piegarlo a servire la teoria di base. Teoria che più è paradossale e meglio si presta al gioco.

Il fine della loro disputa non sta nel riuscire a convincere l’avversario ma nel ridurlo al silenzio.

Se a scacchi Luca ha di solito la meglio, durante queste dispute verbali rimane spesso senza l’ultima parola. Difetta della prontezza a ribattere che Davide al contrario possiede in abbondanza e difetta pure della sistematica e feroce volontà di screditare a prescindere le argomentazioni dell’interlocutore che Davide non manca mai di mettere in campo.

Quella sera nessun duello verbale ebbe luogo, i due amici non trovarono un argomento stimolante che accendesse la miccia della competizione.

Forse erano troppo stanchi.

Eppure Luca qualcosa da dire lo aveva, ma le sue erano parole  troppo pesanti per poter essere gettate come dadi nel cerchio del loro gioco.

Non era riuscito a trovare le parole corrette per spiegare quello che da due giorni gli rimbombava nelle tempie, per dire quello che gli era accaduto, per rivelare contro chi si era imbattuto.

E’ un compito difficile trovare parole per sentimenti che si fatica a spiegare persino a se stessi.

Forse sarebbero proprio le parole giuste a permetterci di comprendere, ma è necessario trovarle e, una volta trovate, avere il coraggio di nominarle.

Dicono che questo sia un problema dei maschi, che i maschi siano troppo proiettati verso l’esterno per essere in grado di dare un nome alle domande che hanno dentro o anche solo per riconoscerle; una questione culturale,  una questione di abitudini.

E Luca queste abitudini non le aveva, temette che la confessione questa volta sarebbe stata troppo intima, lo avrebbe lasciato completamente nudo e indifeso di fronte alle possibili frasi sarcastiche dell’amico.

Luca restò in attesa di una frase che potesse fornirgli un pretesto per fare sembrare casuale ciò che doveva dire e non urgente e necessario come in realtà era.

Il pretesto non arrivò o Luca non fu in grado di coglierlo.

Si salutarono con la sensazione che la serata era stata privata del proprio valore. Davide non aveva goduto del gioco atteso e Luca aveva mancato l’assoluzione di una confessione. Si sorrisero, come si sorride a una rinuncia e alla malinconia che ne deriva.

“Beh io vado, ci sentiamo in settimana” disse Luca

Davide lo accompagnò in giardino e si accese una sigaretta mentre Luca si chiudeva il cancello alle spalle.

La notte sospesa sopra le case era un miracolo della primavera.

Primavera che persino lì, in quel modesto giardino alla periferia di Milano, rendeva manifesta la potenza della propria bellezza. “L’aria è meravigliosamente triste” pensò Davide sedendosi sulla panca sotto la veranda per godersi un altro poco di notte; guardava in direzione della strada oltre la cancellata bassa del giardino.

Dal fondo della via sentì delle voci avvicinarsi. Voci di ragazze, voci acerbe gli parve. Ridevano con un’intonazione alta, ostentata addirittura, certo poco rispettosa dell’orario. Cominciò a intuirne le figure slanciate mentre saltellando si avvicinavano al cono di luce del lampione.

Quando giunsero in piena luce le ragazze notarono l’uomo che dal giardino le osservava. Si voltarono contemporaneamente nella sua direzione, con in viso ancora la risata che le aveva accompagnate fino a lì. Davide volle immaginare che quel sorriso fosse rivolto pure a lui.

Diciannove, vent'anni pensò. Belle tutte e tre, belle nella loro allegria, belle nella loro giovinezza acerba, belle nel miracolo della primavera che le vestiva di canottiere leggere che lasciavano scoperto il ventre. Belle nella leggerezza di un corpo che non ha bisogno di preavvisi per affrontare la vita, tanto meno un incontro d’amore non previsto.

Quando quelle tre notturne apparizioni realizzarono di essere osservate si ricomposero immediatamente. Di scatto ma in modo elegante, solenne verrebbe da dire.

Voltarono il viso serio verso il fondo della strada, dritto verso quella che era la loro destinazione o forse ancora più in là, verso un’irraggiungibile lontananza; là dove le donne guardano, dove devono guardare quando avvertono che un uomo le osserva e forse le desidera. Certamente le desidera. Protesero il busto in avanti, Davide distinse chiaramente l’ombra dei capezzoli premuti contro le magliette tese.

Seni protesi come armi orgogliose, arieti pronti ad abbattere ogni ostacolo frapposto al loro destino.

Bastò un attimo, un fulmineo cambio di espressione per tramutare tre ragazzine spensierate in donne che guardano la propria irraggiungibile lontananza.

Sotto la luce artificiale dei lamponi a Davide parvero bellissime: delle irresistibili dee.

Immaginò che in una sera come quella sarebbe stato bello, bello e naturale se quelle dee si fossero fermate da lui sulla panchina. Lui avrebbe sfilato i veli di cui erano avvolte e loro avrebbero sorriso come sorride chi fa un dono gradito, avrebbe sfiorato con le labbra il loro ventre, sarebbe risalito lentamente fino al limite del reggiseno che loro avrebbero slacciato con un movimento lieve puntando l’orgoglio del loro sguardo dentro i suoi occhi,  concedendogli in dono l’appagamento e il ricordo della loro grazia.

Infine lo avrebbero salutato con un gesto leggero della mano lanciato nell’aria di primavera e sarebbero ripartite per donare bellezza lungo la loro strada.

Sarebbe stato naturale e bello, pensò mentre le ragazze portavano il loro passo solenne fuori dalla luce del lampione.

Ma in quel momento accadde qualcosa di irrimediabile.

La ragazza al centro incespicò, impercettibilmente.

Fù come quando al giocoliere, durante lo spettacolo, sfugge di mano l’attrezzo: lo raccoglie, si ricompone e continua,  sorridendo, come se niente fosse accaduto. Soltanto un impercettibile delusione nello sguardo.

Ma tu ormai hai visto. Hai visto incrinarsi la perfezione. Hai visto come inesorabilmente l’errore sia sempre in agguato.

Resta negli occhi il gesto scomposto e comprendi come la perfezione non sia cosa per gli uomini.

Erano solamente donne quelle, non dee. Solamente delle ragazzine. Davide le guardò allontanarsi.

La via tornò nuovamente silenziosa, come svuotata e la malinconia della sera diventò insostenibile.

Si alzò, guardò in direzione di casa. Pensò  a Federica, al piccolo Leonardo nella sua cameretta dalla porta sempre aperta e alla creatura che stava per nascere.

Disse a se stesso che era un uomo molto fortunato, ma non riusci a sorriderne.

Spense la sigaretta nella ciotola dell’acqua per il cane e si richiuse la porta alle spalle.

La serata si era conclusa prima del previsto, pensò di approfittare di quel silenzio per tentare di mettere ordine nel suo quaderno degli appunti. Quel quadernetto dalla copertina nera da mesi veniva usato disordinatamente per annotare frasi che faticavano a mettersi in fila.

Pensò che non sarebbe mai riuscito a dare un ordine a tutta quella confusione e che non sarebbe stato mai capace di terminare il romanzo che stava tentando di scrivere.

Si chiese perché continuava a sprecare tutto quel tempo.

Si rispose che aveva sonno.

Entrò a tentoni nella camera da letto buia e si infilò cauto sotto le coperte. Il respiro di Federica era pesante e regolare. Sentì il desiderio di stringersela contro, di dirle grazie, di baciarla sugli occhi, sulle mani, su quel pancione benedetto. Poi pensò fosse meglio lasciarla dormire: ne aveva bisogno nella sua condizione di donna gravida.

Si sentì insopportabilmente stanco.

Si girò su un fianco e attese l’arrivo del sonno.

L’attesa fù breve.

LUCA

Dopo essersi chiuso alle spalle il cancello Luca montò in macchina, accese quella che si riprometteva essere l’ultima sigaretta della serata e partì in direzione di casa.

Arrivato in fondo alla via si arrestò allo stop. E lì, fermo all’incrocio, gli esplose nella mente l’immagine di un abito rosso, leggero. L’abito rosso che gli si è mostrato due giorni prima tra i quadri di una mostra.

Solo in quel momento, lì, fermo all'incrocio arrivarono le parole che non era riuscito a trovare e che avrebbe voluto confidare all’amico.

“Un fantasma dal vestito rosso è tornato dal passato” queste erano le parole corrette. Un fantasma a cui aveva dichiarato invano il proprio amore. Un fantasma che, dopo tanto dolore, aveva cominciato a sbiadire nei ricordi, a diradare le proprie notturne, sofferte apparizioni.

Ora la persecuzione di quella visione era tornata, si era fatta carne per sconvolgergli nuovamente l’esistenza.

Il passato che faticosamente aveva tentato di scordare era tornato a provocarlo, indossava un vestito rosso leggero e aveva la quarta di reggiseno.

A ridestarlo da questi pensieri furono le risate impertinenti di tre ragazzine che lo osservavano dal marciapiede.

Doveva apparire loro particolarmente ridicola la figura di quell'uomo, fermo di notte allo stop di un incrocio deserto, con in viso l’espressione di chi ha appena assistito all’apparizione della madonna.

Luca inserì la marcia e ripartì sgommando, inseguito dalle risate non più trattenute di quelle ragazzine stronze.

“Una promessa non mantenuta, un giuramento sottinteso tradito. Non si possono pronunciare con tanta leggerezza le parole “Io ti amo”; sono un’enormità, sono un giuramento solenne” a questo pensò Luca mentre, aggredendo ogni cambio di marcia, guidava in direzione di casa.

All’imbocco di via del Barbicato notò che l’insegna del bar era ancora accesa, frenò bruscamente, abbandonò la macchina in doppia fila ed entrò nel locale. All’interno erano rimasti pochi clienti. Salutò con recitata allegria l‘uomo che dietro il bancone era intento a pulire la macchina del caffè, quello rispose, senza voltarsi, con il peculiare grugnito di assenso che lo aveva reso, a buon diritto, un personaggio.

Luca si guardò rapidamente intorno, individuò colui che stava cercando e si diresse verso un tavolo intorno al quale tre uomini bevevano le loro tre birre in silenzio.

“Hai un minuto?” disse a uno dei tre. Quello si alzò senza guardarlo, con l’espressione di chi ha afferrato un sottinteso. “Buonasera anche a te, amico mio” disse.

Prima che Luca potesse rispondere gli fece capire che era meglio uscire dal locale. Girarono l’angolo del caseggiato. Solo allora l’uomo alzò lo sguardo: “Che faccia hai, amico? Mi sembri uno che è stato rincorso dagli spiriti”

“Sei proprio spiritoso. Più o meno hai indovinato: sono andato a sbattere contro un brutto ricordo, contro qualcosa che speravo di non dover più rincontrare. Anche per questo sono venuto qua a cercarti”

“Non sarai mica venuto qui a chiedere consigli su come affrontare i brutti ricordi? Ho già abbastanza da faticare per convivere con i miei che, scusami la presunzione, mi sembrano più tribolati dei tuoi.”

“Non sono qua per chiedere consigli a te e non mi sembra neanche il caso di prendere per il culo. Lo sai bene perché sono qua e cosa sono qua a cercare. Ti è rimasto ancora un po' di quella roba che mi hai venduto settimana scorsa?”

“Ma come siamo permalosi questa sera, non volevo mica farti incazzare, fratello mio. Certo che ho quello che cerchi, ma se credi che questa roba ti serva a cancellare i tuoi brutti pensieri mi sa proprio che hai sbagliato, al massimo te li fa guardare da un’angolazione più rilassata. Lo so che non ti servono i miei consigli, lo so bene a cosa ti servo, ma un consiglio te lo voglio dare lo stesso, e te lo do  gratis perché mi sei simpatico, perché io ci tengo ai miei clienti, anche se stai pensando che non sai cosa cazzo fartene dei miei consigli, perché quelli come me non ti servono mica per darti dei consigli ma solo per toccare le cose con le quali non vuoi sporcarti le mani. Ma io, amico, di cose ne ho passate e viste abbastanza, sia là dentro che qui fuori, e un consiglio te lo voglio dare lo stesso: i ricordi, fratellino mio, non possono essere cancellati.  Bisogna solo imparare a conviverci. Perché noi siamo i nostri ricordi, fratello mio, e se li cancelli cancelli quello che sei, quello che sei adesso”

“E' proprio questo il punto, questo dovrei fare: strapparmi di dosso i ricordi, cancellarli per essere completamente un altro uomo”. Restarono in silenzio giusto un istante.

In quell'istante Luca ebbe il tempo di commuoversi di fronte alla drammaticità della propria situazione mentre l’uomo aggiunse un’altra testimonianza a conferma di quella che da tempo era una sua teoria: esistono vite non ferite da particolari tragedie, vite sulla cui pelle non c’è segno di cicatrici dolorose e queste vite invece di ringraziare dio e la sorte per averle risparmiate si provocano graffi per darsi la dignità che pensano appartenga alla sofferenza.

L’uomo ruppe gli indugi, estrasse dalla tasca un pacchettino già pronto e lo allungò senza alcuna discrezione verso Luca.

Le mani dei due uomini si toccarono, una aveva un tatuaggio artigianale nell’incavo tra il pollice e l’indice e aveva solchi profondi a disegnare le pieghe della mano, l’altra aveva unghie curate e dita dritte e sottili.

”Tieni fratello questo pesa giusto quanto i tuoi problemi, fagli fare la fine che meritano i tuoi ricordi: aspirali e soffiali via ”.

“Pesano poco ma costano tanto” rispose Luca allungandogli furtivamente una banconota da cinquanta euro.

Luca si dirisse a passi spediti verso la macchina con il fresco acquisto occultato nell’approssimativa segretezza della tasca.

“Ci vediamo settimana prossima, amico” gli urlò dietro l’uomo con le mani da vecchio.

Luca non rispose, pensò che perlomeno quella roba che aveva in tasca gli avrebbe permesso di dormire tranquillo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Carlo Airaghi
Il mio nome è Giuseppe Airaghi vivo e lavoro in provincia di Milano.
Scrivo da sempre, sopratutto poesie che nella maggior parte dei casi finiscono nel cestino. Questo è il mio primo romanzo
Sono stato geometra, animatore di villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici, cantante di piano bar. Ora sono un impiegato insoddisfatto ma sopratutto un marito e il padre di due adolescenti.
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