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Cherchez la beauté!

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Ci vuole coraggio a stare dritti di fronte alla bellezza e alla perfezione. Quella ci fa sempre sentire piccoli e meschini, e allora torniamo al nostro grigiore, per confonderci le idee. E invece no, uno dovrebbe stare lì! Resistere! Per poi diventare un tutt’uno
con quella poesia… farsi invadere
e trasformarsi in bellezza.

Può una donna-rebus essere compresa attraverso il racconto e il punto di vista di persone diverse, lontane fra loro nel tempo e nello spazio? E quale può essere la lingua comune fra tanti universi separati? Simona è una donna piena di vita e d’amore, ma anche del suo opposto: ha un passato travagliato e soffre ancora oggi di anoressia. Madre di due figli autistici che, come lei, sembrano condannati all’incomunicabilità, si regala totalmente al prossimo, cercando una via per donarsi anche a se stessa.
Cherchez la beauté è un puzzle, una raccolta di racconti che diventa un unico romanzo corale. Solo alla fine ci regala un’immagine piena, resa possibile attraverso la verità, l’amore e la bellezza.
Ogni essere umano è un mondo a sé. Eppure, tutti noi possiamo conoscere la magia di un contatto autentico, con l’altro e con noi stessi.

NICCOLÒ

Aprile 2017

David Bowie, Starman

Non so come mai alcuni di noi nascano autistici.

Io so un sacco di cose, il mio cervello è come un immenso universo in cui fluttuano tutte le informazioni che ho raccolto finora, fogli volanti che girano velocissimi in tondo. E sono tantissimi. Un vortice bianco. Quando ho bisogno di un dato preciso, il foglio volante che mi serve smette di stare sospeso e mi arriva veloce in faccia. Ma non c’è il foglio-informazione su come mai esista l’autismo. Anche se io un’idea ce l’ho, poi ve la dico.

Ad ogni modo questa idea non diventa foglio volante, perché non è un dato certo e assoluto, e allora resta sospesa, ma non su un bel foglio bianco a lettere stampate. È come un sussurro che ogni tanto mi ritorna nelle orecchie, per poi perdersi nel silenzio.

Ho anche una memoria straordinaria, ma nessun senso del tempo. Una cosa che ho messo nella mia centrifuga mentale cinque minuti fa è sullo stesso piano di un ricordo vecchio di anni: quindi faccio una gran con fusione a mettere in linea tutte le informazioni che ho nel cervello. Anzi: non riesco proprio a metterle in fila. Qui io voglio raccontarvi alcune cose, ma farò un po’ di confusione. Portate pazienza: voi ne avete più di me. Io sono il primo a non riuscire a tenere il ritmo della mia mente, mi fa venire il fiatone.

Mia madre dice che è impossibile, però a volte mi sembra di ricordare sensazioni di quando ero nella sua pancia o di quando ero appena nato. Era già difficile stare al mondo (anzi: stare nella pancia o appena fuori), però dentro mia madre stavo meglio che fuori. Ne sono sicuro. L’acqua mi proteggeva da tutti questi rumori, odori, dalle luci, dal fastidio di certi tessuti sulla pelle. Fuori dalla pancia, sono bombardato in ogni attimo da miliardi di assalti ai miei sensi. Persino le mie unghie sono sensibili. Mi guardate sempre strano quando lo dico, ma è proprio così.

Quando sono nato, per una settimana intera non ho mai aperto gli occhi. Mi svegliavo, mangiavo, ma non riuscivo a separare le palpebre. Sono nato a metà giugno, c’era sicuramente troppa luce. E gli odori dell’ospedale sono acuti, dolorosi.

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Ed è per questo che ancora adesso, che sono diventato grande (ho quasi dieci anni), mi piace tanto stare in acqua. A volte, al mare o in piscina, rischio di svenire, perché passo troppo tempo sott’acqua e mi dimentico persino di respirare. Anzi, no… non è esatto. Sto talmente bene in acqua che cerco di stare sotto il più a lungo possibile. Un po’ perché sono curioso di scoprire quanto posso resistere (e così aggiungo un foglio volante nelle mie volte cerebrali), un po’ perché mi piace troppo la sensazione d’ovatta che mi regala l’acqua. Io detesto smettere di far cose piacevoli. L’acqua è la mia cattedrale di pace. Nell’acqua mi piace vivere, riesco a muovermi con maggior controllo. I suoni sono dolci, la luce non fa male agli occhi, la pelle è al fresco e accarezzata, come quando la mamma mi passa delicatamente le dita sulla pancia. Così mi sento bene e mi tranquillizzo.

Da piccolino i miei genitori hanno capito molto presto che c’era qualcosa di strano in me. Passavo il tempo a dondolare, a fare versi. Non parlavo, e, soprattutto, non capivo niente di quello che mi veniva detto. Non rispondevo quando mi chiamavano, non guardavo mai negli occhi. Urlavo ogni volta che mi cambiavano o mi dovevano lavare. Ho avuto la diagnosi che ancora non avevo compiuto i due anni. E da allora è iniziato il tormento: tutti i giorni mia mamma o il nonno mi portavano in un ospedale, molto lontano da casa, per fare terapie riabilitative intensive. In un paesino che si chiama Bosisio Parini, vicino a Lecco. Per tre o quattro ore dovevo “giocare” con le educatrici, e metto le virgolette perché non era affatto divertente. Facevo anche logopedia, e un sacco di test. Poi tornavo a casa e ricominciavo a lavorare con l’educatrice domiciliare. Avevo veramente pochissimo tempo per essere me stesso. La sera mi chiudevo in una stanza e dicevo: «Adesso Niccolò è Niccolò». Però so che devo essere grato alla mamma per avermi “spremuto come un limone”, come dice lei. Questo è un modo di dire. Non è che ha tirato fuori del succo di limone dal mio corpo. Comunque, senza tutto quel lavoro, non sarei il bimbo che sono diventato. Ora capisco molto, se non tutto. E ho imparato a relazionarmi meglio con gli altri. Ho imparato davvero tanto. Anche se, ora che non faccio più tutta quella riabilitazione, ogni tanto muovo passi indietro. Si dice “regredire”. È una bella parola, regredire. Con tutte quelle “r” che si arrotolano in bocca.

Inoltre, la mente continua ad andarsene a spasso da sola (anche questo è un modo di dire, che usa la mamma. Io immagino sempre il mio cranio che si stacca dal collo per fare una passeggiatina, e l’immagine mi fa molto ridere!), e fa ancora molta fatica a controllare questo corpo che mi sembra sempre di un altro, una cosa appiccicata lì per sbaglio.

Fra i miliardi di vantaggi che ci sono nello stare sotto la superficie dell’acqua, prima quasi me ne dimenticavo, c’è anche il fatto che nessuno mi copre con tutte quelle parole: usate sempre talmente tante parole, voialtri, che non faccio a tempo a capire la prima che già vi aspettate una risposta che poi non riesco a dare e allora mi sento male, mi sento uno stupido e mi arrabbio moltissimo. Sulla terra voi mi seppellite con tutte le vostre parole, con le vostre battute e i modi di dire e le metafore che non capisco. In acqua c’è silenzio e nessuno si aspetta che io risponda bene, che capisca subito quello che mi state dicendo, che faccia qualcosa o che io guardi negli occhi. Voi volete sempre che vi guardi negli occhi.

Durante le terapie mi hanno tormentato per anni: «Guardami negli occhi!». Ma dovete capire che io non tolgo lo sguardo perché non sono interessato, ma perché devo seguire la voce, e solo la voce, per cercare di capire. E se guardo la vostra faccia mi distraggo, provo a  decifrare le vostre espressioni, guardo come vi truccate, oppure noto un ciglio che è piegato in modo diverso, un neo strano, una piccola cicatrice… e mi perdo tutte le parole che mi dite. Che sono sempre troppe. Poi, quando ho imparato a guardare negli occhi, ho scoperto che voi lo fate pochissimo. E allora non ho capito perché io debba farlo.

Quando sono in acqua, arriva sempre il momento in cui la mamma viene a tirarmi fuori. Ci metto tanto a obbedirle, perché non voglio uscire, perché il mio corpo non vuole rispondere. E perché io non capisco il passare del tempo e quindi mi sembra sempre che sia trascorso solo un attimo, anche se lei sostiene che siano passate ore. Finisce che la mamma si arrabbia, alza la voce, e io mi agito. E mi dispiace: io non voglio mai fare arrabbiare nessuno. Questo voglio proprio dirvelo. Ricordatevelo. Io voglio solo essere me stesso, possibilmente in pace.

Una volta ho pensato che mi piacerebbe tanto essere nato come voi. Però non è tanto vero, se ci penso bene. Faccio veramente tanta fatica, ogni momento delle mie giornate. E vedo che spesso causo problemi a scuola e a casa, perché mi arrabbio disperatamente e scappo e urlo e magari mi butto per terra o sotto il banco e poi mi sento malissimo perché io non voglio dare problemi. Mi vergogno di me stesso. Il mio mondo è difficilissimo, ma è il mio. E io sono terrorizzato da quello che non conosco. La vostra vita più facile io non la conosco, e mi spaventa a morte. Meglio tutta questa fatica conosciuta. Poi la mamma dice che anche voialtri avete i vostri problemi. Ogni tanto sembra che voglia raccontarmi qualcosa, però poi lascia in sospeso il discorso. Sostiene che anche voi avete spesso paura (ognuno ha le sue, mi ripete sempre), diffidate di quel che non conoscete e dei cambiamenti. Secondo me la vostra paura è più chiara e più leggera della mia, non vi blocca tutte le ossa e non vi fa scoppiare il cervello in miliardi di scintille di fuoco. Non vi fa fare urli disperati ma silenziosi, che restano dentro il vostro petto, con le mani a tenere il viso che sembra volersi sciogliere, mentre tutt’attorno le cose perdono forma, diventano rossissime, ondulate e lontanissime. Che poi io sono pieno di terrore fino alla punta dei capelli.

Il mio cervello funziona da solo, vede e sente cose, mi manda immagini spaventose che mi tolgono il fiato. I dottori mi danno delle medicine e allora io vedo meno cose terribili. Però è meglio se non guardo il telegiornale, con tutti i suoi morti e assassini. O i libri di paura. Comunque. La mamma dice che sono molto “suggestionabile”. Non suggestionatemi.

A volte mi distraggo quando vedo qualcosa che mi piace. A volte, invece, il mio cervello mi manda queste immagini potentissime, è come vedere un film che non si è chiesto di vedere. Questi flash capitano mentre sto facendo qualcosa, e vengo inondato da film mentali e all’inizio mi irrigidisco tutto, poi devo proprio chiudermi in una stanza a fare i saltelli: ondeggio avanti e indietro e sfarfallo con le mani. Devo assolutamente far scivolare via tutte quelle sensazioni così potenti che fanno quasi male. Devo assolutamente rendere vive le immagini che vedo. Simulo quel che proietta la mia testa. Animo le immagini. Regalo il mio corpo per dare loro spazio e volume. Se non lo facessi, il mio cervello scoppierebbe. Così mi sembra. Ma è una sensazione molto reale, che mi convince sempre.

È una cosa difficile da spiegare. Non saprei come dirlo in modo più chiaro.

Non dovete mai fermarmi quando ho bisogno di fare i saltelli: se me lo impedite, divento una furia. E allora voi vi arrabbiate e io mi sento uno schifo.

In casa tutti sanno che se sono chiuso in una stanza a fare i saltelli, nessuno può entrare. Mi arrabbio moltissimo se interrompete i saltelli. Diventando grande ho iniziato a chiudermi nelle stanze per saltellare. Per non essere disturbato, ma anche per evitare di essere visto. Le persone mi guardano male quando mi vedono saltellare.

Fatemeli fare, suderò un po’ e poi passerà tutto e andrà bene. Andrà bene. Andrà bene. Andrà bene. Andrà bene. Andrà bene…

Mi piace tantissimo ripetere certe parole, o certi versi e suoni. È bellissimo sentir tornare la mia voce sempre uguale. Come con gli oggetti che ruotano: girano, girano, girano… e poi tornano nel punto di partenza. È un sollievo. Se voi badaste alle cose con la stessa attenzione che ci metto io, vedreste che nella realtà tutto cambia continuamente, e non torna mai come prima. In ogni attimo ci sono mutamenti. Magari piccolissimi, ma ci sono. E questo mi dà un’ansia insostenibile. Sentire la mia voce che torna uguale mi calma.

Ecco, mi sono incantato come al solito e distratto. La mamma mi dice che vi dovevo dire perché oggi sono felice. Sono felice perché un professore della University of Columbia mi ha scritto per farmi i complimenti. La mamma mi suggerisce di spiegarvi, perché voi non sapete quello che ho nella testa. Per me è difficile comunicare anche perché mi dimentico che non siete nella mia testa e do tutto per scontato.

Allora… Punto 1: Io adoro i dinosauri. Conosco tutti i nomi in latino di tutte le specie finora scoperte. Conosco tutte le loro diete, gli habitat, quando vissero sulla Terra, le tecniche di caccia dei predatori e di difesa delle prede, tutte le teorie sull’estinzione e anche sui comportamenti di ogni specie. Studio continuamente i dinosauri. Lo faccio da quando ero piccolissimo. Mi sono appassionato ai dinosauri quando ancora non avevo memoria: quindi io non so spiegarvi perché mi sono appassionato. Non me lo ricordo. La mamma dice che quando ero all’asilo ho imparato da solo a leggere, tanto forte era il mio desiderio di capire i testi dei libri sui dinosauri che avevo in casa. Io ho tantissimi libri sui dinosauri.

Punto 2: (uso i punti così non mi perdo per strada) La mamma mi ha proposto di aprire un blog dove poter scrivere articoli sui dinosauri. Si chiamano “post”. Diceva che così avrei potuto trasformare una passione che mi isolava ancora di più dal mondo in qualcosa di “comunicativo”. Io mi diverto molto a scrivere i post. Ci sono periodi in cui non scrivo niente, perché sto male. Oppure perché mi è arrivata addosso una nuova ossessione che mi occupa tutta la mente e tutto il tempo. Però poi torno sempre ai miei amati dinosauri. Da grande voglio fare il paleontologo. La mamma mi seguirà ovunque nel mondo. Io faccio gli scavi e lei mi aiuta. Mi ha detto che lo farà, quindi sono tranquillo. Lei è il mio braccio destro. Questo è un modo di dire.

Punto 3: Un professore di paleontologia della University of Columbia mi ha scritto un messaggio in inglese (la mamma me l’ha tradotto) per farmi tantissimi complimenti. Dice che ho delle competenze straordinarie. Il che è vero, io lo so. In certe cose sono molto, molto, molto, molto più intelligente di voi. In altre invece sono una frana. E anche questa è una gran fatica. È come essere spezzato in due parti.

E allora, punto 4, sono molto, molto felice.

Io di solito passo le giornate a sentirmi sbagliato, faccio sempre degli errori. Se mi rivolgete la parola, quasi sempre non rispondo. Non perché non senta, no. Il problema è che sento un miliardo di cose tutte insieme: la vostra voce, i rumori che arrivano dalla strada, la lavatrice della vicina, il cane che abbaia al piano di sotto, il gatto che fa le fusa, l’odore che esce dalle pentole, il fruscio delle tende mosse dal vento… e quindi, in questa baraonda, non capisco che mi state parlando. Spesso mi dicono che urlo, anche se in realtà io vorrei parlare normalmente, ma la mia voce esce altissima. Faccio cadere le cose, non riesco ad andare in bicicletta, mi arrabbio sempre tantissimo, non voglio mai lasciare le cose che mi interessano molto per quelle che proprio non mi appassionano, tipo mangiare. O fare i compiti, o mettermi il pigiama, o stare seduto a scuola ad ascoltare lezioni noiosissime di grammatica. O lavarmi i denti. Se mi dite qualcosa come “ho la testa fra le nuvole”, io mi immagino il vostro cranio decapitato che fluttua in mezzo a cumulonembi. Se mi fate una battuta, non capisco mai se state scherzando o siete seri. Che poi i modi di dire li ho imparati tutti a memoria. Ma sembra sempre di tradurre dall’aramaico antico, questo processo rallenta comunque la mia mente. E poi ne inventate sempre di nuovi. Avete un modo di parlare molto strano, faticoso, per niente letterale. E mi fate sembrare uno stupido, quando io so parlare solo per verità. Spesso ho il bisogno di sottolineare cose ovvie, dico alle persone grasse che sono grasse, alle persone vecchie che sono vecchie, a chi ha gli occhi storti che ha gli occhi storti. E voi ci rimanete malissimo o vi offendete o vi arrabbiate. E io resto perso nella mia confusione, perché ho detto solo la verità, che è davanti anche ai vostri occhi. Insomma, è per me molto bello quando qualcuno mi dice che sto facendo veramente un buon lavoro. È come un sollievo grande grande grande. Sono contento che la mamma mi abbia chiesto di aprire il mio blog.

Io preferisco sempre chiudermi nel “mio universo”, nella mia mente, anche se a volte è abitata da mostri terribili. Lo faccio sempre quando qualcosa nel “mondo reale” mi spaventa o mi mette in difficoltà. E questo succede continuamente. Però adesso attraverso la mia ossessione per i dinosauri e il mio blog mi capita di ricevere messaggi, di rispondere. Le persone che mi conoscono, fuori dalla scuola, mi chiedono nuovi articoli. E poi li commentano. In questo modo divento più “animale sociale”. Io sono convinto di essere sociale: è che mi è tanto difficile esserlo. La mamma ha avuto davvero una buona idea.

La mia mamma è per me una persona speciale. Si chiama Simona. La amo tantissimo, anche se a volte le Niccolò Cherchez la beauté 21

dico che la vorrei uccidere. Quando sono furioso dico cose terribili. E le penso, sul serio. Lei lo sa, mi vuole bene lo stesso. Ogni tanto mi fa veramente infuriare perché è un po’ una mamma matta, lei dice sempre che è la mamma peggiore che potesse capitare a un ragazzino come me. Non so se lo dice sul serio o per scherzare.

Le piace cantare, ballare, indossare vestiti veramente assurdi (lei dice che sono normalissimi, solo un po’ “estrosi”. Per me sono orrendi), cambia pettinatura e colore di capelli continuamemte. Insomma, mi fa diventare pazzo. Ogni volta, all’uscita da scuola, faccio fatica a riconoscerla, con tutti quei cambiamenti. A me basta che modifichiate una cosetta del vostro aspetto per andare in confusione. Lei mi dice sempre di guardarla negli occhi, che quelli restano sempre uguali. Adesso ha le punte dei capelli colorate di rosa. Il rosa non è mica un colore normale di capelli, non esiste in natura! E poi fuma. A parte che è una vera idiozia perché tutti sanno che il fumo fa malissimo, ma poi puzza terribilmente. Quando siamo per strada e lei si accende una sigaretta, io devo sempre allontanarmi e coprirmi con una mano naso e bocca. Ho anche paura che per colpa di quelle sigarette schifose lei possa morire: non può lasciarmi da solo in questo mondo, in questo caos. Deve rimanere accanto a me, sempre. Lei dice che io sono così intelligente che troverò il modo di farla vivere fino a centovent’anni, e così poi potremo andarcene da questo mondo insieme, mano nella mano.

La amo tantissimo perché mi aiuta da sempre, mi capisce, ha sempre fatto di tutto per pretendere il meglio da me e per me, e anche se io brontolo perché sono mol22

to pigro, sono grato per quello che mi ha fatto diventare, mi ascolta, trova soluzioni, fa un sacco di “battagline” per me (le chiamo battagline perché nessuno perde sangue o si ferisce sul serio). Per esempio, ha ottenuto che tutte le maestre delle elementari e delle medie della mia città facessero un corso sull’autismo; ha fatto incontri in biblioteca, con alcuni ospiti, per parlare di autismo; ora sta cercando di ottenere degli educatori specializzati per accompagnare noi ragazzi speciali nel tempo libero. La cosa più importante per me è riuscire a farmi capire, diventare meno strano ai vostri occhi. Spiegarmi.

Io e la mamma abbiamo alcune passioni in comune: il mare, i cetacei, l’ecologia.

La mamma mi ha fatto vedere il documentario di Leonardo DiCaprio, il famoso attore. Si chiama Before the flood. Mi ha impressionato molto. Il documentario dimostra come siamo arrivati al “punto di non ritorno”: o facciamo immediatamente qualcosa per salvare questo pianeta che abbiamo distrutto, oppure sarà troppo tardi e non potremo tornare indietro. Fa un sacco di esempi sulle cose che sono disastrose per la Terra. Come l’olio di palma. Per coltivarlo massivamente, dato che ha un basso costo per i grandi produttori di alimentari, vengono date alle fiamme distese immense di foresta amazzonica. Si riduce il polmone del mondo (è un modo di dire), si mandano nell’atmosfera quantità spaventose di anidride carbonica, si distrugge l’habitat dei nostri “cugini” oranghi. Un disastro. Ecco, io credo che noi autistici siamo molto più attenti a queste notizie. Quando ci viene dimostrata scientificamente una verità, per noi diventa legge. Scolpita nella pietra. E siamo molto più seri e concenNiccolò Cherchez la beauté 23

trati di voi. Le maestre a scuola si stupiscono perché mi arrabbio moltissimo se propongono una merenda a base di dolci che hanno dentro l’olio di palma. Voi siete così leggeri. Superficiali. Approssimativi. Ve lo devo proprio dire. Non dico stupidi solo perché se no vi offendereste. Una merendina con olio di palma qui, un litro di gasolio là, e il pianeta muore. Ecco, forse per questo esistiamo noi autistici. Forse siamo qui dalla notte dei tempi perché abbiamo la concentrazione necessaria a cambiare le cose. Io di sicuro non faccio più comprare alla mamma nulla che abbia l’olio di palma, e da grande comprerò un’auto elettrica. La mamma mi capisce, anche lei è molto sensibile all’ambiente. Compra anche i detersivi ecologici. E poi adora gli animali, come me. Soprattutto le creature marine e i cetacei. Ogni tanto mi racconta di quando andò in Grecia a lavorare come volontaria per una società di protezione per le tartarughe marine. A me non interessa molto il suo racconto, ma la lascio parlare perché mi accorgo che le piace, è felice quando ricorda quell’avventura. E poi finisce sempre dicendo che quando sarò più grande mi ci porterà, e questa parte mi piace moltissimo. Vale la pena aspettare per il finale. E forse anche lì sarò abbastanza concentrato per fare un ottimo lavoro. Sapete cosa dice sempre Temple Grandin (che è un’autistica molto famosa, una scienziata, che ha scritto alcuni libri sull’autismo)?: è grazie agli autistici che l’umanità è sempre progredita. Voialtri siete troppo impegnati a socializzare. Probabilmente fra i cavernicoli che facevano la lotta e si annusavano e menavano per l’aria la loro mazza di legno, ce n’era uno che invece passava le giornate a studiare le rocce, tutto solo, in fondo a qualche caverna buia, mettendole bene in fila, osservandole. Un giorno scoprì che una di queste pietre, se battuta con forza, produceva scintille. E così l’uomo ha scoperto il fuoco. Forse oggi qualche autistico riuscirà a trovare la soluzione al “punto di non ritorno”. Io lo spero tanto. Provate a capirci un pochino, in cambio, magari, noi vi salveremo.

La mamma dice io che sono come i fuochi d’artificio del capodanno cinese, chiusi dentro a un vasetto di vetro, piccolo piccolo. Vi sembrerà un oggetto normale, banale. Ma se vorrete aprire il tappo, rimarrete a bocca aperta.

P.S. Avevo scritto che non so andare in bicicletta. Ed è vero. Però ora la mamma ha comprato un bellissimo tandem, tutto nero, lungo lungo. Sembra una limousine. Lei si siede davanti, io mi metto dietro. Devo solo stare attento a tenere i piedi sui pedali, la mamma fa tutto il resto. Ci facciamo dei gran giri. E ho scoperto che anche l’aria sul viso, come l’acqua, mi regala una grande felicità.

11 aprile 2019

Aggiornamento

Cherchez la beauté! ha vinto il premio letterario internazionale "La girandola delle parole" di Limbiate.
Ecco le foto della premiazione.
 

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il regalo più bello. Biglove

  2. Laura Manfredi

    Carissima Francesca, grazie. Sono seduta sul divano con Niccolò, cui ho subito letto le tue parole. Lui ha sorriso, facendo girare la ruota di una macchinina ed ha detto “mi piace”. E piace anche a me. Dopo la sensazione di buttarsi in un dirupo con questi miei racconti, o di fronte ad un raggio accecante, mi assaporo la gentilezza di questa sensazione. Di essere abbracciata.

  3. (proprietario verificato)

    un libro con un cuore pulsante, vivo, dolce, alle volte devastante per la purezza con cui ci mette di fronte alle meraviglie e alle debolezze dell’essere umano, esplorato attraverso la sua sfera emotiva. Ogni ritratto è ricco di vitalità, ogni uomo o donna presenti nel libro ci donano una parte del loro essere, ci fanno partecipi della loro verità e della loro debolezza facendoci diventare parte delle loro storie. Niccolò per me il ritratto più entusiasmante, il suo modo di vedere e vivere il mondo è complesso e intrigante, nel suo raccontarsi ci regala dei trucchi magici per sopravvivere alle nostre paure e alle nostre imperfezioni senza annegare nell’ansia.Penso alla sensazione che si ha scappando a rifugiarsi per qualche attimo sotto il manto marino, la descrizione che Niccolò da di quell’attimo mi ha travolta, l’ho trovato meraviglioso. Anche Carlo, Paola, Alexandros, Filippo e la meravigliosa Simona hanno qualcosa di importante da insegnarci, nessuno è perfetto e tutti abbiamo qualche “demone” da combattere ma attraverso il confronto aperto con altre persone possiamo trovare una strada per la felicità, alcuni saranno compagni di strada altri saranno lo specchio che ci mostrerà chi o come non vorremmo mai essere. Grazie Laura per averci regalato questi personaggi e per averci aperto in modo così naturale parte del tuo cuore. Mi auguro che arriverai a stampare il libro perché già mi mancano gli incontri con i tuoi personaggi e perché Simona, ora, la sento come un’amica e riaverla con me per qualche altro capitolo mi farebbe felice😀.

  4. Laura Manfredi

    Grazie Orietta, grazie Susanna. Le vostre parole mi fanno pensare che, comunque andrà il crowfunding, io ho già ottenuto quel che desideravo: uscire dal mio bozzolo e toccare altri cuori.

  5. (proprietario verificato)

    Cara Laura, grazie. Leggendo la tua storia ho ripercorso alcuni tratti della mia. Mi sono sentita meno sola ed ho trovato un po’ di coraggio per andare avanti. Ma soprattutto ti ringrazio per il bellissimo racconto di Piero. Mentre leggevo ho sostitutio il suo nome con Luigi, il mio cuore si è aperto ai ricordi e all’amore e mi è sembrato di avere, per qualche minuto, il mio nonno di quando ero bambina ancora con me.
    Mi augro che continuerai a scrivere perchè sarà un arricchimento per tutti i tuoi lettori.
    Susanna

  6. (proprietario verificato)

    Grazie Laura per la gioia che mi ha dato condividendo con tutti noi la sua vita , ricca di amore, di intelligenza, di leggerezza. Grazie per averci aiutati ad entrare nel mondo dei suoi bimbi. Aspetto …il prossimo romanzo.

  7. Laura Manfredi

    Cara Orietta…è un gioco, questo titolo. Un richiamo al famigerato cherchez la femme…

  8. (proprietario verificato)

    Antonia non c’entra ….

  9. (proprietario verificato)

    Perché il titolo in francese? Certamente però la bellezza appassiona alla vita.Antonia

  10. (proprietario verificato)

    Che poi non so perché il commento sia uscito con il nome di Loredana. Sono, e resto, Laura. Checché ne dica il web.

  11. (proprietario verificato)

    Grazie a Paolo e a Diego per le vostre parole. Mi han resa felice! Il secondo libro è già in cantiere. E prenderà un nuovo slancio, dopo queste recensioni così emozionanti.

  12. (proprietario verificato)

    Simona ti apre gli occhi. La sua vita, le sue esperienze, i suoi affetti, i suoi legami… il turbinio delle sue emozioni è una finestra su ciò che di veramente importante la via ci può regalare… e a quella finestra ci siamo anche noi, anche i nostri occhi.
    Grazie all’autrice per questo esordio pieno di passione che ha saputo tessere un filo tra questi racconti così intensi, emozionanti, diversi.
    In attesa del prossimo

  13. (proprietario verificato)

    Davvero difficile trovare tratti di vita così vari e così variegatamente raccontati, uniti tra loro in modo tanto armonioso. Anzi no… Effettivamente la vita di tutti noi è un po’ così e la storia di Simona, anche se completamente diversa, è in qualche misura anche la nostra. Grazie al grande talento narrativo dell’autrice, mentre leggiamo ci sentiamo a fianco della protagonista e viviamo insieme a lei la grande avventra della Vita.
    E se questo è il lavoro d’esordio non vedo l’ora di avere in mano il prossimo…

  14. Laura Manfredi

    Grazie Diana: nulla potrebbe darmi gioia maggiore del sapere di avere trasmesso la bellezza del nostro vivere, sempre e comunque!

  15. (proprietario verificato)

    Simona, donna inconsapevole del suo grande fascino, vive la sua esistenza, affollata di vicissitudini, con la profondità di chi sa sempre cogliere l’attimo fuggente. L’autrice si racconta e ci racconta la sua vita senza veli o restrizioni , con singolare coraggio e mai lamentandosi delle difficoltà che le ha riservato, ma esaltandone gli aspetti più piacevoli. Simona si è sempre messa in gioco e lo stesso i suoi meravigliosi figli, ciò può far riflettere ma sicuramente trasmette l’immensa gioia di esistere. L’ho letto tutto d’un fiato e lo consiglio a qualsiasi genere di lettore, in attesa di nuove produzioni.

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Laura Manfredi
Laura Manfredi nasce a Milano, nel 1975. Dopo la facoltà di Giurisprudenza, lavora come responsabile dell’ufficio clienti di un noto tour operator. Poi diventa mamma di due bimbi con un disturbo dello spettro autistico e per alcuni anni si dedica completamente alle loro terapie riabilitative e alla loro crescita. Oggi scrive, vive e fa la mamma ad Arese, dove, insieme all’amministrazione comunale, promuove progetti di inclusione per bambini e ragazzi autistici. Cherchez la beauté è il suo primo romanzo.
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