Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Chiaro di Luna

Svuota
Quantità

Andare sulla Luna: è questo il desiderio che unisce Yuri e Marian. Lui è il portiere del biliardino di parco Mirandola e passa ogni notte a guardare il satellite grazie a una mano misteriosa che lo gira sempre verso l’alto.
Marian invece è una bambina disobbediente e ostinata, alla ricerca di un piccolo astronauta da mandare in orbita sull’astronave che sta progettando. Il mondo di Marian non è tanto lontano dalla realtà rigida del biliardino di Yuri: nella sua scuola vige infatti un freddo regime autoritario dove ogni libertà è negata e a comandare è la terribile maestra Novellini, che costringe i bambini a memorizzare i libri di testo parola per parola.
I desideri dei due protagonisti si incontreranno, dando vita a uno straordinario percorso fuori dagli schemi per inseguire i propri sogni.

UN BILIARDINO
A PARCO MIRANDOLA
Essere un giocattolo è un mestiere strano. Un giocattolo sembra
inanimato e si comporta come se non
avesse idea del mondo e di quello che gli succede intorno.
Invece è convinto di conoscere bene il posto in
cui si trova, chi ha al suo fianco e, soprattutto, di sapere
quello che vuole.
La vita più strana è senza dubbio quella dei giocatori
di un tavolo da biliardino. Nessun giocattolo, in effetti, ha
la possibilità di muoversi e di decidere cosa fare, ma gli
omini di un tavolo da biliardino sono fermamente convinti che le
quattro mura che delimitano la loro superficie di
gioco siano i confini del mondo intero.
Tra tutte le sagome che si sfidano ogni giorno a colpire la pallina
e a spingerla nella porta avversaria, quella
più sfortunata è senza dubbio il portiere.Continua a leggere
Continua a leggere

Impalato nella sua stecca, l’omino è infatti l’unico
a non avere altri compagni al suo fianco. Non deve colpire
la pallina ma deve essere colpito per evitare che gli
avversari vincano la partita e, se la squadra non vince,
molto spesso è per colpa sua.
Il portiere del biliardino di parco Mirandola aveva,
oltre a tutti questi problemi abbastanza comuni tra le sagome
di un tavolo da calcetto, anche un’altra grana legata a un
evento molto strano che gli capitava poco prima
che il parco chiudesse le sue porte. Ogni notte, infatti,
dopo essere stato colpito per tutto il giorno da un numero
infinito di palline, il portiere del biliardino di parco
Mirandola si trovava rigirato in varie posizioni: a volte
rimaneva a testa in giù a osservare la sua stessa porta, altre
volte invece veniva dimenticato in posizione orizzontale
a fissare il pavimento verde del tavolo mentre, quando era
proprio fortunato, finiva per osservare semplicemente il
suo stesso campo da gioco. Ma quell’ora insolita capitava
sempre qualcosa di strano. Qualcuno passava tutte le sere
a ruotare la sua sbarra fino a lasciarlo in una posizione
che gli permetteva di osservare immobile la Luna.
Dai movimenti che la mano seguiva sembrava proprio che il
portiere venisse orientato con grande precisione e che
l’obiettivo fosse proprio quello di permettergli di
fissare tutta la notte il satellite luminoso. Impalato nella
sua sbarra senza potersi muovere, il portiere non era mai
riuscito a vedere in faccia il suo benefattore ma, dopo un
primo periodo passato a domandarsi il perché di questa
vicenda così strana, l’omino iniziò a innamorarsi di quella
luce. Iniziò a sognare la Luna, a desiderare di poter volare
fin lassù. Alla fine si rese conto di aspettare quel momento
della giornata come se non desiderasse nient’altro.
Il portiere del biliardino di parco Mirandola passava tutto
il giorno a sperare che anche quella sera qualcuno passasse
a inclinarlo e lo lasciasse una notte ancora ad ammirare
la Luna. E ogni sera, puntualmente, questo accadeva.
Nelle notti piovose la Luna veniva coperta dalle
nuvole e il portiere del biliardino di parco Mirandola
passava ore e ore a guardare il cielo in attesa di una
schiarita che non sempre arrivava. Certe volte arrivava
la pioggia, e quando questo accadeva il biliardino si
riempiva di acqua fino a sommergere il portiere quasi fino
al collo. Niente di preoccupante, direte voi. E in effetti
un po’ d’acqua non ha mai fatto male a nessuno.
Specialmente agli omini fatti di plastica.
Il problema, casomai, erano i fulmini.
Una notte in cui il cielo aveva deciso di tuonare più
del solito, a parco Mirandola cadde un fulmine. Il cielo
era molto più buio di quanto non fosse mai stato, gli
alberi venivano scossi così intensamente dal vento da
arrivare quasi a toccare terra con i loro rami. Quando
arrivava un lampo, il parco si illuminava per un istante,
ma poi l’oscurità riprendeva immediatamente il sopravvento.
In tanti anni all’interno del biliardino di parco
Mirandola, il portiere non aveva mai visto un diluvio
più spaventoso e sicuramente non aveva mai visto una
saetta colpire uno degli alberi del parco. Perché è
proprio questo ciò che accadde. Un fulmine scese dal cielo
e colpì il più grande degli alberi di parco Mirandola,
quello che stava proprio di fianco al biliardino.
Lo colpì in mezzo al tronco, in un punto perfetto per
spezzarlo a metà e farlo cadere a terra.
Sono tante le direzioni in cui l’albero sarebbe potuto
cadere, non doveva per forza precipitare proprio sul
biliardino. Ma in tanti anni passati a parco Mirandola,
l’albero, dall’alto dei suoi rami, aveva sempre invidiato
quegli omini rossi e blu, che tanto si divertivano a gio-
care insieme ai bambini. Così, quando venne il momento di
scegliere da quale parte cadere, l’albero decise di
precipitare rovinosamente proprio in quel punto.
Crollò esattamente in mezzo al tavolo, che si spezzò in
due in pochissimi istanti, come se fosse fatto di
burro. Le aste che reggevano gli omini saltarono in ogni
direzione. Quella del portiere si impennò verso l’alto
raggiungendo un’altezza da cui era possibile avere una
vista completa di tutto parco Mirandola.
Quel momento fu brevissimo. Durò solo pochi secondi. Ma
fu l’istante più importante della vita del portiere di
plastica blu, che aveva sempre pensato che il
mondo fosse fatto solo dal suo biliardino e, ovviamente,
dalla Luna. Infatti, nel momento in cui la sbarra di ferro
che lo reggeva schizzò verso l’alto, l’omino vide tutto
il parco, illuminato dalla luce dei fulmini nella sua interezza.
L’asta si impennò solo pochi secondi per poi precipitare a
terra, qualche metro lontano dal biliardino.
Quando il ferro sbatté sull’asfalto la forza dell’impatto
provocò una vibrazione tale da far sfilare il portiere
dalla sua stessa asta, lasciandolo così improvvisamente
solo, senza i suoi compagni di squadra, senza il campo
da gioco in cui era vissuto e senza una sbarra di ferro
che gli dicesse cosa fare.
Con lo sguardo rivolto verso l’alto, il portiere rimase
tutta la notte fermo sotto un temporale che sembrava
non voler smettere mai. Poi a un certo punto iniziò a
diminuire e infine fece diradare le sue nubi, lasciando
spazio alla Luna.
Solo, spaventato e completamente bagnato, il por-
Un biliardino a parco Mirandola Chiaro di Luna
tiere della squadra blu del biliardino di parco Mirandola
fece qualcosa che non aveva mai fatto prima. Mosse una
gamba, poi anche l’altra e infine capì che avrebbe potuto
camminare.

DENTRO IL TOMBINO
Il portiere del biliardino di parco Mirandola era rimasto
impietrito per tutta la notte, fino all’alba. Non sapeva
cosa fare. Il mondo non era fatto solo dal suo tavolo da
biliardino. E come alternativa alla sua asta non esisteva
solamente la Luna. Poteva camminare. Poteva fare cose
che neanche pensava potessero esistere.
Quando il sole sorse di nuovo su parco Mirandola,
cancellando la Luna dal cielo, il portiere si alzò in piedi,
per la prima volta in vita sua. Quanto era strano potersi
muovere, quanto era diverso dal semplice restare appeso
a una sbarra! E quante cose vedeva di fronte a sé!
Inizialmente pensò di correre dal biliardino per verificare
le condizioni di quella che, fino a pochi momenti
prima, era stata casa sua, ma l’idea gli balenò in testa
solo per pochi istanti. C’era troppo mondo da vedere.
Troppe cose da esplorare. Decise di concedersi prima
una passeggiata nel parco. Sarebbe tornato solo dopo
dal suo biliardino.
Ma ogni mimosa da annusare portava a un cedro da
ammirare, ogni cipresso a un’azalea, ogni salice a una
camelia e, di lì a poco, il portiere del biliardino di parco
Mirandola si ritrovò di fronte alle porte di uscita dei
giardini. Fuori dal parco c’era tanto cemento, ma anche
un intero mondo nuovo da scoprire.
Di fronte al parco, dalla parte opposta della strada,
un libraio arrabbiatissimo lanciava maldicenze di ogni
tipo davanti alla vetrina del suo negozio.
«Come farà mai a fregarmi ogni volta?» disse l’uomo.
«Quella piccola peste ci è riuscita ancora!»
Il fioraio, che aveva il negozio proprio di fianco al
suo, uscì dalla sua porta incuriosito dalle grida del
collega: «Perché urli, amico mio?» chiese.
«Tutte le sere, poco prima della chiusura, qualcuno
entra nella mia libreria senza che io me ne accorga e
gira tutti i libri che ho in vetrina rivolgendo la copertina
verso l’alto» rispose il libraio. «Così tutte le mattine al
mio rientro sono costretto a passare un’ora intera
a risollevarli tutti quanti.»
Il portiere del biliardino di parco Mirandola si incuriosì
nel sentire che anche altri oggetti oltre a lui venivano
voltati con lo sguardo verso l’alto da una mano
misteriosa. Così drizzò bene le orecchie, scoprendo
nello stesso istante di possederne un paio.
«Non pensare di essere l’unico, caro mio» rispose
il fioraio. «In questa zona siamo in tanti a venire colpiti
da questa sciagura. Sapessi le ingiurie e le imprecazioni
che lancia ogni mattina il proprietario del negozio di
antiquariato in fondo al corso!»
In quel momento, il portiere del biliardino di parco
Mirandola sentì il bisogno di uscire dal parco e di
correre fino alla fine del corso per cercare il negozio di
antiquariato di cui gli altri due negozianti stavano parlando.
Lo riconobbe subito appena lo vide: tutte le vecchie lampade da
comodino che erano in vetrina avevano la parte superiore
rivolta verso l’alto. Il proprietario,
paonazzo in volto, non smetteva di lanciare ingiurie e
maldicenze che risultavano completamente nuove per il
portiere del biliardino di parco Mirandola, il quale non
aveva mai sentito altro che gli schiamazzi dei bambini
durante i loro giochi al parco.
«Quella piccola peste!» gridava l’uomo.
«La beccherò in flagrante prima o poi!»
«La riempirò di schiaffi!» urlava l’elettricista a fianco.
«La caccerò dentro il forno!» sbraitava il panettiere
qualche metro più in là.
«Se la becco, la prendo a pesci in faccia. Letteralmente!»
dichiarava il pescivendolo in fondo alla strada.
Le innumerevoli minacce segnavano il sentiero da
percorrere per trovare quella persona che aveva
deliberatamente deciso di rendere la vita del portiere del
biliardino di parco Mirandola un sogno continuamente
proiettato verso le stelle.
Senza pensare, l’omino passò da imprecazione a
ingiuria proprio come era passato di albero in fiore e,
in men che non si dica, si ritrovò in mezzo al cemento
riscaldato dall’afa tipica delle città in piena estate e ai
panni bianchi stesi fuori da palazzi color pastello troppo
alti per un piccolo portiere di biliardino. Improvvisamente,
però, cessarono le ingiurie. Nessuno aveva più
niente da ridire.
Questo per il portiere del biliardino di parco
Mirandola fu un’autentica sciagura.
Senza imprecazioni non poteva più seguire nessu-
na strada, ma allo stesso tempo gli era ormai impossibile
ricordare tutte le vie che aveva percorso. Senza
accorgersene aveva camminato moltissimo. Si era perso.
Il portiere del biliardino di parco Mirandola rimase
solo, impaurito e spaventato nel bel mezzo della città
in movimento. Intorno a lui aumentavano le persone, le
macchine, il traffico e il rumore. Non sapendo dove
andare, rimase fermo immobile a guardare la città che gli
si muoveva intorno.
D’improvviso, a pochi metri da lui qualcuno lo
chiamò. «Ehi, tu!» disse una voce stridula proveniente
dal sottosuolo.
Il portiere del biliardino di parco Mirandola si voltò,
ma non vide proprio nessuno.
«Sono qui!» disse ancora la vocina. «Dentro il tombino!»
Dall’interno di un tombino a pochissimi metri da lui
faceva capolino un omino piccolo piccolo. Molto più
piccolo del portiere del biliardino di parco Mirandola.
«Cosa ci fai lì in mezzo alla strada tutto solo?» gli
disse. «Sei per caso impazzito? Vieni qua. Presto!»
Il portiere decise di fidarsi del piccolo omino che
gli urlava da dentro il tombino per il semplice fatto che
anche lui era molto più piccolo del mondo che li
circondava e anche perché sembrava fatto di plastica proprio
come lui. Corse dunque fino al tombino e vi saltò dentro
a piè pari.
Nella muffa, nel buio e nell’umido di quell’orribile
posto, il portiere del biliardino di parco Mirandola
parlò per la prima volta con qualcuno. Era un omino in
plastica, proprio come lui. Ma mentre la caratteristica
del portiere era quella di avere due piccoli buchi sulle
spalle dove una volta passava la sbarra di metallo che
lo governava, quella dell’omino che viveva nel tombino
era di avere un minuscolo anello spezzato sopra la testa.
«Cosa ci facevi tutto solo in mezzo alla strada?» gli
chiese l’omino. «Volevi per caso farti ammazzare?»
In quel momento il portiere scoprì di avere anche
una voce, oltre a delle orecchie. «Io… ehm» balbettò
mentre prendeva consapevolezza di poter parlare.
«Per i tipi piccoli e plastificati come noi è sconsigliatissimo
restare là fuori da soli in mezzo a tutte quelle persone
in carne e ossa!» esclamò l’omino.
«Veramente?» chiese il portiere.
«Ma certo!» rispose ancora la sagoma con l’anello
sulla testa. «Io una volta ero il ciondolo di una fantastica
collanina che stava legata al collo di una donna bellissima.
Me ne stavo sempre lì a sognare il giorno in cui
finalmente mi sarei staccato e sarei diventato libero di
camminare con le mie gambe. Ma quando quel giorno è
arrivato e l’anello che ho sopra la testa si è rotto, io sono
precipitato a terra e ho scoperto che qui tutto è molto
più difficile di quanto non sembri.»
Il portiere del biliardino di parco Mirandola rimase
senza parole.
«Tu, per esempio,» proseguì il ciondolo «da dove
sei balzato fuori?»
«Be’, io ero il portiere di un biliardino» rispose lui.
«Sono balzato fuori accidentalmente durante il temporale di questa notte.»
«Che sciagura!» gridò disperato il ciondolo. «Che
disastro! Eri al sicuro dentro un campo da calcetto pen-
sato apposta per te e adesso sei qui in questo posto, che
è un autentico girone dell’Inferno.»
«Ma veramente è così terribile?» chiese il portiere.
«Fidati di me, amico!» rispose l’omino. «Tutti sogniamo di
vivere una vita più intensa e avventurosa.
Tutti sogniamo di uscire fuori dai nostri ranghi e inseguire
obiettivi irraggiungibili. Ma quando poi ti stacchi dalla tua
collanina oppure esci dal tuo biliardino,
diventa tutta un’altra storia. Ero così felice quando ero
al sicuro, legato alla mia preziosa catenella…»
Il portiere del biliardino di parco Mirandola si sentiva confuso.
Non capiva come fosse possibile che la sua
vita attaccato a una sbarra potesse essere migliore di una
vita vissuta nella libertà più completa.
«E quindi cosa mi consigli di fare?» chiese il portiere al ciondolo.
«Il mio consiglio è di trovarti un riparo sicuro che
ti consenta di stare lontano dai pericoli. Puoi cercartene uno
tutto tuo oppure vivere qui con me all’interno
del tombino. In effetti stavo iniziando a sentirmi un po’
solo.»
Il portiere del biliardino di parco Mirandola si sollevò
per sporgersi al di fuori del tombino che faceva
da casa al piccolo ciondolo pieno di paure. Là fuori le
macchine correvano velocissime, grandi scarpe pesanti si
incrociavano sull’asfalto rovente sotto un sole di
mezza estate. La prospettiva di avventurarsi da solo in
tutto quel pandemonio non sembrava essere la migliore,
soprattutto dopo i consigli del ciondolo.
«Penso che rimarrò qui» disse il portiere.
«Mi sembra la scelta più sicura.»
«E la più saggia» aggiunse il ciondolo. «Nel tombino
la vita non è particolarmente emozionante ma neppure
troppo pericolosa. Quando piove l’acqua mi arriva fino
alle ginocchia, quindi a te che sei più alto arriverà solo
fino ai piedi. L’ambiente qui dentro non è molto
luminoso, ma di notte si ha una vista bellissima.»
«Dal tombino?» chiese il portiere. «Cosa si vede?»
«La Luna» rispose il ciondolo. «Quando viene la
notte il traffico si calma e c’è molto più silenzio rispetto
a ora. Attraverso le grate di ferro, sdraiandosi con lo
sguardo rivolto verso l’alto, si può vedere la Luna. A
volte è piena e a volte è a metà. Ma si tratta sempre di
uno spettacolo bellissimo.»
«Anche dal mio biliardino vedevo sempre la Luna»
rispose il portiere. «Hai mai pensato di andarci?»
«Andare dove?» chiese il ciondolo.
«Sulla Luna.»
«Non si può arrivare fino alla Luna. Non vedi quanto
è in alto? Come faresti ad arrivare fin lì, tu che sei un
piccolo omino di plastica?»
«Be’…» rispose il portiere pensandoci su. «In effetti
non me l’ero mai chiesto. Avevo solo pensato che mi
sarebbe piaciuto arrivare fin lì.»
«Eh, ma sai, amico mio,» rispose il piccolo ciondolo
«anche a me piacerebbe fare tante cose… purtroppo non
tutto è possibile.»
«Già» rispose il portiere. «Forse hai proprio ragione tu.»
Più tardi entrambi si sdraiarono sotto le grate del
tombino e passarono la notte a dormire sotto la luce
della Luna che filtrava attraverso le sbarre. Il portiere del
biliardino di parco Mirandola trascorse la notte intera
a dividersi tra due pensieri. Da un lato rifletteva che, a
differenza dell’amico ciondolo per cui ritrovare la sua
proprietaria sarebbe stato impossibile, lui avrebbe potuto
uscire dal tombino e provare a fare ritorno al suo
biliardino, che era senza dubbio molto meglio che restare lì.
Allo stesso tempo, però, non amava l’idea di
tornare a essere manovrato da una sbarra ed era ancora
molto curioso di scoprire chi fosse la piccola peste che
si divertiva a voltare tutti gli oggetti dell’isolato con lo
sguardo verso la Luna.
Passare una notte intera a riflettere su cosa fare è
sempre una buona idea. Non solo perché la notte porta
consiglio, ma anche perché la mattina successiva potrebbe
succedere qualcosa in grado di cambiare tutto
quanto.
Quando il portiere del biliardino di parco Mirandola
aprì gli occhi la mattina seguente, un uomo gridava con
rabbia a pochi metri dal suo tombino.
«Ti ho presa, piccola canaglia! Finalmente ti ho colto in flagrante!»

CARTA STRACCIA E GATTI NERI
Il proprietario del negozio di antiquariato teneva
ben stretto in pugno un grosso zaino rosso al quale
stava appesa per le spalle una piccola bambina occhialuta,
castana e spettinata, vestita in salopette. Da ogni parte
dell’isolato, commercianti e curiosi di ogni genere si
assiepavano attorno alla bambina e al signore che la teneva
sollevata ben stretta per il grande zaino colorato.
«Ieri sera l’ho beccata a rivoltare ancora una volta
tutte le mie preziosissime radio antiche senza riuscire
a fermarla» sbraitava il signore. «Solo stamattina sono
riuscito a riconoscerla.»
«È lei che ogni santo giorno mette a soqquadro tutto
il mio negozio costringendomi a fare il doppio del lavoro ogni mattina.»
La bambina agitava le gambe per riuscire a divincolarsi e
si lamentava gridando all’antiquario di lasciarla
andare, ma più rumore faceva, più attirava l’attenzione
degli altri negozianti del quartiere, che non vedevano
l’ora di metterle le mani addosso da tempo immemore.
«È lei che ha messo in disordine tutti i miei orologi
per mesi?» chiedeva uno.
«La costringerò a lavorare nel mio negozio per tutto il
tempo che mi ha fatto buttare via!» gridava un
altro.
«No!» gli faceva eco un’altra voce ancora. «Sarò io
a costringerla a sgobbare!»
Il proprietario del negozio di antiquariato, che la teneva
stretta, la girò verso di sé e la guardò dritta negli occhi.
«Adesso spiegaci perché ti diverti a buttare tutto a
terra!» disse l’uomo con fare minaccioso. «Lo fai solamente
per farci un dispetto? Oppure c’è un motivo?»
A quel punto la bambina ebbe un’idea geniale: allargando
le braccia si sfilò lo zaino dalle spalle e atterrò
ai piedi del negoziante, che mai e poi mai si sarebbe
aspettato una cosa simile. Poi, tra lo sgomento generale,
corse via passando tra le gambe di tutti quei commercianti
arrabbiati, che se la videro sfuggire proprio da
sotto il naso.
Qualcuno provò a inseguirla ma, per quanto le sue
gambe fossero più corte di quelle dei negozianti del
quartiere, nessuno andò oltre il primo scatto. La bambina
era fuggita via come un fulmine.
Chi invece non poteva proprio permettersi di lasciarsela
scappare era il portiere di parco Mirandola,
che aveva osservato tutta quella scena dal tombino.
Mentre il ciondolo dormiva ancora, il portiere prese il
coraggio di uscire dal tombino e di correre tra le
gambe dei commercianti inseguendo la piccola peste in
salopette.
La bambina correva velocissima e si trovava sempre
molti metri avanti rispetto al portiere che, con le sue
piccole gambe blu, faticava a reggere il suo passo.
Si infilarono in vicoli e stradine strettissime,
attraversarono i viali passando più volte con il semaforo rosso tra
il grande traffico di macchine della città in movimento.
Ogni volta che il portiere pensava di aver perso di vista la
bambina, si sforzava di riportare alla mente quel tombino
e la vita che avrebbe passato se fosse rimasto chiuso lì
dentro insieme al ciondolo. Così correva più forte,
spingendo con tutte le sue forze sulle piccole gambine blu,
fino a recuperare terreno.
Improvvisamente la bambina iniziò ad arrampicarsi su
una scala antincendio che saliva fino alla cima di
una grande palazzina in mattoni rossi, costeggiandone la fiancata. Il
portiere faticò non poco per salire una dopo l’altra quelle
altissime scale in ferro. Ogni gradino era come una
montagna per lui; la scalinata era una serie crescente di montagne
ferrose. Così, vedendo la bambina allontanarsi sempre di
più, decise di tirare fuori la voce e gridarle di fermarsi, per
non correre il rischio di perderla di vista per sempre.
«Aspetta!» gridò il portiere.
La bambina, che pensava di essersi ormai dileguata, si
voltò di scatto temendo di essere stata scoperta
e, senza sembrare troppo stupita, vide l’omino qualche
gradino sotto di lei.
«E tu chi sei?» chiese, scendendo qualche passo
verso di lui.
«Chi sono io?» chiese l’omino ansimando per via
del fiatone accumulato in quell’inseguimento infinito.
«Chi sei tu, casomai! Tutte le sere, nel mio biliardino,
mi ritrovavo capovolto con la testa verso il cielo perché
tu passavi a girare la mia sbarra!»
La bambina non credeva ai suoi occhi. Si grattò la
testa, pulì per bene le lenti degli occhiali, verificò di
aver davvero visto e sentito bene.
«Come dici?» chiese.
«Hai capito benissimo!» rispose lui indispettito.
«Non posso credere che abbia funzionato veramente!»
disse ancora la bambina.
«Cosa? Che cosa ha funzionato?» rispose l’omino.
«Il mio nome è Marian» disse lei, senza rispondere
alle domande del portiere di parco Mirandola. «Tu invece come ti chiami?»
«Io?» chiese il portiere. «Io non ho un nome. Non
me ne hai mai dato uno!»
«E perché mai darti un nome sarebbe stato compito
mio?»
«Be’,» rispose il portiere «se non fosse stato per te,
io non avrei mai neppure fatto caso a quella palla gialla
e rotonda lassù nel cielo. Non avrei pensato neppure una
volta che mi sarebbe piaciuto volare fin lì. È sicuramente
merito del temporale se sono riuscito a liberarmi dalla
sbarra e a uscire dal biliardino dove avevo vissuto fino a
quel momento, ma credo che se tu non mi avessi voltato
tutte le sere con lo sguardo verso la Luna, in questo momento
non mi troverei qui. Sarei ancora a parco Mirandola.
Proprio come tutti i miei compagni di squadra.»
«E quindi?» chiese Marian.
«E quindi sei stata tu a cacciarmi in questo pasticcio.
Almeno, a questo punto, dammi un nome. Io non so
neppure dove mi trovo!»
Marian si sfilò nuovamente gli occhiali e li sfregò
bene sulla salopette per poter guardare meglio il piccolo
portiere colorato di blu.
«D’accordo, Yuri» disse infine. «Vieni con me. Seguimi.»
«Cosa?» rispose il portiere. «Yuri? Il mio nome è
Yuri?»
Ma Marian non si fermò a rispondere a nessuna domanda.
Riprese a salire la rampa delle scale antincendio
con la stessa velocità con cui correva prima che
il portiere la implorasse di fermarsi.
«Aspetta, Marian!» gridava lui.
«Corri, Yuri!» rispondeva Marian. «Hai così tante
cose da vedere! È tutta la vita che ti aspetto!»
Ogni gradino era per Yuri un ostacolo altissimo e
solo per puro caso riuscì a vedere la bambina in
salopette infilarsi in una delle finestre accessibili direttamente
dalla scala. Dopo aver risalito i gradini con immensa
fatica, Yuri saltò sul cornicione della finestra in cui era
entrata Marian e da lì potè finalmente vedere l’interno
della sua stanza.
Se si potesse racchiudere in un’unica immagine
il concetto di disordine, certamente questo avrebbe le
sembianze della cameretta di Marian. Ogni muro aveva
appesi centinaia di fogli e fogliettini, su ogni foglio (o
fogliettino) vi erano scritte disordinate, disegni
pasticciati e ogni genere di scarabocchio. Persino il soffitto
della camera era pieno di disegni fatti a matita, a penna
e con pennarelli di ogni colore. Il perché di tutto questo,
per Yuri, un piccolo portiere che non aveva mai visto
altro che il suo biliardino, era troppo difficile da capire.
Nel vedere Marian aprire e chiudere compulsivamente
un cassetto dopo l’altro di un altissimo armadio
di legno, Yuri chiese cosa stesse cercando con tanta foga
ma, non appena il portiere emise un suono, da un
cumulo di fogliacci accatastati sul letto spuntò la testa pelosa
di un magrissimo gatto nero dall’espressione allucinata,
probabilmente sconvolto dalla visione di un oggetto di
plastica in grado di muoversi e addirittura parlare.
«Fai il bravo, Pierre!» disse Marian, rivolgendosi al
magrissimo gatto che lentamente emergeva dalle cartacce.
Yuri guardava con curiosità Marian e il modo in cui
frugava tra i cassetti e le cartacce, mentre osservava con
orrore il lento avanzare di Pierre, il gatto nero con gli
occhi gialli e sgranati.
«Cosa cerchi?» chiese Yuri tremante mentre Pierre
iniziava ad annusarlo incuriosito.
«Trovato!» esclamò Marian estraendo da un cassetto un grande libro polveroso.
«Che cosa?» domandò Yuri tremante mentre Pierre
provava a mordicchiargli la testa per cercare di capire
meglio la sua consistenza.
«Questo!» disse Marian sbattendo il grosso libro sulla
scrivania e provocando un rimbombo tale da far schizzare
il gatto nero sotto al letto, nuovamente in mezzo alle
cartacce. «Si tratta di un vecchio libro che ho da sempre
in casa mia. Non so chi l’ha comprato e neppure chi l’ha
scritto. Non c’è il nome dell’autore. C’è solamente quello
della casa editrice: Edizioni Valle Ombrosa.»
Poi, dopo aver sfogliato il manuale ingiallito per cercare
la pagina giusta, invitò Yuri a scendere dal cornicione
fino alla scrivania e a leggere quello che vi era scritto.
Yuri saltò letteralmente con i piccoli piedi blu sopra alle
pagine del libro, che profumava di carta invecchiata, e
diede un’occhiata a quello che aveva sotto di lui.
«Non so leggere» disse infine.
«Allora ti racconto cosa c’è scritto» rispose Marian.
«In un certo senso, questo libro parla di te.»

12 giugno 2018

The WoMoms

Sul blog delle mamme The WoMoms la recensione del libro di Francesco Verro, Chiaro di luna. Chiaro di luna: il nuovo romanzo di Francesco Verro
08 maggio 2018

Presentazione “Chiaro di luna”

La segnalazione su La Repubblica della presentazione di Chiaro di luna di Francesco Verro presso la libreria Il Convegno.

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Chiaro di Luna”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Francesco Verro
Francesco Verro nasce a Sarzana nel 1988 ed è sia copywriter pubblicitario sia scrittore di romanzi. Nel 2015 esordisce con Il manoscritto segreto di Baxter Chovsky, mentre nel 2017 pubblica Sal Sagrada. Che ci fa un pirata nella vasca da bagno?, che segna il suo esordio nella narrativa per ragazzi. Con Chiaro di Luna, suo terzo libro, ha vinto il concorso letterario organizzato da bookabook durante “La lunga notte dei lettori”.
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie