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Chinese Chopper

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Anselmo Della Ginostra si addormenta a Rimini e si risveglia completamente paralizzato e privo di memoria a migliaia di chilometri di distanza, nel bel mezzo del deserto messicano, ospite suo malgrado di una bizzarra comunità in guerra da sempre contro il resto del mondo… all’insaputa del resto del mondo. Superato il panico iniziale riuscirà, con sua grande sorpresa, ad adattarsi perfettamente all’assoluta mancanza di regole e di logica esistenziale dei suoi nuovi concittadini. Le sfide non sono poche: realizzare il sogno di diventare stilista, imparare a prendersi cura di una bambina assolutamente inaffidabile incontrata per caso, prendere parte allo scontro finale con gli Stati Uniti… Una storia sospesa tra il surreale e il “non del tutto improbabile”, piena di umorismo e di personaggi indimenticabili.

1. Si era addormentato a Rimini

Si era addormentato a Rimini e si era svegliato chissà dove, steso su delle lenzuola luride, a mollo in una pozza di sudore e con in bocca un fastidiosissimo sapore di cherosene. Nella testa palline di polistirolo. Nelle vene acqua. Una desolante sensazione di disagio ambientale nel profondo dell’animo.

Dalla finestra spalancata non entrava un filo d’aria. Un caldo infernale. Un’umidità da farsi venire le branchie.

Nessun rumore di passi, nessun motore, nemmeno uno starnuto, come se il mondo fosse improvvisamente morto di solitudine dimenticandosi di lui.

Persino le mosche gli giravano attorno senza ronzare.

Non erano i postumi di una serata balorda passata al Velvet. C’erano troppe cose che non tornavano in quell’assurdo risveglio, a partire dal fatto che non era in grado di muovere nemmeno un sopracciglio.

Le uniche cose funzionanti in lui al momento sembravano essere gli occhi e il cervello, e c’era da ringraziare il cielo che fossero ancora collegati tra loro.

Gli alluci all’orizzonte erano la prova che fosse ancora in possesso di un paio di piedi ma le rotule, viste da quell’angolazione, non sembravano proprio le sue.

Lui non aveva mai avuto le rotule così sporgenti.

S’era riempito i polmoni d’angoscia e aveva cercato di far mente locale, ma il locale non sembrava per nulla propenso ad accettare il dialogo.

A occhio e croce non era una sala rianimazione e nemmeno un obitorio. Tantomeno un luogo di detenzione con la finestra spalancata.

Al centro della parete di destra un’edicola votiva intasata di ceri, santini, ex voto e fiori marci. Non si vedeva nemmeno il santo. Probabilmente era un gentile omaggio della direzione per agevolare il trapasso all’ospite di turno.

La parete di sinistra era quasi interamente occupata da un quadro gigantesco raffigurante un giovane fauno impegnato a sgozzare un vitello sotto un cielo da apocalisse e in quella di fronte, incorniciato dalle tende optical che pendevano come due impiccati a lato della finestra, un gigantesco ramarro d’ottone lo fissava minaccioso da sopra un imponente comò di rovere in stile sudamericano.

La parete alle spalle del letto non poteva vederla perché era paralizzato, ma era completamente rivestita con vecchie copie della Pravda e ritagli di riviste porno.

Aveva provato a urlare, ma non era riuscito a emettere nemmeno un rantolo, vedendosi costretto a prendere in considerazione l’eventualità di essere diventato muto, sordo o, nella peggiore delle ipotesi, ambedue le cose contemporaneamente.

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Una fitta lancinante l’aveva trafitto a livello inguinale.

Si era mangiato una mosca, l’aveva sputata ancora viva e si era chiesto come si chiamasse.

Non aveva saputo rispondersi e una seconda fitta l’aveva trafitto come uno spiedino.

L’angoscia saliva come una teleferica.

Si sentiva tetraplegico mentalmente, oltre che fisicamente, prigioniero per sempre delle mille barriere architettoniche di cui è disseminato il tortuoso percorso del pensiero razionale, e non era per nulla una bella sensazione.

Aveva chiuso gli occhi sperando di risvegliarsi a Rimini, ma quando li aveva riaperti era ancora lì e gli era venuto da piangere, ma non aveva potuto togliersi la soddisfazione perché quel fauno era disegnato talmente male che gli aveva paralizzato persino i dotti lacrimali.

Quell’incubo somigliava maledettamente a uno scherzo di pessimo gusto riuscito benissimo, a un’allucinazione sospesa tra il diavolo e l’acqua santa, tra gli alluci e le rotule, tra il trascendentale e l’infortunio sul lavoro.

Calma, si era detto prendendosi in giro da solo, bisognava andare dritti al nocciolo della questione scansando tutti i rischi d’inciampo come quella volta che era stato costretto a cambiare residenza per ordine del giudice.

Si era chiesto quale fosse il nocciolo della questione ma quella storia sembrava snocciolata come un’oliva, disossata come un petto di pollo, spappolata come una manciata di macinato fresco, e una profonda sensazione d’abbandono si era unita al disagio ambientale costringendolo a trattenere il respiro per non annegare nella sua stessa disperazione.

Forse era meglio procedere per gradi, magari partendo dal nome di battesimo che doveva essere per forza di cose conservato nel portafogli nella tasca dei pantaloni.

Sempre ammesso che fosse in possesso di un paio di pantaloni e non fosse arrivato lì in mutande.

Purtroppo la verifica andava rimandata a data da destinarsi in quanto i pantaloni risultavano al momento assolutamente irraggiungibili come tutto il resto, sempre ammesso che esistesse ancora un resto e non fosse rimasto solo il nocciolo putrefatto della questione.

Cosa restava da fare a uno paralizzato in mutande e canottiera su un letto puzzolente, circondato dalle mosche e avvolto dall’angoscia, se non seguire con lo sguardo le comitive di scarafaggi che si rincorrevano sul soffitto tra muffe verdine e bolle d’umidità?

Naturalmente nulla, se non attendere l’evolversi della situazione sperando che il processo d’evoluzione non fosse già giunto a termine condannandolo a una fine atroce fatta di stenti e consunzione.

Era una questione di pazienza, di forza di volontà, e lui non era mai stato in possesso né dell’una né dell’altra.

Lui non era più in possesso di nulla da quando il padre l’aveva estromesso dall’azienda per ordine del giudice.

Da qualche parte era partito a tutto volume un pezzo di Dick Dale e una corrente d’aria gelida gli aveva attraversato la testa da un orecchio all’altro, facendogli aggrottare la fronte come se gli fosse andato qualcosa di freddo su un dente scoperto; un fastidio con cui avrebbe dovuto convivere fino alla fine dei suoi giorni, ma del quale era ancora all’oscuro.

Di parecchie cose era ancora all’oscuro, e per fortuna molte di loro non avrebbero mai nemmeno visto la luce.

Comunque quella canzone era l’unico segnale positivo in un groviglio di brutti presagi, aveva pensato raschiando il fondo del barile del proprio ottimismo, perché significava che non era sordo, ma soprattutto che il mondo non era morto del tutto.

Se non altro Dick era sopravvissuto. Forse non la migliore delle compagnie, ma sempre meglio di niente.

Il pezzo era svanito di colpo, il vento aveva smesso di frullargli le palline di polistirolo e nella testa tutto era tornato esattamente come prima, più muto e putrefatto di prima.

Chissà come sarebbe stato morire divorati a piccoli morsi dagli scarafaggi nel breve tempo di una settimana, si era chiesto contandoli sul soffitto come le pecore.

Si era messo a giocare a solitario mentalmente e al calar della sera, dopo aver perso trentadue partite di fila, un impercettibile tremore dell’alluce destro aveva attirato la sua attenzione.

Si era concentrato come se dovesse spostare il mondo con il pensiero e nel tempo di un quarto d’ora era riuscito a rotearlo quasi perfettamente.

Aveva rivolto tutta l’attenzione sull’alluce sinistro e in un tempo altrettanto ragionevole l’aveva rianimato come uno di quei maghi che piegano i cucchiai con il pensiero.

Le cose si stavano mettendo meglio.

I pezzi stavano tornando tutti al loro posto come in un’esplosione rivista al contrario, si era detto continuando a prendersi in giro.

Aveva ruotato il collo facendone saltare i sigilli con un rumore di ossa rotte, stirato le labbra per verificare la mobilità facciale e si era salutato da solo per controllare la funzionalità delle mani.

Restava il problema delle rotule, ma a quel punto lo si poteva tranquillamente spostare a fine classifica.

Aveva posato i gomiti sul materasso e si era tirato su, ma l’incauto cambio d’altitudine l’aveva fatto collassare sulle lenzuola marce come un sacco vuoto.

Faceva quasi freddo, a mollo in quella pozza di umido nauseabondo. Bisognava assolutamente reagire prima di finire macerati come un trancio di tonno nell’aceto balsamico.

Dopo tre tentativi falliti era riuscito a mettersi dritto e a posare i piedi a terra, su del liquido giallo infestato di scarafaggi, ma non ci aveva fatto caso perché le palline di polistirolo avevano iniziato a frullargli di nuovo nella testa come quelle nella macchinetta ad aria compressa per l’estrazione della lotteria di Capodanno.

Tutto si era messo a girare in senso antiorario, il più straniante perché complice della naturale rotazione dell’emisfero boreale, e si era lasciato cadere sulle lenzuola, questa volta con tutta l’intenzione di lasciarcisi morire, fino a quando uno scarafaggio, precipitatogli in bocca dal soffitto, gli aveva fatto cambiare idea.

Si era rimesso in piedi con cautela, aveva stretto i denti finché il principio dei vasi comunicanti era riuscito a ripristinare un minimo di pressione all’interno della sua malconcia circolazione sanguigna e si era diretto barcollante verso una delle due uniche porte presenti nella stanza, quella verdina con scritto “WC” a pennarello, lasciandosi dietro una strage di blatte spiaccicate.

Il bagno era sicuramente muto e cieco dalla nascita, con lo stesso odore di una pescheria.

Aveva acceso la luce e milioni di scarafaggi erano corsi a rifugiarsi tra le fughe delle piastrelle, grossi millepiedi erano fuggiti dallo scarico del lavandino ed enormi mosconi pelosi si erano messi a sbattere la capoccia contro la lampadina da cinque candele che penzolava sopra il lavabo appesa a due fili scoperti. Le piastrelle a scacchi bianche e nere, optical come le tende e più lerce di loro, i sanitari color panna andata a male e un grumo informe nell’angolo tra la parete e il soffitto. Un tumore dell’intonaco, una metastasi dell’edificio, un nido di organismi manipolati pronto a caderti in testa nel caso ti fosse venuta la malsana idea di sederti sulla tazza, cosa che non avrebbe fatto nemmeno se gli avessero puntato una pistola alla tempia.

Per fortuna non c’era lo specchio, perché se avesse potuto vedersi sarebbe corso subito a chiedere aiuto. Era grigio come un topo, con la barba di tre giorni e due occhiaie da rifugiato politico.

La tazza era talmente orrida da farti venir voglia di imparare a cagare in piedi.

Si era posizionato a un metro di distanza e aveva fatto quello che doveva fare a occhi chiusi, era tornato di là facendo un’altra carneficina di blatte e si era affacciato alla finestra stando attento a non posare le mani sul davanzale coperto di guano.

Di fronte ai suoi occhi si stendeva un enorme spiazzo di terra battuta, circondato da un disordine di casette di legno visibilmente instabili. Sullo sfondo una chiesa tutta nera con il campanile mozzato a metà. Al centro dello spiazzo una di quelle giostrine tristi da Luna Park ex sovietico, con attorno una mezza dozzina di fiaccole piantate nel terreno a illuminare una scena che non lo meritava nemmeno.

Stormi di uccelli scuri in un cielo ormai prossimo al nero e nessun segnale di vita, nemmeno le impronte di un gatto.

Quel posto era meglio visto da dentro, aveva pensato girandosi di centottanta gradi per lasciarselo alle spalle.

Aveva sorvolato sul fauno e si era avvicinato alla parete con la carta da parati perché aveva sempre subìto il fascino dell’alfabeto cirillico.

Sembrava ideato apposta per essere impronunciabile, con tutte quelle consonanti scritte a rovescio che cozzavano tra di loro.

Questa è tua mamma aveva scritto qualcuno sull’immagine patinata di una bionda impegnata a tener testa a tre uomini di colore.

«E questo sei tu» aveva aggiunto qualcun altro sul primo piano di uno sfintere.

Aveva distolto lo sguardo dallo sfintere e, su una sedia in un angolo, aveva notato degli indumenti appallottolati che dovevano per forza di cose essere i suoi.

Si era avvicinato e aveva frugato nelle tasche senza trovarci nemmeno un fazzoletto da naso sporco.

Mi hanno anche rapinato, aveva pensato mordendosi le nocche di fronte alla finestra.

Gli era venuto da chiedersi da quanto tempo fosse lì, e a questo punto forse è anche inutile sottolineare che non era stato in grado di rispondersi.

A giudicare dalle colture di penicillina che gli stavano crescendo sotto le ascelle si parlava sicuramente di mesi.

Non sarebbe mai riuscito a recuperare la concentrazione sufficiente per ricordarsi come si chiamasse, prigioniero di quei miasmi, e aveva affrontato il bagno per la seconda volta.

Si era sciacquato evitando di spalmarsi i millepiedi sotto le ascelle, si era lavato i denti con il dito e si era dato anche una spruzzata generale con l’antiparassitario che c’era sulla mensolina, per precauzione.

Era tornato di là scacciando le mosche a manate e si era messo addosso la camicia arancione. Aveva un colore impossibile, ma gli stava a pennello. Doveva essere proprio la sua. Anche i pantaloni scozzesi gli cadevano perfetti, non fosse stato per il cavallo decisamente asimmetrico. Pure gli stivaletti color panna erano del suo numero. I calzini con i rombi gli sembrava addirittura di ricordarli, mentre quel foularino da frocio no, ma se l’era annodato al collo comunque per non lasciare prove in giro.

Perché si vestiva in quel modo? Che lavoro faceva? Distribuiva volantini alla fiera degli usi e costumi? Suonava l’armonica in un gruppo da crociera? Aveva passato la notte con Dick Dale e quella era la sua roba?

Aveva aperto l’altra porta, quella color vomito, e si era trovato al cospetto di un ballatoio dall’aspetto decisamente precario. Il parapetto sembrava messo lì apposta per farti cadere al piano di sotto e delle applique ricavate dal cranio di qualche roditore sembravano volergli dare una mano facendo pochissima luce. A terra una moquette fradicia come una risaia. Gli stivaletti di Celentano facevano acqua e i calzini a rombi gli si erano inzuppati di qualcosa d’ignoto. L’antiparassitario gli stava provocando un fastidioso prurito generalizzato e aveva deciso di rientrare.

Si era accorto d’essersi chiuso fuori e a quel punto aveva cominciato a smadonnare, battendo i pugni sulla porta come in certi casi è lecito fare, fino a quando era uscita dal fondo del ballatoio una vecchia alta un metro e mezzo con il grembiule mimetico, gli anfibi amaranto e i capelli rosa salmone, armata di fucile.

L’aveva raggiunto con le falcate di chi insiste nel non voler usare il deambulatore e aveva intimato: «Fuori i soldi!» puntandoglielo alla gola.

«Non ne ho» aveva detto appiattendosi sulla porta con le mani alzate.

«Non farmelo ripetere» aveva insistito la vecchia.

«Non ho niente, signora, nemmeno un nome da venderle, deve credermi.»

«Non mi fai ridere.»

«Guardi» aveva detto rivoltando le tasche di quei pantaloni assurdi per dimostrarle che non stava mentendo.

«Sono cieca, coglione.»

Aveva chiuso gli occhi in attesa del colpo che gli avrebbe staccato la testa dal collo, invece la nonna punk l’aveva liquidato con un: «Fottiti, straniero di merda» e se n’era tornata da dov’era venuta con il fucile a tracolla.

Aveva staccato la schiena dalla porta con uno strattone, essendoci rimasto incollato, e si era passato una mano sulla fronte.

Se gli altri erano come la nonna di Dick Dale c’era da augurarsi di non incontrare più anima viva.

Aveva percorso il ballatoio stando attento a non appoggiarsi al parapetto, superato l’uscio della vecchia con passo felpato e sceso due rampe di scale scricchiolanti rasentando il muro. Si era lasciato sulla destra il bancone incustodito della reception ed era uscito nello spiazzo di terra battuta.

L’oscurità aveva abbassato leggermente la temperatura, ma l’umidità era ancora a livelli insopportabili. La notte aveva svegliato anche le zanzare e non c’era modo di togliersele di torno. Un unico rintocco di campana e la giostrina aveva iniziato a girare come mossa da spirito proprio.

Sembrava di essere a Chernobyl in un giorno di festa.

Aveva preso la destra rendendosi conto di camminare come un impedito.

Non erano i postumi della paralisi, era che quei pantaloni avevano un cavallo davvero imbizzarrito e non era per niente agevole starci in groppa senza le mutande.

Cominciava a pensare che non fossero nemmeno i suoi, e bisogna dire che la cosa gli procurava un certo conforto.

Una luce molto intensa, alla fine di un vicolo che sembrava ideato apposta per non uscirne vivi, aveva attratto la sua attenzione e ci si era infilato senza pensarci nemmeno un istante.

Proveniva da un piano terra. Avrebbe potuto essere un posto di polizia, una casa famiglia, un’ambasciata a ore, pensava guardandosi più alle spalle che davanti, la fronte imperlata di sudore e l’intestino stritolato da un fetente puzzo di fritto rancido che risaliva dai tombini.

Aveva raggiunto l’origine di tutto quel bagliore e sopra la vetrina, vergato con un neon color fucsia, aveva letto: “Paula’s Lavatora”.

L’ambiente era piuttosto grande, illuminato a giorno da un’esagerata batteria di luci al neon. Al centro una lavatrice nuova di zecca e sulla parete di fondo un distributore automatico di snack. Non una sedia, un bancone, un portariviste, un lettino abbronzante. Sembrava una sala operatoria sgomberata di fretta. Aveva provato a entrare per chiedere informazioni, ma la porta era chiusa e dal momento che più avanti c’era solo un muro di cemento con il filo spinato era tornato sui suoi passi.

Magari era scoppiata un’epidemia ed erano morti tutti, pensava facendo lo slalom tra i tombini per tenere a bada le budella. Quelle pustole che gli stavano venendo nelle mani erano sicuramente i primi sintomi del contagio.

Era tornato in piazza e naturalmente non c’era un’anima, né viva né morta. Un venticello stanco sollevava un velo di polvere. Era salito sul destriero bianco della giostrina, aveva posato la fronte sulla criniera di vetroresina e si era messo a piangere.

Quanto crudele doveva essere uno capace di abbandonarti senza nemmeno un nome di battesimo in un posto come quello, aveva pensato battendo ripetutamente la fronte sulla criniera appuntita dal vento. Che cuore poteva avere il padre di quel milione di sigarette che non ricordava più di aver fumato, l’artefice di tutti i fallimenti dei quali non era rimasta traccia, il vero responsabile di quella brutta faccenda successa con il giudice, l’unica che sembrava rimasta indelebilmente stampata nella sua mente trafitta da mille catastrofi?

Meglio non chiederselo.

Una folata di vento l’aveva coperto di sabbia e la giostrina si era messa a girare.

Mancavano solo i titoli di coda per il film più triste del mondo.

Aveva udito un rumore di passi in lontananza, era saltato giù da cavallo ed era corso a nascondersi nel posto più buio che, così su due piedi, era riuscito a individuare: l’ingresso di un’abitazione dotata di portico a venti metri dalla giostrina.

Aveva trattenuto il respiro mentre i passi si facevano sempre più distinti, ma non era servito a molto: dopo poco si era trovato di fronte un individuo completamente calvo con delle basette imponenti, i sandali da frate francescano ai piedi e la maglietta dei Cramps che aveva chiesto: «Puoi spostarti, per favore?»

«Perché?»

«Perché abito qui.»

Il tizio l’aveva osservato meglio e aveva chiesto: «Cazzo Gino, che minchia ci fai qui?»

Gino non aveva risposto.

«Sono Condor, non ti ricordi di me?»

No, non si ricordava di nessun Condor, ma soprattutto non sapeva chi fosse questo Gino. In quel momento avrebbe solo voluto chiamare la polizia.

«Vieni dentro» aveva detto il tipo spingendolo con una manata, e si era diretto verso il mobiletto degli alcolici dopo averlo fatto accomodare su una poltroncina piena di briciole.

Era tornato con una bottiglia di sambuca e un paio di bicchieri, si era lasciato cadere sulla poltrona di fronte e aveva tirato fuori un pacchetto di sigarette completamente accartocciato per accendersene una senza nemmeno chiedergli se fumasse.

Tanto non avrebbe saputo rispondere.

«Dove siamo?» aveva chiesto Gino con lo sguardo perso nel vuoto.

«A Chinese Chopper» gli aveva risposto Condor, con la stessa naturalezza che avrebbe usato per rispondergli Pordenone.

Cos’era? Un nuovo parco divertimenti sulla riviera romagnola? Un centro commerciale a tema? La ragione sociale di una comunità hippie con gli occhi a mandorla?

«È inutile che ti sforzi» aveva detto l’amico vedendolo pensoso «non c’è in nessuna carta geografica, in nessun mappamondo e in nessuna guida turistica. Pensa che non la trovi nemmeno con Google Maps.»

«Mi stai prendendo per il culo?»

«Non mi permetterei mai. Non con uno nelle tue condizioni.»

In effetti faceva davvero pietà con quel colorito grigio che risaltava così bene sulla camicia arancione, i pantaloni scozzesi e gli stivaletti beige. Sembrava un piazzista di polizze vita che avrebbe fatto meglio a stilare la sua.

«Lo so, è un brutto momento» aveva detto Condor posandogli una mano sulla spalla «sei ancora sotto l’effetto della salamandra, ma un po’ alla volta ti sarà tutto più chiaro.»

«La cosa?»

«La salamandra. Qui la chiamiamo così perché è molto longeva, proprio come le salamandre. Per alcuni si è rivelata addirittura immortale. In realtà si tratta solo dei postumi di una sbronza colossale di cherosene saturo che ti sei preso.»

«Sbronza di che?!»

«Di cherosene saturo di alcaloidi, prodotto di scarto della raffinazione della cocaina reso non mortale ma dagli effetti imprevedibili. Soprattutto nella fase di recupero. Bisogna avere pazienza, Gino, molta pazienza.»

«E secondo te come me la sarei presa questa sbronza di cherosene? Per sbaglio?» aveva chiesto per cercare di arginare quel mare di stronzate.

«Te l’hanno fatta prendere. Con l’imbuto.»

«Chi?»

«I messicani. O i napoletani. Non lo saprai mai.»

«Non ci sono cartelli del narcotraffico a Rimini, che io sappia.»

«I cartelli no, ma c’è la cocaina» gli aveva fatto presente Condor.

«E io cosa centro?»

«Assolutamente niente. Ti hanno usato per una transazione importante e sei diventato un vacìo para perder.»

«Un cosa?!»

«Vacìo para perder: vuoto a perdere.»

Se non si fosse svegliato paralizzato in un posto assurdo non avrebbe creduto a una sola di quelle parole, invece cominciava ad avere la brutta sensazione che fosse tutto maledettamente vero.

«Transazione importante?» aveva chiesto.

«Quando c’è un carico consistente da spedire viene sempre preso un ostaggio come garanzia» gli aveva risposto Condor versandosi un altro bicchiere.

«Così a caso?»

«Certo. Può capitare a uno che si sta tagliando i capelli dal barbiere come a un europarlamentare che esce dal Parlamento di Strasburgo. In questo sono molto democratici.»

«E mi spieghi cosa se ne fanno di un ostaggio del quale non frega una mazza a nessuno?»

«Questo non lo si è ancora capito, infatti siamo ancora tutti qui.»

Gino si era ingollato la sambuca tutta d’un sorso sperando di liberarsi per sempre di campanili mozzati, rapimenti e basette incolte, ma era a digiuno da un tempo incalcolabile e aveva ottenuto l’effetto contrario. Gli era tornato su tutto il puzzo di fritto e aveva ripreso a sudare copiosamente, il campo visivo gli si era riempito di fatine verdi di Baudelaire ed era precipitato dall’altra parte come uno scalatore ubriaco dopo aver raggiunto la vetta di una montagna di assurdità.

E senza nemmeno essere riuscito a piantare la bandiera.

«Non sai per caso come mi chiamo di cognome?» aveva chiesto, come se fosse stata una domanda normale.

«No. Per me sei sempre stato Gino.»

Purtroppo nel suo quartiere, come in molti altri del resto, vigeva da sempre la pestilenziale usanza di dare un soprannome alla gente mozzandogli il cognome a metà, a tre quarti o poco sotto i capelli e di conseguenza lui, che era in possesso di un’identità piuttosto altisonante come Anselmo Della Ginostra, era da quando aveva otto anni che veniva chiamato banalmente Gino.

Condor invece era Fabio Condorelli, figlio del titolare della Condorelli S.r.l., concessionaria esclusiva per l’Emilia Romagna della Lada, dato per disperso da parecchi anni.

L’amico aveva chiesto se volesse un altro goccio, Gino aveva declinato l’offerta e Condor l’aveva accompagnato alla porta con la scusa che il giorno dopo aveva da fare.

«Mi sono chiuso fuori.»

«Da dove?»

«Da una camera infestata di parassiti, ramarri e foto porno. Pensa che come dirimpettaia ho una vecchia armata di fucile.»

«Ho capito, ti hanno messo dalla Desideria. Non è pericolosa, basta che non tiri mai lo sciacquone dopo la mezzanotte» l’aveva messo in guardia Condor.

Aveva preso dalla mensolina un passe-partout da due etti lavorato a mano e gli aveva detto: «Questo apre anche le porte del Paradiso, basta che me lo fai riavere.»

«E come ce l’hai?» aveva chiesto Gino preoccupato dal fatto di doversela vedere di nuovo con la vecchia.

«Facevo il topo d’albergo.»

«E perché hai smesso?»

«Perché mi sono ritrovato con una montagna di indumenti rubati e ho deciso di aprire una lavanderia.»

«Ah, ci sono passato davanti prima. Chi è Paula?»

«Lei» aveva risposto, indicando una gatta mimetizzata in un angolo intasato di cuscini luridi.

«Vabbè. Grazie per le chiavi. Te le faccio avere.»

«Sai dove trovarmi» aveva detto prima di sbattergli la porta in faccia.

La giostrina era ferma. Le fiaccole si stavano spegnendo. Persino le zanzare si erano arrese. Sarebbe bastato un colpo di vento per dissolverlo nell’aria come le ceneri di un defunto, ma se n’era andato anche quello.

Era passato davanti al bancone incustodito, aveva risalito la scala e si era messo ad armeggiare con il passe-partout nella toppa della porta facendo un casino della madonna.

«Chi sei?!» aveva strillato la Desideria puntandogli contro di fucile.

«Sono io, signora, quello che ha tentato di rapinare prima!»

«Fanculo, straniero di merda!»

Era riuscito ad aprire e si era trovato a tu per tu con la tragedia. Si era lasciato cadere sul letto vestito, con gli stivaletti e il foularino al collo, pronto per la camera ardente, e aveva chiuso gli occhi.

Chinese Chopper, i cartelli messicani, la camorra, i vuoti a perdere…

Quanto crudele doveva essere uno capace di infierire in quel modo su chi non gli aveva mai chiesto niente, nemmeno un bel voto a scuola? Quanto spietato doveva essere uno che ti metteva in mano una matassa di quel genere senza nemmeno dirti dov’era il bandolo? Quali licenze avrebbe potuto ancora prendersi chi non aveva nemmeno il dovere di fornire spiegazioni?

Meglio non chiederselo.

In quel momento avrebbe tanto voluto una carezza, una parola di conforto, qualcuno in grado di togliergli quel freddo da dentro, ma in giro c’erano solo scarafaggi.

Era meglio dormire, sperando di non svegliarsi mai più, aveva pensato mentre le lacrime gli rigavano il viso.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Una bella storia, che scivola via. Un intruglio di situazioni surreali, mai banali. Complimenti.

  2. (proprietario verificato)

    ti appassiona poco a poco fino ad obbligarti a finirlo in una sera, speriamo in un seguito

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Antonio Castelli
Antonio Castelli, classe 1961, è nato a Padova, dove vive e lavora
come architetto. Chinese Chopper è il suo terzo romanzo.
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