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Chorus - Il Canto delle Stelle

Chorus - Il Canto delle Stelle
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Consegna prevista Aprile 2022
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Non ricorda chi è, dove si trova e soprattutto non sa perché uno sconosciuto con una spada in pugno le sta dicendo che è morta. Ma Daila non ha tempo per chiedersi chi sia questo Loikan: lei è legata ad Ariom, la suprema Signora degli Astri, divinità eterne ed eccelse che tutto possono sulle vite dei mortali. Possono decidere, tra l’altro, ciò che è giusto o sbagliato. Così come ha deciso Timàxos, il Dio del Potere, che fosse giusto, anzi, destino, quando ha assaggiato la verginità di Daila promettendole un giorno di prendersi il resto.
Daila vuole evitare una simile sorte e Loikan sembra che sappia come fare. Ma questa storia è divisa in due parti, in bilico tra la guerriera e un’anonima autrice, prigioniera di una malattia che l’ha portata a cercare dentro la scrittura il senso della sua esistenza. Finché l’autrice viene ferita a morte e al suo risveglio, non ricorda chi è, dove si trova e soprattutto non sa perché uno sconosciuto con una spada in pugno le sta dicendo che è morta.

Perché ho scritto questo libro?

Perché mi annoiavo, perché i sogni possono avvelenarti e questa è una cura, perché avevo paura, perché mi piaceva, per amore, per vendetta.
Queste sono le motivazioni per cui ho scritto il mio libro, sicuramente non sono tutte e certamente non sono buone. Ma tra le righe di questa storia ti assicuro che non troverai qualcosa di finto, bugiardo e illusorio. Perché ciò che più mi premeva scrivere, sono tutte le risposte alle domande che si annidano nel buio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Morte

Il silenzio non si può toccare, non ha una forma né un colore, ma io ne ho sentito persino il tanfo dopo che l’uomo dagli occhi di sole mi disse che ero morta.

«Tu sei morta», ripeté lo sconosciuto. La fronte corrucciata, le labbra tese. «Tu sei morta, Daila, e prima lo accetti, prima potremo andare avanti».

“Avanti, dove? Che vuol dire morta?” avrei voluto ribattere, ma mi guardai le mani: «morta?» ripetei. “Non voglio morire” Le dita tremavano, forse per il freddo, ma di certo erano vive, calde.

La neve iniziò a cadere fioca, piccole stelle che scivolavano via dal manto del buio. Ero in una landa selvaggia, era notte, gli alberi ci circondavano, a prima vista parevano abeti, addentavano il terreno e facevano perdere le loro chiome in un cielo scuro senza luna. Ecco, il silenzio aveva il peso della mia lingua e l’aroma di fiele. Niente, tutto era buio, dentro di me e attorno a me. Non sapevo dove andare e neppure da dove fossi venuta. Non riuscivo a ricordare niente.

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«Senti, non lo so cosa ti è successo. So soltanto che se sei qua, ci dovrà pur essere un motivo», gli occhi dello sconosciuto bruciavano dentro il cappuccio. «Sarà un caso, che devo dirti? Sarà una follia veramente, io non lo so, ma così è scritto. Per quanto tu possa credere di avermi inventato capace di “sapere tutto”, ti svelo un segreto: non si può sapere tutto», si avvicinò lentamente, mentre il mio respiro accelerava. «Io non sono quello che credevi. Neppure questo mondo lo è. Neppure tu, tuttavia, sei quello che credevamo. O quello che credi di essere tu stessa».

«Io… Io non ho la minima idea di cosa cazzo tu stia dicendo», dissi. «Ma chi diavolo sei?!»

Misi mano, istintivamente, a una spada legata al fianco sinistro. La sfoderai, la impugnai stringendo l’elsa a due mani, frapposi tra me e lo sconosciuto la lama tesa in diagonale. Il mio fiato tornò regolare.

Lo sconosciuto non s’era mosso.

«Fai sul serio?» indicò con fare stizzito la mia spada. «Stai sul serio pensando di sfidarmi con quello spillo?» distese le braccia sempre più infastidito e per rispondere alle sue domande stupide e piene di scherno, cambiai la posizione di difesa con quella di attacco: portai le mani vicino alla mia guancia destra, ancora più serrate e ferme sull’elsa, bilanciai tutto il peso su gomiti e caviglie, divaricai le gambe e le piegai, pronte a scattare. Ma lui non sbatté neppure le ciglia e la sua espressione era sempre la stessa: quella di un rapace che osserva una colomba rapita dal vento.

«Di certo tu non vuoi sfidarmi», abbassò lentamente le braccia. «E di certo tu non sei una colomba».

«Cosa hai detto?»

«Esatto, molto bene. Resta concentrata su di me». I suoi passi erano lenti, potevano passare inosservati come lo scorrere armonioso della neve. Dovevo concentrarmi. «Cerchiamo di restare calmi. So che sei furiosa e pensi che quelle ferite te le abbia fatte io, ma non è così e non ho voglia di sconfiggerti di nuovo».

Andai con lo sguardo in basso, sotto al mio collo: un taglio vivido e pulsante divideva il mio corpo in due metà perfette, perfettamente in mezzo al mio seno, giù chissà fino a dove.

Serrai il mio sguardo e l’elsa della mia spada con la stessa ferocia: «Se non le hai fatte tu, come facevi a sapere che erano là?»

«Come facevo a sapere anche a cosa stavi pensando?»

«Ascoltami bene, non so chi sei, non so davvero se tu sia un mentecatto o soltanto un altro poveraccio che ha lasciato giù troppe monete alla Taverna del Cavallo Nero, non ricordo come diamine sia finita qui né so niente di ciò di cui stai blaterando, ma credo proprio che tutto questo casino, sia colpa tua. Ora o mi dai una spiegazione o mi dai un motivo per non cavarti quegli occhi dalla faccia».

Lo sconosciuto si fermò: «…Colpa mia?» Per la prima volta, cambiò espressione, ma fu solo una piega ancora più cupa sulla sua fronte. «Te lo do subito un buon motivo per non cavarmi gli occhi».

In realtà, per prima cosa, gli avrei staccato la lingua. Ma prima che partissi all’attacco, si tolse il cappuccio. Non aveva due occhi, ma due bestie arancioni che saltavano due cerchi di fuoco. I suoi occhi non erano di certo il tipo di occhi che avresti voluto cavare.

Riuscii a stento a percepire che aveva estratto la spada. Mi ritrovai faccia a faccia con lui, con le nostre lame intrecciate. Alla fine aveva mostrato le sue vere intenzioni: lui era davvero mio nemico.

Lo spinsi via con un verso di rabbia, dovevo concentrarmi, dannazione! Non avevo mai cavato veramente gli occhi a qualcuno, per ora, ma questo lo sconosciuto non lo sapeva e nella Danza delle spade nessuno era mai riuscito a battermi.

«Te lo ripeto. Io ho già vinto contro di te», precisò lui.

«Non si parla quando si combatte».

Scattai, due passi sicuri e due sgualembri, parati entrambi, tentai un fendente più violento da destra, si girò, cercai di fermarlo fendendo l’altro lato dal basso, ma era veloce e sicuro, parò anche quello. Lo sconosciuto mirò ai talloni, allontanai la sua lama ruotando il polso, mi diede una spinta per farmi cadere e ne approfittò per un affondo. Giocava pure sporco, il bastardo. Schivai all’ultimo e per un soffio non gli cavai gli occhi per davvero. Però ero riuscita a segnargli il viso con un bel taglio. Un punto per me.

Avanzai con attacchi più pesanti e a lungo raggio, le spade cozzarono e i nostri sguardi erano sempre più attaccati.

«E questo ti sembra combattere?» commentò.

Pessimo tentativo di distrarmi: districai le spade con un movimento preciso del busto, riuscii stavolta a ferirlo sulla gamba. Uno squarcio netto, il sangue zampillò subito. Adesso che mi dici, maschione?

Ritornai in posizione di attacco, la mia spada fendette l’aria a sinistra, a destra, piantai bene il piede in avanti per far ruotare con due mani la lama tutt’attorno a me. In quel preciso istante, sapevo che appena la mia arma si sarebbe trovata alle mie spalle, mi sarei esposta e infatti lui attaccò. Non come avrei pensato, però: aveva indietreggiato e, in un attimo, aveva preso da sotto il mantello qualcosa di luminoso e blu. Seguì un suono stridulo, come il grido di un’aquila o la lama di un coltello che fende l’aria. E infatti, con uno scatto del polso, lo sconosciuto aveva scagliato contro di me un pugnale.

Fu troppo veloce da vedere e non l’avevo previsto, ero pronta a qualche altro trucchetto, ma un coltello estratto così velocemente, non me lo sarei mai immaginato. A causa della mia rotazione, non riuscii a deviarlo del tutto, ma fu già un miracolo che non mi beccò il petto. Si incastrò poco sotto la clavicola, ma il mio attacco continuò, cercai di risparmiare i fendenti, potevo sentire la lama del coltello che sbatteva contro l’osso a ogni mio movimento, ridussi il raggio d’azione dei colpi, più corti, più veloci, più spietati. Non dovevo fermarmi, quello era il momento adatto per infierire, forse pensava che mi sarei fermata a togliere la lama, per lasciargli campo libero, o forse credeva che mi sarei fermata alla vista del mio sangue. Si sbagliava di grosso, mi sarei fermata soltanto in punto di morte, ma avrebbe dovuto metterci più impegno per uccidermi. Altrettanto se voleva vivere.

Le piccole nuvole dei nostri fiati condensati dal freddo, ci attorniarono come le nostre spade. Parata, affondo, contrattacco, parata, colpo, schivata. La neve non riusciva ad attaccare al terreno sotto di noi, i nostri piedi rischiavano di scivolare facilmente e qualche fiocco finiva sugli occhi, ma i ruggiti delle armi si fecero più forti, il sangue caldo che scivolava dalla ferita mi riscaldava il corpo e mi faceva infuriare sempre di più.

Poi lo sconosciuto tirò fuori un’altra mossa a sorpresa: non saprei dire come fu possibile, ma scagliò addosso a me dalla sua mano una lingua di fuoco. Di nuovo avevo sentito quel suono acuto e veloce nell’aria e mentre cercai di ripararmi da quell’ennesimo inaspettato attacco, in un lampo mi afferrò il polso. Se voleva giocare sporco, a questo punto non mi sarei tirata indietro: gli rifilai un calcio senza pensarci alla gamba ferita; non se l’era aspettato, perché il calcio andò a segno, si inginocchiò, ma col lato piatto della sua lama parò l’altro pestone che volevo dedicare alle sue parti basse. Afferrò la mia gamba e tese la punta della spada contro il viso: «Possiamo parlare ora?» Avrebbe potuto tagliarmi, amputarmi il ginocchio, affettarmi il volto, invece non stava prendendo il nostro duello per niente sul serio.

Con forza dissi al mio braccio di continuare a combattere. Lo allontanai, ma per poco, cercò di farmi volare via la spada con un lungo affondo, brutto errore, schiacciai la sua lama a terra con lo stivale e la tenni ferma con tutto il peso del corpo; lui lasciò l’arma e, ancora una volta, fu imprevedibile: afferrò saldamente le mie mani protese verso l’alto per piombare con forza su di me. E non so come, di nuovo in un lampo di luce e in un urlo veloce nel vento, conficcò un coltello sulla mia mano stretta sull’elsa. Questa volta il dolore mi addentò subito.

Non lasciai la mia spada, non perché non riuscivo ad aprire la mano, non la lasciai e basta. Lui aveva lasciato il pugno serrato sul coltello.

«Ti vuoi fermare?» disse.

Cercai di togliermelo di dosso, ma la confusione, le ferite e l’assurdità dell’insieme iniziarono a farsi sentire. Le spalle si fecero pesanti all’improvviso, una gamba cedette. Lui era sempre attanagliato a me.

«Ti chiedo soltanto un momento. Ti prego». Eravamo occhi negli occhi, il suo sguardo di fuoco era intagliato in quell’espressione ancora immutata, né gli zigomi si erano ammorbiditi né le sue labbra.

«Non vedo molte alternative, a questo punto».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Elisa Erriu
Elisa Erriu è un nome scomodo: difficilmente sanno pronunciare il mio cognome, ecco perché certa gente strana mi ha ribattezzato Morgan Helroy.
Sono nata a Cagliari l’11/10/1988, sono una giornalista con quasi dieci anni di esperienza dentro, fuori, sotto, sopra, di lato e soprattutto attorno alle più svariate redazioni, da quelle giornalistiche fino all’efferato mondo dei ghostwriter. È capitato soltanto due volte che la mia firma finisse sopra il titolo di un romanzo fantasy, con “Era del Sole”, il mio primo libro, e con “Sogni, progetti e desideri, il gene Copan”, un testo sulla storia della multinazionale italiana che produce i tamponi per il Covid. Ho sempre avuto tanta, troppa paura di morire. Per questo ho preteso tutto dalla vita, persino chiederle di viverla più e più volte, attraverso i libri e diecimila mondi.
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