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Ci conosciamo?

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In attesa di un lavoro Angelo Pitò, neolaureato in Economia, accetta di fare da tutor a un ragazzino svogliato e viziato, Pietro Maria.
La svolta arriva quando Angelo va a Roma per un concorso. Una serie di rocamboleschi episodi in compagnia di uno strano cicerone e di incontri ambigui cambieranno la sua vita.
Il ritorno a Palermo è più difficile del previsto: Pietro Maria, un nuovo amico, un amore, nuove domande. Angelo sembra intrappolato nel suo mondo fatto di routine, ma una scoperta incredibile riaprirà la strada verso il suo futuro, un futuro in cui lui sarà protagonista e non solo spettatore.

1. SOGNI INFRANTI

Nel settembre del 2009, io Angelo Pitò, potrei realizzare un mio desiderio. Non ho detto sogno, ma desiderio.

I sogni che si hanno da bambino, spesso, sono o irrealizzabili o talmente banali che solo un bambino che non ha l’esatta percezione della realtà può definirli tali.

Uno dei miei sogni, quando avevo dieci anni era quello di sposarmi con Edwige Fenech. Ogni sera, quando tutti andavano a letto, guardavo i suoi film che Tele Sicilia Occidentale trasmetteva a mezzanotte.

Il giorno in cui vidi La patata bollente fu sicuramente il giorno in cui entrai nel periodo della pubertà: mi è spuntato il primo pelo sotto il naso e ho avuto la prima erezione consapevole.

La scena che mi fece impazzire fu quella della Fenech insaponata in una vasca da bagno, in compagnia di Renato Pozzetto. Non avevo mai visto un seno così grande.

Dopo quel film ci furono altre pellicole che mi fecero perdere la testa e arrivare a giurare che la Fenech sarebbe stata mia moglie: Quel gran pezzo della Ubalda tutta nuda e tutta calda, La signora gioca bene a scopa?, Grazie… nonna, 40 gradi all’ombra del lenzuolo, La soldatessa alla visita militare, L’insegnante viene a casa.

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Questi titoli me li ricordo benissimo, così come ogni scena. Un giorno scoprii che erano usciti più di dieci anni prima e quando io sognavo di prenderla in sposa, mentre tra le mani prendevo solo il mio pisello, la Fenech aveva all’incirca quarant’anni.

Insomma, volevo sposare un’attrice che aveva quasi trent’anni più di me. Capii che non si poteva e cambiai genere per evitare di innamorarmi ancora.

Passai all’horror.

Un altro sogno era quello di diventare l’uomo più ricco d’Italia.

Volevo essere una specie di magnate, uno che aveva tante aziende e che regalava soldi ai suoi dipendenti. Tutti mi avrebbero amato e un giorno sarei diventato presidente del Consiglio, passando alla storia.

Mi ero fissato. Dopo aver studiato Camillo Benso, conte di Cavour, il primo presidente del Consiglio con la proclamazione del Regno d’Italia, iniziai a sognare il mio nome in tutti i libri di storia.

Li sfogliavo e immaginavo la mia foto con una piccola didascalia:

ANGELO PITÒ.

NATO NEL 1979,

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DAL 2020 AL 2040,

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DAL 2040 AL 2089.

MORÌ A ROMA IL 25 DICEMBRE DEL 2089.

Anche quel sogno presto divenne impossibile.

Quando Silvio Berlusconi scese in campo, nel 1993, capii che in quei libri, e con una didascalia più corposa, ci sarebbe stato lui. Era il mio idolo. Il Paladino del Coraggio, dell’Ambizione e dell’Altruismo.

È anche vero che, qualche anno più tardi, avrei capito che, fino a quel momento, in realtà, non avevo capito proprio nulla.

Le ambizioni, nonostante il sogno di diventare l’uomo più ricco d’Italia fosse diventato irrealizzabile (o forse non ci tenevo più), rimanevano. E volevo assolutamente laurearmi.

La laurea, però, arrivò tardi. Avevo venticinque anni, ero un fuori corso, come tanti. In famiglia, tuttavia, erano orgogliosi di me.

Nel giorno della mia laurea, nell’aula magna, per metà gremita solo da miei parenti, ci furono trenta proclamazioni.

Già alle otto del mattino eravamo tutti lì. E alle sei del pomeriggio, quando discussi la tesi, nessuno si era mosso di un centimetro.

Quello fu un giorno memorabile. Tutti per me avevano e facevano grandi progetti.

Purtroppo, trovare un lavoro non fu affatto facile.

Mi laureai in aprile e a ottobre ricevetti un’offerta che non potevo rifiutare.

Spesso le occasioni migliori te le offrono gli amici, e io di amici, devo ammettere, non ne ho neanche uno.

Di conoscenti che si spacciano per amici, magari credendo di esserlo veramente, o di conoscenti che pensavo potessero diventare amici ma erano solo dei falsi spudorati, più della bigiotteria, ne ho avuti e ne ho a sufficienza.

Ammetto di avere anche una buona cerchia di persone tranquille che, senza pretesa da parte di nessuno, spesso si caratterizzano per slanci di generosità nei miei confronti.

Rita appartiene a questa cerchia. Da quattro anni fa la parrucchiera in un negozio molto in, che fortunatamente è rimasto tale nonostante la sua assunzione.

Lei è la solita ragazza che ama vestirsi bene (anche se lo pensa solo lei) e pettinarsi in modo molto singolare: nulla di proponibile a una cliente.

Sul lavoro non sta mai zitta e passa da un pettegolezzo all’altro, da quelli dei VIP a quelli del quartiere o della città.

Spesso fa confusione e attribuisce i figli delle coppie famose alle coppie del quartiere. I tradimenti delle soap opera passano alla vita reale e lei stessa, ormai, pensa di essere una concorrente di un reality. Mentre fa le acconciature, lo shampo o qualsiasi altra attività, si guarda allo specchio e racconta le storie recitando.

Il suo sogno è proprio quello di partecipare al reality più seguito e diventare la hairstylist dei personaggi televisivi.

Un giorno, Rita subì le invettive di una ricca signora contro i professori del figlio che, a suo parere, erano «degli incompetenti patentati che non sanno guidare».

Il figlio, Pietro Maria Giuseppe, aveva sedici anni, stava sempre a casa a giocare, e di studiare non ne voleva sapere.

Era stato supportato e sopportato da vari docenti privati che scappavano dopo pochi mesi. Un po’ per il ragazzo, un po’ per la famiglia, un po’ per le badanti – cameriere che diventavano isteriche dopo poche settimane –, chiunque entrasse in quella casa, ne voleva uscire senza metterci più piede.

La signora era disperata. Consapevole che non poteva cambiare né i professori né la scuola, aveva chiesto ai presenti se conoscessero qualcuno che poteva aiutare il figliolo in tutte le materie.

Già, in tutte le materie.

Rita, dopo aver parlato dei figli di Angelina Jolie, di Madonna, di Eros Ramazzotti e perfino della cugina Maria (cosa li accomunasse è a tutti ignoto) e dopo aver manifestato profondo sdegno nei confronti delle ragazzine che vanno in giro sempre spettinate perché tanto «il pelo che conta non ha bisogno di acconciature», finalmente, fece il mio nome. «Signora, io conosco uno che si è laureato con centodieci e lode. Lo hanno già chiamato a Oxford per insegnare lì, ma lui ha la ragazza qui e non vuole partire. Se vuole glielo dico. Che fa, glielo dico? Che dice, glielo dico?»

«E a chi ci aspetta!»

E fu da quella conversazione che nacque il mio primo lavoro.

2. PIETRO MARIA GIUSEPPE E LA SUA FAMIGLIA

Quando parlai con la ricca signora, il patto fu chiaro. Fu talmente chiaro che mai e poi mai avrei pensato di avere sorprese. Io dovevo essere un semplice tutor, un tuttofare ma solo per i compiti. Pietro sembrava un bravo ragazzo.

Il primo giorno mi ricevette come sa fare un buon padrone di casa. I suoi genitori uscivano la mattina presto e ritornavano non prima delle venti.

Arrivato davanti alla sua enorme villa, scesi dall’auto e citofonai. Aspettai. Un minuto. Due minuti. Citofonai ancora. Aspettai. Un minuto, due minuti. Mi preoccupai. Chiamai la signora chiedendole se suo figlio fosse a casa e, avuta la conferma che lo fosse, suonai più insistentemente finché una vocina mi rispose.

«Chi è? Sono solo a casa e non posso aprire a nessuno.»

«Sono il tuo nuovo professore. Apri.»

«Come si chiama?» chiese.

«Sono Pitò. Chi altro potrebbe essere? Non avere paura. Se fossi un ladro come farei a sapere che aspetti un professore?» dissi scherzando e con tono rassicurante.

«Sei un ladro? Vai via o chiamo la polizia. Non ti conviene restare ancora, ho un allarme potentissimo.»

Alla parola “allarme” sentii un rumore assordante che mi impedì di continuare a parlare con quello scemo. Comunque ci provai. «Pietro, fai cessare questo allarme. Non sono un ladro. Ti prego, smettila!»

Provai a farmi sentire, ma invano. Allora decisi di andare via, anzi, scappare. Entrai in auto, accesi il motore ma il rumore delle sirene fu più assordante dell’allarme stesso.

Due volanti della polizia mi avevano circondato e mi trovai con un mitra spianato a due centimetri dalla fronte.

Tentai in tutti i modi di convincerli della mia innocenza, descrivendo fatti e facendo nomi, nella speranza che la signora avesse qualche santo tra le forze dell’ordine.

Peggiorai la mia situazione e mi portarono in questura. Lì, subii profonde umiliazioni ma capii perché in Italia un delinquente difficilmente viene trovato o arrestato.

Mi sembrava di stare in un film degli anni Settanta con Alvaro Vitali o Lino Banfi. Il reato era già stato provato e mentre mi prospettavano atroci sofferenze in carcere, scherzavano tra di loro tirando in ballo il mio sedere.

Quando arrivò il mio datore di lavoro in gonnella per scagionarmi da ogni accusa, calò il panico sulle facce di tutti quegli impiegati statali disabituati al senso del dovere.

Ci furono scuse e giustificazioni, condite da rimproveri nei confronti del figlio, troppo frettoloso nel far scattare l’allarme.

«Prima di far scattare un allarme e di chiamare la polizia, suo figlio farebbe meglio ad accertarsi di come stanno le cose. Un controllo e qualche domanda in più ci avrebbero evitato questo spiacevole malinteso» disse uno di loro, con tono serio.

«E magari la stessa cosa potreste fare voi, visto che non siete ragazzini di tredici anni che vivono da soli in casa!» replicai.

Ce ne andammo in silenzio.

Il giorno dopo tornai da Pietro che mi fece entrare subito. Percorsi un breve viale alberato, leggermente in salita. Ai margini del vialetto ammattonato c’erano siepi di alloro e ulivi. Arrivai in un ampio piazzale, di fronte al viale, che aveva una fontana di tre metri circa di circonferenza. Scelsi una parte all’ombra e, sceso dall’auto, mi accorsi di avere davanti a me un enorme albero di fico. Curiosai un po’ e notai gelsi, nespole, albicocche e perfino un banano.

«Prof., venga» mi urlò Pietro. Prima di entrare in casa, scorsi l’angolo di una piscina. Ogni mio passo era scandito dallo stupore suscitato dalla grandezza di quella villa. Era tutto enorme, ricco e curato nei minimi particolari.

Mi fece accomodare in cucina e iniziammo a studiare mentre la governante stirava.

Si chiamava Olga ed era rumena. Era stata assunta da una settimana e faceva tutto: puliva, stirava, cucinava e curava il giardino.

Quel giorno Pietro studiò matematica, scienze e diritto. Era molto disattento e spesso faceva domande non attinenti a quello che spiegavo.

Il fastidio più grande era Olga che riceveva tante chiamate. Dovevo parlare mentre sentivo il suo rumeno in sottofondo.

Continuava a ripetere «Scuipat pe paste» e «Sunt toţi nebuni»

In tutte le sue telefonate ripeteva quelle frasi e quando le pronunciava era sempre arrabbiata.

Pietro mi chiedeva il permesso per qualsiasi cosa avesse intenzione di fare.

«Posso prendere una penna?»

«Posso prendere una matita?»

«Posso prendere una gomma?»

«Posso bere un bicchiere d’acqua?»

«Posso andare in bagno?»

«Posso chiamare mia madre?»

«Mi posso alzare?»

«Le posso chiedere una cosa?»

Erano le domande più gettonate e le faceva sempre quando stavo spiegando.

Non faceva mai la domanda più opportuna: posso interromperla?

Passarono i giorni, le settimane e i mesi. Le governanti cambiavano spesso e la scelta veniva fatta a turno dal padre e dalla madre. La madre sceglieva puntualmente donne mature, inguardabili ed esigenti. Il padre ne sceglieva di più giovani, ma duravano molto meno.

Passavo da Pietro interi pomeriggi, ma dei genitori neanche l’ombra. Ogni tanto veniva il padre, salutava distrattamente, chiamandomi ora Angelo, ora Ciccio, ora Giorgio. Inizialmente lo correggevo ma, presto, mi stancai.

Era inutile ricordargli il mio nome. Lui veniva a casa di corsa, per i suoi motivi, e se ne andava senza dire nulla.

Pietro, a stento, riusciva a prendere buoni voti. Quando iniziò a prendere un po’ di confidenza con me, cominciò a raccontare le sue disavventure.

A scuola era il bersaglio di tutti perché lo consideravano un cretino viziato.

Un giorno gli misero la colla sulla sedia e lui, alla fine dell’ultima ora, quando provò ad alzarsi, fece ribaltare il banco che aveva dietro. La sedia cadde insieme alle sue mutande e lui rimase nudo in mezzo alla classe.

Quando aggiunse di essere stato sospeso per quel motivo, gli risi fragorosamente in faccia. Era mortificato per ciò che mi aveva raccontato e si sentì offeso dalle mie risate. Mi giustificai spiegando che farsi una risata doveva essere il suo modo per far vedere agli altri che era superiore e sapeva stare allo scherzo.

Ma il vero dramma legato alla vicenda della sedia, ammise, non era stata la sospensione o il culo di fuori, era stato mostrare il suo minuscolo pisello.

Da quel giorno fu chiamato Pietro Pisellino Primavera.

Non fu l’unico episodio esilarante. Me ne raccontava uno al giorno. Una volta riuscirono a mettere dentro al suo panino (che preparava a casa) tanto di quel peperoncino che stette male per tutto il giorno.

La mia vita era così piatta e priva di emozioni che iniziai a vedere le disavventure di Pietro come i momenti più esaltanti delle mie giornate.

Non cercavo un lavoro perché pensavo di averlo trovato. Non avevo amici, se non Pietro. Non uscivo mai, se non per andare da lui.

Intanto mi ero guadagnato la fiducia della madre che, dopo il primo anno, mi aveva chiaramente detto che dovevo portare suo figlio alla laurea.

Non sapevo se prenderla come una minaccia.

Il timore di dover morire sui libri mentre Pietro si laureava mi spinse a cercare seriamente un lavoro.

Iniziai a rispondere a tutti gli annunci e a fare concorsi.

Pietro, ogni tanto, si lasciava sfuggire qualche frase di apprezzamento nei miei confronti. Mi riferiva, in tutta la sua ingenuità, che la mamma ripeteva sempre: «Meno male che abbiamo trovato questo sant’uomo!».

Un giorno mi condusse in uno stanzino dove c’era un piccolo altare con una grande immagine raffigurante la Madonna, alcune immagini di santi e, sotto quelle, le foto di alcuni conoscenti di famiglia. Sotto l’immaginetta di san Cassiano (a me sconosciuto) ce n’era una del sottoscritto. La cosa mi scosse. Anche perché ignoravo totalmente quando mi avessero scattato quella foto.

«Mia madre prega per te ogni sera e spera che tu non muoia prima della mia laurea» commentò Pietro.

Facendo una ricerca online scoprii che san Cassiano è il protettore dei docenti. Il ricordo della mia foto accanto a un cero acceso mi faceva rabbrividire e speravo di vivere oltre la laurea del mio protetto.

Lui, dal canto suo, faceva di tutto per rendere la vita impossibile a tutti.

A volte, mentre spiegavo, mi convincevo che entrasse in un suo mondo di favole.

Lo immaginavo combattere draghi e cavalieri quando gli spiegavo la tettonica delle placche o, volando come Superman, salvare una donna sul tetto di un grattacielo mentre dimostravo la legge di gravitazione. Pietro metteva sempre più alla prova la mia pazienza e non credevo di reggere ancora per molto.

Invece, passarono i mesi, gli anni, le promozioni e le liti furiose tra madre e figlio a causa delle sufficienze stentate. Diventai di famiglia. Pietro si diplomò e ci fu una festa indimenticabile.

C’era il DJ più famoso della città e due ragazze formose a bordo piscina che il padre mi confessò di aver voluto fortemente per animare la serata. C’erano anche politici di modesta corruttibilità e perfino il sindaco. In realtà, il sindaco non era presente in carne e ossa, ma a mezzanotte chiamò la madre di Pietro e lei fece ascoltare a tutti la voce del primo cittadino inserendo il vivavoce e collegando due casse al cellulare. Alla fine tutti applaudirono e qualcuno si fece addirittura il segno della croce, sperando probabilmente nella buona riuscita di qualche raccomandazione.

Pietro, dunque, partì per le vacanze, andò con due amici a Ibiza, ma prima venne a chiedermi consigli su come avvicinare le ragazze, su come si fanno i bambini, su come evitare di farli e su come si usa il preservativo. Quel giorno gli fui amico e cercai di consigliarlo al meglio.

Prima di congedarmi, io e la ricca signora rinnovammo il patto di lavoro. Aveva deciso di iscrivere il figlio all’università: Economia. Nonostante fossimo tutti contrari – io, Pietro, il padre e Dumitre (la governante del momento) – la madre decise per tutti.

Quella decisione mi buttò nello sconforto. Nel mio futuro c’erano altri tre o cinque anni di studio e lotte con Pietro, ma quello che più mi devastava era il pensiero di dover studiare ancora le stesse materie. Io mi ero già laureato, e con tanti sacrifici. Avrei retto ancora a quel percorso di studio?

Diedi il mio consenso ma dovevo cercare di cambiare la mia vita, e lo dissi chiaramente alla signora. Avrei aiutato Pietro finché non avessi trovato un lavoro.

La mia occasione arrivò presto.

Un giorno feci il mio solito giro ludico in un’edicola. Mi piaceva e lo facevo spesso. Entravo e iniziavo a guardare senza cercare qualcosa in particolare. Mi soffermavo, però, sugli inserti. Erano la mia passione, specialmente se gratuiti. I migliori erano i libri offerti dai quotidiani.

Il mio forte erano le prime uscite. Erano sempre gratuite o a prezzi stracciati. Mi potevo accaparrare L’interpretazione dei sogni di Freud o L’inglese facile, senza svuotare le mie tasche.

Negli anni avevo accumulato tante di quelle prime uscite da creare a casa una vera e propria biblioteca.

Un libro che amavo alla follia era il primo volume della raccolta I cani del mondo. Quel libro raccoglie tutte le razze in circolazione dalla A alla E. Di ognuna conoscevo: nascita, area geografica di diffusione, alimentazione e perfino eventuali partecipazioni di esemplari in film, ma anche quelli citati in libri e canzoni.

Era meglio non sfidarmi sugli alani, sui corsi o sui beagle, ma sui rottweiler non sapevo nulla.

In quel periodo mi soffermavo a leggere anche le riviste dei concorsi, e quel giorno il Tuttoconcorsi presentava sulla prima pagina il sogno di ogni laureato in Economia: 755 posti all’Agenzia delle entrate.

Ero talmente felice che decisi, addirittura, di comprare la rivista. Costava tre euro. Cosa saranno mai tre euro per un lavoro da duemila euro al mese?, pensai.

Mi risposi che tre euro erano troppi e che avrei trovato il bando online. Uscii senza comprare nulla, ma ero felice. Avrei dedicato anima e corpo, giorno e notte alla preparazione di quel concorso, Pietro permettendo.

Chiamai la signora per comunicarle che per qualche mese non sarei potuto andare a casa sua per far fare i compiti a Pietro. La sua reazione fu spiazzante.

Il mio cachet subì un rialzo del cinquanta per cento e, davanti alla mia inflessibile decisione di non seguirlo fino allo scritto del mio concorso, ricevetti un ulteriore aumento e perfino la consegna del figlio al mio domicilio.

«Più di questo non posso fare, la prego, non mi abbandoni altrimenti sono rovinata» concluse piangendo.

Sarei stato un pazzo a rifiutare, nonché un insensibile.

Avevo due mesi per studiare.

Fu un periodo tremendo, ma finalmente arrivò il giorno fatidico.

3. CI CONOSCIAMO?

16-07-2009

Ore 9:00

Mancavano pochi minuti alla partenza, stavo per salire sull’aereo che mi avrebbe portato a Roma.

La compagnia era una low cost, una di quelle che se prenoti con largo anticipo ti fa volare anche gratis.

La mia, in realtà, è ironia spicciola, perché il biglietto lo paghi. Certo, risparmi rispetto alle compagnie più rinomate, ma a che prezzo?

Quella che avevo scelto mi accolse in un aereo fatto di latta, dove le hostess avevano, tutte e nessuna esclusa, il ciclo. Carine, per carità, ma sembravano avere un conto in sospeso col marito o con l’amante o col capitano, o semplicemente non ricordavano dove avessero messo il vibratore.

A una di esse, appena dopo esser salito e aver preso posto, mi sono permesso di chiedere dove fosse il bagno.

È vero, lo riconosco, è una domanda inopportuna che richiede uno sforzo fisico e intellettuale non indifferente, ma la risposta non penso sia stata professionale.

La tipa stava bevendo acqua e, sentita la mia richiesta (ancora mi pento e mi scuso), allontanò la bottiglietta dalla bocca, schizzandomi col suo contenuto e con un’abbondante percentuale di saliva, e poi, passandomi davanti, con un gesto secco ma altrettanto semplice, aprì la porta su quello che doveva essere il bagno.

La gentile, professionale, ma purtroppo insoddisfatta hostess infine chiuse quel pezzo di teatro classico con un sorriso che aveva accanto una virtuale nuvoletta che recitava: «Hai visto dove è il bagno, stronzo? E ora non mi dire che avrai il coraggio di andare a pisciare là dentro, dato che, credo, non c’entra neanche il tuo pisello!».

Io, invece, la ringraziai, entrai e chiusi la porta.

Non ero infastidito, perché nelle parole di quella nuvoletta, il mio pene, tutto sommato, ne usciva bene.

Il bagno, in effetti, era piccolo, e cominciavo a pormi una serie di domande.

Angelo, prima di farla, sai come si tira l’acqua? Sai cosa devi schiacciare, premere, soffiare?

Alzai la tavoloccia del water e vidi che il fondo era chiuso. A vista, nessun sensore, nessun pulsante, nessuna leva.

A quel punto osservai il lavandino. Anche là nessuna traccia di qualcosa che mi permettesse di lavarmi le mani una volta finito.

Accidenti, non devo fare nulla qui dentro?

Vidi la carta igienica, mi soffiai il naso e liberai una scorreggia silenziosa ma puzzolente, nella speranza che dopo di me sarebbe entrato il mio Virgilio travestito da hostess.

Spazientito, cercai di uscire dal bagno armeggiando con la porta. Nonostante fossi riuscito a chiuderla facilmente, ora non riuscivo ad aprirla.

Giravo a destra e spingevo, nulla.

Giravo a sinistra e spingevo, nulla.

Schiacciavo, nulla. Poi, un lampo di genio. Nei film funziona sempre. Ruotai il mio bacino, gonfiai il petto inspirando e mi scagliai contro la porta con la spalla destra.

Si aprì!

Teresa era dall’altra parte della porta. TERESA, infatti, era il nome che lessi sul badge che l’hostess aveva sul taschino della divisa.

Non era la stessa di prima. Quando mi vide piombarle addosso fece un piccolo balzo indietro, sospirò e, con voce bassa e impostata, disse: «Piano, signore. Qualcuno può farsi male».

La sua voce era suadente e, non so perché, mentre mi ammoniva come un’infermiera che sta facendo un prelievo del sangue a un bambino, la immaginavo in bikini con un Martini tra le mani e un immenso mare azzurro sullo sfondo.

La guardai dispiaciuto e dissi, ancheggiando e muovendo l’indice su e giù: «E se quel qualcuno fossi tu, non me lo perdonerei mai».

Suor Teresa sorrise – ora la vedevo vestita da suora – e rispose: «Ma suvvia! Vada a sedere ora».

Io sorrisi e andai, ripetendo a bassa voce: «Suvvia, suvvia, suvvia!». Come lo aveva detto bene…

In una fila c’erano due posti vuoti e io mi ero messo accanto all’oblò perché, sia quando parto, sia quando arrivo, mi piace osservare la città. Mi affascina scoprire come quei colori, all’inizio indistinti, assumano, via via che ci si avvicina al suolo, forme e contorni sempre più precisi, fino a diventare terreni coltivati, aree abbandonate, vie, autostrade e monumenti.

Non dovetti aspettare più di due minuti prima che un signore – sui cinquanta, alto uno e ottanta, in pantaloncini neri, sandali marrone e camicia gialla con le maniche corte – si venisse a sedere accanto a me.

Non sembrava italiano.

Il colore della pelle era quello tipico dei libici, i capelli ricci caratteristici dei marocchini, il sorriso inconfondibile degli algerini e i colori dell’abbigliamento, senza dubbio, thailandesi.

A parte quegli indizi, che mi facevano pensare alla sua nazionalità straniera, c’era una cosa che mi lasciava perplesso: sedeva come un palermitano!

Posizione del corpo: linea obliqua, gambe divaricate, piedi sopra i sandali, braccia conserte, gomiti larghi – il suo gomito sinistro premeva sulle mie costole –, e dopo due minuti già russava!

Ora capivo. Era un nordafricano che vendeva ninnoli etnici a Mondello!

Non potevano esserci dubbi.

Questa compagnia aerea, rivoluzionaria nel suo genere, invece che istruire il personale sulle tecniche di sicurezza da illustrare al passeggero, le fornisce attraverso piccoli monitor sistemati uno ogni quattro posti.

I monitor proiettano la classica carta del passeggero con animazioni molto chiare e convincenti.

Durante la proiezione si svegliò Assan (o Mohamed, come suppongo si chiamasse il mio vicino di posto).

Poi, quasi profanando un’immobile posizione tibetana, cercò di togliere col mignolo destro qualcosa che gli dava fastidio in prossimità di un molare o di un canino superiore.

In quel gesto, potevo, come un archeologo, stimare gli anni del suo domicilio a Palermo.

Semplice inserimento del mignolo: sei mesi. Poi subentrano la vergogna e il pudore e lo si ritrae, sperando che nessuno abbia visto.

Inserimento con spostamento verticale e circolatorio del dito: da sei a dodici mesi se dura fino al minuto.

Nato a Palermo da genitori stranieri se dura oltre.

E lì, spesso, scatta anche il genio: il controllo delle roviste, cioè cercare e ogni tanto controllare se il dito abbia agganciato qualche resto dei pasti consumati.

Lui non arrivò a quello.

Il fossile tra i denti non era stato né trovato né catalogato.

Concentrato nell’osservare il mio compagno di volo, non mi accorsi che l’aereo stava decollando.

In quei primi novanta secondi diedi una spiegazione al costo del biglietto. Ma la diedi ancora di più in prossimità dell’atterraggio, quando l’aereo sembrava stesse imitando le frecce tricolore.

La differenza era che a terra non c’era nessuno ad applaudirci.

In quel momento ho temuto di non fare più il concorso.

Non avevo paura di morire perché, sfortunato come sono, mi sarei salvato solo io, sarei rimasto tetraplegico e tutti i giornalisti mi avrebbero chiesto se il terrorista che mi stava accanto, Assan Sino, avesse lasciato trapelare qualcosa sui futuri progetti di Al Qaeda.

Sarei vissuto al massimo due anni.

Due anni di interviste dove i giornalisti avrebbero continuato a chiedermi: «Come? Non la capisco…».

E per due anni sarei riuscito a dire una sola parola: «Suvvia!».

Fiumicino

Ore 10:25

L’arrivo fu puntuale, ovviamente sul ritardo accumulato, in quanto la partenza era stata rimandata di venticinque minuti. Ed esattamente venticinque minuti dopo l’orario previsto, io e gli altri passeggeri, con le nostre valigie, borse, borsoni e zaini arrivammo con grande sollievo a Roma.

Per me, e sono sicuro anche per tanti altri, fu la prima visita all’aeroporto di Fiumicino.

Ma prima di parlare dell’aeroporto torniamo ai passeggeri, miei compagni di (s)ventura.

A Palermo l’aereo sarebbe partito alle 8:50 ma già alle 7:30 io ero pronto per l’imbarco e, tra il check-in e l’attesa, ebbi il tempo di osservare i passeggeri del mio volo.

Quando osservo qualcuno faccio in modo che nessuno si accorga che lo sto guardando. Insomma, guardare una persona e farsi notare mentre lo si fa, non solo non è educato ma dà anche fastidio.

Se, invece, non ti fai vedere, puoi guardare tutto quello che vuoi.

Di fronte a me sedeva una ragazza pallida in un vestito rosso, con delle varianti che andavano dal bianco al nero e che coloravano figure incomprensibili.

Non capivo l’età esatta, che poteva andare dai diciotto anni (portati male) ai venticinque (portati bene), e mi chiedevo se, anche lei come me, stesse partendo per il concorso o per sostenere un esame all’università di Roma. Era, comunque, una bella ragazza. Mi piaceva. Teneva tra le mani e poggiate sulle ginocchia delle fotocopie che leggeva ed evidenziava in giallo, con precisione e attenzione.

La visuale, purtroppo, non mi permetteva di vedere cosa stesse leggendo, ragion per cui non potevo capire se anche lei partisse per il mio stesso motivo.

Ho sempre avuto seri problemi nel riconoscere le persone a distanza di tempo, se le ho viste poche volte.

A dire il vero, a volte, non riconosco neanche le persone che conosco benissimo, ma che non vedo da molto tempo.

La mia mente tende a cancellare i volti nel giro di pochi anni.

Faccio questa premessa per spiegare meglio quello che sto per raccontare.

Dal check-in all’imbarco vidi vagare in aeroporto un ragazzo che mi sembrava di conoscere. Lo osservavo senza farmi notare e a ogni sguardo si rafforzava la mia convinzione di conoscerlo.

Non sapevo chi fosse, dove l’avessi incontrato, se fosse una vecchia conoscenza o un ragazzo visto qualche volta in qualche ufficio o in qualche locale. Quel ragazzo sedeva due posti alla sinistra della pallida ragazza.

Eravamo troppo vicini e io, ormai, non potevo restare con questo dubbio. Feci il primo passo e chiesi: «Scusa, ma tu mi conosci?».

Avrei potuto fare una figuraccia se avesse negato ma, fortunatamente, lui annuì senza troppa convinzione e aggiunse: «Sì, credo di sì. Infatti anch’io ti stavo guardando».

A quell’anch’io capii che non ero poi così bravo a osservare di nascosto.

Per cercare di capire se e quando ci fossimo visti, diedi sfogo a una serie di domande che ricevettero risposte approssimative e poco comprensibili a causa del basso tono della sua voce e, credo, anche della sua poca voglia di comunicare.

«Dove abiti?»

«Zona Villagrazia. Magari mi hai visto lì.»

«No, non credo; sì, ci passo, ma non mi soffermo. Tu dove lavori?»

Dalla risposta capii che lavorava in un ufficio in viale Regione, il che fu abbastanza per escludere anche il suo lavoro come motivo della nostra conoscenza.

«Magari ci conosciamo dai tempi dell’università. Hai fatto Economia?»

«No.»

Seguì più di un minuto di silenzio. L’università mi sembrava l’ipotesi più accreditata e dopo quella domanda non sapevo cos’altro chiedere, ma volevo evitare di parlare del tempo e del caldo di quei giorni.

«Chissà dove ci siamo conosciuti! Almeno siamo sicuri che ci conosciamo, sempre che entrambi non ci confondiamo con qualcun altro.»

Lui non rispose ma fece l’espressione tipica di Sylvester Stallone quando vuole esprimere perplessità senza far dispiacere chi gli sta davanti.

Continuammo a parlare per qualche minuto del motivo della nostra partenza e dei nostri alloggi – io ne avevo trovato uno, lui non ancora – e poi continuammo a guardarci, a sbuffare, ad allargare le braccia come facciamo di solito al Sud quando non sappiamo cosa dire. Ogni tanto ci scappava un «Qui siamo», che in tutta onestà non vuol dire nulla, ma è una giustificazione al fatto che non trovi niente di meglio da dire.

«Vai a Roma per il concorso?»

«Sì.»

«Sei laureato in Economia?»

«No.»

«In Ingegneria?»

«No.»

«Non capisco.»

«Basta essere diplomati. Io faccio il concorso per i vigili del fuoco.»

«Ah, scusa. Ora capisco. Non sapevo che ci fosse un altro concorso.»

Il nostro dialogo finì così e, scoraggiato dall’incapacità di andare più a fondo, fui facilmente distratto da un altro ragazzo che m’incuriosiva molto.

Marco aveva ventotto anni (come scoprii più tardi), occhiali da sole, capelli lunghi e carnagione scura. Sembrava un cinese sotto certi aspetti, un portoricano sotto altri e… m’insospettiva.

Aveva uno zaino verde dove immaginavo un bel po’ di erba, anche se non lo pensavo veramente, non parlava con nessuno e mi dava l’impressione che scrutasse tutti. Era l’unico che poteva capire che anch’io lo guardassi.

Via Madonna del Riposo

Ore 12:00

Trovare un B&B a Roma vicino alla sede del concorso fu difficile. Chiamai almeno trenta numeri, considerando anche gli hotel. Alla fine trovai il B&B Il riposo della Madonna.

Il nome mi sembrava un po’ blasfemo, ma volevo dar credito al fatto che magari il titolare volesse semplicemente comunicare che in quel posto si dormisse da Dio.

Nonostante il nome, però, avevo qualche perplessità. Il prezzo per la notte, compresa la colazione, era notevolmente basso rispetto agli altri. Inoltre, la voce femminile che mi aveva risposto al telefono con molta gentilezza e accento straniero mi comunicò che «Se vieni per il concorso, io potere portare con macchina lì».

La voce apparteneva a Veruschka.

Quando il taxi mi lasciò all’ingresso del residence all’interno del quale si trovava il B&B, ero talmente disorientato che sarei voluto tornare a casa.

Intendiamoci: non avevo nostalgia di casa. A Roma c’ero stato solo una volta, con la mia classe, quando avevo diciassette anni, e la notte in cui tutti dovevamo girare la città, a me venne la febbre e fui costretto a rimanere in albergo sotto l’effetto di antivirali.

Roma per me era una città totalmente sconosciuta.

Ero arrivato nella capitale con alcune raccomandazioni di mia madre: «Nascondi bene i soldi, copriti bene, non dare confidenza a nessuno, non uscire; controlla sempre il portafogli, stai attento alle femminazze». Riusciva a trasformare un consiglio in uno stato d’allerta.

Dietro quell’appellativo non avevo mai capito quale tipologia di donne si nascondesse, ma m’importava poco. Secondo lei le donne dovevano essere tutte mie nemiche.

Insomma, avevo paura. Citofonai al numero indicatomi da Veruschka e, dopo aver pronunciato il mio cognome, mi aprirono.

In portineria mi spiegarono come muovermi per arrivare al B&B che si trovava al quarto piano della palazzina.

Mi accolse Veruschka, con una ragazzina di circa undici anni.

Le due donne erano davanti alla porta e mi fissavano. La ragazzina mangiava rumorosamente una mela e masticava in modo fastidioso, mentre Veruschka, in silenzio, muoveva il capo in avanti senza farmi capire se fosse approvazione, compassione o meraviglia.

«Posso entrare? Sono stanco, vorrei posare i bagagli» dissi perplesso.

«Certo che tu potere entrare.»

Veruschka sorrise e poi, insieme alla bambina, rise fragorosamente.

Dalla bocca della bambina mi arrivò un pezzo di mela che mi si appiccicò alla fronte.

«Allora io entrare? Voi spostare?»

Le donne diventarono serie. Si spostarono e mi lasciarono passare.

Entrai nel silenzio dell’appartamento mentre le streghe si giravano in sintonia, facendo gli stessi movimenti. Sistemai la valigia e chiesi dove fosse la mia camera.

«Tua stanza è quella.»

Mi indicò una porta alla sua destra.

«Tu ora sedere me. Io prendere tutto di te. Irina, tu vattene.»

L’ultima volta che una donna mi aveva parlato in quel modo mi trovavo a Palermo in una zona ad alta presenza di prostitute.

Allora una ragazza dell’Est m’informava del prezzo, del luogo del consumo e delle modalità di contatto fisico.

«Scusa, Veruschka, non ho capito.»

«Tu prendi carta identità e patente. Io scrivo tu dati» ripeté, mentre si sedeva a tavola davanti a un notebook già acceso.

Ora era chiaro che non si parlava dei nostri sederi, ma del nostro accomodarci a tavola, e che di me non avrebbe preso altro oltre ai dati anagrafici.

Lo confesso, ero deluso.

Veruschka non era più una ragazzina, e sulle mascelle pronunciate aveva anche un po’ di peluria che denotava una certa mascolinità e ben si accoppiava con braccia e gambe muscolose e sode.

I suoi capelli biondi, la sua canottiera blu, stretta e scollata tanto da lasciar vedere parte del seno anche di lato – visto che non portava il reggiseno –, mi avevano colpito in pieno da subito, e il «Io prendere tutto di te» mi aveva affondato.

Il mio imbarazzo fu grande ma, cercando di non manifestare la mia confusione, presi la carta d’identità, mi avvicinai a lei – rimanendo in piedi così da poter sbirciare la sua scollatura – e dettai i miei dati con estrema lentezza.

Alla fine Veruschka mi parlò della colazione e mi ricordò che, se lo avessi voluto, avrebbe potuto portarmi nella sede del concorso.

A ogni frase corredava il suo sforzo di parlare in italiano con sguardi che sembravano spogliarmi. Mi sentivo toccato dalle sue parole, leccato dai suoi sguardi.

«E stanotte io essere disponibile. Tu potere chiamare me quando vuoi.»

A quest’affermazione preferii dare questo significato: Non sei a casa tua, se ti serve una mano, se hai problemi, chiamami.

E mentre cercavo di tradurre le sue parole in un pensiero che non fosse necessariamente legato a lei che voleva farsi trombare a tutti i costi da me, qualcuno suonò al citofono.

Veruschka alzò la cornetta e chiese chi fosse. Una voce maschile rispose: «Marco».

Veruschka mi condusse nella mia stanza, mi diede la chiave e m’illustrò quei quindici metri quadri con letto a castello e balcone.

Mi lasciò solo. Sistemai alcuni miei capi e prodotti per la doccia, misi sotto carica il cellulare e mi affacciai al balcone.

Non vidi nulla di particolare se non palazzine anonime. Faceva freddo e c’era un forte vento. Rientrai subito. Uscii dalla mia camera e in cucina vidi Marco. Il B&B era un semplice appartamento di quattro camere, un bagno e una cucina. Era triste e mal arredato. Anzi, l’arredamento era assente.

«Ciao, io sono Marco. Anche tu sei qui per il concorso?»

Era il ragazzo che avevo visto all’aeroporto.

Parlammo di tante cose, dei nostri studi comuni e delle nostre passate esperienze lavorative.

Alla fine mi chiese cosa volessi fare nel pomeriggio.

Risposi che avrei voluto studiare perché ne avevo bisogno. Lui rispose che a Roma non poteva chiudersi in uno squallido B&B. Voleva girare la città, godersi il posto.

«Dai, vieni con me. Non ci allontaniamo ma almeno scarichiamo la tensione e stasera ci facciamo una bella cena.»

«Tu sei preparato?»

«Io ho tutto… qui» disse picchiettandosi la fronte con il dito.

Intendeva dire che aveva tutto in testa?

Cominciavo a pensare che fosse un tipo poco raccomandabile, ma forse sullo scaricare la tensione aveva ragione.

«Io devo rilassarmi mezz’ora. Sistemo i bagagli, mi faccio una doccia e andiamo.» Prese il suo pacchetto di Marlboro dal tavolo, rimise gli occhiali e andò nella sua stanza.

Intanto, qualcuno citofonò. Veruschka, rimasta in cucina con discrezione mentre preparava un caffè, andò a chiedere chi fosse, e aprì a una certa Teresa…

Arrivò con aria spavalda, amichevole e sorridente. Si presentò immediatamente e mi chiese se fossi lì per il concorso, se fossi siciliano e se fossi laureato in Economia.

Con molta cortesia risposi alle sue domande e mi lasciai trasportare dalla sua allegria.

Teresa aveva la mia statura, circa un metro e settanta, capelli scuri e mossi, ma ero convinto che non fosse il suo colore naturale.

Cercai di immaginarla con vari colori di capelli. Bionda, castana, fucsia, blu (okay, magari questo no).

Mentre la immaginavo fucsia, la vedevo accanto a Cyndi Lauper cantare Girls Just Want to Have Fun.

Teresa mi sorprese a sorridere e a muovere la testa mentre immaginavo quella scena, e mi chiese se avessi un problema.

«Scusa, somigli a Courtney Love» le risposi.

«Tu sei strano forte. Ti ringrazio per la somiglianza. Considerando che lei è bionda, non capisco come tu abbia potuto fare quest’associazione. Comunque hai indovinato, sei bravo. Io sono bionda ma per questo viaggio mi sono fatta scura.» E sottovoce aggiunse: «Sono in incognito. Sono una spia, e forse sei tu l’uomo che cerco».

Teresa diede i suoi estremi a Veruschka e in tutte le risposte mi lanciava uno sguardo facendomi l’occhiolino. Io non capivo perché si comportasse in quel modo. Poi andò nella sua stanza.

Un attimo dopo ricomparve Marco che uscì di fretta dalla porta della sua camera dicendo: «Andiamo. Prendi i documenti e qualche euro. Se troviamo un bel posto, stasera se magna. E se troviamo qualche femmina, se scopa!».

Marco, nella mia immaginazione, era diventato Tomas Milian. La sua pessima imitazione del romanesco mi aveva fatto piombare sul set di un film.

Dovevo scegliere tra Roma a mano armata e Cane e gatto, sperando di non trovarmi in un Delitto… o in Gioco al massacro.

Salutai Veruschka e cercai di star dietro a Marco.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Romanzo facile da leggere, adatto anche a un lettore di cultura media. Evidenzia il problema della mancanza di lavoro che è maggiore al sud., la delusione di chi ha sognato un lavoro più gratificante, si è laureato nella speranza di poter aver qualcosa di diverso dalla vita. Si vede il divario fra aspettative e realtà concreta.

  2. (proprietario verificato)

    Divertente e piacevole da leggere, con problematiche attuali della nostra società, raccontati attraverso i protagonisti con tanta leggerezza e ironia. Il testo è piuttosto scorrevole e coinvolgente tanto da prenderti sin dalle prime pagine. Personalmente penso sia un libro che meriti di essere letto.

  3. (proprietario verificato)

    Davvero bello. E alla fine? Senza alti e bassi, ottima ironia e acute osservazioni. Un racconto critico dei lati più scomodi delle ultime generazioni.

  4. (proprietario verificato)

    Divertente, divertente, divertente. Si ride tanto e non è facile per un libro che vuole fare riflettere. Ho trovato qualche difficoltà a immedesimarmi nei meccanismi e nelle riflessioni di questi quasi quarantenni che hanno sperato nel posto fisso nell’era delle raccomandazioni per ritrovarsi in quella del lavoro facile ottenuto con i reality e che la tv ci prospetta a portata di mano. Tanti riferimenti a canzoni, film e cantanti mi hanno spinto a informarmi e fare ricerche. Mi sarei soffermato di più per le strade di Roma, ma va bene così. Bravo

  5. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro tutto d’un fiato. Ho sorriso, ho riso, ho ricordato tante cose del mio passato e ne ho scoperto altre (di Califano non conoscevo nulla). Trovo questa storia un buon pretesto per avvicinare i giovanissimi alla nostra cultura degli anni 70, 80, e 90. Mi ha un po’ stordito lo stile, solitamente lineare negli altri libri ; qui si passa da profonde riflessioni al sarcasmo nella stessa pagina. Ci cono episodi teneri come il viaggio in auto Palermo-Roma dove due mondi completamente opposti (il protagonista e il padre) si ritrovano a dialogare (forse per la prima volta) e quasi si scambiano. Il figlio che prova tenerezza per il padre. Soddisfatta della lettura.

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Antonio Patti
Antonio Patti, classe 1974, nato a Partinico in provincia di Palermo, è laureato in Economia e attualmente insegna Geografia. Già autore di raccolte di racconti, aforismi e poesie, Ci conosciamo? è il suo romanzo d’esordio.
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