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Ci sono giorni da ricordare

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Consegna prevista Ottobre 2020
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Emma ha diciannove anni, molti grovigli e più di una cosa che le va storta. Ha anche un amico, l’ultranovantenne Luca, che un giorno d’inverno di due anni prima è venuto in aula a raccontare della deportazione e di Mauthausen. Tra i due è nata un’improbabile amicizia alimentata dalle passeggiate per il centro di Torino e dai pomeriggi al Caffè Fiorio a parlare e ascoltarsi.
Un incidente sul campo di pallavolo annoda più stretti i grovigli che impacciano Emma. E lei si isola. Ma non da Max, l’amico d’infanzia, che la trascina in uno sciocco colpo di testa, per il quale i genitori la costringono a frequentare una psicologa.
Emma vede tutto nero.
Gli unici momenti sereni sono le corse solitarie per la città e i ghirigori disegnati seduta su un davanzale tutto per sé in un vecchio palazzo.
Luca da lontano la osserva, la capisce e le dà fiducia. Quasi la costringe a prendersi responsabilità, la più grande delle quali le donerà un po’ di serenità.
E la porterà a capire ciò che è giusto fare.

Perché ho scritto questo libro?

Perché sono possibili anche le amicizie improbabili, come quella di Emma e Luca, alimentata dalla fiducia e cresciuta attorno alla memoria: la fiducia aiuta a sciogliere i grovigli, la memoria a costruire il domani.
Perché nessuno si accontenti di come vanno le cose, ma viceversa pretenda di vivere in un mondo migliore, che comincia nei sogni e si concretizza nei gesti e nelle scelte.
Perché raccontare il passato è dare forma alla realtà di oggi e progettare quella futura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

(gennaio 2020)

1
Negli ultimi minuti Emma Bousson aveva capito che il ginocchio non doveva proprio muoverlo. Se solo ci avesse provato quello avrebbe gridato di dolore.
Non che la ragazza volesse o potesse, dato che prima di caricarla in ambulanza l’avevano steccata con un’armatura di plastica. Però ogni tanto ne aveva come l’istinto. Giusto per vedere l’effetto che fa, si diceva, e al solo pensiero di fletterlo un minimo tra le stecche protettive, l’effetto era che il ginocchio le strillava di smetterla, attraverso il gonfiore che lo impacciava.
Era buio fuori. Il neon le sfarfallava sopra la testa. Funzionava male. Chissà da quanto. Emma lo fissava tra le palpebre semi chiuse. Finché le avesse tenute così, Adriana, Marta, Chiara e Anna se ne sarebbero state zitte e l’avrebbero lasciata in pace. Forse se ne sarebbero persino andate.

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Come se n’erano già andati istantaneamente i suoi sogni da pallavolista. Tutto finito. Emma non aveva dubbi. La promessa regionale era arrivata al capolinea. Cazzo! Con tutto quello che aveva fatto per diventare veramente una schiacciatrice.
Un piede messo male e tutto era finito. Lei che aveva anche imparato a schiacciare le palle alzate male, a risolverle. Ecco, questo dalla pallavolo l’aveva capito. Adriana, la loro allenatrice, gliel’aveva insegnato: bisogna fare bene la propria parte anche se ti arrivano palle alzate male. Avrebbe funzionato anche fuori dal campo? Emma se lo chiese, lì sulla barella. Vedeva palle alzate male dappertutto, attorno a lei. A casa, a scuola, in quel pronto soccorso. Ovunque. Immobilizzata com’era, e non solo dalla steccatura, non le sembrava tanto ovvio che le avrebbe schiacciate al meglio. Cosa se ne sarebbe fatta ora di questa lezione? Nulla di nulla. Un piede messo male e il ginocchio le aveva spazzato via l’unica cosa che in quel periodo le funzionasse davvero: la pallavolo.
Con la coda dell’occhio vide l’allenatrice mordersi il labbro inferiore: l’infortunio di una delle sue ragazze la mandava sempre nel pallone.
«Mi sono fatta veramente male? Non potrò più correre?» fu il pensiero che attraversò Emma. E lei, come per contrastarlo, si irrigidì con il risultato che il ginocchio rispose a quell’impercettibile movimento con un segnale di protesta.
«Ha male» se ne accorse Marta a mezza voce.
«Shhh.»
Questa era Anna, sicuramente. Sempre lì a farsi avanti.
Emma non si era stupita quando l’aveva vista entrare in pronto soccorso. Non erano amiche lei e Anna. Non era Marta e nemmeno Chiara, se per questo. Non c’era nemmeno una grande intesa di gioco tra loro. Però Anna la ammirava ed era sempre dalla sua parte, anche se Emma la ignorava e a volte faceva proprio capire quanto la sola presenza le desse fastidio. Marta e Chiara invece erano ok. Con loro stava bene. Si vedevano anche fuori, sin da quando erano bambine. Lì, sdraiata in pronto soccorso però, Emma non voleva intorno neanche loro.
Emma chiuse del tutto gli occhi per tenere fuori il mondo, l’allenatrice e le tre compagne di squadra. E non li riaprì nemmeno quando sentì la barella muoversi. Non le voleva vedere. Mai più. Aveva finito con loro e con la pallavolo. Lo sapeva. Qualsiasi cosa avessero detto i medici.
Proprio come l’anno prima, in quarta, aveva tagliato netto con la sua vecchia terza.
Ok, se aveva dovuto cambiare classe, era stata colpa sua.
Ok, quelli nuovi proprio non li sopportava.
Però Emma aveva preferito non avere più niente a che fare con i vecchi. Se li incontrava nei corridoi cercava di svicolare il più velocemente possibile.
D’altra parte conosceva così bene la scuola che riusciva a evitarli per giorni interi. In fondo, come ripeteva la Cafasso, lo studente è un animale abitudinario.
Emma non sapeva se era abitudinaria o meno. Sapeva però che due cose non le andavano giù: fare qualcosa che le riusciva bene, come la pallavolo, a un livello inferiore di quelle che sapeva essere le sue possibilità e frequentare un gruppo col quale non si trovava più.
Per questo non le voleva più vedere.
Aveva finito con loro e con la pallavolo.
E sì che era la più brava alla Fonti. L’unica convocata nella selezione regionale. Aveva fatto i tornei FIPAV in Calabria e Sardegna. Tutto andato. In testa le partì uno dei suoi film cupi. Si vide tornare a camminare. Forse a correre, chissà. È alla Teso, da sola, e prova i primi passi, con cautela. È titubante. Ha paura di mettere giù quella gamba. Però, piano piano corricchia. Corre. Non è sicura ma lo fa. A denti stretti. Vede che le altre le telefonano, le mandano messaggi. Ma lei non risponde. Non tornerà a giocare. Non sarà mai più una giocatrice vera. Non entrerà nemmeno in un palazzetto a vedere loro. Le Fontine.
Una lacrima ed Emma represse la stizza. Si lasciò andare all’umor nero. Ci si adagiò. Si crogiolò nel futuro senza-più-pallavolo che stava immaginando.
La incontreranno per strada e la riconosceranno come la centrale brava della Fonti: quelli del quartiere, i genitori delle altre, i tifosi che le venivano a vedere, il presidente e lo staff della società. Emma si vedeva a venti e più anni camminare lungo Corso Trapani col passo incerto un po’ asimmetrico e due ragazzine, molto più piccole, che la incrociano e bisbigliano. «Hai visto. La Bousson. Era forte. Poi il ginocchio.»

2
Il tempo non passava mai dal 15 novembre, il pomeriggio del pronto soccorso. Era come se Emma si fosse fermata lì. Certo, delle cose le capitavano, ma, anche a oltre quattro settimane di distanza, lei si sentiva sospesa nel tempo, bloccata sulla barella, col dolore che le pulsava.
A letto, in camera sua, Emma socchiuse gli occhi e richiamò il gusto dolceamaro del ferro.
Era il primo ricordo fisico dell’incidente. Doveva essersi morsicata la lingua cadendo, come le diceva un dolore lungo e sottile che gliel’attraversava più o meno nel mezzo. Da ore ne aveva individuato il punto con il labbro superiore: non si era ancora avventurata a saggiarlo con il filo dei denti.
Il secondo le fu richiamato dal naso: il profumo di sapone del medico. Tutto quello che sapeva di lui era quella fragranza. Altro non ricordava: era giovane o vecchio? Alto o basso? Solo il sapone le tornava in mente.
«Lesione al legamento collaterale.»
Emma aveva dilatato gli occhi che stava sforzandosi di tenere ben aperti.
«Tranquilla. Ti rimettiamo a posto: potrai tornare a giocare.»
«Giocare, no» non era certa di averlo detto a voce alta. Invece sapeva bene di aver chiesto «E correre?»
«Sicuro. Senza problemi. Potrai anche correre. Un paio di settimane e ti permetteremo di corricchiare. Se non esageri presto corri come prima.»
Emma si era rilassata impercettibilmente e dentro di sé gli aveva detto grazie.
E adesso glielo ripeteva dal letto di camera sua. «Grazie, grazie, grazie… dottore». «Correrò. Correrò. Correrò» era la cantilena con cui si cullava nel dormiveglia, per poi riscuotersi e dirsi: «Pallavolo, no. Non sarò mai una giocatrice a metà». Lo sapeva: la paura è nemica del gioco. E non per il timore di farsi male di nuovo. Perché la paura dentro lascia un blocco che l’avrebbe tenuta a terra, incapace di saltare fin dove saltava prima.

Nelle settimane precedenti, suo padre aveva insistito: «Potresti anche prendere in considerazione il fatto che sono un medico!» le aveva detto sorridendo. Ed Emma per una volta tanto aveva accettato un suo suggerimento e si era messa una ginocchiera. Così dopo non troppo tempo se l’era sentita presto di tornare a camminare, e anche di corricchiare un po’, se non proprio di correre. Nonostante questo, però, Emma non era più passata per via Monte Ortigara. Non aveva più risposto ai messaggi dell’allenatrice, di Chiara e Marta né delle altre Fontine.
Era stata sua madre a portarla a minivolley tanti anni prima: il campo le era sembrato grandissimo quella prima volta e la rete svettava lassù irraggiungibile. Crescendo, Emma aveva sempre giocato, da bambina, da ragazza, fino ad ora. Era brava. Sapeva di esserlo. La selezione regionale. La Calabria, la Sardegna e tutto il resto. Sua madre era orgogliosa di lei, dei suoi progressi.
Quando parlavano di pallavolo, madre e figlia tagliavano fuori il padre che un po’ le stava a sentire ma più spesso si perdeva nei suoi pensieri. «La pallavolo» le sorrideva la madre «è una stanza tutta per noi». Ed Emma si godeva quello spazio di complicità che allo stesso tempo la faceva sentire bambina coccolata dalla madre, e donna per l’esclusività con cui si parlavano.
Da anni ormai non avevano tante altre occasioni per intendersi. Sempre più spesso Emma tirava su un muro e la madre rispondeva senza smussare i propri spigoli. La pallavolo invece le univa e scivolavano dal commentare una partita ad altri discorsi che si concedevano raramente di toccare: la scuola, le amicizie, i ragazzi. O anche soltanto un film visto, un libro sfogliato.
Tutto finito. Emma si disse che senza la pallavolo anche quella stanza tutta per loro si sarebbe chiusa. Non avrebbe più avuto un ponte per raggiungere sua madre.
I suoi pensieri erano un criceto in gabbia. Gira e rigira tornavano lì, a quel “tutto finito”.
Non voleva giocare col ginocchio che le diceva cosa fare. Checché ne avesse detto l’ortopedico, Emma lo sapeva, il male non se ne sarebbe andato del tutto e c’erano volte in cui il Grillo Parlante le avrebbe detto di stare calma.
Era Luca che l’aveva chiamato così e le parole dell’amico vecchio avevano avuto effetto, come sempre del resto. «Ascoltalo. Non fare come Pinocchio. Non ignorare quello che avrà da dirti questo ginocchio. Devi volergli bene». Non sempre, ma almeno qualche volta Emma gli dava retta. Il Grillo friniva la sua paura di tornare in palestra ed Emma era d’accordo. Quando invece le diceva di non correre, la ragazza faceva spallucce alle fitte e non rinunciava alle lunghe corse per la città. Nei suoi film mentali si vedeva correre come Pinocchio, lunghe falcate rigide e goffe, fino a bloccarsi e a camminare a fatica con un’andatura claudicante, patetica. Doveva accelerare e buttarsi nella corsa per ignorare quelle immagini e ritrovare il suo bel ritmo.
Quella che non riusciva proprio a ignorare invece era Anna. Perché continuava a romperle? Perché l’assillava? Le aveva scritto un messaggio ogni giorno, quella, fino a Natale!
Aveva anche provato a telefonarle. Emma, ovviamente, non le aveva risposto. E quando la mattina del primo dell’anno aveva trovato gli auguri, «Tornerai più forte di prima. BUON 2006», Emma si era stufata.
Anna non si aspettava quella chiamata, era evidente.
«Allora? Vuoi piantarla?» le aveva buttato addosso senza un saluto né niente.
«Ma… Emma» aveva balbettato la ragazza.
«Non ci vengo più alla Fonti. Ho chiuso. Non voglio più saperne niente. Neanche di te. Non siamo mai state amiche.»
Anna aveva cercato di interromperla, ma non c’era stato verso.
Emma aveva tirato dritto e le aveva chiuso il telefono in faccia senza stare ad ascoltarla.
Aveva infilato il cellulare nella tasca di dietro con malagrazia e con due tentativi di troppo dovuti alla rabbia che la rendeva brusca. Quindi aveva ripreso a camminare a passo svelto. Direzione Piazza Statuto. Le piaceva l’idea di fare via Garibaldi con tutti i negozi chiusi e nessuno per strada. Il centro tutto per sé e il freddo che le pizzicava le guance.

3
Faceva un freddo ginicchio.
Barba si sfregò le mani, pestò i piedi a terra e si disse «a fioca». Gli batteva forte il cuore. Non per il freddo. Al contrario. Gli batteva sempre quando era lì.
Aveva percorso vicoli che conosceva a menadito ed era passato per certi pertugi che nessun altro sapeva. Non aveva bisogno di luce per andare da casa sua fino a Vicolo della Pila 3. La faceva da mesi e i piedi ce lo sapevano portare.
Borgo Italia era dall’altra parte del centro, Barba invece abitava verso fuori, tra i campi, in una cascina che non faceva mancare niente alla sua famiglia, da quando il bisnonno aveva «butà el cul ant la farina», come gli raccontava il padre intendendo che il suo, di nonno, aveva fatto un buon matrimonio con Nonna Celeste; la sua famiglia riforniva le macellerie di Rivoli e Collegno.
Barba, da bambino, era stato un fiulin dagli occhi svegli, e mentre i fratelli più grandi andavano nei campi e dietro alle vacche, era stato messo in seminario, proprio a Rivoli. Tornava a casa, a piedi, da solo, una volta al mese.
Per il resto se ne stava sempre nel grande palazzone su la monte, alle spalle del Castello, dove adesso dovevano aprire un casinò. Ai tempi che andava a scuola, però, era abbandonato e chiunque andava a prenderci quello che voleva: quante case di Rivoli e dintorni avevano arredi delle ultime due esposizioni, di prima che Barba nascesse. Poi nel Castello c’erano stati gli sfollati, non subito, non da quel maledetto giugno del 1940, ma da qualche mese dopo, sì.
Barba lo ricordava bene. A quel tempo teneva la contabilità in segheria, al Barocchio. Ci andava con la bicicletta che gli aveva comprato suo padre dopo che aveva finito le scuole alte.
La mattina, pedalando verso la città, se li vedeva venire incontro, uomini, donne, bambini, coi loro fagotti fatti su nelle coperte. Pochi si caricavano come muli. I più viaggiavano leggeri, il minimo indispensabile, per affrontare i quindici chilometri dalla città al Castello, con la salita finale che toglieva il fiato e la speranza. E per di più non è che avessero le pance tanto piene in quei giorni.
Dopo, il Podestà ne aveva mandati via un po’. O meglio li aveva ammassati in un’ala diroccata per riservare le sale buone ai tedeschi. Fino al ‘43, due anni prima, il giorno che ferirono Severino Piol alla Casa del Fascio, l’indomani della caduta di Mussolini con gli operai che festeggiavano alla stazione del trenino, al municipio e dappertutto.
Barba non ricordava se furono i fascisti o i tedeschi a sparare a Severino, ma il giovane operaio era morto da lì a qualche giorno. Poi gli alleati avevano bombardato il Castello, qualche settimana dopo, e il tetto era venuto giù quasi tutto. Barba invece ricordava meglio – e come avrebbe potuto dimenticarli? – i saccheggi dopo l’8 settembre. Le rappresaglie. L’attacco partigiano di quell’ultima estate. Prima, in aprile, era morto Arduino, un altro dei Piol, un agguato tedesco alla Mortera. E un terzo fratello, Gusto, era stato ucciso a Giaveno. Comandava la “Volante”.
A Rivoli cominciava a scarseggiare il cibo. Tessera della fame o meno.
Barba viveva coi suoi in cascina. Un maiale non mancava mai e a casa sapevano dove tenere il raccolto che a nessuno venisse l’idea di un sequestro. Così mangiavano loro e anche qualche altra famiglia di Villarbasse. Erano fortunati.
Gli altri, quelli che vivevano di Carta annonaria, non ne avevano mai abbastanza. Un pugno di pasta secca. Olio quando ce n’era. Un cartoccio di zucchero. Un etto di pane e il latte per i bambini.

24 marzo 2020

Evento

Pagina Facebook di Daniele Gouthier
Martedì 24 marzo alle 21, presentazione dal titolo "Un matematico che scrive? Si può fare!" sulla pagina Facebook https://www.facebook.com/daniele.gouthier. Un matematico può scrivere il suo secondo romanzo? Come? Quando? E soprattutto perché? Parole in libertà sulla mia scrittura e su qualche idea e scelta che sta dietro a Ci sono giorni da ricordare.
21 marzo 2020

Evento

Torino La Parrocchia della Resurrezione del Signore ospita il reading Ci sono giorni da ricordare di e con Daniele Gouthier.
06 marzo 2020

Evento

Ferra D'Isonzo
Tenuta Borgo Conventi ospita il reading Ci sono giorni da ricordare di e con Daniele Gouthier.
17 febbraio 2020

Evento

Modena
Lunedì 17 alle ore 18.30, presso la Scuola "Galileo Ferraris" in via Divisione Acqui a Modena, si terrà un reading di e con Daniele Gouthier per scoprire Ci sono giorni da ricordare ed emozionarsi con le vicende di Emma e Luca.
29 gennaio 2020

Evento

Alle 10.30 sulle frequenze di Radio Dora, https://www.radiofrejus.it/, intervista con l'autore su Ci sono giorni da ricordare.
27 gennaio 2020

Aggiornamento

In occasione della Giornata della memoria, alle 20.30 nella Sala Consigliare del Comune di Gradisca d'Isonzo, l'autore tiene un reading su Emma, Luca e sulla loro amicizia costruita attorno alla memoria di Mauthausen.

Commenti

  1. eurocarello

    (proprietario verificato)

    Ho iniziato a leggere il romanzo di Daniele una sera dopo cena e non sono più riuscito a staccarmene. Ho terminato a notte inoltrata. E’ coinvolgente, intenso, non banale, a tratti commovente. Riesce a far pensare e riflettere su un argomento difficile come la deportazione e la Shoah senza impancarsi né diventare inutilmente didascalico. La memoria terribile di Luca scivola delicatamente, con pudore, nell’intimo di Emma, che la accoglie con naturalezza e la fa sua. Un modo accattivante ma seriamente fondato di riflettere e far riflettere sulla storia e implicitamente sul presente. Per me personalmente, poi, ci sono riferimenti continui e gradevoli alla mia Torino, nonché alla Val di Susa nella quale con Daniele e la sua famiglia abbiamo avuto un vissuto, temporaneo ma importante, in comune. E non ho potuto fare a meno di applaudire mentalmente alla considerazione di quanto sia “stupido applaudire un morto. E incivile”. Una pecca? Emma è Juventina. Ma nessuno è perfetto. Da consigliare.

  2. (proprietario verificato)

    Davvero originale accostare due età così differenti, una situazione che mi ha sempre affascinato, a partire da alcuni film famosi di svariati anni fa.
    I due pilastri principali del romanzo (le problematiche giovanili; l’impegno sociale nel dramma dell’olocausto) si intrecciano in modo inatteso, creando un insolito afflato.
    Purtroppo – ci insegna il testo – l’orrore è dietro l’angolo, anche nei posti più belli, perfino nei luoghi da cartolina (come il bosco di Mauthausen, in Austria) può insediarsi l’odio dell’uomo, dispiegarsi il suo turpe delitto. Perché l’ “homo faber” non contempla la bellezza: Mauthausen non è un paesaggio, bensì una cava di pietre, poi d’anime e corpi.
    D’altronde, ancora oggi la bellezza è ignorata, sacrificata sull’altare del “progresso”, di un pozzo petrolifero, di un “p.i.l.” sempre più lontano da un concetto di reale benessere umano e di vita serena.
    Il libro dispiega anche un risvolto assai meno comune: la compassione (ma mai l’assoluzione, giusto!) per i carnefici, per coloro che avrebbero saputo ma forse non potuto non esserlo. E il pensiero m’è volato subito alla chiusura di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, dove la morte in quell’ultimo giorno di guerra è intesa come una salvezza, evitando il ritorno ad un mondo che sarebbe risultato alieno e, aggiungo io (Remarque non poteva ancora saperlo, allora), magari 20/25 anni dopo avrebbe potuto trasformare lo studente/soldato in un torvo carnefice nazista.
    I due particolari che mi sono piaciuti di più? Il magnifico concetto di educazione, del rapporto insegnante/allievo che tanto di rado si coglie nelle istituzioni scolastiche. Ancora oggi ero in una scuola, e dopo che una professoressa aveva detto agli studenti di ascoltarmi, io continuavo a ridurre il tempo per ascoltare me, estendendo quello per ascoltare loro: è solo ascoltando l’eco via via affinantesi di loro stessi che possono realmente crescere e imparare.
    La seconda? Il verbo “ghirigorare”, questo splendido neologismo che va ben oltre il foglio di carta, coinvolge il tracciato d’Emma (la giovane protagonista) nel mondo e, simmetricamente, nel suo animo e psiche.
    Insomma, un libro dai mille risguardi, dalle pieghe dense di significati che ogni singolo lettore può andarsi a scoprire in perfetta autonomia, seguendo il tracciato (fra vicenda presente e flusso del ricordo).che maggiormente gli aggrada.
    Carlo

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Daniele Gouthier
Daniele Gouthier, nato a Torino nel 1969, vive in Friuli-Venezia Giulia. È autore del romanzo “Sulle tracce di un sogno”, la storia vera e travolgente di Naseem che a quindici anni dall'adozione torna da Firenze nell'immensità dell'India a cercare casa.
Crede che tutti abbiamo il diritto di provare a realizzare il sogno di un bambino e di favorire i progetti dei giovani.
Ha scritto saggi sulla scienza (“Scrivere di scienza”, Codice 2019; “Il solito Albert e la piccola Dolly”, Springer Italia 2008; “Le parole di Einstein”, Dedalo 2006), libri di matematica (“Matematica per giovani menti”, Dedalo 2019; “Dar la caccia ai numeri”, Dedalo 2017; “Glossario di matematica”, AlphaTest 2003) e un libro di testo per le scuole medie (“Il bello della matematica”, Pearson Bruno Mondadori 2014).
È direttore delle edizioni Scienza Express.
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LEGGEREACASA fino al 3 aprile regaliamo un libro in formato digitale tra una selezione di titoliScopri quali
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