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Ciao, io esco

Ciao, io esco
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Consegna prevista Agosto 2022
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Due mondi paralleli che si uniscono solo al calar del sole: Cesare, celebre e affascinante personaggio romano vive dissipando le sue giornate, dall’altro lato Camilla, donna ambiziosa e arrivista che non guarda in faccia a nessuno pur di raggiungere i suoi scopi. Tra di loro, Vincent van Gogh, padre della pittura moderna, genio incompreso e anima fragile. Cosa lega queste tre figure? Tre storie che si intrecciano indissolubilmente, due realtà lontane unite dall’amore: Cesare si lascia sedurre dal mondo dei sogni, un mondo progettato e costruito ad hoc dalla Oneiroi, multinazionale che sfrutta l’energia onirica degli esseri umani, per la quale Camilla lavora. Ma quanto è davvero senza scrupoli e quanto è disposta a perdere in nome della verità?

Perché ho scritto questo libro?

È un po’ come chiedere ad un pittore perché dipinge: scrivo perché non posso farne a meno, perché adoro inventare storie attraverso le quali vivere realtà parallele, creare emozioni, solleticare sensazioni, evadere. “Ciao, io esco” popola la mia mente da diversi anni; all’inizio non avevo il coraggio di metterlo nero su bianco, poi non avevo il tempo. Ma la mia vita è cambiata da un giorno all’altro e ho capito che non si deve rimandare ciò che ci rende felici, mai.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“E un vuoto, un vuoto immenso si è spalancato nel mio cuore”.

Vincent van Gogh non conobbe l’amore, di certo non conobbe quell’amore descritto tra le pagine dei romantici, nessuna affinità elettiva, nessuna parola sussurrata al cuore. Io nemmeno sapevo chi fosse questo Vincent, prima di questa storia ma nella sua frase, ora, mi ci rispecchio completamente.

E nemmeno io conoscevo l’amore, quell’amore.

È mattina, il sole è già alto ma non mi interessa perché non mi interessa più niente, ho perso tutto, tutto quello in cui credevo e ho perso l’amore.

Ho perso anche me stessa.

Ma per trovarsi occorre prima di tutto perdersi.

Una morsa mi comprime le tempie che pulsano incessantemente, ho la nausea, forti conati si fanno strada su e già per l’esofago, cerco in tutti i modi di reprimere la bile che ribolle come se qualcosa dentro di me cercasse di uscire dal mio corpo, la rabbia scalpita in tutti i miei organi e li dilata come se cercassero di sfuggirmi, di esplodermi dentro, come se il corpo  mi si stesse ribellando contro, non riesco a tenere gli occhi aperti perché tutto ruota troppo veloce, le pareti sono fluide, si stanno sciogliendo per venire ad inghiottirmi, mi fanno paura, mi generano ansia, perché il mondo mi vuole schiacciare? Non sono un insetto, o forse sì? Non so più niente di me, dove inizio e dove finisco, chi sono, come mi chiamo ma soprattutto.. dove diavolo sono?

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Mi rannicchio sotto il lenzuolo, ne percepisco il profumo, sa di bucato appena fatto ed è così liscio, mi avvolge in un abbraccio sottile e delicato, una carezza angelica, non sono nel mio letto: quest’improvvisa consapevolezza non fa altro che nutrire l’ansia che già mi costringeva in una posizione fetale. Ancora non riesco ad aprire gli occhi, percepisco la luce da sotto le palpebre ma non riconosco il profumo di questo letto, di questa stanza. Il battito si fa accelerato, il cuore, unico organo che finora se n’era stato buono, si unisce alla cavalleria per cercare anch’esso di sfuggirmi, possibile che nemmeno parti di me vogliano stare con me?

Perché mi fuggi, cuore? Poggio il palmo della mano destra sullo sterno e faccio pressione cercando di impedire al muscolo di esplodermi nel petto, le pulsazioni vanno perfettamente all’unisono con le martellate che continuo a sentire sotto le tempie, come se cuore e cervello avessero stretto un’alleanza per distruggermi, sti stronzi. È già abbastanza dura così senza che io debba preoccuparmi di un golpe da parte del mio stesso corpo e invece eccomi qui, rannicchiata chissà dove, chissà come e perché, in un luogo sconosciuto e in un corpo che nemmeno mi vuole. La mente prova a vagare ma un alone nero la riporta a me provando finalmente a collaborare con il corpo martoriato per tornare indietro nei meandri dei ricordi e cercare di comprendere il motivo di tutto questo insulso disagio.

Ho trentadue anni e non ho più il fisico per affrontare un dopo sbronza, questo è quanto.

Cerco di evitare di salire sul treno del risentimento, non ho voglia di sentirmi in colpa prima ancora di capire cos’ho combinato e poi innanzitutto devo capire dove sono. Distendo lentamente gli arti, allontano le gambe che tenevo strette al petto come scudo e stiracchio le braccia, sento freddo nonostante sia estate, sul piede sinistro, sfuggito alla seta del lenzuolo, percepisco un alito di aria gelida che collego ad un condizionatore. Mai sopportata l’aria condizionata, perché non godersi la calura estiva, in estate?

Il brivido corre velocemente lungo tutto il corpo fino al collo, sento pizzicare alla base della nuca, il che mi genera una scossa, mi rendo conto solo ora di essere completamente nuda; con le palpebre ancora incollate, faccio scivolare una mano lungo tutto il corpo, come una sonda, un soldato in perlustrazione alla ricerca di feriti. Pare sia tutto a posto, è ora di aprire gli occhi. Con la testa nascosta sotto il morbido tessuto socchiudo le palpebre pregando, non so nemmeno io chi, che il mondo abbia smesso di fare giravolte e un inutile flashback mi riporta alla mente quella stupida giostra su cui si saliva da piccoli, le tazze giganti che ruotano. Le ho sempre detestate con tutta me stessa, non ne ho mai compreso il senso. Fatto sta che nel mio presente ora tutto è fermo.

Prendo un lungo respiro, il mal di testa è lancinante ma almeno ho ripreso possesso dell’organo della vista, me ne compiaccio. La stanza è satura di luce, lo vedo attraverso la trama delle lenzuola, non ho voglia di essere qui, non ho voglia di dover affrontare un uomo sconosciuto in un mondo sconosciuto. Che palle, penso. Con entrambe le mani afferro il lembo superiore e lo abbasso lentissimamente appena fin sotto il naso, lasciando spuntare solo alcune ciocche di capelli sconnessi, gli occhi appiccicati dal mascara e la punta del naso, appunto, fredda. Lo sguardo viene immediatamente calamitato dall’immensa vetrata che si mangia tutta la parete destra della stanza, lasciando intravedere un folto fogliame, è calmante, mi ricorda casa mia ma sono certa di non essere comunque a casa mia. Sulla parete di fronte noto con sgomento il televisore più grosso che abbia mai visto in vita mia, sembra quasi di essere al cinema, poi mi dico che no, non esagerare non è così grosso, però è grande. A me non piace la televisione. Sul lato sinistro una cabina armadio gonfia di abiti da uomo e tutte le cose che li potrebbero accompagnare, cravatte, camicie, blablabla, non mi interessa.

Conclusione: sono a casa di un uomo e questo uomo è uno sconosciuto, visto che questa stanza non l’ho mai vista; suppongo anche sia piuttosto benestante visto il livello di maestosità dell’arredamento; meglio così, i ricchi sono i più facili da cui fuggire. Mi sporgo leggermente alla sinistra e poi alla destra del letto alla ricerca dei vestiti o almeno di una parte di essi, o almeno almeno della biancheria intima, cazzo. Nulla, moquette bianca immacolata, nemmeno una briciola di indizio o strada da seguire per ritrovare pezzi di tessuto che mi ricoprano le virtù. Vorrei avere le forze di rimproverare la mia voglia di scherzare anche in momenti imbarazzanti e complicati come questi ma non ce la faccio, comunque non riesco a reprimere una risata semi isterica che mi solletica la gola; non è la prima volta che ti svegli così, signorina! Ho la coscienza più petulante della storia e di certo meno in linea con la mia personalità. Taci. Penso che se sono nuda nel letto, il mio corpo e quello di Mr.Colletto Bianco abbiano già fatto conoscenza, di certo più che ravvicinata, per cui non credo si scandalizzerebbe se lo raggiungessi come mamma m’ha fatto. Sempre che si trovi in casa, forse se sono fortunata se n’è andato lasciandomi garbatamente la possibilità di fare la camminata della vergogna in santa pace.

Distesa in questo placido mare lussuoso sono di nuovo immobile, la testa sprofonda in soffici cuscini, non ho proprio voglia di alzarmi; un colpo di tosse mi punzecchia la gola con un milione di spilli, ero convinta di aver smesso di fumare ma quando bevo fumo, quindi siccome ho sicuramente bevuto deduco che abbia anche fumato, già, il mio metodo deduttivo è sempre impressionante. Prendo un lungo respiro e mi metto seduta, lo specchio in lontananza rimanda un’immagine sconclusionata del mio corpo, i capelli mi avvolgono, non riesco a trattenere un sorriso percependo immediatamente il dito indice alzato della mia coscienza, sempre in agguato per rimproverarmi. Allungo la mano verso un piccolo telecomando grigio che trovo sul comodino e finalmente riesco a porre fine all’atmosfera artica che regna in questa camera asettica, chissà che vita conduce il suo proprietario, un medico? Appena mi alzo un capogiro da Oscar mi pervade anima e corpo, chiudo gli occhi e cerco di respirare al meglio delle mie facoltà, per fortuna che almeno le funzioni base del mio corpo non dipendono dalla mia volontà altrimenti sarei già morta, mi dimenticherei continuamente di respirare, sicuro.

La sensazione dei piedi nudi sulla moquette è piacevole, rilassante, distendo le braccia verso l’alto per rivitalizzare i muscoli poi cammino lentamente verso la luce, quella vetrata mi attira come un incantesimo, poggio i palmi sul vetro freddo e il contrasto col mio caldo respiro lo appanna immediatamente, le piante esterne scompaiono dietro alla vista offuscata dal vetro e penso che è proprio così che vedo il mondo ora, offuscato, lontano.

È tempo di affrontarlo sto mondo, a passo sicuro prendo la porta e trascino le mie grazie per l’appartamento, vorrei avere almeno un nome da chiamare invece non ho in mente nemmeno un volto da cercare, benedetta tequila, “C’è nessuno?”, ci provo ma no, non c’è nessuno, una voglia infantile mi pervade, vorrei curiosare dappertutto, nei cassetti della cucina, in soffitta, sotto il letto, cos’avrò mai raccontato a quest’uomo perché si fidi a lasciare una sconosciuta sola in casa sua? Sul cassettone in sala vedo in lontananza delle fotografie incorniciate, mi avvicino un po’ di soppiatto sentendomi comunque un’intrusa e afferro la prima foto: un bell’uomo sulla cinquantina sorride all’obbiettivo, occhi scuri, riccioli biondi, niente male! Almeno non mi sono rimorchiata uno scafandro, la foto vicina ritrae due bambini e tanto mi basta per riprendere coscienza del mondo e di me stessa e cercare i vestiti. Intravedo il reggiseno di pizzo avorio abbandonato sul divano, corro a prenderlo e inizio una sfiancante caccia per tutta la sala alla ricerca del resto del tesoro. Le scarpe sono state le più difficili da scovare, anche perché giacevano meste nel lavandino, completamente zuppe.

Coscienza non ci provare neanche.

Finalmente rientrata in possesso delle mie quasi piene facoltà saluto garbatamente la casa e mi dirigo a testa alta verso la porta d’uscita. Che è chiusa. No, no, no! Ma come chiusa?! È un sequestro? Mi hanno rapita? Perché deve essere sempre tutto complicato? Certo, basterebbe smetterla di andare in giro a bere e rimorchiare sconosciuti per non trovarsi in simili situazioni eppure lo sappiamo entrambe, cara coscienza, che non succederà quindi lascia stare le tue inutili remore e dammi una mano a uscire da qui. L’appartamento si trova in alto, forse un terzo piano, quindi una fuga dalla finestra è di certo sconsigliabile, prendo il telefono per capire almeno in che lato della città mi trovo ma, ovviamente, è spento. Che posso fare?

All’improvviso un tintinnio lontano riporta la mia attenzione al presente, qualcuno sta aprendo la porta, mi nascondo dietro alla colonna della cucina e sbircio verso l’ingresso: l’uomo della fotografia, in bermuda e polo, sta venendo verso di me, fischiettando, con due caffè in mano e un sacchetto bianco che presumibilmente contiene la colazione. Speriamo sia un pain au chocolat – certo perché ti fermeresti a fare colazione con lui? E magari domani porti a scuola i suoi figli.

Un urto di nausea mi fa rabbrividire.

“Marcella?”

Chi diavolo è Marcella?

“Marcella ci sei?”

Dovrei essere io?

“Ho preso il caffè, come ti avevo promesso”

Mi sa che Marcella sono io. Avvolta nel mio microscopico vestito e a piedi nudi faccio capolino dalla cucina, tento un sorriso titubante, i capelli scarmigliati suppongo siano poco rassicuranti ma il bel papà non sembra affatto spaventato dalla mia figura scomposta

“Ah, sei sveglia!”, in due falcate mi è di fronte e mi stampa un bacio sulle labbra, profuma di caffè e di uomo adulto.

“Buongiorno” sussurro una voce che fatico a riconoscere come mia; sì, ho decisamente fumato

“Come ti senti?”

“Come una che ha bevuto troppo tequila?”

“Eri scatenata ieri sera”

“Ah sì?”

“È stato divertente però, erano anni che non mi lasciavo andare così”

Non so più cosa rispondere, così non rispondo. Provo col sorriso. L’uomo va dritto agli sgabelli della penisola in cucina, che solo ora noto essere stratosferica, farebbe impallidire quelle delle riviste di arredamento, estrae i cornetti dal sacchetto e toglie i tappi di plastica dai bicchieri di carta, mi guarda, mi sorride, dio ma è bellissimo. Mi complimento per la conquista, mi sembra quasi un peccato che ora lo debba abbandonare così.

“Allora, che aspetti?” incalza ma io rimango impalata lì, incerta ma non tanto sul da farsi in questo momento quanto sul da farsi nella mia intera esistenza.

Cedo, mi siedo alla sua sinistra, questi sgabelli sono tanto belli quanto scomodi:

“Non hai pensato di provarli prima di comprarli?” domando, il misterioso se la ride di gusto

“Li ha scelti mia moglie”

“Ah” penso e poi pure lo dico “Quindi sei sposato?”

“Separato”

“Capisco”

“Questa conversazione è già avvenuta”

“Nella realtà?”

“Dove se no”

“Giusto”

Mi accarezza una spalla con un gesto dolce, quasi paterno. Non ce la posso fare.

“Quanti anni hai?” domando senza sapere perché

“Cinquantacinque e tu?”

“Io pure” e scoppia di nuovo a ridere

“Sei matta, sei”

“Inizio a pensarlo pure io” bevo un lungo sorso di caffè, inghiotto mezza brioches e mi alzo dallo sgabello meno sensato della storia

“Dove te ne vai?”

“Via”

“Via dove”

“Via via”

“Perché?”

“La domanda giusta sarebbe perché sei ancora qui?”

“Perché dovrei porti una domanda tanto sgarbata?”

“Le botte e via di solito funzionano che ci si dà una botta e poi si va via”

“E quindi questo è stato?”

“Sì, no?”

“Non saprei, non mi dispiacerebbe rivederti”

“Ah”

“E?”

“Posso pensarci?”

“Certo rossa”

“Grazie della colazione”

“Figurati, grazie a te per la splendida nottata”

Almeno gli lascerò un bel ricordo, penso tra me e me.

“Me lo chiameresti un taxi?”

Mentre sto per chiudere la porta, torno sui miei passi, infilo in naso in casa e domando:

“Che lavoro fai?”

“Il chirurgo, perché?”

“Curiosità, ciao!”

Sì, metodo deduttivo sempre infallibile.

Prima di tutto ciò.

2021-11-02

Aggiornamento

250 copie raggiunte! Grazie mille a tutte le persone che stanno dando fiducia al mio libro!
2021-10-28

Aggiornamento

PRIMO GOAL RAGGIUNTO! Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno deciso di credere in me e investito nel mio manoscritto, 200 volte grazie a tutti voi!
2021-10-25

Evento

Bar Tati, Masera PRESENTAZIONE lancio campagna crowdfunding per pubblicare il mio libro! In concomitanza con il lancio ufficiale della campagna è stato presentato il progetto di "Ciao, io esco", abbiamo parlato di bookabook, del mondo dell'editoria e del libro, della sua storia, di come è nato e perchè.

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Arianna Giannini
Sono stata molte cose in vita mia, per molto tempo giornalista: scrivo da quando ho 18 anni e non mi sono più fermata. Dopo un percorso di studi umanistici presso l’Università Statale di Milano, ho seguito un master in giornalismo di inchiesta a Roma che mi ha portato a collaborare con la redazione di Giovanni Minoli per il programma Faccia a Faccia di La7, per due anni. Nel 2018 sono tornata in Piemonte per prendere in mano l’albergo di famiglia che gestisco con mio fratello, riuscendo così a ritagliarmi tempo prezioso per continuare a scrivere, per me e per il giornale locale. Nel 2019 ho seguito un corso di scrittura creativa presso la Scuola Belleville di Milano e un corso sull’editoria italiana. La scrittura mi permette di dare forma alle emozioni e comprendere la mia stessa esistenza, è stata mia fedele compagna di viaggio e memoria storica per chi, come me, una memoria non ce l’ha
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