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Ciò che è fatto non può essere disfatto

Ciò che è fatto non può essere disfatto
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Consegna prevista Novembre 2021
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Il Conte Ranieri è un collezionista di dischi rari che si imbatte in un capolavoro perduto: “Ciò che è fatto non può essere disfatto” del Dry Cabaret, un’oscura band di progressive italiano che ha inciso un bellissimo e misterioso album nel lontano 1973. Gabrilla e Angela sono due donne caratterialmente molto diverse: la prima ha qualcosa di demoniaco, le piace fare del male, creare situazioni che inducono alla sofferenza e alla perdita di autostima; l’altra è deliziosamente ingenua, crede alla buona fede altrui ed è alla ricerca di una storia d’amore importante pur non disdegnando i piaceri del sesso fine a se stesso. Altro personaggio è Riccardo Varnè, cantautore storico della Scuola Genovese in crisi esistenziale e creativa. Ormai prossimo agli 80 anni, vive in compagnia dei suoi rimpianti e della fugace apparizione dei suoi colleghi ormai trapassati che gli si manifestano in sogno… La storia è quella dell’eterna contrapposizione tra Bene e Male. Qual è la differenza, in fondo?

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo perchè sentivo l’urgenza di liberarmi di una serie di demoni: ricordi che mi appesantivano l’anima, rimpianti che non riuscivo a digerire. Scriverlo, al di là del risultato letterario, è stato per me estremamente trapeutico. Oltre a questo mi piaceva l’idea di raccontare una storia che toccasse una serie di argomenti per i quali ho sempre nutrito un particolare interesse quali la musica e il teatro, l’occultismo, l’erotismo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Tutti lo chiamavano Conte Ranieri. Chissà poi perché.
Nel 1988, poco più che ventenne, aveva aperto un negozio di dischi dalla stravagante denominazione Houdini, in società con un cugino defunto cinque anni dopo. All’epoca, i dischi si vendevano ancora bene, ma la musica aveva subito un appiattimento, un evidente scadimento di qualità. Gli anni 70 erano stati tutt’altra cosa, un periodo favoloso e irripetibile: ogni anno uscivano vagonate di 33 e 45 giri, i gruppi progressive dilagavano, i cantautori spopolavano, le femministe imperversavano…. c’era veramente di tutto. La musica era un grande ventaglio, una fonte inesauribile di colori e di fantasia, gli artisti erano assetati di novità espressive e di sperimentazione. Quando nei primi anni 90 i dischi in vinile cominciarono a sparire, Houdini era riuscito a sopravvivere grazie ad una geniale intuizione del Conte: trasformarlo in negozio di dischi da collezione, antiquariato più o meno raro.

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Il Conte doveva sbattersi un po’ di più, andare alla ricerca del materiale, ma le soddisfazioni erano maggiori. Vuoi mettere l’ultimo CD di qualche contemporanea nullità con un vinile originale di Lizard dei King Crimson o di Electric ladyland di Jimi Hendrix? E anche la clientela era cambiata dal momento che il negozio era ora frequentato prevalentemente da fanatici collezionisti, quelli che controllano al microscopio le tracce di polvere in copertina e si aggirano per le mostre-mercato con la fonovaligia sempre a tracolla.
Del resto anche il Conte era un collezionista. Possedeva la più fornita raccolta di dischi di Milano. A casa sua c’era di tutto: bastava fare un nome e lui te lo tirava fuori. Il primo album di Franco Battiato? Eccolo qua. Una copia originale di Streaking di Loredana Bertè? Come no? La prima stampa di Sticky fingers degli Stones con tanto di cerniera lampo e slip all’interno? A casa sua non mancava di certo.

Ogni domenica mattina lo si vedeva bazzicare sotto i portici di via Scursatone, ove si teneva il mercatino dell’antiquariato con molteplici banchi di venditori di dischi. Gli capitavano spesso dei buoni affari perché sapeva individuare il pezzo raro e, cosa molto importante, riusciva bene nell’arte della trattativa. Non dimenticava mai due verità fondamentali: la prima è che chi compra è sempre in una condizione di superiorità rispetto a chi vende, anche se chi vende tenta in ogni modo di farti credere il contrario; la seconda è che con le dovute maniere si può ottenere tutto: un sorriso accattivante è l’arma migliore quando ci si trova nel mezzo di una contesa commerciale.
Collaborava anche con la rivista musicale Contrappunto per la quale scriveva articoli su dischi sconosciuti ai più, veri e propri cimeli, reperti vinilici nei quali s’imbatteva nel corso delle sue continue ricerche. Recentemente, ad esempio, in un negozietto di Mantova ne aveva trovato uno veramente interessante: “Ciò che è fatto non può essere disfatto”, inciso nel 1973 dal Dry Cabaret, un gruppo di progressive italiano scivolato nell’oblio come tante altre formazioni dell’epoca. Il Conte era consapevole dell’esistenza di questo album ma per le mani non gli era mai capitato. Lo aveva visto solo una volta su e-bay, una decina d’anni prima: c’era stata un’asta combattutissima al termine della quale, nel cuore della notte, il pezzo era stato aggiudicato per una cifra vicina ai 1.000 euro ad un offerente anonimo. L’episodio aveva avuto il merito di dimostrare che il disco esisteva veramente, cosa della quale, fino a quel momento, non tutti erano sicuri. C’era, infatti, chi sosteneva che il Dry Cabaret non fosse un vero gruppo prog ma una leggenda metropolitana.
Alighiero Bianconi, altro dotto collezionista nonché Direttore Editoriale di Contrappunto, ne era convinto:
“Il Dry Cabaret è una bufala” gli diceva sempre “se l’è inventato qualche buontempone per prendere per il culo i Giapponesi. Lo sai che quelli comprano tutto, no? E poi, ti sembra possibile che nel ’73 un disco del genere sia passato del tutto inosservato? Ciao 2001, per esempio, non lo ha mai recensito e di questo sono sicuro perché possiedo tutte le annate”
Eppure, quando l’album era comparso su e-bay anche l’inappellabile Bianconi si era dovuto ricredere.
Una volta penetrato nel suo archivio, l’album era stato riversato su nastro e il Conte lo aveva ascoltato decine di volte, alla ricerca di quella qualità artistica che solo i grandi capolavori sono in grado di racchiudere. Il disco non aveva deluso le aspettative e le aspettative non erano rimaste deluse nemmeno in relazione ai messaggi subliminali che il Conte era solito ricercare in ogni disco che entrava in casa sua. I messaggi subliminali nelle canzoni costituivano, infatti, uno dei principali interessi del Conte, il quale poteva trascorrere interi pomeriggi nel concentrato ed infaticabili ascolto di nastri alla rovescia. Girava voce che i Led Zeppelin ne avessero inciso uno in Stairway to Heaven. Ebbene, il Conte aveva trascorso diversi pomeriggi di costante dedizione all’ascolto di questo brano e, alla fine, si era convinto che il messaggio ci fosse davvero. Gli Zeppelin lo avevano sempre negato, certo, ma era naturale che lo facessero. Mica uno può riconoscere pubblicamente di trasmettere messaggi satanici nelle canzoni, no? Si diceva che il testo fosse stato scritto da Robert Plant in stato di trance e che mentre Jimmy Page eseguiva il celebre assolo di chitarra elettrica intrattenesse una conversazione con Dio. Il Conte non faceva fatica a crederci. Il rock contiene qualcosa di diabolico ed angelico insieme: era nato per rappresentare la tendenza dell’essere umano verso qualcosa di trascendentale. Che cos’è la Musica se non una forma di avvicinamento al Soprannaturale? La Vera Musica eleva, è spirituale ma anche tentatrice. E nell’album del Dry Cabaret c’era qualcosa. alcuni bisbiglii nell’ultimo brano dal titolo “Nel momento di coricarmi Dio veglia sull’anima mia”, una suite di quasi nove minuti. Inizialmente potevano sembrare solo dei sussurri, buttati lì per abbellire il pezzo e aggiungere una nota di suggestione ma, ad un ascolto più attento, rivelavano la presenza di qualcos’altro. Frasi criptiche, recitate in tono attonito che il Conte era riuscito ad estrapolare dopo due giorni di rigoroso ascolto in cuffia e ad altissimo volume.
Questa musica ti distruggerà… e ora che lo vedi, sai a che cosa vai incontro. Cercami ma non mi troverai. L’ultimo passo è il campo nel quale le anime si perdono.

Sul Dry Cabaret in rete non c’era quasi niente: il gruppo sembrava essersi costituito a Reggio Calabria ma l’album era stato registrato a Torino presso lo studio Spectrum, chiuso da decenni. I componenti erano tre, e sulle note di copertina (sprovvista di corredo fotografico) erano così indicati: Gianfranco G. (violino, chitarra acustica ed elettrica, basso, pianoforte, flauto e percussioni), Duca Luca (tastiere e voce), Renzo Tripodi (batteria, percussioni, chitarra 12 corde e voce). Avevano partorito un capolavoro e poi erano scomparsi nel nulla. Come avevano fatto? Chi erano questi tizi? Nel brano Il Conte di pietra c’era un assolo di chitarra elettrica che sembrava venire fuori dalle mani di Eric Clapton. Possibile che a suonarlo fosse davvero Gianfranco G., un musicista anonimo che non aveva lasciato alcuna traccia? Non veniva segnalata la presenza di nessun membro femminile, eppure si sentivano spesso gli interventi vocali di una donna. Si trattava di una voce bellissima, commovente, ricca di sfumature, un vero arcobaleno sonoro. Chi era? Perché non veniva menzionata nei credits? E poi c’erano molte altre stranezze: la copertina, ad esempio, che rappresentava una riproduzione di un’acquaforte di Durer, Il Diavolo, la Morte e il Cavaliere; il titolo dell’album, Ciò che è fatto non può essere disfatto, così enigmatico e macbethiano; l’etichetta discografica, la Bluette, mai sentita nominare da nessuno; i testi, così ermetici, ricercati e visionari.…

Il Conte di pietra sovrastava la città
lo sapevano tutti della sua voracità
Era un assassino e la sera andava in giro
di giorno era pietra e la piazza dominava
(Il Conte di pietra)

Lascia andare le tue scarpe
offri alla notte l’onda del tuo desiderio
rimani
e grida
il vizio è l’anima della coscienza
(Arco di luna spenta)

Non c’è silenzio
che possa allontanarmi dalla tua voce
so che i tuoi occhi mi seguono
so che li rivedrò.
Stelle di luminosa magia
danzano nell’acqua d’inchiostro
Bellissime streghe
si avventeranno
su cappelli a cilindro e cravatte a farfalla
prima di spegnersi nell’alba come incubi d’amore
(Compagnia danzante)

Un altro brano, Immobile come una statua, colpiva per la sua struttura cabarettistica. Su una base di pianoforte, si snodava una inquietante melodia eseguita al violino che creava un effetto impressionante. Sembrava di aggirarsi in una casa infestata dai fantasmi. Quando partiva la voce, ci si sentiva circonfusi da un’atmosfera agghiacciante. In questo caso si trattava di una voce maschile. Ma la voce di chi? Di Duca Luca? E chi era, poi, questo Duca Luca?

Immobile come una statua
percorro la notte in silenzio
mi arrampico sopra i tuoi sogni
sono l’ombra che ti aggredirà
Immobile come una statua
mi aspetti per piangere ancora
ma il pianto si perderà presto
in dolce dolore si trasformerà

Cosa significava? C’era un senso talmente profondo da non poter essere colto che da pochi arguti eletti o più semplicemente la band si divertiva a spiazzare il pubblico con degli affascinanti sproloqui? Quella sera, mentre rimuginava sul divano con un bicchierino di cognac liscio in mano, venne colto dal desiderio di rivedere quello strano disco, di tenerlo in mano. Si avvicinò all’immensa scaffalatura ove riposava la sua collezione e lo prese. Quante copie ne erano state rilasciate? 4 o 5 mila, forse meno. Lui era tra i pochissimi che potevano sostenere di possederne una, di avere ascoltato quella musica.

CIÒ CHE E’ FATTO NON PUÒ ESSERE DISFATTO (Bluette, 1973)

Lato A
Compagnia danzante
Immobile come una statua
Arco di luna spenta

Lato B
Il Conte di pietra
Nel momento di coricarmi Dio veglia sull’anima mia

Gianfranco G: basso, chitarra acustica ed elettrica, violino, flauto, percussioni.
Duca Luca: tastiere, voce
Renzo Tripodi: batteria, percussioni, chitarra 12 corde, voce
Registrazioni effettuate presso lo Studio “Specrtum” di Torino, via Genova 144
Edizioni Bluette Music
Arrangiamenti e produzione: Omnis Bacunan

Era arrivata l’ora di spegnere i pensieri. Pertanto, cominciò a prepararsi per la notte dirigendosi in camera da letto.
Prima di consegnarsi a Morfeo voleva leggere ancora qualche pagina di un libro al quale si stava dedicando da qualche giorno, La musica dei miei desideri, biografia di Riccardo Varnè.
Erano circa tredici anni che questo grande cantautore genovese, riconosciuto come uno dei padri storici della canzone d’autore italiana, era quasi completamente inattivo: niente incisioni, niente concerti, niente partecipazioni televisive. L’unica cosa di cui si occupava erano degli articoletti che comparivano su un periodico romano di medio successo. Il Conte non riusciva a spiegarsene le ragioni, anche se probabilmente erano riconducibili all’età ormai avanzata del Maestro ormai ottantunenne.
Aveva anche provato a scrivergli una e-mail reperita sul sito internet riccardovarne@tiscali.it ma non aveva ottenuto alcuna risposta. “Chissà” aveva pensato “magari non l’ha nemmeno letta. Forse quel sito è gestito da suoi collaboratori che non gli riferiscono nulla”
Eppure il Varnè aveva scritto delle canzoni meravigliose, brani di una delicatezza e di una sensibilità di cui soltanto i cantautori della prima generazione erano capaci.
So che verrai, per esempio, era una delle sue più belle, un capolavoro inarrivabile.
Il Conte era giunto proprio ad un capitolo in cui veniva affrontato il processo di gestazione delle composizioni di Riccardo Varnè. L’autore del saggio riportava una considerazione estrapolata da una vecchia intervista. Alla domanda “Scrivi in base all’ispirazione del momento o riesci a scrivere un pezzo a tavolino?”, il Maestro, con la spregiudicatezza che sempre lo aveva contraddistinto, così si esprimeva: “Non esistono né ispirazione e né tavolino. Esiste il piacere di ascoltare le proprie cazzate. E se il mondo è convinto che si tratta di cose serie, il piacere è ancora più grande”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Gianfranco Giordano
Nato a Vercelli il 4 novembre 1966, ha abitato a Reggio Calabria per circa 30 anni. Nel 1986 ha conseguito la maturità classica e nel 1997 la laurea in giurisprudenza. Nel 2000 ha conseguito l'abilitazione all'esercizio della professione forense nonchè l'abilitazione all'insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche. Nel 2004 si è trasferito a Torino e lavora nel corpo dei Vigili del fuoco in qualità di funzionario amministrativo.
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