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Città al contrario

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Consegna prevista Aprile 2022
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Chi è Mennitis? Una persona reale? Una tipologia? Un mito? Di lui si sa che vive in periferia, dove tutto è possibile. Josef F., il protagonista della storia, scopre prima con rammarico, poi con raccapriccio, che in periferia gira tutto al contrario: il ladro diventa intoccabile, la persona perbene viene criminalizzata per futili motivi; invidie e gelosie sono normali. E lui Josef F. è la persona sbagliata, nel posto sbagliato, da denunciare per la tettoia abusiva della casa dove è andato ad abitare. La tettoia è lì da 15 anni però tutti dicono di non averla mai vista prima; dunque l’ha costruita lui? Sarà un brutto sogno da cui risvegliarsi? Oppure anche Josef F. diventerà un Mennitis?

Perché ho scritto questo libro?

Caro Lettore, cara Lettrice, la trappola è in agguato, dietro l’angolo. La mia storia potrà aiutarti a non caderci dentro!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ipotesi 0

Josef F. aveva otto anni, a luglio si trovava in colonia al mare, come si usava a quel tempo. Il dopo pranzo lo trascorreva in camerata con gli altri bambini per una o due ore di riposo perché si sa, il mare stanca. Un pomeriggio diverso dagli altri ha dormito profondamente, svegliandosi con la luce che inondava la stanza. Era pomeriggio e per un denso momento ha avuto il dubbio che fosse mattina e avesse dormito tutta la notte.

Dopo molti anni Josef F. conserva un ricordo vivissimo di quel pomeriggio. E pensa che stia ancora dormendo e la vita successiva sia un sogno dentro quel sonno, fino al risveglio, quando spera di ritrovarsi vecchio di otto anni e due ore di più, nello stesso pomeriggio a luglio, sul mare. Pensa che potrebbe aver sognato il lungo tempo di dolore, sofferenza, incomprensione e non-senso. Forse la storia si raccoglie dentro quel sonno. Josef F. spera di risvegliarsi in una realtà diversa e avere la vita davanti invece del lungo passato.

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Ipotesi 01

Scrive Josef F. nel suo diario: «sarà vero, sarà fantasia? Non importa se qualcuno potrà riconoscersi nelle descrizioni. Non mi interessa affatto e se qualcuno si riconosce e si sente offeso allora dovrebbe dimostrare l’errore o la malafede o l’inesattezza. Dovrebbe dimostrare il mio errore e quanto mi sbaglio ad affermare che non c’è tutela per gli onesti».

Periferia

Nei racconti, nei romanzi, nelle fiction e nei film, Josef F. legge avidamente di vicende ambientate in periferia. La trova una periferia di maniera, molto utile allo scopo della finzione però finta rispetto all’ effettivo andamento dei rapporti umani. In periferia la realtà supera di gran lunga l’immaginazione degli stereotipi radicati negli altri quartieri. Difficile immaginare la profonda ignoranza e arretratezza di una larga parte di personaggi che popolano la periferia. Non è immaginabile, se non ci hai vissuto. Josef F. ci ha vissuto, constatando, toccando, sentendo, verificando ad ogni passo, fin dall’ assenza dei marciapiede, l’assenza e l’inutilità di ogni minima o elementare consapevolezza delle regole di base del convivere civile. I personaggi reali di una periferia reale vivono una lancinante invidia nei confronti degli altri del quartiere accanto, anche del palazzo accanto.

Anche in periferia le persone vivono esercitando i loro diritti civili. Certo non ne conoscono il reale significato: abbandonati dalla politica, dalla società civile, abbandonati a loro stessi, al massimo frequentano la parrocchia. Però vanno alle urne e il loro voto vale tanto quanto il voto di un altro, magari laureato. La periferia è dominatrice ed ingiusta.

La vita in periferia trascorre vivendo nel continuo mettere il naso negli affari degli altri perché è inconcepibile, semplicemente inconcepibile, pensare una esistenza differente, leggere regolarmente un quotidiano, avere interessi e strafottersene di cosa fanno o dicono i vicini e tutto il circondario. In periferia, Josef F. lo sa bene, è impossibile astrarsi dalla vulgata dei luoghi comuni. Non sia mai che una persona diversa per estrazione, cultura, modo di fare, venga ad abitare lì. Se vai ad abitare lì, devi essere come loro. È un ragionamento semplice ed essenziale.

Ecco la vera periferia, non le rappresentazioni cinematografiche o letterarie e di maniera. Nella vera periferia, i disonesti proliferano perché hanno bisogno di mezzi per sopravvivere e gli onesti non hanno riparo anzi vengono trattati da disonesti perché vivono lì, per definizione. Una periferia – e forse una città e forse ancora una nazione? – da cui si può soltanto andarsene. Anzi fuggire.

Uno. Mennitis

1.

«Sei un Mennitis!». In periferia è un modo di dire piuttosto preciso. Puoi ascoltare per strada, all’improvviso, un grido scomposto: «sei un Mennitis!». Oppure semplicemente: «Mennitis!» e comprendi immediatamente il problema. Diventa un epiteto valido in diverse situazioni: nel frenetico caotico e disorganizzato traffico quando trovi qualcuno zigzagare guidando al telefono puoi anche urlargli contro: «guidi come un Mennitis!». Epiteto vantaggioso, nel caso, in quanto se il destinatario non ne conosce il significato non sa di aver ricevuto un pesante insulto. Se ne va per la sua strada ignaro mentre chi lo ha profferito si trova sgravato e alleggerito, senza dover affrontare la lite stradale connessa ad altri più tradizionali tipi di ingiurie.

2.

Come nasce l’epiteto? La sua origine ha fatto discutere filologi e antropologi. Alla ricerca di un significato recondito si sono mobilitate le lingue vive e le lingue morte. Le lingue dell’Occidente e dell’Oriente, dal sanscrito al greco antico, passando per le tradizioni del nord Europa scomodando alla fine i dialetti tribali africani.

Un’altra ipotesi di scuola avanzata nel corso degli anni fa risalire l’epiteto ad una possibile radice medioevale, magari tipico di alcune zone del centro-sud, dove è più forte la presenza greca evidenziata dalla lettera finale. In ogni caso di tutte le possibilità possibili, è realistico delimitare una situazione specifica, capace di assumere forma generale da una vicenda particolare. Un po’ come dire: sei un Cicerone, oppure un Virgilio, riferito a persone capaci di fornire spiegazioni oppure di guidare gli altri attraverso luoghi perigliosi ed oscuri.

In ogni caso, accantonando la discussione sulle origini, possiamo focalizzarci sull’idea che dire a qualcuno «sei un Mennitis» si riferisce ad un unico capostipite e si allarga soltanto fino a moglie e figlia. Soprattutto è lui l’unico vero ed insuperabile Mennitis; le altre due svolgono il ruolo di comprimarie, di appendici. Il vero e proprio Mennitis è soltanto uno, influente fino a mennitizzare la parentela stretta. Dire sei un Mennitis mette l’accento su quell’ «un», individuando tra tutti gli appartenenti alla medesima specie un individuo

particolare e soltanto quello lì. Sei un Mennitis specifico insomma, l’unico degno di nota nel senso polisemico del termine. Trattasi di essere umano di sesso maschile, pingue, pensionato da tempo, prima manovale, mani e viso rovinati dalla vita vissuta in mezzo alle fatiche. Oggi si trascina trasandato nel vestire; indossa una giacca di pelle nella stagione fredda; un giubbotto color crema e consunto nei periodi più caldi dell’anno. Basso di statura porta i capelli lunghi, ora raccolti in codino, ora sciolti fin sulle spalle. Protegge la vista grazie ad un paio di spessi occhiali a goccia, modello finto non di marca, si muove nelle vie del quartiere con lo sguardo assente, preso o perso nei sogni di una gloria mai vissuta e dall’insofferenza verso chiunque non la pensi come lui. Cosa pensi lui non si può sapere bene. Di certo sa di essere il padrone del palazzo dove abita. Si è stabilito lì per primo; era manovale, poi muratore, poi elettricista, poi tuttofare, esperto in qualsiasi ramo della scienza, dall’idraulica alla meccanica, passando per la chimica e per la fisica.

3.

Sei un «Mennitis» potrebbe avere una solida accezione positiva; ad esempio potrebbe significare la presenza di un esimio tuttologo, capace di spaziare tra i diversi rami del sapere e sagace nell’individuare soluzioni nuove a problemi antichi.

Ad esempio un giorno si presenta da Josef F., che abita a piano terra mentre l’altro si trova al terzo piano e comincia così:

– Ahò, c’ho la cantina allagata. Piena d’acqua gli è. E di certo viene da casa tua che ce stai proprio sopra! Annamo no? -.

E l’altro, abituato a rispondere in correttamente nella lingua comune, non in dialetto, fa presente: – Adesso chiamo la persona di fiducia che ha fatto i lavori in casa e andiamo insieme a vedere di che si tratta -.

Invece di ringraziare prorompe in una esclamazione raffinata e comunque artistica: – Anvedi questo, anvedi -.

Qualche giorno dopo vanno tutti e tre – Josef F., Mennitis e l’esperto muratore – a visionare la famosa cantina, antro delle meraviglie, caverna dei tesori di Aladino. L’anfratto in questione si raggiunge a fatica attraverso una porta pericolante immediatamente dopo il portone d’ingresso dello stabile. L’accesso si apre girando una chiave antiquata e borbottando allo stesso tempo

parole oscure tipo: speriamo la serratura non si sfracelli e regga una volta di più. Oppure: speriamo si rompa tutto così finalmente si potrà avere una serratura decente.

Una volta aperto il passaggio Josef F. ha davanti una scala ripida di non molti gradini, il primo decente, gli altri sbreccolati e pericolanti. Da un lato della piccola scala (e attento alla testa perché il soffitto è stato pensato per i nani), Mennitis ha collocato cocci, rimasugli di maioliche, pseudo ceramiche per rendere pericoloso il passaggio.

Un’altra volta era capitato a Josef F. di rifare il pavimento al suo anfratto e per cortesia decide di avvisare il Mennitis proprietario della cantina di fronte. Incontrato per strada lo chiama: – Eziuccio! – prima di rendersi conto di sbagliare; prima di rendersi conto di aver a che fare con quel «Mennitis» di cui parla perfino la Bibbia quando racconta di un eroe capace di fermare il sole fino alla fine della battaglia. Josef F. aveva chiesto la cortesia di spostare l’ammasso di pietrame sul lato della scala solo per rendere agevole il passaggio del muratore.

E quale fu la sagace risposta? Eccola qui: – Embe’ che fastidio ti danno? -. Ed allora come si può replicare a tanta saggezza? Inchinarsi, farsi da parte, soprattutto ignorare color che non sanno.

Delineato il personaggio, la storia del sopralluogo prosegue nel modo seguente. Al fondo di dieci gradini trovi una porta in legno tarlata e rovinata dietro la quale si cela la cantina in questione. Un antro dove al massimo ci saranno dieci metri quadrati. Nessuno può saperlo con esattezza perché non si riesce a fare due passi verso l’interno. Due passi, contati, di numero: uno e due. L’antro, pardon, la cantina, è completamente ingombra di oggetti della specie più disparata, da terra al soffitto. È chiusa perfino la finestra sul muro di fondo il cui compito oltre a dare luce sarebbe di fornire aria. E poi – riflette Josef F. – come può pensare all’umidità dal piano di sopra vedendo le pareti di un piano interrato di un edificio di edilizia super-ultra-popolare senza alcun tipo di coibentazione o isolamento? Il pavimento è di terra, il luogo è ingombro di porcherie accatastate all’inverosimile, ricambio d’aria non esiste.

– Come potrebbe essere altrimenti? – fa notare Francescones, il muratore esperto

– Ahò e nun me cojonate. Vuol dire che a casa tua ce sta ‘na perdita –

– Prego, venga pure in casa. Andiamo a verificare – Josef F. è ancora gentile.

Entrano in casa e come era prevedibile tutto si trova perfettamente asciutto. La caratteristica di Mennitis è pensare (pensare, verbo veramente di vasta portata…) che se lui stesso vive nella precarietà di un immondezzaio, allora tutti gli altri devono vivere come lui. Non è possibile avere un vicino pulito, in ordine, con la casa curata. L’unto e puzzolente Mennitis palpeggia il muro di qua, poi palpeggia il muro dall’altro lato e verifica l’inesistenza di umidità. È un po’ sorpreso e dice – E che nun ce lo so. La perdita ce deve addasta’ perchè qua ‘sto muro quando c’era quell’altro l’ho costruito io e ce lo so come sono fatte ‘ste pareti -.

Inutile spiegare con pazienza che quel muro in realtà è un tramezzo che divide due ambienti ed è stato rifatto in cartongesso, messo a squadra rispetto a quello che c’era prima, tutto storto. Inutile. Lui – Mennitis – pensa anzi non pensa, è davvero convinto di avere davanti lo stesso muro – come lo chiama lui – e non sa distinguere tra un muro e un tramezzo e tra un tramezzo di mattoni ed uno in cartongesso (non c’era questo materiale quando faceva il muratore lui, avendo svolto tanti mestieri).

– Se c’era una perdita – spiega il povero Francescones – allora ci potrebbe (la sintassi del personaggio non è perfetta) che qui ci stava un vero e proprio lago -. Mennitis non è convinto però siccome umidità non vede, mugugna e se ne va. Tutto a posto? Neppure per sogno perché a distanza di mesi insiste anche la moglie: per le strade del quartiere va in giro a dire della cantina con l’acqua di quell’incivile del piano di sopra.

Tuttavia come è possibile che un Mennitis qualunque si sia trasformato in «Mennitis»? La storia è lunga e complessa. Occorre raccontarla in buon ordine, a principiare da quando Josef F. è precipitato nella periferia dove domina instancabile la cafoneria più bieca.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabrizio Mastrofini
Mi chiamo Fabrizio Mastrofini, vivo a Roma e sono un giornalista con la pretesa, in questi miei anni “anta”, di passare alla letteratura. E così presento questo mio lavoro, una storia di vita che si intitola "Tutto al Contrario", e attendo il più importante dei giudizi: quello dei lettori! Per il resto c’è da sapere che giro in motorino, non sopporto i soprusi, i paternalisti, le frasi fatte. E già vi ho detto molto. Leggendo questa storia, si può imparare di più...
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